DE.IT.PRESS
Notiziario Religioso della comunità italiana in
Germania - redazione: T. Bassanelli
- Webmaster: A. Caponegro IMPRESSUM
Notiziario
religioso, aprile 2026
Leone XIV: “deponete le armi, Dio rifiuta la guerra”
Nell'omelia della messa della Domenica delle Palme, il
Papa ha rivolto ancora una volta un accorato appello alla pace. "Nessuno
può usare Dio per giustificare la guerra". Il principe della pace
"sostenga i popoli feriti dalle guerra", a cominciare dal Medio
Oriente, l'altro appello durante l'Angelus. Di M. Michela Nicolais
“Cristo, Re della pace, grida ancora dalla sua croce: Dio
è amore! Abbiate pietà! Deponete le armi, ricordatevi che siete fratelli!”. Si
è conclusa con questo appello l’omelia della messa presieduta in piazza San
Pietro da Leone XIV, che ha segnato l’inizio della sua prima Settimana Santa da
Pontefice.
“Eleviamo la nostra supplica al principe della
pace, affinché sostenga i popoli feriti dalla guerra e apra cammini concreti di
riconciliazione e di pace”, l’altro appello durante l’Angelus, in una piazza
San Pietro stracolma di fedeli, che Leone ha salutato con un giro prolungato in
papamobile, al termine della messa.
“Sono vicino con la preghiera ai cristiani del Medio
Oriente, che soffrono per le conseguenze di un conflitto atroce e in molti casi
non possono vivere pienamente i riti di questi giorni santi”, ha detto Leone
XIV: “ Proprio nei giorni in cui la Chiesa contempla il mistero della passione
del Signore non possiamo dimenticare quanti oggi partecipano in modo reale alla
sua sofferenza. La loro prova interpella la coscienza di tutti”. Poi il Papa ha
ricordato i marittimi vittimi della guerra e i migranti morti in mare: “Terra,
cielo e mare sono creati per la vita e per la pace”, ha esclamato.
“Guardiamo a Gesù, che si presenta come Re della pace,
mentre attorno a lui si sta preparando la guerra”, l’invito all’inizio
dell’omelia, in cui Leone ha tracciato un ritratto molto intenso di Gesù che
percorre la via della Croce: “ci mettiamo dietro di lui, seguiamo i suoi passi.
E camminando con lui, contempliamo la sua passione per l’umanità, il suo cuore
che si spezza, la sua vita che si fa dono d’amore”. “Lui, che rimane fermo
nella mitezza, mentre gli altri si agitano nella violenza. Lui, che si offre
come una carezza per l’umanità, mentre altri impugnano spade e bastoni. Lui,
che è la luce del mondo, mentre le tenebre stanno per ricoprire la terra. Lui,
che è venuto a portare la vita, mentre si compie il piano per condannarlo a
morte”.
“Come Re della pace, Gesù vuole riconciliare il mondo
nell’abbraccio del Padre e abbattere ogni muro che ci separa da Dio e dal
prossimo, perché egli è la nostra pace”, ha assicurato il Pontefice: “Come Re
della pace, entra in Gerusalemme in groppa a un asino, non a un cavallo,
realizzando l’antica profezia che invitava a esultare per l’arrivo del Messia:
‘Ecco, a te viene il tuo re. / Egli è giusto e vittorioso, / umile, cavalca un
asino, / un puledro figlio d’asina. / Farà sparire il carro da guerra da Efraim
/ e il cavallo da Gerusalemme, / l’arco di guerra sarà spezzato, / annuncerà la
pace alle nazioni. Come Re della pace, quando uno dei suoi discepoli estrae la
spada per difenderlo e colpisce il servo del sommo sacerdote, egli subito lo
ferma dicendo: ‘Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che
prendono la spada, di spada moriranno’. Come Re della pace, mentre veniva
caricato delle nostre sofferenze e trafitto per le nostre colpe, egli ‘non aprì
la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte
ai suoi tosatori’”.
“Questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace”, ha
sintetizzato il Papa: “Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per
giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la
rigetta dicendo: ‘Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le
vostre mani grondano sangue’”. Gesù “non si è armato, non si è difeso, non ha
combattuto nessuna guerra”, ha ribadito Leone XIV: “Ha manifestato il volto
mite di Dio, che sempre rifiuta la violenza, e invece di salvare sé stesso si è
lasciato inchiodare alla croce, per abbracciare tutte le croci piantate in ogni
tempo e luogo nella storia dell’umanità”.
Guardando a Gesù, “che è stato crocifisso per noi,
vediamo i crocifissi dell’umanità”,ha proseguito il Papa allargando ancora il
suo sguardo: “Nelle sue piaghe vediamo le ferite di tante donne e uomini di
oggi. Nel suo ultimo grido rivolto al Padre sentiamo il pianto di chi è
abbattuto, di chi è senza speranza, di chi è malato, di chi è solo. E
soprattutto sentiamo il gemito di dolore di tutti coloro che sono oppressi
dalla violenza e di tutte le vittime della guerra”.
“Con le parole del Servo di Dio, il vescovo Tonino Bello,
vorrei affidare questo grido a Maria Santissima, che sta sotto la croce del
Figlio, e piange anche ai piedi dei crocifissi di oggi”,ha detto Leone XIV al
termine dell’omelia, citando il vescovo di Molfetta e presidente di Pax
Christi: “Santa Maria, donna del terzo giorno, donaci la certezza che,
nonostante tutto, la morte non avrà più presa su di noi. Che le ingiustizie dei
popoli hanno i giorni contati. Che i bagliori delle guerre si stanno riducendo
a luci crepuscolari. Che le sofferenze dei poveri sono giunte agli ultimi
rantoli. E che, finalmente, le lacrime di tutte le vittime delle violenze e del
dolore saranno presto prosciugate, come la brina dal sole della primavera”.
Sir 29
Domenica delle Palme, comincia la Settimana Santa. Verso la Risurrezione
Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons.
Francesco Cavina
Carpi. Con la Domenica delle Palme entriamo nella
settimana più santa dell’anno. E’ il tempo in cui la Chiesa celebra i misteri
centrali della fede: la passione, la morte, la sepoltura, la discesa agli
inferi e la resurrezione di Cristo. Con questi eventi Gesù conclude la Sua
esistenza terrena e prende avvio il tempo della Chiesa, chiamata a continuare
l’opera stessa di Cristo.
Siamo introdotti a questi giorni santi dalla processione
con i rami di ulivo, memoria viva dell’ingresso solenne e trionfale di Gesù
nella città di Gerusalemme. Un trionfo, però, di breve durata! Nei giorni
successivi, infatti, vedremo Cristo rifiutato, tradito e condannato ad una
morte atroce. E’ proprio per questo che la Chiesa, in questa domenica, ci porta
a meditare il racconto della Passione. Nel racconto emerge una verità
sconvolgente: Gesù di Nazareth - disprezzato, torturato e condannato a una morte
ignominiosa - non è un profeta tra i tanti, ma è Dio stesso, che offre la
propria vita per liberarci dalla schiavitù del peccato, quella schiavitù che ci
impedisce di amare Dio e di amarci gli uni gli altri. Nella morte di Cristo in
croce, dunque, non contempliamo soltanto l’eroismo di un uomo che muore
innocente, ma l’amore infinito di Dio per l’umanità.
La narrazione evangelica è popolata da molte figure,
ciascuna delle quali si relazione a Cristo in modo diverso. Alcune sono esempi
da seguire, altre, invece, ammonimenti da non ignorare. Non sono modello per
noi la figura inquietante e tragica di Giuda, che tradisce; la mancata
vigilanza degli apostoli che, pur animati da un sincero amore per Gesù, sono
vinti dal sonno e dalla paura; la chiusura ostinata alla grazia dei capi del
popolo; il rinnegamento di Pietro; l’atteggiamento incoerente e opportunista di
Pilato; la crudeltà dei soldati, che insultano e scherniscono il Signore. Sono
invece da accogliere e imitare l’amore delicato e gratuito della donna che
versa il profumo sul capo di Gesù; la fedeltà silenziosa e coraggiosa delle
donne che accompagnano Cristo lungo la via della croce; la professione di fede
del centurione, che vedendo come il Signore muore lo riconosce come vero Figlio
di Dio; l’eroica fede della Vergine Madre, che ai piedi della croce rinnova il
proprio “fiat” alla volontà di Dio e, così, viene associata all’opera di
redenzione del suo divin Figlio; il coraggio di Nicodemo e di Giuseppe di
Arimatea, che chiedono il corpo di Gesù, mettendo a repentaglio la loro stessa
vita.
E’ la Passione di Cristo che ci salva, perché è in essa
che si rivela pienamente e si compie l’amore di Dio. A salvarci, dunque, non è
il dolore - che lasciato a se stesso conduce alla disperazione - ma l’amore del
Figlio di Dio, portato fino al dono totale di sè. Un amore che chiede di essere
riconosciuto, accolto e ricambiato
A illuminare questa esigenza ci viene in aiuto un grande
pensatore cristiano, Pascal, che un giorno percepì la voce del Signore che gli
diceva: “Io ti sono più amico che il tale e il talaltro; io ho fatto per te più
di essi: essi non soffrirebbero da te quello che io ho sofferto e non
morirebbero per te, come io ho fatto e sarei disposto a fare ancora…vuoi tu che
io continui a versare per te il sangue della mia umanità, senza che tu mi doni
neppure una lacrima?”.
Entriamo allora in questa Settimana Santa con cuore desto
e disponibile, lasciandoci coinvolgere profondamente dal mistero che
celebriamo. Non restiamo spettatori distratti, ma discepoli che scelgono di
stare accanto al Signore. Così, accompagnandoLo nel cammino della croce,
potremo giungere con Lui alla gioia piena della risurrezione. Aci 29
Papa Leone XIV incontra i giovani del Principato di Monaco
Il Papa a Monaco: "La fede incontra sfide e
ostacoli, ma nulla può offuscarne la bellezza e la verità" - Di Marco
Mancini
Montecarlo. Arrivato alla chiesa di Santa Devota, Papa
Leone XIV ha incontrato i giovani e i catecumeni del Principato di Monaco. E’
il terzo appuntamento pubblico di questo viaggio in terra monegasca.
In apertura, Leone XIV – dopo aver ascoltato le
testimonianze di alcuni giovani - ha parlato della figura di Santa
Devota, Patrona del Principato di Monaco: “una giovane coraggiosa, che ha
saputo testimoniare la sua fede di fronte alla violenza dei persecutori, fino
al martirio. Il bene è più forte del male, anche quando, a volte, sembra
nell’immediato avere la peggio. Non solo, ma ci ricorda anche che la
testimonianza della fede è un seme che può raggiungere e fecondare cuori e
luoghi lontani, ben oltre le nostre stesse aspettative e possibilità”.
“In questa chiesa, recentemente, alla memoria della Santa
Martire Devota – ha aggiunto - si è unita quella di San Carlo Acutis, altro
giovane innamorato di Gesù, fedele all’amicizia con Cristo fino alla fine, pur
in tempi e con modalità completamente diversi: nella carità, nell’apostolato
sul web, di cui lo veneriamo patrono, e da ultimo nella malattia. Questi due
Santi ci incoraggiano e ci spingono a imitarli”.
“Anche oggi – ha proseguito Papa Leone - la fede incontra
sfide e ostacoli, ma nulla può offuscarne la bellezza e la verità. Ne sono
prova i tanti uomini e donne di ogni età che, in numero crescente, desiderano
conoscere il Signore e chiedono il Battesimo”.
Rispondendo alle testimonianze di alcuni giovani, il Papa
ha sottolineato “un aspetto fondamentale della vita cristiana: la vitalità del
rapporto con Cristo e, in esso, il senso di unità che si crea in noi stessi e
con gli altri. L’epoca moderna e quella post-moderna ci hanno arricchiti di
tante cose buone, esse ci mettono di fronte, però, anche a sfide importanti,
che non possiamo ignorare e che dobbiamo affrontare con lucidità e
consapevolezza. Ciò che dà solidità alla vita è l’amore: l’esperienza fondamentale
dell’amore di Dio, prima di tutto, e poi, di riflesso, quella illuminante e
sacra dell’amore vicendevole. E amarsi, se da una parte richiede apertura a
crescere e dunque a cambiare, dall’altra esige fedeltà, costanza, disponibilità
al sacrificio nella quotidianità. Solo così l’inquietudine trova pace e si
riempie il vuoto interiore non con cose materiali e passeggere, nemmeno con i
consensi virtuali di migliaia di like, o con appartenenze condizionanti,
artificiali, a volte persino violente. Da queste cose bisogna sgomberare la
porta del cuore, perché l’aria sana e ossigenante della grazia possa tornare a
rinfrescarne e vitalizzarne le stanze, e perché il vento forte dello Spirito
Santo possa riprendere a gonfiare le vele della nostra esistenza, spingendola
verso la felicità vera”.
Sono necessari – è l’invito di Papa Leone XIV –
“preghiera, spazi di silenzio, di ascolto, per far tacere la frenesia del fare
e del dire, dei messaggi, dei reel, delle chat, e per approfondire e gustare la
bellezza dell’essere veramente e concretamente insieme. San Carlo Acutis, in
proposito, parlava dell’Eucaristia come dell’“autostrada per il Cielo” e
dell’Adorazione Eucaristica come di un bagno di sole, capace di abbronzare
l’anima”.
Ai catecumeni, il Papa ha suggerito di “vivere la
Settimana Santa, nella contemplazione dei misteri della Passione, in un clima
di ascolto della voce dello Spirito e di ciò che succede nel proprio cuore,
facendone l’occasione per una serena e profonda revisione della propria vita,
passata e presente. E se questo conta per la vita spirituale e per la
preghiera, allo stesso modo vale per l’esercizio della carità. Le parole e i
gesti della testimonianza e della speranza non si improvvisano e non ce li diamo
da noi stessi: vengono da un profondo rapporto con Dio, in cui noi per primi
troviamo le risposte fondamentali della vita”
“Monaco – ha detto ancora il Pontefice ai presenti - è un
Paese bellissimo, ma la vera bellezza la porti tu, quando sai guardare negli
occhi chi soffre o chi si sente invisibile tra le luci della città. È così che
Santa Devota ha trovato la forza di donare la sua vita fino in fondo, ed è così
che San Carlo Acutis ha vissuto il suo cammino di santità, lasciando un
sentiero di luce anche nel mondo del web. Cari giovani, non abbiate paura di
donare tutto, il vostro tempo, le vostre energie, a Dio e ai fratelli, di
spendervi fino in fondo per il Signore e per gli altri. Solo così troverete un
gusto sempre nuovo e un senso sempre più profondo nella vita. Il mondo ha
bisogno della vostra testimonianza, per superare le derive del nostro tempo e
affrontarne le sfide, e soprattutto per riscoprire il sapore buono dell’amore
di Dio e del prossimo”.
Ai catecumeni e ai neo battezzati, il Papa infine augura
di “vivere in Cristo una vita piena e autentica; possiate essere, per il bene
di tutti, nella fede, nella speranza, nella giustizia e nella carità,
costruttori di pace. Voi siete il volto giovane di questa Chiesa e di questo
Stato. Monaco è un Paese piccolo, ma può essere un grande laboratorio di
solidarietà, una finestra di speranza. Portate il Vangelo nelle scelte del
vostro lavoro, nell’impegno sociale e politico, per dare voce a chi non l’ha, diffondendo
la cultura della cura. Fate di tutto un dono a Dio e vivete tutto come una
missione, che vi vuole gli uni per gli altri amici in Cristo e fedeli compagni
di cammino”. Aci 28
Uno sguardo nuovo sulla disabilità anche grazie alle parrocchie
Un colloquio con suor Veronica Donatello responsabile del
Servizio nazionale per la pastorale delle persone con disabilità della Cei - Di
Simone Baroncia
Bergamo. “Un cambiamento di sguardo è forse necessario
anche sul piano pastorale nell’accostamento alle persone con disabilità. Spesso
il discorso circa la sofferenza umana, e la disabilità in particolare,
necessita, anche nei più generosi ambienti cristiani, di essere
evangelizzato". É un passaggio della ‘lectio magistralis’ del
biblista Luciano Manicardi, monaco della Comunità di Bose, al 5° convegno
nazionale ‘Noi: comunità e progetto di vita’ che si è svolto a Bergamo
organizzato dal Servizio nazionale per la pastorale delle persone con
disabilità della Cei.
Per suor Veronica Donatello responsabile del Servizio
nazionale per la pastorale delle persone con disabilità della Cei la sfida che
attende la Chiesa è quella della disabilità: “Ormai l’Italia ha tanti volti ed
è necessario pensare la sfida dell’evangelizzazione non per le persone con
disabilità, ma con loro. Ci sono tante famiglie che hanno a che fare con
anziani o bambini disabili e che nei nostri contesti potrebbero essere luogo di
grande testimonianza ed evangelizzazione. La cosa bella del convegno è che
abbiamo avuto più di 53 persone con disabilità presenti e moltissimi di loro
sono attivi in ambito civile, religioso, politico. Ognuno ha un talento, ognuno
ha un dono che può contribuire a costruire comunità. Però solo se guardiamo
loro in un’ottica di progettualità e non solamente del prendersi cura, del
mangiare, del bere, del dormire, dell’iniziazione cristiana, si può generare
questo processo del ‘noi’, di appartenenza. Con nuove vie di evangelizzazione i
nostri contesti di vita potrebbero veramente essere quella profezia di
fraternità di cui c’è sete, c’è bisogno, tutti, nessuno escluso!”.
In quale modo ci si può relazionare con le persone
disabili che frequentano le parrocchie?
“Sicuramente il primo di relazionarsi con le persone
disabili è quello di conoscere la persona oltre la diagnosi, perché ognuno può
avere un limite; però nessuno è il suo limite; quindi non bisogna fare di tutta
l’erba un fascio. Conoscere Marco, che ha la sindrome di down, oppure
Francesco, che ha un disturbo di apprendimento. Sicuramente la conoscenza aiuta
ad avere un approccio più ‘empatico’ con il ragazzo o la ragazza, permettendo
una migliore inclusione nella vita comunitaria. Secondo occorre superare il
pregiudizio religioso specialmente se le disabilità sono complesse a volte
nella Chiesa non investiamo nelle loro potenzialità attraverso l’affermazione
‘Va bene, ma cosa capisce! E’ un angelo, non ha fatto nulla’.
Invece dobbiamo capire che tutti siamo uomini e donne in
cammino e che desideriamo non solo partecipare, ma appartenere a Qualcuno.
Penso che la sfida più grande sia quella di un educatore che appartenga
veramente ad una comunità cristiana. Terzo aspetto riguarda la conoscenza della
famiglia che ha un disabile, facendosi raccontare il suo vissuto, le sue
relazioni con il mondo, perché molte volte le famiglie non possono permettersi
di uscire di casa e di partecipare ad incontri od a momenti conviviali, in quanto
non c’è nessuno che possa offrire un’accoglienza giusta”.
Come ‘creare’ una parrocchia ‘accessibile’?
“La Chiesa in Italia già lavora da 30 anni sul tema della
partecipazione delle persone con disabilità alla vita liturgica, alla vita
sacramentale. E’ una sfida perché, mi viene da dire, a volte è ancora lasciata
alla sensibilità individuale. Però devo riconoscere che negli ultimi anni,
grazie anche alla coscienza che le stesse persone con disabilità hanno di
essere battezzate, sono loro stesse ormai che anche dentro le chiese, dentro le
diocesi chiedono non solo diritti, ma l’appartenenza, che è una parola più
bella, più piena, più vera. Allora, si cresce perché dall’io al noi si passa
attraverso un tu.
Aggiungo che anche il cammino sinodale per molte diocesi
è stata una sfida per conoscere il tu dell’altro, oltre alla propria
‘diagnosi’, oltre alla propria realtà. Stiamo lavorando su questo: qualche
realtà ha già fatto tanti passi in avanti, ha già messo in atto tantissimi
progetti. Ecco, stiamo realizzando piccoli passi possibili. Altre diocesi hanno
colto la possibilità del Giubileo … Quando si passa al noi, quando ci si
permette di conoscere l’altro, perché altrimenti si fanno solo piani di accessibilità,
e non è il criterio del Vangelo.
Per il Vangelo il criterio è l’appartenenza, cioè il
‘fare parte di’. E, come dico sempre, questo sarà vero quando ad una messa ci
accorgeremo degli altri, diremo: ‘Ma come mai Marco non viene?’ per dire di uno
ragazzo con lo spettro autistico. Oppure ‘come mai Giorgio, che aveva avuto un
incidente grave, non è venuto a Messa?’ Ecco, questo è l’appartenere: quando ti
rendi conto che a tavola non sono seduti tutti assieme a te”. Aci 27
Festa dei Lavoratori: Cei, “il lavoro non può perdere la sua vocazione alla
pace”
“Il lavoro non può perdere la sua più vera e forte
vocazione alla pace, la sua natura profonda di relazione buona tra gli uomini e
con la natura. A volte la neghiamo, non la riconosciamo, e trasformiamo gli
aratri in lance. Ma il lavoro continua a chiamarci alla pace: ci ricorda che la
guerra è il grande inganno”.
È uno dei passaggi centrali del Messaggio per la Festa
dei Lavoratori, diffuso oggi dalla Commissione episcopale per i problemi
sociali e il lavoro, la giustizia e la pace della Cei, sul tema “Il lavoro e
l’edificazione della pace”. Il testo richiama le parole di Leone XIV ai
Diplomatici accreditati presso la Santa Sede: “La guerra si accontenta di
distruggere, la pace, invece, richiede uno sforzo continuo e paziente di
costruzione e una continua vigilanza. Il pericolo è che ci si sogni, invece,
nella corsa a produrre nuove armi sempre più sofisticate, anche mediante il
ricorso all’intelligenza artificiale”.
I vescovi denunciano la logica del riarmo e chiedono “una
coraggiosa riconversione dal militare al civile”, citando il venerabile vescovo
Tonino Bello: “Siano disertati i laboratori e le officine della morte per i
laboratori della vita”. Il messaggio sottolinea anche la preoccupazione per
l’aumento dei prezzi dell’energia, “che ha una ricaduta sul bilancio delle
famiglie, soprattutto di quelle che vivono nella precarietà economica”.
“È necessario rafforzare la normativa in materia di
produzione delle armi, irrobustendo i vincoli al loro possesso personale e il
contrasto all’esportazione di manufatti bellici – anche indirettamente, tramite
triangolazioni – verso Paesi impegnati in azioni offensive o a rischio di usi
in violazione dei diritti umani”.
È quanto ancora afferma la Commissione episcopale per i
problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace della Cei nel Messaggio
per la Festa dei Lavoratori. Il testo, richiamando la Nota pastorale Educare ad
una pace disarmata e disarmante, invita anche a vigilare affinché “la
speculazione da parte di investitori che, sostenendo gli acquisti di titoli
azionari dell’industria militare, contribuiscono all’economia di guerra”.
I vescovi ricordano che le spese militari hanno raggiunto
il 2,5% del Pil mondiale, citando il Messaggio di Leone XIV per la Giornata
mondiale della pace 2026, e sottolineano “una grande responsabilità educativa
verso le nuove generazioni, per eliminare ogni pretesto che possa spingere i
giovani a immaginare il futuro come attesa per vendicare il sangue dei propri
cari”. Riccardo Benotti, Sir 26
La Settimana Santa raccontata dai figli dispersi
In "Vorrei che fossi qui" don Gabriele
Vecchione attraversa i giorni della Passione con uno stile che intreccia
esegesi e vita di strada. Ne emerge una voce capace di parlare di Dio senza
sconti, di solitudine senza retorica, di speranza senza ottimismo. Un libro che
arriva a ridosso della Settimana Santa e costringe a fare i conti con ciò che
la fede chiede davvero – di Riccardo Benotti
C’è un momento, nel libro di don Gabriele Vecchione, in
cui un uomo di settant’anni racconta perché ha iniziato a drogarsi: “Ho provato
una volta ed ero in paradiso perché avevo dimenticato il dolore che mi
soffocava”. Maurizio è un sopravvissuto all’eroina, frequenta la messa ogni
mattina e ha smesso di drogarsi quando ha smesso di fare la vittima. È in
questa zona di confine tra la carne viva e il Vangelo che si muove “Vorrei che
fossi qui” (Piemme), un testo che arriva in libreria a ridosso della Settimana
Santa con un registro diverso da quello consueto della letteratura religiosa.
Don Vecchione è un presbitero della diocesi di Roma,
classe 1988, fondatore della Comunità San Filippo Neri, che accoglie ragazzi in
condizione di fragilità. Il sottotitolo – “Variazioni sulla Settimana Santa” –
potrebbe suggerire un commento liturgico. Non lo è. È un corpo a corpo con i
testi della Passione, condotto giorno per giorno, dalla Domenica delle palme
alla Domenica in albis, dove l’esegesi biblica si intreccia a storie reali:
Ester, tredici anni, che si presenta in parrocchia con libri non suoi chiedendo
di poter fare i compiti; Fernando, che porta le prove delle molestie subite da
un uomo di Chiesa e poi sparisce nella dipendenza; Gianluca, che in una
comunità di recupero canta a cappella gli auguri al figlio che non vede da otto
anni. Non sono figure retoriche né casi pastorali: sono volti che attraversano
il testo con una forza che impedisce ogni lettura consolatoria.
Il ritmo è volutamente sinusoidale, come avverte lo
stesso autore: giù nell’abisso, poi di nuovo alla luce. La Passione secondo
Giovanni diventa un’antropologia: Pietro non è un codardo ma un uomo che
reagisce con la spada; Giuda ha bisogno di lanterne perché non ha luce propria;
Pilato sacrifica la verità per conservare il potere. Vecchione legge la
Passione come uno specchio e ci costringe a riconoscerci nei personaggi che
preferiremmo ignorare: non nei discepoli fedeli, ma nei traditori, nei violenti,
negli indifferenti.
Il filo che attraversa tutto il libro è la solitudine.
L’introduzione è una confessione: anni di isolamento, feste a cui non si è
invitati, la scoperta che nessuno può comprenderci fino in fondo. Da questa
esperienza nasce l’intuizione centrale: la solitudine patita diventa
preparazione all’intimità con il Gesù solo del Getsemani. Il titolo – preso in
prestito dai Pink Floyd – dice esattamente questo: il desiderio che qualcuno
sia presente là dove tutto sembra perduto.
Colpisce lo stile: diretto, ruvido, senza paura di
provocare. Don Vecchione smonta con lucidità ciò che chiama “lo stolido sorriso
ecclesiastico” e rifiuta l’equazione tra speranza e ottimismo. La speranza, per
lui, non è “andrà tutto bene” ma la possibilità che ciò che è andato male abbia
un giorno un senso. È una distinzione che pesa, soprattutto in un tempo in cui
il linguaggio ecclesiale rischia di scivolare nella rassicurazione a buon
mercato. Quando arriva alla Risurrezione, non la trasforma in trionfo ma la
racconta attraverso il risus paschalis medievale: il riso come simbolo
liturgico, il gioco come segno di chi crede davvero che la croce non sia
l’ultima parola.
I diritti d’autore sono interamente devoluti alla
Comunità, dove ragazzi fragili mangiano, studiano, si riprendono e quando è il
momento se ne vanno. E non è un dettaglio editoriale.
In un panorama in cui troppa letteratura preferisce il
tono rassicurante o l’erudizione distaccata, “Vorrei che fossi qui” ferisce e
accompagna allo stesso tempo. Arriva nei giorni giusti, quelli in cui la
liturgia chiede di stare davanti alla croce senza scappare. E ricorda che la
fede non è un riparo dal dolore, ma il coraggio di attraversarlo senza restare
soli. Sir 26
Card. Pizzaballa, “nel buio della guerra dobbiamo vedere i germogli della
presenza di Dio”
“Le strade di Nazareth sono più quiete, l’eco dei
pellegrini sembra un ricordo, e il peso della guerra grava sui nostri cuori.
Ancora una volta ci troviamo nella condizione di emergenza, che non ci consente
aggregazioni numerose e celebrazioni festose. Eppure, è proprio in questo
silenzio gravido di pianto che la Parola di Dio oggi irrompe con una potenza
inaudita. Oggi, più che mai, abbiamo bisogno di imparare dalla Vergine di
Nazareth l’arte nascosta ma decisiva di leggere la storia con gli occhi di Dio”.
Dalla basilica dell’Annunciazione, nel cuore della Terra Santa segnata da mesi
di conflitto, il card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di
Gerusalemme, ha indicato la via alternativa che, secondo il Vangelo, Dio
propone alla storia: non la logica della potenza, ma quella dell’umiltà di
Maria. “Dio non manda un esercito corazzato, manda un angelo a una ragazza di
un villaggio sperduto. La sua strategia è la debolezza, perché solo lì la
libertà dell’uomo può incontrarlo”. Un messaggio che, implicitamente, va al
cuore della crisi mediorientale: l’assenza di fiducia reciproca, l’incapacità
di concepire vie politiche non armate, l’erosione del tessuto sociale. “La
situazione che viviamo – ha detto Pizzaballa – è la nostra Nazaret. È qui,
nella realtà spoglia e piena di turbamento, che Dio ci chiede di generare
Cristo. La nostra comunità, la parrocchia di Nazareth, tutta la nostra Chiesa
di Terra Santa, è chiamata a essere come Maria: un grembo che accoglie la vita
nonostante tutto, un cuore che non si chiude nella paura, e che genera vita”.
La festa dell’Annunciazione diventa una lente politica attraverso la quale
leggere il momento attuale e mostrare che la fede non può essere fuga dalla
storia, ma deve diventare capacità di “resilienza costruttiva”. Una
responsabilità che riguarda tutti: istituzioni, leader religiosi, società
civile. Il Patriarca, riferendosi alle letture proclamate, ha denunciato la
tentazione delle leadership politiche – antiche e contemporanee – di rifugiarsi
in calcoli strategici e alleanze di convenienza: “La tentazione è quella di
Acaz: confidare soltanto nelle nostre strategie umane, pensare che non ci sia
più speranza, che non si possa fare nulla per cambiare questo mondo. La
tentazione è di restare nella logica mondana, di rispondere all’odio con
l’odio, di disumanizzare chi ci sta di fronte. Ma la scuola di Nazareth – ha
rimarcato il patriarca – ci insegna un’altra via: la via dell’ascolto, del
silenzio, della vita domestica. È la scuola del Vangelo”, del “nulla è
impossibile a Dio”.
Pizzaballa non ha nascosto le ferite delle comunità
cristiane locali: “Come possiamo ripetere che nulla è impossibile a Dio quando
i missili squarciano il silenzio della notte, quando tutto attorno a noi parla
di morte e le nostre comunità sono tentate dall’emigrazione?”. La risposta,
l’unica possibile, ha ricordato il cardinale, “ce la dà Maria. La sua gioia non
è l’allegria spensierata di chi ignora il dolore. La gioia di Maria è la gioia
profonda, radicata, di chi, anche nel buio più fitto, decide di fidarsi di Dio.
Il suo ‘sì’ non viene pronunciato in un giardino fiorito, ma nel cuore di un
mondo lacerato come il nostro”. Il ‘sì’ di Maria per la Chiesa “significa saper
leggere nei segni dei tempi, anche quelli più drammatici, la chiamata a una
conversione più profonda. Significa anche avere il coraggio di non chiudere il
nostro cuore alla sfiducia, e continuare a credere nella possibilità di
incontro con tutti in una terra devastata da così tanta violenza e divisioni”.
Da qui la conclusione: “La realtà non è fatta solo di male. In questa realtà,
in mezzo alle macerie, c’è ancora la presenza di Dio. Ci sono madri che
sperano, padri che lavorano, bambini che giocano, anziani che pregano. Ci sono
cristiani che scelgono di restare, di amare, di perdonare. È lì che incontriamo
Dio. Ecco la nostra missione: essere coloro che, nel buio della guerra, sanno
vedere i germogli della presenza di Dio. Essere operatori di pace non con
dichiarazioni astratte, ma con la concretezza quotidiana di chi, come Maria,
accetta di portare il mondo nel proprio grembo – con tutte le sue
contraddizioni, i suoi dolori e le sue bellezze – e di soffrirlo, per
trasformarlo dall’interno con la sola forza dell’amore”. Sir 25
Vescovi italiani: dal Consiglio permanente priorità a pace, giovani e
comunità accoglienti
Dal Consiglio episcopale permanente emergono alcune
priorità per il cammino delle Chiese in Italia: educazione alla pace,
attenzione ai giovani, rafforzamento delle comunità e rinnovamento dei percorsi
di trasmissione della fede. I vescovi indicano la necessità di una conversione
missionaria e di comunità capaci di accogliere e accompagnare le fragilità del
presente – di Riccardo Benotti
Pace, trasmissione della fede, vita delle comunità,
giovani, iniziazione cristiana, uso delle risorse economiche e orientamenti per
il cammino ecclesiale: il comunicato finale del Consiglio episcopale permanente
restituisce un’agenda ampia, nella quale i vescovi tengono insieme dimensione
pastorale, responsabilità istituzionale e lettura del tempo presente. Riuniti a
Roma dal 23 al 25 marzo sotto la guida del card. Matteo Zuppi, i presuli
indicano come punti di riferimento “l’esigenza di una conversione missionaria”,
“la centralità della trasmissione della fede”, il rilievo della
corresponsabilità ecclesiale e la necessità di individuare “strumenti, tempi e
momenti di verifica comuni”. Tra le priorità vengono richiamate “l’iniziazione
cristiana, la missione e la pace”. In questo quadro si collocano anche
l’approvazione del testo sull’identità dei padrini e delle madrine, chiamati a
essere “ponte” e “raccordo” tra famiglia e comunità, e i nuovi criteri per la
gestione dei fondi 8xmille, fondati su “trasparenza, rendicontabilità,
tracciabilità e comunicabilità”. Il punto di partenza è una constatazione
netta: “la fede non può essere più data per scontata” e la società “non fa più
normalmente riferimento al Vangelo”.
Comunità da rigenerare
Dentro questo orizzonte si colloca la riflessione sulla
condizione delle comunità cristiane. Il comunicato parla di una società segnata
da “solitudini, fragilità familiari, domande di senso e nuove forme di povertà
materiale e spirituale”, e registra una “sempre più evidente e diffusa fame di
comunità”. A questa attesa corrisponde però la fatica di trasformare i bisogni
individuali in un’esperienza condivisa di fede, speranza e carità. Per questo i
vescovi insistono sulla necessità di creare “comunità vere, capaci di
accogliere chi cerca, accompagnare chi si riavvicina alla fede, sostenere i
catecumeni” e rendere visibile “una carità che non sia ridotta a semplice
assistenza”. Da qui anche il richiamo a una “creatività pastorale” che rafforzi
il tessuto comunitario e sostenga il ministero ordinato. In questo quadro si
inserisce lo sguardo rivolto ai giovani, descritti come “bisognose e desiderose
di parole credibili, di adulti autorevoli e di una presenza ecclesiale capace
di accompagnare”. Il tema si lega al valore dell’unità, indicata come tratto
costitutivo della vita ecclesiale in un contesto culturale “non di rado segnato
da contrapposizioni esasperate”.
Una lettura del presente
Su questo sfondo si inserisce anche la lettura dello
scenario internazionale. Il passaggio più netto del comunicato resta quello
dedicato alla guerra: “non ci si può assuefare alla guerra né al linguaggio che
la giustifica o la banalizza”. I vescovi rinnovano la vicinanza alle Chiese del
Medio Oriente, segnate “dalla violenza, dall’insicurezza e dalla paura”, ed
esprimono preoccupazione per uno scenario nel quale il conflitto continua a
presentarsi come “strumento ordinario di risoluzione delle controversie”. La
denuncia si accompagna al richiamo delle conseguenze globali, tra cui “la crisi
energetica che rischia di pesare sulle famiglie e sulle persone più
vulnerabili”. Di qui “la necessità di educare alla pace”, di sostenere “ogni
sforzo diplomatico”, di custodire “il valore del diritto internazionale” e di
rilanciare il ruolo dell’Europa. Nel loro insieme, i temi affrontati dal
Consiglio permanente delineano una Chiesa che prova a tenere uniti annuncio del
Vangelo e qualità della vita comunitaria. Il punto di fondo è una Chiesa
chiamata a mostrarsi “missionaria”, con “mitezza e chiarezza”, in uno stile di
“prossimità, fraternità e ascolto”.
Statistiche 2025 sulla Chiesa tedesca
Aumenta la partecipazione alla Messa. Calano gli
abbandoni: quest’anno sono 307 mila, contro le 321 mila del 2024 - Di Giacomo
König
Francoforte. La Conferenza Episcopale Tedesca (CET) ha
pubblicato, lo scorso 16 marzo, le statistiche sulla Chiesa nel 2025: numeri
provvisori destinati a subire leggere variazioni, ma che presentano, come ogni
anno, un quadro dei comportamenti dei 19.219.601 di cattolici tedeschi (il 23%
della popolazione).
Cala leggermente il numero delle persone che lo scorso
anno, rispetto all’anno precedente sono uscite dalla Chiesa cattolica. Nel 2025
sono state 307.117 contro le 321.659 dell’anno 2024. Inoltre lo scorso anno si
è registrato un leggero aumento degli ingressi nella Chiesa cattolica, pari a
2.269 persone (nel 2024 erano stati 1.839), e 5.443 fedeli sono stati riammessi
(nel 2024 erano rientrati nella Chiesa cattolica solo 4.743).
La partecipazione alla Messa domenicale sembra godere di
una tendenza al miglioramento: è infatti, come nei due anni precedenti,
leggermente aumentata, raggiungendo il 6,8% (nel 2024 si fermava al 6,6%).
Continua a calare il numero delle parrocchie tedesche, da anni oggetto di
accorpamenti da parte delle diocesi a causa della scarsa partecipazione alla
vita della Chiesa: ad oggi sono 8.997 (contro le 9.291 del 2024).
Cala tuttavia la partecipazione generale ai sacramenti.
Il numero dei battesimi scende nel 2025 a109.028 (nel 2024 erano stati
116.274). Stessa tendenza anche per i matrimoni religiosi, che si attestano a
19.478 (contro i 22.513 del 2024). Anche il numero dei funerali religiosi è
nuovamente diminuito, fermandosi a 203.496 (contro i 213.046 di due anni fa).
Sostanzialmente stabili i numeri delle prime comunioni - nel 2025 ne sono state
celebrate 152.357 (mentre erano 151.702 nel 2024) - e delle cresime con 105.334
(nel 2024 erano state 105.041). Il dato forse più negativo lo si registra sul
fronte delle ordinazioni sacerdotali: in tutta la Repubblica Federale, nel
2025, ce ne sono state solo 25, come in Austria, che però ha solo un nono della
popolazione tedesca.
«I dati del 2025, che pubblichiamo come Chiesa in
Germania, sono uno specchio della nostra Chiesa. Sono grato per l’impegno dei
collaboratori della nostra Chiesa e per la qualità della pastorale. È un bel
segno che la partecipazione alla Messa trovi nuovamente, anche se di poco, un
maggiore consenso. E considero un segnale positivo che i numeri della prima
comunione e della cresima siano rimasti stabili», ha dichiarato il neo
presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, vescovo di Hildesheim, monsignor
Heiner Wilmer. Va notato che il suo predecessore alla guida dei vescovi
tedeschi, monsignor Georg Bätzing, aveva recentemente lasciato senza commento
le statistiche.
«Tuttavia – ha proseguito l’attuale presidente della CET
- mi rammarica il numero ancora elevato di uscite dalla Chiesa. Le motivazioni
sono diverse, ma dico comunque, perché siamo una comunità di credenti
attraverso il battesimo e la cresima, che ogni uscita dalla Chiesa ci addolora.
Stiamo diventando meno cristiani in Germania, il che non ci impedisce,
nonostante tutte le misure necessarie che ne derivano, di testimoniare la
nostra fede con grande impegno personale».
Poi il ringraziamento per i tantissimi volontari che
investono il loro tempo e la il loro entusiasmo nella Chiesa, senza essere
“fotografati” dai numeri della Chiesa. «Colgo quindi l’occasione per esprimere
un ringraziamento a tutti i volontari della nostra Chiesa, che non sono
registrati nelle statistiche. Sono circa 600.000 e fanno sì che la Chiesa, con
la sua ampia offerta, sia possibile nella società. Nonostante tutti i
cambiamenti, incoraggio a non scoraggiarci, ma a guardare avanti e a cercare
insieme delle vie, anche in comunione ecumenica, per rendere la vita cristiana
oggi più accettata nella società.»
Nel 2025 la diocesi di Hildesheim guidata da Wilmer ha
registrato 8.800 uscite: in questo modo scende per la prima volta sotto il
mezzo milione di cattolici. Ci sono tuttavia diocesi che sembra abbiano trovato
la ricetta giusta per mantenere il legame della Chiesa con i suoi fedeli:
Ratisbona, Görlitz, Eichstätt, Aquisgrana ed Erfurt sono le diocesi con la
percentuale più bassa di abbandoni della Chiesa.
Rimane tuttavia difficile capire quale sia questa
ricetta. Sembra che la posizione del vescovo diocesano nel processo di riforme
iniziato dalla Chiesa tedesca nel 2019 con il Cammino sinodale non abbia troppa
incidenza. Se si pensa che a Passavia, guidata dal vescovo “conservatore”
monsignor Stefan Oster, quest’anno il numero degli abbandoni è aumentato del
9%, il più alto incremento percentuale tra le diocesi tedesche. Aci 24
Dani Dayan, ricordare l'Olocausto per combattere l'antisemitismo
Il presidente dello Yad Vashem in udienza da Papa Leone
XIV - Di Angela Ambrogetti
Città del Vaticano. Dani Dayan è il Presidente di Yad
Vashem, il Centro Mondiale per la Memoria dell'Olocausto. Console Generale di
Israele a New York, ha ricoperto diversi ruoli istituzionali ma ha anche una
carriera imprenditoriale.
Ieri è stato ricevuto da Papa Leone XIV in Vaticano
accompagnato dall'ambasciatore di Israele presso la Santa Sede Yaron Sideman.
Lo abbiamo incontrato poco dopo la udienza.
Ha appena incontrato il Papa, Leone XIV, la domanda
naturale: di cosa avete parlato?
Ho appena terminato un colloquio molto, molto
interessante con il Papa. Fondamentalmente abbiamo parlato principalmente di
due questioni: la memoria storica, la necessità di ricordare, di conoscere
l'Olocausto, ma non solo per il bene della storia, anche per il bene del
presente e del futuro, per assicurarci che un'atrocità simile non possa
ripetersi, né contro il popolo ebraico, né contro nessun altro popolo. E
purtroppo di questa cultura dell'antisemitismo, che sta rialzando la sua brutta
testa in tutto il mondo. E forse le due cose sono interconnesse. Credo che
conoscere l'Olocausto, imparare a conoscerlo, ricordarlo e onorarlo sia uno
degli strumenti per combattere l'antisemitismo.
E lei crede che ora, in questo periodo, la politica
israeliana possa alimentare l'antisemitismo? È un rischio?
No, non credo. Credo che l'antisemitismo non debba essere
giustificato con pretesti. L'antisemitismo è intolleranza, è razzismo, ed è
completamente indipendente da qualsiasi cosa Israele faccia o non faccia. Lo
vediamo in ciò che osserviamo oggi nel mondo, in molti settori, dove
l'antisemitismo è diventato il denominatore comune, la lingua franca di tutti
gli estremisti del mondo: estremisti di sinistra, estremisti di destra,
estremisti religiosi, estremisti islamici e molti altri.
Si odiano su qualsiasi altra questione riguardante
l'antisemitismo, il loro odio verso gli ebrei e lo Stato ebraico. Non solo sono
d'accordo, ma addirittura collaborano. È l'unico argomento in cui si può
trovare, per usare una metafora, un estremista di destra che apprezza un tweet
di un estremista di sinistra, e viceversa.
L'antisemitismo non va compreso. Va combattuto senza
riserve. Credo di essere stato pienamente d'accordo su questo punto con Papa
Leone XIV.
Come spiegare la differenza tra la politica di uno stato,
di Israele, per esempio, e il rispetto per la storia del popolo? C'è un modo
per spiegarlo ai giovani, alle persone che ora non ricordano la storia?
Sono due cose diverse, come spiegarlo ai giovani?
Nell'estate del 2022, il presidente americano Joe Biden ha visitato Yad Vashem,
e l'ho accolto io. E nei minuti che ho trascorso da solo con il presidente
Biden, gli ho detto che se vuole capire Israele, deve capire Israele come
individui e come collettività. Deve sapere che l'Olocausto è onnipresente nei
nostri pensieri. È sempre lì. E sì, naturalmente, influenza ognuno di noi.
Detto questo, la politica e la memoria dell'Olocausto
sono due cose completamente diverse. La necessità di ricordare l'Olocausto è
triplice. È per il bene del futuro, per avere un futuro in un mondo che si
liberi dal fanatismo e dal genocidio.
Oggi, come ho detto, vediamo che rialza la testa la piaga
dell'antisemitismo. Ma è anche un debito che abbiamo verso le vittime. Sei
milioni di vittime massacrate dalla Germania nazista e dai suoi collaboratori
durante la Shoah meritano di essere ricordate. Meritano che sappiamo tutto
quello che è successo loro. È un debito che dobbiamo onorare.
Diversi pontefici hanno visitato Israele e sono sempre
andati a Yad Vashem. Questo riflette forse un rapporto speciale tra il popolo
ebraico e la Chiesa cattolica?
Alcune delle visite dei Pontefici a Yad Vashem sono state
senza dubbio tra le più significative a cui abbiamo assistito. Ho donato a Papa
Leone un dipinto di un pittore ebreo, Karol Deutsch. Durante la Shoah, dipinse
per sua figlia 99 scene bibliche. Ho donato al Papa il dipinto che menziona il
versetto "Adamo, dove sei?" tratto dal libro della Genesi. Adamo in
ebraico è ovviamente il nome di una persona, la prima persona, ma significa
anche essere umano. Questo ha trovato eco nel discorso di Papa Francesco a Yad
Vashem, in cui ha chiesto: dov'era l'umanità? Dov'era l'essere umano durante la
Shoah, durante l'Olocausto? Uno dei discorsi più importanti mai pronunciati
quello a Yad Vashem da Papa Francesco.
Quella parte del discorso di Papa Francesco in italiano è
stampata anche sul regalo che ho fatto al Pontefice. Credo che le visite dei
pontefici a Yad Vashem abbiano un'importanza storica. Spero che Papa Leone
segua il suo esempio in un futuro non troppo lontano, quando le circostanze lo
permetteranno.
Parliamo di pace. Cosa possono fare i credenti di diverse
religioni per portare la pace, secondo te e dal tuo punto di vista?
Beh, desiderarla ardentemente e agire per realizzarla.
Credo che conoscere l'Olocausto, conoscere la Shoah, sia una delle più grandi
motivazioni che una persona possa avere per comprendere che la pace è un
imperativo. Un tempo ero così ingenuo da credere che dopo la Seconda Guerra
Mondiale, con tutte le sue devastazioni, e dopo la Shoah, non ci sarebbero
state più guerre né antisemitismo. Purtroppo, come ho detto, ero molto ingenuo
a riguardo. Dobbiamo impegnarci di più, tutti noi, affinché questo diventi realtà
in futuro.
Ultima domanda. Che tipo di persone visitano di solito
Yad Vashem? Giovani, anziani, ebrei, non ebrei, ebrei…?
Tutti visitano Yad Vashem. Chiunque visiti Israele visita
Yad Vashem. Siamo il primo o il secondo luogo più visitato in Israele. In tempi
normali, prima della pandemia e in assenza di conflitti, circa un milione di
persone visitavano Yad Vashem ogni anno, il 70% provenienti dall'estero, da
fuori Israele, e da ogni ceto sociale, religione e orientamento politico.
L'ingresso a Yad Vashem, al Museo di Yad Vashem, perché Yad Vashem non è solo
un museo, ma anche un istituto di ricerca, un istituto di istruzione, un
archivio e molto altro, è completamente gratuito. Ci appelliamo a ogni persona
di buon senso che desidera comprendere le atrocità del passato, imparare e
lavorare per un futuro migliore, affinché venga in Israele e visiti Yad Vashem.
Aci 24
Oltre 370mila pellegrini per l’ostensione delle spoglie mortali di San
Francesco
La conclusione della venerazione delle spoglie mortali di
san Francesco - Di Veronica Giacometti
Assisi. Ieri, Domenica 22 marzo, si è concluso il grande
evento storico della ostensione “pubblica e prolungata” delle spoglie mortali
di san Francesco ad Assisi. Alle 17, nella chiesa superiore della
Basilica, il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e
Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha presieduto la Santa
Messa solenne di chiusura.
Sono stati tanti i pellegrini, i fedeli, i francescani, i
turisti che hanno sostato anche solo qualche minuto davanti alle spoglie
mortali di San Francesco a distanza di 800 anni dalla sua morte. Un’occasione
unica, irripetibile, di trovarsi davanti al poverello di Assisi e pregare
davanti alle sue spoglie. Sono venuti da tutto il mondo: sono stati oltre
370mila provenienti da tutta Italia e da Paesi lontani come Brasile, Stati
Uniti, Tanzania, India, Corea e del Medio Oriente.
“Siamo stati una fraternità riunita attorno a Francesco -
ha dichiarato fra Marco Moroni, Custode del Sacro Convento, in una nota
ufficiale dei frati del Convento di Assisi-. Una fraternità di
trecentocinquantamila persone raccolte qui e di molte altre in tutto il mondo.
Una fraternità composta e orante, che ha voluto incontrare nel segno di povere
e fragili ossa tutta la potenza di una vita animata dallo Spirito, che continua
a portare frutto. Grazie a tutti quelli che in modi diversi hanno collaborato
per pensare, organizzare, gestire un avvenimento che si è realizzato ben oltre
la mia immaginazione e le mie aspettative”.
“Molti mi hanno chiesto - ha dichiarato fra Giulio
Cesareo, direttore dell’Ufficio comunicazione del Sacro Convento - se mi sarei
aspettato una risposta così importante dal punto di vista delle presenze e devo
dire di sì: non avevo dubbi che saremmo stati in tantissimi a incontrare
Francesco. Una cosa che invece proprio non mi aspettavo era il modo raccolto e
gioioso che ha contraddistinto il pellegrinaggio e la venerazione in Basilica:
silenzio, pazienza, cellulari in tasca… eppure ci sono le spoglie di Francesco
e gli affreschi di Giotto. L’unica spiegazione per tutto ciò è che nessuno di
noi in realtà è venuto a vedere Francesco, ma è lui che - vivo - ci ha chiamati
per parlarci nel cuore e nella mente! È così questa l’occasione per ringraziare
- anche a nome del team della Sala Stampa del Sacro Convento - i numerosi
colleghi giornalisti e operatori della comunicazione di testate nazionali e
internazionali: abbiamo sperimentato una grande collaborazione e tantissima
professionalità. Sono convinto che una delle chiavi del grande riscontro
dell’ostensione è stata proprio in una comunicazione trasparente, capillare,
libera e organizzata”, si legge sempre sulla stessa nota.
L’evento – fanno sapere i frati - ha segnato anche
un’apertura a nuovi linguaggi di comunicazione, come la realizzazione del video
musicale dell’inno dell’ostensione, “Su questo colle”, disponibile su YouTube.
Questi i numeri definitivi pubblicati nel comunicato
stampa finale: 370mila partecipanti alla venerazione, oltre 100mila
partecipanti alle oltre 170 celebrazioni nella chiesa superiore della Basilica,
centinaia di volontari e collaboratori, oltre 300 giornalisti appartenenti a
circa 130 testate nazionali e internazionali.
Ieri sera, al termine del passaggio degli ultimi
pellegrini, si è tenuto un momento riservato ai soli frati: il rito della
reposizione delle spoglie mortali del Santo nella cripta della Basilica, gesto
che ha concluso ufficialmente l’evento.
Alle 21.30 il suono delle campane ha dato
inizio al rito presieduto dall’amministratore apostolico delle diocesi di
Assisi - Nocera Umbra - Gualdo Tadino e di Foligno, monsignor Domenico
Sorrentino, alla presenza dei soli frati del Sacro Convento.
"Celebrazione raccolta, commossa, intima e privata,
ha segnato profondamente la comunità dei frati radunati attorno alle spoglie
mortali del loro fondatore e padre". si legge nella nota ufficiale.
La celebrazione, breve e intensa, dopo l’ascolto del
Vangelo della parabola del seme (Gv 12) - che è stata la chiave interpretativa
teologico-spirituale di tutto l’evento dell’ostensione - e l’Ammonizione VI, è
proseguita con la processione di tutti i frati presenti, la traslazione delle
reliquie in cripta e si è conclusa con la benedizione solenne del presule.
"Dopo la reposizione della teca in plexiglass
all’interno dell’urna in bronzo dorato, vi è stata inserita anche la
documentazione richiesta dalla legislazione canonica; la cassa è stata chiusa a
chiave alle 22.30 circa. È seguita l’apposizione dei sigilli dell’urna di
metallo, il suo inserimento all’interno del sarcofago in pietra nel pilastro al
di sotto dell’altare maggiore e la saldatura dei sigilli della grata di metallo
che lo chiude. Il tutto si è concluso intorno alle 23.30", come riporta il
comunicato stampa. Aci 23
Io sono la resurrezione e la vita. V Domenica di Quaresima
Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons.
Francesco Cavina
Carpi. In questa domenica il brano di Vangelo presenta lo
straordinario miracolo della resurrezione di Lazzaro operato da Gesù. Nel lungo
dialogo con Marta, la sorella dell’amico morto, Cristo pronuncia una delle
affermazioni più solenni di tutto il Vangelo: “Io sono la resurrezione e la
vita, chi crede in me anche se muore vivrà. Chiunque vive e crede in me, non
morirà mai”. Queste parole possono suscitare una certa difficoltà.
L’esperienza, infatti, ci dice il contrario: anche chi crede in Gesù muore. Viene
spontaneo pensare alla riflessione di un antico filosofo greco, Epicuro,
secondo il quale “a causa della morte, noi, gli uomini, siamo come città senza
mura”, cioè senza difese e senza risposta di fronte al destino che ci attende.
Il miracolo compiuto da Gesù a Betania entra proprio in questo interrogativo
dell’uomo e offre una risposta a ciò che sembra senza via d’uscita.
La resurrezione di Lazzaro è un segno posto sul cammino
dell’umanità. Testimonia che la morte per Cristo non è una realtà invincibile.
Egli possiede il potere di restituire la vita perchè è Dio. La fede, è vero,
non elimina la nostra condizione mortale. Il cristiano, come ogni uomo,
continua a fare esperienza della fragilità, del dolore e della morte. Tuttavia,
unito a Cristo, egli sa di essere legato alla Vita che non muore e di essere
destinato a partecipare alla sua vittoria sulla morte. Quando l’uomo perde la
consapevolezza del proprio destino ultimo, la vita rischia progressivamente di
perdere significato. Lo esprime in modo incisivo il filosofo Nietzsche quando
descrive il nichilismo come una situazione in cui «manca il fine, manca la
risposta al perché» e, di conseguenza, «i valori supremi si svalorizzano»
(Crepuscolo degli idoli). La fede nella resurrezione della carne è, invece, il
segreto che racchiude il significato ultimo della nostra esistenza e di quella
del mondo.
Ma cosa intende dire Gesù presentandosi come la
Resurrezione? In un testo dei primi secoli dell’era cristiana troviamo questa
significativa affermazione “Chi dice prima si muore e poi si risorge, sbaglia”
(Vangelo apocrifo di Filippo). Sbaglia perchè ragiona come Marta, la quale
credeva solo nella resurrezione alla fine del tempo. Il Signore, invece, ci
dice un’altra cosa. La vita eterna si rende presente già in questa vita. La
nostra resurrezione finale sarà la piena manifestazione della vita divina che
noi già possediamo, perché la vita di Gesù è diventata la nostra vita.
Come accade tutto questo? L’apostolo Paolo insegna che
Cristo, “dimora nei nostri cuori” (cfr Ef.3.17) per mezzo della fede e della
nostra partecipazione ai sacramenti, “segni misteriosi della sua presenza”
(Colletta Lunedì IV settimana di Quaresima). Si tratta di una presenza, quella
di Cristo nella nostra vita, che non ha nulla di passivo, ma è dinamica perché
ha lo scopo di coinvolgerci nel suo modo di essere Figlio di Dio. E quanto più
ci lasceremo attrarre da Lui tanto più la nostra vita sarà libera, caritatevole,
capace di donarsi e di conoscere e amare Dio e i fratelli.
Alla luce di questa comunione con Cristo cambia anche il
modo di guardare la morte. Uniti a Lui vivremo la nostra morte come Egli ha
vissuto la sua: non come la fine di tutto o come una dissoluzione totale, ma
come un passaggio, una porta, un transito verso la vita piena. Il miracolo
della resurrezione dell’amico Lazzaro diviene il segno concreto della verità
delle parole di Cristo. E’ la prova che Egli è capace di vincere la morte. In
un’antica omelia troviamo queste parole: “Avendo tu visto l’opera divina del
Signore Gesù, non dubitare più della resurrezione! Lazzaro sia per te come uno
specchio: contemplando te stesso in lui, credi nel risveglio”. Aci 22
Il Pane di San Giuseppe alla Missione Cattolica Italiana di Kempten
Kempten. Sabato, 21 marzo 2026, si è svolta, nella sala
parrocchiale della Missione, la serata dedicata al Pane di S. Giuseppe.
Una tradizione siciliana e jonico-salentina, che si
tramanda da secoli e che quest'anno la famiglia Maenza ha voluto generosamente
donare –di nuovo– alla Comunità, offrendo ad essa il proprio tempo e le
proprie competenze nella preparazione della Festa del Pane di S. Giuseppe.
Si è trattato di un complesso lavoro iniziato già giorni
prima dalla Famiglia Maenza, che, avvalendosi –dato il sensibile aumento
dell'offerta– di volenterose collaborazioni esterne (la Signora Aurora),
che –ancora di più– ha riempito di fraterna gioia l'atmosfera dei
locali della Missione e tutta la Comunità, che è accorsa numerosissima anche da
località vicine; tra cui i Membri del Consiglio Pastorale: il Corrispondente
Consolare di Memmingen, Comm. Antonino Tortorici e la Signora Silvana e il
Presidente delle ACLI Baviera, Comm. Carmine Macaluso e la Signora Ursula,
giunti da Kaufbeuren.
Alle 17:00 –come ogni sabato– ha avuto luogo la
celebrazione della S. Messa prefestiva nella chiesa di St. Anton, nel corso
della quale sono stati ricordati alcuni Defunti della nostra Comunità, tra cui
le indimenticabili Signore: Angela Maenza ed Eva Stimoli, promotrici di questa
iniziativa.
Molto significativa e piena di appropriati paralleli con
la nostra odierna società l'Omelia di Padre Bruno Zuchowski, Rettore delle
Missioni Cattoliche Italiane di Augsburg e Kempten, a commento del lungo brano
evangelico che parla della Resurrezione di Lazzaro (Gv 11,1-45).
Subito dopo la S. Messa, il lieto incontro è proseguito
con i festeggiamenti in un clima di sana e fraterna allegria nella sala della
Missione poco distante, dove gli intervenuti, incoraggiati dai Membri
della Famiglia Maenza al gran completo –in primis dal Capostipite, Signor
Francesco– e dagli altri organizzatori, si sono potuti servire di innumerevoli
leccornie e –s'intende– del Pane di S. Giuseppe, subito dopo un
saluto di benvenuti e la benedizione delle innumerevoli e deliziose leccornie
da parte di Padre Bruno, di un breve intervento della cara Amica Giusy Maenza,
che ha ringraziato per il sostegno, sia le persone che l'hanno aiutata nella
preparazione di diverse decine di chili di ottime pagnottelle con tanto
di immaginette di S. Giuseppe, sia Padre Bruno e la Missione, sia i numerosi
intervenuti, annunciando un breve intervento del papà Francesco e del
compaesano Giuseppe Campagna, che hanno recitato alcune preghiere e sentenze in
dialetto.
Preghiere alle quali ne sono seguite altre recitate
–come già in altre occasioni– dal Dr. Fernando Grasso: preghiere imparate
dall'ottuagenario dalla sua nonna materna Giovannina Palermo quasi
ottant'anni fa.
Tutto questo sempre all'insegna di una sana armonia
e di un sincero, fraterno spirito religioso. Ed è stato bello notare la
presenza di tanti giovani. In ogni caso questa festa è stata –ancora una volta–
una splendida occasione per riunire la nostra Comunità, e accrescerla nella
fede e nella speranza di un futuro sempre più radioso nell'amore verso Dio e
verso il prossimo.
Comunità che presto si incontrerà per i riti della
Settimana Santa con la consueta partecipazione alla Via Crucis di Ulm e
Neu-Ulm, come annunciato dal Vicepresidente del Consiglio Parrocchiale, Signor
Sabino Scarvaglieri e dalla Segretaria della Missione, Signora Pina Baiano.
Si ringraziano sentitamente –oltre alla cara
Famiglia Maenza, per il suo generoso contributo– tutte le volenterose Amiche e
i cari Amici della nostra Comunità per il loro fraterno supporto, che hanno
contribuito –senza alcun dubbio– al successo dell'iniziativa.
Io ringrazio particolarmente inoltre, oltre –s'intende–
il Padrone di Casa, Padre Bruno, i Membri del Consiglio Pastorale: i cari
Amici: Gisella e Giampiero Trovato, Pina Baiano, Ursula Macaluso, Antonino
Trotorici, Sabino Scavaglieri, Ignazio Romano e l'altrettanto cara Famiglia
Maenza per le notizie e i contributi fotografici che mi hanno consentito di
scrivere questo breve resoconto; e invito, inoltre, coloro che leggeranno
questo resoconto e vedranno le foto e i video che seguono, a inviare eventuali
richieste di integrazioni o precisazioni.
Fernando A. Grasso, Membro del Consiglio Pastorale
Gesù ci invita ad uscire dagli spazi angusti dei sepolcri dell'egoismo
Non possiamo restare indifferenti davanti alla sofferenza
di così tante persone vittime inermi dei conflitti - Di Angela Ambrogetti
Città del Vaticano. Il racconto della risurrezione di
Lazzaro, ci invita "a liberare i nostri cuori da abitudini,
condizionamenti e modi di pensare che, come macigni, ci chiudono nei sepolcri
dell’egoismo, del materialismo, della violenza, della superficialità. In questi
luoghi non c’è vita, ma solo smarrimento, insoddisfazione e solitudine".
Papa Leone XIV lo ha detto nella riflessione prima della recita della preghiera
dell'Angelus alle dodici di oggi.
Dalla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico il
Papa ha commentato il Vangelo che oggi viene proposto nella liturgia con il
racconto della Resurrezione di Lazzaro "Nell’itinerario quaresimale,
questo è un segno che parla della vittoria di Cristo sulla morte e del dono
della vita eterna, che riceviamo con il Battesimo".
Il Papa prosegue citando Sant'Agostino, e dice che la
Grazia del Cristo Risorto "illumina il mondo che sembra in continua
ricerca di novità e di cambiamento, anche a costo di sacrificare cose
importanti – tempo, energie, valori, affetti – come se fama, beni materiali,
divertimenti, relazioni effimere, potessero riempirci il cuore o renderci
immortali. È il sintomo di un bisogno di infinito che ciascuno di noi porta in
sé, la cui risposta però non può essere affidata a ciò che passa. Niente di
finito può estinguere la nostra sete interiore, perché noi siamo fatti per Dio
e non troviamo pace finché non riposiamo in Lui".
Gesù ci sprona ad "uscire, rigenerati dalla sua
grazia, da tali spazi angusti, per camminare nella luce dell’amore, come donne
e uomini nuovi, capaci di sperare e amare sul modello della sua carità
infinita, senza calcoli e senza misura".
Dopo la preghiera il Papa parla dello
"sgomento" per la situazione delle regioni lacerate da guerra e
violenza "non possiamo rimanere in silenzio davanti alla
sofferenza di così tante persone vittime inermi di questi conflitti. Ciò
ferisce l'intera umanità". Uno scandalo per tutta la famiglia umana e un
grido al cospetto di Dio. Il Papa chiede di perseverare nella preghiera perché
cessino le ostilità e si aprano cammini di pace fondati sul dialogo e il
rispetto della dignità.
Oggi pomeriggio in san Pietro che oggi è chiesa
stazionale si rinnova il rito di antichissima tradizione della Chiesa romana
nel periodo quaresimale dell'ostensione della Reliquia
Maggiore del “Volto Santo". L'appuntamento è alle
18:00, durante il canto delle litanie, i fedeli percorreranno le navate della
Basilica. Dalla loggia della Veronica vi sarà l’ostensione della reliquia del
Volto Santo (Velo della Veronica). Seguirà, all’Altare della Cattedra, la
Celebrazione eucaristica. Aci 22
Le iniziative per la Quaresima e per i missionari nelle Diocesi
Lunedì il Consiglio Permanente della CEI - Di Cesare
Bolla
Roma. La prossima settimana per la Chiesa Italiana, si
apre con il Consiglio Episcopale Permanente che si riunisce a Roma dal 23 al 25
marzo. Durante i lavori, che saranno introdotti lunedì pomeriggio dal
presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, verranno esaminate le
Linee di orientamento per il cammino delle Chiese in Italia e alcune
determinazioni post-sinodali. Sarà anche presentata la bozza di programma
dell’Assemblea Generale che si terrà a Roma dal 25 al 28 maggio 2026. I Vescovi
si confronteranno poi sulla recezione del testo “L’iniziazione alla vita
cristiana nella prima età della vita e l’identità dei padrini e delle madrine”.
All’ordine del giorno anche la revisione del Regolamento
del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici
in Italia e l’approvazione del Messaggio per la 76ª Giornata Nazionale del
Ringraziamento che si celebrerà l’8 novembre. Infine, verranno condivise alcune
informazioni riguardanti il prossimo Congresso Eucaristico Nazionale che si
svolgerà nel 2027.
Sempre la prossima settimana si celebrerà la Giornata dei
Missionari Martiri per far memoria di tutti coloro che sono stati uccisi per il
loro lavoro pastorale al servizio del Vangelo nelle terre di missione. Nel
2025, secondo le informazioni raccolte dall’Agenzia vaticana Fides, sono stati
uccisi nel mondo 17 missionari e missionarie tra sacerdoti, religiose,
seminaristi, laici. In Africa sono stati assassinati 10 missionari (6
sacerdoti, 2 seminaristi, 2 catechisti), nelle Americhe sono stati uccisi 4 missionari
(2 sacerdoti, 2 religiose), in Asia 2 (un sacerdote, un laico) e in Europa è
stato ucciso un sacerdote. Dal 2000 al 2025 sono stati uccisi 626 missionari e
operatori pastorali.
Sono tanti i momenti di preghiera, veglie e celebrazioni
nelle diocesi italiane, mentre dal 6 all’11 aprile al Centro Unitario della
Cooperazione Missionaria (CUM) di Verona si svolgerà il “Corso per giovani
partenti” rivolto a chi ha scelto di dare la disponibilità per un periodo di
missione in una Chiesa sorella, inviato dalla propria diocesi.
Come dicevamo, molti gli appuntamenti in Italia in
occasione della Giornata.
Nella diocesi di Milano diverse le veglie in programma
nelle Zone pastorali. La prima si è già svolta il 17 marzo a Vimodrone. Giovedì
26 marzo, alle 20.30, presso la Basilica di Santa Maria Assunta a Gallarate,
sarà l’arcivescovo, Mario Delpini, a presiedere la Veglia per la Zona II.
Martedì 24 marzo, alle 18.45, la Basilica di Santa Maria della Passione
ospiterà la Veglia per la città di Milano. In occasione del trentesimo
anniversario del loro sacrificio, la preghiera - curata dal Centro Pime della diocesi
ambrosiana - sarà dedicata alla memoria dei Martiri d’Algeria. Sempre il 24
alle 20.45, la Veglia di preghiera presso la parrocchia San Francesco di Lecco
sarà dedicata alla memoria del Beato Padre Giovanni Mazzucconi nel bicentenario
della nascita, avvenuta proprio a Rancio di Lecco il 1° marzo 1826.
Nella diocesi di Senigallia il 19 marzo nella chiesa di
Sant’Antonio di Padova a Castelvecchio si è svolta l’adorazione eucaristica,
mentre martedì 24 marzo, nella chiesa di Santa Maria Assunta a Vallone di
Senigallia, la veglia di preghiera nel corso della quale si farà memoria dei
missionari e operatori pastorali uccisi nel 2025. Durante la veglia è prevista la
testimonianza di p. Gabriele Perfetti, missionario comboniano, e la riflessione
del vescovo, Franco Manenti.
In Sicilia, ad Acireale, l’Ufficio Missionario diocesano
insieme a Missio Giovani, guidati da don Orazio Sciacca, promuovono una veglia
martedì 24 marzo alle ore 20 nella chiesa Santa Margherita V. e M. di Pozzillo.
“La veglia è un momento di memoria, preghiera e testimonianza dedicato a tutti
coloro che hanno donato la propria vita per il Vangelo”, spiega una nota
pubblicata sul sito della diocesi. Don Orazio Sciacca sottolinea come, in
questa occasione, sia possibile supportare progetti di solidarietà attraverso
offerte e iniziative di sostegno, trasformando la memoria dei missionari
martiri in impegno concreto: “In Quaresima il frutto del nostro digiuno, mentre
preghiamo per i Missionari che hanno testimoniato il Vangelo con la vita, siamo
chiamati a tradurre il loro esempio in azioni concrete. Una donazione per chi
vive in contesti di povertà vicini o lontani diventa occasione di solidarietà
reale”, dice.
Nella diocesi di Concordia-Pordenone veglia di preghiera
martedì 24 marzo alle ore 20.30 nella Cattedrale di Concordia Sagittaria.
Durante la veglia la testimonianza di Teresa Zullo, missionaria della Comunità
di Villaregia originaria di San Vito al Tagliamento, in missione in Etiopia dal
2019. La diocesi – spiega nel sito diocesano Maria Eva Prosdocimo,
vice-direttore del Centro Missionario Diocesano – ha deciso di sostenere il
progetto “Napenda Kuishi” nella parrocchia di Kariobangi, situata nelle periferie
di Nairobi. Questo progetto mira ad “accompagnare i ragazzi di strada, offrendo
loro nuove opportunità di rinascita. Il sogno e la speranza per i giovani che
vivono nelle slum è che, attraverso questo progetto, diventino un segno
tangibile di chi sceglie di non abituarsi alle ingiustizie, alla povertà, e che
possano essere proprio loro testimoni del coraggio di scegliere un futuro
migliore e più dignitoso”.
In questa Quaresima, “mentre preghiamo per i missionari
che hanno testimoniato il Vangelo con la vita, ci sentiamo quindi chiamati a
essere ‘gente di primavera’ – scrive - rinnovando il nostro impegno battesimale
a vivere la nostra fede con più coraggio, coerenza e carità, specialmente verso
chi è ai margini. L’esempio dei martiri può diventare fecondo con azioni
concrete di solidarietà destinate a sostenere progetti di sviluppo che possano
creare opportunità e un futuro più dignitoso per chi vive in contesti di
povertà”. Aci 21
100 anni del Pime e missionari lucchesi in Giappone nel XX secolo
LUCCA - L’Arcidiocesi di Lucca e il Pontificio Istituto
Missioni Estere (P.I.M.E.) celebrano ciascuno nel 2026 un importante
anniversario: trecento anni dell’erezione ad Arcidiocesi della Diocesi di Lucca
(11 settembre 1726); cento anni dalla nascita dell’attuale P.I.M.E. (23 maggio
1926), per la fusione di due storiche realtà missionarie: il Seminario Lombardo
per le Missioni Estere di Milano (fondato nel 1850 da Angelo Ramazzotti) e il
Pontificio Seminario dei Santi Apostoli Pietro e Paolo per le Missioni Estere
(fondato nel 1871 da Pietro Avanzini).
La volontà di collaborare in occasione di tale
circostanza nasce per una fortunata coincidenza; nel medesimo periodo, infatti,
ricorre anche il centenario della nascita di due presbiteri lucchesi missionari
del P.I.M.E. in Giappone: p. Allegrino Allegrini di Brancoli (dal 1965 al 1972
Superiore Regionale del Giappone), e p. Fedele Giannini di Castelnuovo di
Garfagnana, Superiore Generale del P.I.M.E. dal 1977 al 1983.
Per celebrare queste ricorrenze, nel contesto del
progetto “Thesaurum Fidei”, dedicato alla conoscenza e alla valorizzazione del
patrimonio cristiano in Giappone, l’Arcidiocesi di Lucca e l’Ufficio Beni
Culturali del P.I.M.E. hanno promosso il programma “100 anni del P.I.M.E. e
missionari lucchesi in Giappone nel XX secolo”, da maggio 2026 a gennaio 2027.
In particolare, nel mese di maggio sono programmati due
incontri preparatori con padre Daniele Mazza, Vicario Generale del P.I.M.E.,
che sarà in visita il 16 maggio presso la comunità parrocchiale di Castelnuovo
di Garfagnana, città natale di padre Fedele Giannini, e il 17 maggio presso la
comunità parrocchiale del morianese per visitare Brancoli, luogo nativo di
padre Allegrino Allegrini.
Seguirà il Convegno Internazionale con sede a Lucca,
venerdì 22 maggio 2026 presso l’auditorium della Casa del Boia, con la
partecipazione di docenti e ricercatori esperti, sia italiani, sia giapponesi,
sulle tematiche storiche delle missioni in Oriente. Il convegno è promosso
dall’Arcidiocesi di Lucca e dal P.I.M.E., con il patrocinio del Dicastero per
l’Evangelizzazione, Sezione per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese
particolari, dell’Ambasciata del Giappone presso la Santa Sede e della Città di
Lucca.
A partire dal mese di ottobre 2026 e fino a tutto gennaio
2027, presso il Museo “Popoli e Culture” del Pontificio Istituto Missioni
Estere, con sede a Milano, sarà aperta la mostra “100 anni del P.I.M.E. e
missionari lucchesi in Giappone nel XX secolo” che consentirà ai visitatori non
solo di poter apprezzare alcune importanti collezioni artistiche provenienti
dal Giappone, ma anche di poter conoscere documenti e repertori fotografici
realizzati dai missionari in Estremo Oriente. La mostra è a cura di Padre
Francesco Rapacioli, Alberto D’Incà e dell’Ufficio Beni Culturali del P.I.M.E.
Con omonimo titolo, dal 28 dicembre 2026 al 31 gennaio
2027 a Lucca, presso la Chiesa di San Cristoforo, sarà allestita la mostra
dedicata ai documenti d’archivio e oggetti d’arte orientali reperiti presso le
famiglie della comunità di Brancoli dove padre Allegrino Allegrini
periodicamente trascorreva le sue brevi vacanze. Questa mostra, curata da
Olimpia Niglio e da Tommaso Maria Rossi, apre nuove prospettive di studio e di
approfondimenti sulle missioni lucchesi in Asia Orientale.
Durante l’anno seguiranno anche brevi seminari sia a
Lucca, sia a Milano che consentiranno di approfondire le tematiche del progetto
e di condividerle con le comunità locali.
Il programma degli eventi è pubblicato online a questo
link. (aise/dip
21)
Fr. Matthew (Taizé): “Il dialogo riguarda tutti”
A colloquio con fr. Matthew, priore della Comunità di
Taizé: “Per molti di noi in Europa è facile dire che quanto sta accadendo, è
lontano dalla nostra vita quotidiana. O addirittura avere l’impressione che
possa esistere una sorta di ‘guerra pulita’. Ma come possiamo rimanere
indifferenti alla sofferenza delle persone in Iran, in Libano, e anche in
Israele? Penso che il pericolo più grande sia anche l’indifferenza
dell’Occidente in questo momento”. di M. Chiara Biagioni
“Spesso ci sentiamo impotenti di fronte ad un mondo che
sta andando in fiamme. Nessuno di noi ha soluzioni. Ma una cosa che possiamo
fare tutti, è pregare. La preghiera ci tiene svegli su ciò che sta accadendo e
ci permette anche di vedere cosa concretamente potremmo fare. Perché il dialogo
non è solo tra leader politici. È qualcosa che riguarda tutti”. A parlare è fr.
Matthew, priore della comunità ecumenica di Taizé. Il Sir lo ha incontrato a
Roma, dove è arrivato perché sabato 21 marzo, sarà ricevuto – come di consueto
accade ogni anno – da Papa Leone. Parliamo con lui, proprio nei giorni in cui
il conflitto in Medio Oriente si sta infiammando e sta coinvolgendo sempre più
Nazioni. “Per molti di noi in Europa – commenta – è facile dire che quanto sta
accadendo, è lontano dalla nostra vita quotidiana. O addirittura avere
l’impressione che possa esistere una sorta di ‘guerra pulita’. Ma come possiamo
rimanere indifferenti alla sofferenza delle persone in Iran, in Libano, e anche
in Israele? Penso che il pericolo più grande sia anche l’indifferenza
dell’Occidente in questo momento”.
Lei ha viaggiato diverse volte in Paesi in guerra. Può
dirci quali sono le conseguenze che le guerre hanno sui giovani?
Nel 2024, a Natale, ero in Libano. Siamo potuti andare
perché dopo la prima serie di bombardamenti, era scattato il cessate il fuoco.
Ricordo di aver parlato con i giovani del posto Mi ha colpito molto trovare un
Paese in cui le speranze si accendono e poi svaniscono di nuovo. In un contesto
simile, è molto difficile avere fiducia in un qualsiasi processo di pace.
Perché ci sono state troppe delusioni nel corso degli anni.
In Ucraina, invece?
È diverso, perché lì c’è una guerra costante. Sono stato
a Zaporyzhia per Natale 2025. Si vede tra i giovani una forte resilienza che si
traduce concretamente in una identificazione con la lotta per la libertà. Ho
parlato con una giovane donna di 30 anni. Mi ha detto: ‘Ho trascorso più di un
terzo della mia vita in una situazione di guerra’ (è importante ricordare che
la guerra in Ucraina è iniziata nel 2014). I suoi tre figli sono addirittura
nati in tempo di guerra. Tutto questo tempo vissuto in un costante stato di
aggressione, ha naturalmente un effetto enorme sulle persone. La paura di
essere bombardati rimane impressa per sempre. E sono traumi che vengono
trasmessi anche alla generazione successiva.
Una volta che la guerra o la tregua arriveranno, ci sarà
bisogno di una guarigione del trauma che durerà per generazioni. Richiederà
attenzione e ascolto.
E in Ucraina già si vedono persone che sono formate per
questo e che hanno già iniziato questo lavoro.
Come si possono eradicare i semi della violenza che
vengono gettati e usati per giustificare una guerra?
In questo periodo ho pensato molto all’esperienza di
fratel Roger, che lasciò la sua nativa Svizzera, per andare nel villaggio di
Taizé. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, nella valle di Taizé c’era un campo di
prigionieri di guerra tedeschi, e lui ottenne il permesso di accogliere questi
prigionieri tedeschi per Natale. Quando arrivai a Taizé per la prima volta,
erano gli anni ‘80 ma il trauma della Seconda Guerra Mondiale persisteva
ancora. Fr. Roger ci diceva sempre: non c’è mai una nazione da incolpare. Ci
sono leader che sfruttano una situazione, ma la loro colpa non può mai ricadere
su una intera Nazione. Penso che questo sia fondamentale anche oggi: i semi di
violenza rischiano di perpetuarsi quando demonizziamo intere nazioni.
Non possiamo permettercelo. È giusto che in tempo di
guerra, dobbiamo essere vicini a chi soffre di più. Ma quando arriverà la pace,
dovremo essere pronti anche ad aiutare anche chi si trova dall’altra parte a
superare il proprio trauma e il proprio senso di colpa. Ci sono molto spesso
persone che lottano per la giustizia sotto regimi oppressivi. Come possiamo
rimanere vicini a coloro che non condividono ciò che sta accadendo? Come
possiamo essere costruttori di ponti – come dice spesso Papa Leone – quando arriverà
il tempo della pace? Questa è la grande domanda.
Alla luce di tutto ciò, qual è l’impegno di Taizé oggi?
Credo ci siano due cose che possiamo fare: preghiera e
presenza. Ogni settimana abbiamo una preghiera regolare per la pace che si
tiene ogni venerdì, alle otto, intorno alla croce. Questa iniziativa è iniziata
nel 2014 dopo l’appello di Papa Francesco per la pace in Medio Oriente. Da
allora abbiamo continuato a farlo.
È una preghiera di silenzio. Perché spesso non troviamo
le parole per esprimere chiaramente ciò che proviamo di fronte a queste
situazioni. Ed è anche una preghiera di solidarietà con coloro che sono
condannati al silenzio a causa di ciò che sta accadendo.
A queste preghiere partecipano numerosissimi giovani,
segno che c’è un’ansia di pace tra i giovani anche nell’Europa occidentale.
L’altra cosa che possiamo fare sono le visite che regolarmente facciamo nei
luoghi di guerra, dove rimaniamo per due o tre settimane. E ciò avviene non
solo in Ucraina, ma anche in Palestina, in Myanmar… Il fatto che qualcuno venga
da fuori a far loro visita, infonde coraggio. Non abbiamo soluzioni da
proporre. Ma questo non ci impedisce di andare e stare con le persone. E ogni volta
ci accorgiamo di quanto lavoro dietro le quinte, viene fatto – anche in
collaborazione tra le diverse Chiese – che non finisce sui titoli dei giornali.
Penso che questo sia il ruolo dei cristiani. Siamo chiamati ad essere il
lievito nell’impasto. Qualcosa di molto, molto piccolo, ma che fa la
differenza. Sir 20
Quaresima alla luce della Parola di Dio
L'intervista a padre Fabio Nardelli, docente di
Ecclesiologia alla Pontificia Università Lateranense, alla Pontificia
Università Antonianum di Roma, ed all’Istituto Teologico di Assisi - Di Simone
Baroncia
Roma. “La Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con
sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della
nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda
tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno. Ogni cammino di
conversione inizia quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola e la accogliamo
con docilità di spirito. Vi è un legame, dunque, tra il dono della Parola di
Dio, lo spazio di ospitalità che le offriamo e la trasformazione che essa opera”:
così inizia il messaggio quaresimale sulla Parola di Dio, intitolata ‘Ascoltare
e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione’ con l’invito ad un maggior
ascolto per intraprendere un cammino verso la Pasqua.
A poche settimane dalla Pasqua con padre Fabio
Nardelli, docente di Ecclesiologia alla Pontificia Università Lateranense, alla
Pontificia Università Antonianum di Roma, ed all’Istituto Teologico di Assisi,
riflettiamo sul rapporto che intercorre tra l’ascolto e il digiuno: “Il tempo
quaresimale è un kairos, un tempo propizio e favorevole per dare primato
all’essenziale. E’ un’occasione per ‘ritornare al Signore’ e prestare orecchio
alla voce del Signore per rinnovare la ‘ferma decisione’ di seguire Cristo verso
Gerusalemme. Ascoltare e digiunare sono due movimenti del cuore, che sono
interconnessi: è necessario ‘digiunare’ e purificare il nostro cuore da tante
voci per “ascoltare” la voce del Maestro; e quando si ascolta, il digiuno è una
pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio”.
Vivere la Quaresima può divenire un ‘tempo di
conversione’?
“Grazie
all’itinerario quaresimale e accompagnati dalla liturgia della Parola di queste
domeniche, si può riscoprire il gusto del vivere la ‘conversione’ come stato
permanente dell’esistenza cristiana. La conversione, infatti, indica un
movimento di ‘ritorn’”, di trasformazione e di rinnovamento; per questo il
battezzato è chiamato a vivere costantemente in esodo, in uscita da se stesso
per cercare propriamente la verità del Vangelo”.
Per quale motivo il Papa insiste sulla dimensione
comunitaria della Parola di Dio?
“La Scrittura testimonia che il popolo si radunò per
ascoltare il libro della Legge (cfr. Ne 8) e che la comunità era perseverante
nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli (cfr. At 2,42). Il luogo per
eccellenza in cui risuona e si attua la Parola di Dio è nella vita della Chiesa
(cfr. DV 5); ed è proprio per questo motivo che ‘apa Leone XIV insiste sulla
necessità di ascoltare e condividere ‘comunitariamente’ la Parola di
Dio”.
Tale messaggio quaresimale si potrebbe collegare con le
catechesi, che il papa svolge nelle udienze del mercoledì sul Concilio Vaticano
II, che è stato un ‘evento’ che ha influenzato ed, in un certo senso, ha
impresso un ‘carattere’, nella vita della Chiesa. L’assemblea conciliare è la
Chiesa che si riunisce e si interroga per scrutare con sguardo illuminato dalla
fede i ‘segni dei tempi’ ed entrare in ‘dialogo con il mondo’: per quale motivo
papa Leone XIV ha iniziato un nuovo ciclo di catechesi partendo proprio dalla
Costituzione dogmatica ‘Dei Verbum’?
“Il 7 gennaio scorso papa Leone XIV, al termine dell’anno
giubilare, ha dato avvio a un nuovo ciclo di catechesi sul Concilio Vaticano
II, soprattutto al fine di ‘rileggere’ i documenti conciliari, per riscoprirne
la bellezza, la profezia e l’attualità e riflettere, quindi, sul tempo presente
e ‘correre’ per ‘portare’ la gioia del Vangelo al mondo contemporaneo. L’assise
conciliare è stata realmente una ‘bussola’ e, pertanto, ascoltando e meditando
la preziosità di questi documenti si risveglia la fede e, soprattutto, il
desiderio dell’annuncio. La Costituzione ‘Dei Verbum’ è un documento centrale
nella riflessione del Concilio Vaticano II, in quanto rilancia la relazione
dell’uomo con Dio come un’amicizia, riscoprendo il valore e la costante
attualità della Parola di Dio”.
Cosa significa essere ‘attenti interpreti dei segni dei
tempi’?
“La dimensione dialogica è centrale nella riflessione
teologica, soprattutto in rapporto al mondo contemporaneo. L’essere ‘immersi’
nel mondo è nel DNA del cristiano che, in forza del dono ricevuto, è ‘presenza’
di Cristo nel mondo. La categoria dei ‘segni dei tempi’ è stata centrale nel
dibattito conciliare e rimane, tuttora, un aspetto ineludibile nella vita della
Chiesa: il battezzato, inserito nel mondo, è chiamato continuamente a mettersi
in ascolto del contesto e a interpretare secondo la logica evangelica le
trasformazioni di questo tempo, per accogliere una visione dell’essere umano
illuminata dal mistero di Cristo”. Aci 20
San Giuseppe nel magistero dei pontefici
Sono tanti, tantissimi, i pontefici che hanno dedicato al
santo sposo di Maria meditazioni e documenti pontifici. Un viaggio nelle loro
parole che vedono san Giuseppe custode della Chiesa - Di Antonio Tarallo
Roma. San Giuseppe, custode della Vergine Maria, custode
del Bambino Gesù. Figura importante, preziosa, fondamentale per il Disegno di
Dio sull’umanità tutta: figura che molto spesso viene quasi dimenticata, se
vogliamo, eppure in quel suo silenzio c’è un mondo tutto da scoprire. San
Giuseppe è padre, prima di tutto. Ma non solo: lavoratore. Lavoratore di legno,
ma soprattutto lavoratore per Dio. Molti, sono stati i pontefici che si sono
confrontati su di lui: documenti, discorsi, parole che hanno segnato il cammino
della Chiesa e che è importante ricordare proprio oggi.
E, dunque, partiamo - in questo viaggio - proprio dalla
festa fissata per il 19 marzo: una memoria che si diffonde verso la fine del
1300, ma diventa precetto per tutta la Chiesa solo nel 1621, circa 300 anni
dopo, grazie a papa Gregorio XV. E la breve Lettera Apostolica di Pio IX,
“Inclytum Patriarcham”, a offrirci un quadro sull’evoluzione del culto della
Chiesa per san Giuseppe: “Sisto IV, che desiderò che la festa di San Giuseppe
fosse inserita nel Messale Romano e nel breviario; Gregorio XV, che per mezzo
di un decreto dell'8 maggio 1621, ordinò che la festa fosse celebrata in tutto
il mondo con rito doppio di precetto; Clemente X, che il 6 dicembre 1670,
accordò alla festa il rito di doppia di seconda classe; Clemente XI, che con
decreto del 4 febbraio 1747, adornò la festa con Messa e ufficio interamente
propri e finalmente Benedetto XIII, che con un decreto pubblicato il 19
dicembre 1726, ordinò che il nome del santo patriarca fosse aggiunto alle
Litanie dei Santi ”.
Papa Leone XIII annovera il santo nella Lettera enciclica
“Quamquam pluries”: a san Giuseppe, il pontefice affida la “culla della
nascente Chiesa”. Fu papa Leone XIII a dedicare, per primo, un documento
pontificio sulla figura del santo sposo. “Ne consegue che il beatissimo
Patriarca si consideri protettore, in modo speciale, della moltitudine dei
cristiani di cui è formata la Chiesa, cioè di questa innumerevole famiglia
sparsa in tutto il mondo sulla quale egli, come sposo di Maria e padre di Gesù
Cristo, ha un’autorità pressoché paterna”.
Nel cinquantesimo di proclamazione di San Giuseppe,
patrono della Chiesa universale, papa Benedetto XV pubblica un motu, “Bonum
sane”, datato 25 luglio 1920 , nel quale evidenzia lo stato di cambiamento
della famiglia e della condizione operaia all'indomani della Prima Guerra
Mondiale, chiedendo che i fedeli possano pregare con più fervore San Giuseppe
“poiché parecchi sono i modi approvati da questa Sede Apostolica con cui si può
venerare il Santo Patriarca, specialmente in tutti i mercoledì dell'anno e nell'intero
mese a Lui consacrato , Noi vogliamo che, ad istanza di ciascun Vescovo, tutte
queste devozioni, per quanto si può, siano in ogni diocesi praticate ”. E
ancora: “ Ma in modo particolare, poiché Egli è meritamente ritenuto come il
più efficace protettore dei moribondi, essendo respirato con l'assistenza di
Gesù e di Maria, sarà cura dei sacri Pastori di inculcare e favorire con tutto
il prestigio della loro autorità quei pii sodalizi che sono stati istituiti per
supplicare Giuseppe a favore dei moribondi, come quelli della Buona Morte, del
Transito di San Giuseppe e per gli Agonizzanti ”. Fu sempre Benedetto XV ad
estendere a tutta la chiesa la festa della Santa Famiglia il 26 ottobre 1921.
Pio XII, il 1 maggio del 1955 istituisce la festa di San
Giuseppe artigiano che viene celebrata ogni 1 maggio. Nel 1969, nel giorno
della solennità di San Giuseppe Papa Paolo VI ricorda che lo sposo di Maria è
stato dichiarato protettore della Chiesa “per la funzione ch’egli esercitò
verso Cristo, durante l’infanzia e la giovinezza”. “Nessuna parola di lui -
sottolinea Papa Montini - è registrata nel Vangelo; il suo linguaggio è il
silenzio”.
Legato alla Vergine, ma non certo dimentico dello sposo,
Giuseppe. E’ san Giovanni Poalo II che scrive “Redemptoris Custos” che
conferisce al santo falegname il “prototipo delle famiglie cristiane”.
Veniamo al nostro recente passato: papa Benedetto XIV che
durante l’Angelus del 19 marzo del 2006 pronuncia queste parole: “Penso
anzitutto ai padri e alle madri di famiglia, e prego perché sappiano sempre
apprezzare la bellezza di una vita semplice e laboriosa, coltivando con premura
la relazione coniugale e compiendo con entusiasmo la grande e non facile
missione educativa. Ai Sacerdoti, che esercitano la paternità nei confronti
delle comunità ecclesiali San Giuseppe ottenga di amare la Chiesa con affetto e
piena dedizione, e sostenga le persone consacrate nella loro gioiosa e fedele
osservanza dei consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza”.
E a san Giuseppe pensa fin da inizio pontificato papa
Francesco che lo ricorda appunto durante la Messa di inizio Pontificato del 19
marzo del 2013: “Giuseppe è custode, perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare
dalla sua volontà”. Al padre putativo di Gesù, Papa Francesco dedica inoltre un
ciclo di 12 catechesi: iniziato il 17 novembre del 2021 e concluso il 16
febbraio del 2022. Poi, verrà, la famosa Lettera apostolica “Patris Corde” con
la quale papa Francesco indice uno speciale “Anno di San Giuseppe”, dall’8
dicembre 2020 all’8 dicembre 2021, in occasione dei 150 anni del Decreto
Quemadmodum Deus con cui Pio IX ha dichiarato lo sposo di Maria Patrono della
Chiesa universale: “Questo Bambino è Colui che dirà: «Tutto quello che avete
fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt
25,40). Così ogni bisognoso, ogni povero, ogni sofferente, ogni moribondo, ogni
forestiero, ogni carcerato, ogni malato sono “il Bambino” che Giuseppe continua
a custodire. Ecco perché San Giuseppe è invocato come protettore dei miseri,
dei bisognosi, degli esuli, degli afflitti, dei poveri, dei moribondi. Ed ecco
perché la Chiesa non può non amare innanzitutto gli ultimi”.
Il nostro oggi, papa Leone XIV. Durante l’Angelus della
quarta Domenica di Avvento, il 21 dicembre 2025, pronuncia queste parole:
“L’Evangelista Matteo lo chiama “uomo giusto” , e ciò lo connota come un pio
israelita, che osserva la Legge e frequenta la sinagoga. Oltre a ciò, però,
Giuseppe di Nazaret ci appare anche come una persona estremamente sensibile e
umana. Lo vediamo quando, prima ancora che l’Angelo gli riveli il mistero che
si sta compiendo in Maria, di fronte a una situazione difficile da comprendere
e da accettare, egli non sceglie, nei confronti della sua futura sposa, la via
dello scandalo e della pubblica condanna, ma quella discreta e benevola del
ripudio segreto. E così mostra di cogliere il senso più profondo della sua
stessa osservanza religiosa: quello della misericordia. La purezza e la nobiltà
dei suoi sentimenti, però, diventano ancora più evidenti quando il Signore, in
sogno, gli rivela il suo piano di salvezza, indicandogli il ruolo inaspettato
che egli dovrà assumervi: essere lo sposo della Vergine Madre del Messia”. Aci
19
Papa Leone XIV: “La salute non può essere un lusso per pochi”
Oggi, prima dell'udienza generale del mercoledì, papa
Leone XIV ha incontrato i partecipanti al convegno “Oggi chi è il mio
prossimo?”
Città del Vaticano. Stamane, prima dell'udienza generale
del mercoledì, papa Leone XIV ha ricevuto in udienza i partecipanti al Convegno
“Oggi chi è il mio prossimo? promosso dal Consiglio delle Conferenze Episcopali
d'Europa, dall'Organizzazione Mondiale della Sanità – Regione Europa e dalla
Conferenza Episcopale Italiana.
Papa Leone XIV ha ricordato che proprio in questa
giornata verrà presentato il secondo “Rapporto europeo OMS sullo stato
dell'equità nella salute”, un documento - per il pontefice - che richiama
l'attenzione su situazioni vissute da molte persone in Europa, in particolare
da tanti uomini e donne che sperimentano nel quotidiano la povertà, la
solitudine e l'isolamento”.Ricorda: “La salute non può essere un lusso per
pochi, ma è una condizione essenziale per la pace sociale. Una copertura
sanitaria universale non è soltanto un obiettivo tecnico da raggiungere, è
prima di tutto un imperativo morale per le società che vogliono definirsi
giuste”.
La domanda che sta al centro del tema di questa giornata,
tratta dal Vangelo di Luca è una domanda sempre attuale, "che non ha una
risposta unica e univoca, ma chiede a ciascuno di rispondere in modo concreto e
puntuale. Pertanto, possiamo domandarci: per me, in questo momento della mia
vita, chi è il prossimo?" chiede il pontefice.
Cita, infine, sant'Agostino che affermava che "il
nostro Dio e Signore volle chiamarsi nostro prossimo. Difatti il ??Signore Gesù
Cristo fa comprendere che è stato lui stesso ad aiutare quel mezzo morto che
giaceva lungo la via maltrattato e abbandonato dai briganti". Ricorda
l'Enciclica Fratelli tutti di papa Francesco che si sofferma “sul ruolo dei
briganti che avevano ferito il viandante” dice il pontefice. Per papa
Leone XIV, dunque, è importante non dimenticare nessuno perché è "illusorio
pensare che, ignorando questi fratelli e queste sorelle, sia più facile
raggiungere una condizione di felicità. Soltanto insieme potremo costruire
comunità solidali e capaci di prendersi cura di ognuno, nelle quali si
sviluppino benessere e pace, a beneficio di tutti. Curare l'umanità altrui
aiuta a vivere la propria" cocnlude papa Leone XIV. aci 18
"La partecipazione all’opera sacerdotale, profetica e regale" del
popolo di Dio
L'udienza generale del mercoledì: la "Lumen
gentium". Ricorda: "La Chiesa non può errare nella fede" - Di
Antonio Tarallo
Città del Vaticano. Roma si sveglia oggi con un'aria
fredda, atipica per il periodo preprimaverile che già stava pregustando. Eppure
non ferma, questo clima un po' rigido, i fedeli riuniti in piazza San Pietro.
Brilla il sole e riscalda i pellegrini e fedeli provenienti dall'Italia e
da ogni parte del mondo che vogliono incontrare il pontefice.
Riprende il ciclo di catechesi su “I Documenti del
Concilio Vaticano II”, incentrando la sua meditazione sul tema riguardante la
Costituzione dogmatica “Lumen gentium”: “Il popolo messianico riceve da Cristo
la partecipazione all'opera sacerdotale, profetica e regale in cui si attua la
sua missione salvifica. I Padri conciliari insegnano che il Signore Gesù ha
istituito mediante la nuova ed eterna Alleanza un regno di sacerdoti,
costituendo i suoi discepoli in un «sacerdozio regale». Questo sacerdozio comune
dei fedeli viene donato con il Battesimo, che ci abilita a rendere culto a Dio
in spirito e verità ea «professare la fede ricevuta da Dio mediante la
Chiesa»”, così esordisce papa Leone XIV.
Ricorda il sacramento della Confermazione o Cresima nel
quale “tutti i battezzati «vengono vincolati più perfettamente alla Chiesa,
sono arricchiti di una speciale forza dallo Spirito Santo e in questo modo sono
più strettamente obbligati a diffondere ea difendere la fede con la parola e
con l'opera, come veri testimoni di Cristo»”, cita sempre il documento
conciliare del 1964.
"L'esercizio del sacerdozio regale avviene in molti
modi, tutti tesi alla nostra santificazione, anzitutto partecipando all'offerta
dell'Eucaristia. Mediante la preghiera, l'ascesi e la carità operosa
testimoniamo così una vita rinnovata dalla grazia di Dio" ricorda il
pontefice. Una missione, quella dei laici, che - a detta dei padri conciliari -
partecipa a quella “missione profetica di Cristo”. Ribadisce che “il senso
della fede appartiene dunque ai singoli fedeli non a titolo proprio, ma quali
membra del popolo di Dio nel suo insieme”. Il documento conciliare concentra
l'attenzione proprio su quest'ultimo aspetto “e lo mette in relazione
all'infallibilità della Chiesa, a cui inerisce, servendola, quella del Romano
Pontefice” precisa il papa.
Infine, ribadisce: «La Chiesa, dunque, come comunione dei
fedeli che includono ovviamente i pastori, non può errare nella fede: l'organo
di questa sua proprietà, fondata sull'unzione dello Spirito Santo, è il
soprannaturale senso della fede di tutto il popolo di Dio, che si manifesta nel
consenso dei fedeli. Da questa unità, che il Magistero ecclesiale
custodisce, consegue che ciascun battezzato è soggetto attivo di
evangelizzazione, chiamato a dare testimonianza di Cristo secondo il dono
profetico che il Signore infonde a tutta la sua Chiesa” concludono papa Leone
XIV. Aci 18
Leone XIV: “possa la pace prevalere tra tutti i popoli”
Il Papa ha dedicato ancora una volta la catechesi alla
Lumen Gentium. Ai fedeli del Medio Oriente: "il cristiano è chiamato ad
essere strumento di pace". di M.Michela Nicolais
”Il cristiano è chiamato ad essere strumento di pace,
amore e riconciliazione, affinché la vera pace possa prevalere tra tutti i
popoli”. Lo ha detto Leone XIV, salutando, al termine dell’udienza di oggi, i
fedeli di lingua araba, e in particolare quelli provenienti dal Medio Oriente.
Nella catechesi, pronunciata in una piazza San Pietro ancora una volta gremita
di fedeli, il Papa si è soffermato ancora una volta sul secondo capitolo della
Lumen Gentium, dedicato alla Chiesa come popolo di Dio”
“Tutti facciamo il nostro ingresso nella Chiesa come
laici”, ha esordito prendendo a prestito le parole di Papa Francesco: “Il primo
sacramento, quello che suggella per sempre la nostra identità, e di cui
dovremmo essere sempre orgogliosi, è il battesimo”. Il sacerdozio comune
dei fedeli, ha ricordato Leone XIV, viene donato con il battesimo, che ci
abilita a rendere culto a Dio in spirito e verità e a “professare pubblicamente
la fede ricevuta da Dio mediante la Chiesa”. Inoltre, attraverso il sacramento
della Confermazione o Cresima, tutti i battezzati “vengono vincolati più
perfettamente alla Chiesa, sono arricchiti di una speciale forza dallo Spirito
Santo e in questo modo sono più strettamente obbligati a diffondere e a
difendere la fede con la parola e con l’opera, come veri testimoni di Cristo .
Questa consacrazione sta alla radice della comune missione che unisce i
ministri ordinati e i fedeli laici”.
“Tutti noi formiamo il santo popolo fedele di Dio”, si
legge infatti nella Lumen Gentium. L’esercizio del sacerdozio regale “avviene
in molti modi, tutti tesi alla nostra santificazione, anzitutto partecipando
all’offerta dell’Eucaristia”: “mediante la preghiera, l’ascesi e la carità
operosa testimoniamo così una vita rinnovata dalla grazia di Dio”. Come
sintetizza il Concilio, “l’indole sacra e la struttura organica della comunità
sacerdotale vengono attuate per mezzo dei sacramenti e delle virtù”: i padri
conciliari insegnano poi che “il popolo santo di Dio partecipa anche della
missione profetica di Cristo”.
”La Chiesa, come comunione dei fedeli che include
ovviamente i pastori, non può errare nella fede”, ha affermato il Papa,
soffermandosi sul significato del “sensus fidei” e dell’infallibilità del
Pontefice: “l’organo di questa sua proprietà, fondato sull’unzione dello
Spirito Santo, è il soprannaturale senso della fede di tutto il popolo di Dio,
che si manifesta nel consenso dei fedeli”. Il sensus fidei, ha spiegato Leone
XIV, “è come una facoltà di tutta la Chiesa, grazie alla quale essa nella sua
fede riconosce la rivelazione tramandata, distinguendo tra il vero e il falso
nelle questioni di fede, e contemporaneamente penetra in essa più profondamente
e più pienamente l’applica nella vita”. Il senso della fede, quindi,
”appartiene ai singoli fedeli non a titolo proprio, ma quali membra del popolo
di Dio nel suo insieme”: Lumen gentium “concentra l’attenzione su quest’ultimo
aspetto e lo mette in relazione all’infallibilità della Chiesa, a cui inerisce,
servendola, quella del Romano Pontefice”. “La totalità dei fedeli – ha
garantito il Papa – non può sbagliarsi nel credere e manifesta questa sua
proprietà particolare mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il
popolo, quando dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici esprime l’universale
suo consenso in materia di fede e di morale”.
“Ciascun battezzato è soggetto attivo di
evangelizzazione, chiamato a dare coerente testimonianza di Cristo secondo il
dono profetico che il Signore infonde a tutta la sua Chiesa”, l’invito di
Leone. Lo Spirito Santo, che ci viene da Gesù Risorto, dispensa “tra i fedeli
di ogni ordine grazie speciali con le quali li rende adatti e pronti ad
assumersi vari incarichi e uffici utili al rinnovamento e alla maggiore
espansione della Chiesa”, la citazione del documento conciliare. “Una
dimostrazione peculiare di tale vitalità carismatica è offerta dalla vita
consacrata, che continuamente germoglia e fiorisce per opera della grazia”, ha
osservato il Papa, secondo il quale “anche le forme associative ecclesiali sono
esempio luminoso della varietà e della fecondità dei frutti spirituali per
l’edificazione del Popolo di Dio”. “Risvegliamo in noi la consapevolezza e la
gratitudine di aver ricevuto il dono di far parte del popolo di Dio, e anche la
responsabilità che questo comporta”, l’esortazione finale. Sir 18
Chiesa cattolica in Germania: i nuovi dati
«Siamo sempre meno cristiani in Germania, ma questo non
ci impedisce – nonostante tutte le misure necessarie che ciò comporta – di
testimoniare con grande impegno personale la nostra fede. Per questo colgo oggi
l’occasione per rivolgere un ringraziamento a tutti i volontari della nostra
Chiesa, che non compaiono nelle statistiche. Sono circa 600.000 persone che
rendono possibile la presenza della Chiesa nella società con le sue molteplici
attività. Nonostante tutti i cambiamenti, incoraggio a non nascondere la testa
sotto la sabbia, ma a guardare avanti e a cercare insieme – anche in spirito
ecumenico – vie attraverso cui l’essere cristiani possa trovare maggiore
accoglienza nella società di oggi.» (vescovo Heiner Wilmer, presidente della
DBK).
* La quota dei cattolici nella popolazione tedesca rimane
al 23 per cento, pari a 19,2 milioni di membri.
* Prosegue la riorganizzazione territoriale delle
diocesi: il numero delle parrocchie scende a 8.997.
* 25 sono state le ordinazioni presbiterali nel 2025.***
I
dati per diocesi e per Land:Eckdaten des kirchlichen Lebens in den Bistümern
Deutschlands 2025 Eckdaten des kirchlichen Lebens nach Bundesländern 2025
La Conferenza Episcopale Tedesca ha pubblicato il 16
marzo 2026 i dati provvisori relativi alla vita della Chiesa cattolica in
Germania per l’anno 2025. Il quadro che emerge è articolato: alcuni indicatori
mostrano stabilità o lievi incrementi, mentre altre tendenze confermano un
calo strutturale.
Particolarmente evidente è la diminuzione nella
celebrazione dei sacramenti, dell’iniziazione alla fede nella vita familiare: i
battesimi scendono a 109.028 (2024: 116.274), mentre i matrimoni in chiesa si
attestato a 19.478 (2024: 22.513). Restano invece stabili le Prime Comunioni
(152.357) e le Cresime (105.334). Anche le esequie ecclesiastiche registrano un
calo, attestandosi a 203.496 (2024: 213.046).
Un segnale incoraggiante proviene invece dalla
partecipazione alla Messa domenicale, che per il terzo anno consecutivo cresce
leggermente, raggiungendo il 6,8 per cento.
Prosegue intanto la riorganizzazione territoriale delle
diocesi: il numero delle parrocchie scende a 8.997. Nel 2025 si contano
inoltre 25 ordinazioni sacerdotali a livello nazionale.
Per quanto riguarda i movimenti di appartenenza
ecclesiale, i dati mostrano un quadro misto: 2.269 persone sono entrate nella
Chiesa cattolica (2024: 1.839) e 5.443 sono state riammese. Rimane elevato, pur
in lieve diminuzione, il numero delle uscite: 307.117 fedeli hanno lasciato la
Chiesa (2024: 321.659).
Commentando i dati, il presidente della Conferenza
Episcopale Tedesca, il vescovo Heiner Wilmer SCJ, ha definito la statistica
«uno specchio della nostra Chiesa». Ha espresso gratitudine per l’impegno degli
operatori pastorali e dei numerosi volontari, sottolineando il lieve aumento
della partecipazione liturgica come segno positivo. Allo stesso tempo ha
manifestato preoccupazione per l’alto numero di abbandoni: ogni uscita, ha
affermato, «ci addolora, perché siamo una comunità di battezzati e cresimati».
Wilmer ha invitato a guardare avanti con realismo e speranza, cercando insieme
– anche in spirito ecumenico – nuove vie per rendere la testimonianza cristiana
più comprensibile e accolta nella società di oggi“ (dal comunicato della
Conferenza episcopale tedesca). Del.-mci.de 17
La carità può diventare patrimonio dell'UNESCO?
Torino ci prova con il "Chilometro quadrato della
carità" - Di Angela Ambrogetti
Torino. La carità può diventare patrimonio dell'UNESCO?
Ci prova la città di Torino che nei giorni scorsi ha messo al centro delle
consultazioni delle autorità civili e religiosi la proposta del “chilometro
quadrato della carità” di Torino come Patrimonio dell’Unesco appunto.
Si tratta del quartiere nel quale operarono i grandi
Santi dell’Ottocento, da Giovanni Bosco a Giuseppe Cottolengo, Leonardo
Murialdo, Giuseppe Allamano, Giulia e Tancredi di Barolo, Giuseppe
Cafasso.
Il cardinale Roberto Repole, il 17 gennaio 2026, a
Palazzo Barolo, alla cerimonia inaugurale della scultura dedicata alla
venerabile marchesa Giulia di Barolo, aveva lanciato la proposta di lavorare a
un progetto di candidatura, a patrimonio dell’Umanità Unesco, del “chilometro
quadrato della carità”, l’area della città che comprende, tra gli altri, il
Distretto Sociale Barolo, il Cottolengo, Valdocco e il Sermig.
"Mi piace pensare che questa statua sia un faro
posto in una piccola cittadella – ha detto il cardinale Repole – Un chilometro
quadrato che è una città nella città, un’area di una grandezza spettacolare per
le vicende di Torino, italiane e dell’umanità. Qui abbiamo Palazzo Barolo, poco
distante la Consolata, il Valdocco di Don Bosco, il Cottolengo e il Distretto
Sociale Barolo e poi ancora il Sermig. Tutti più o meno in un chilometro
quadrato(...) Da arcivescovo ho sognato di rendere questa “cittadella della
carità” un patrimonio dell’umanità. Perché? Perché viviamo tempi in cui tutto
diventa patrimonio dell’umanità, ma il pericolo è che si stia perdendo
l’umanità.
Ora si è costituito un primo gruppo tecnico con gli Enti
locali per avviare l’iter di candidatura. Nelle prossime settimane la Diocesi,
rappresentata dalla referente della Caritas Elide Tisi, avvierà il
coinvolgimento degli Istituti religiosi che discendono dai Santi fondatori ed
altri enti del territorio, fra essi le Fondazioni bancarie.
"I Santi che operarono nell’Ottocento
– osserva Repole – mobilitarono la città nella lotta alle grandi
sofferenze dei poveri, realizzarono in pochi decenni opere di avanguardia sul
fronte della cura dei malati (Piccola Casa del Cottolengo), dei giovani
(Salesiani, Giuseppini del Murialdo), dei carcerati (le opere dei Marchesi di
Barolo e di Cafasso), della mondialità (Missionari della Consolata, ma anche
Salesiani, Cottolenghini, Murialdini, Suore di Sant’Anna). Ulteriori figure si
muovevano attivamente in quegli stessi anni in Torino, dal beato Faà di Bruno
ai beati fratelli Boccardo. Nel piccolo quartiere alle spalle di Porta Palazzo
l’ispirazione alla carità e alla solidarietà sociale mise particolari radici.
Fu un’esperienza unica, oggi diremmo che fu una esperienza ‘di rete’, che sta
continuando ad animare Torino con iniziative religiose e laiche, antiche e
nuove, ultimo in ordine di tempo il Museo Frassati dedicato alla memoria
storica: ci sembra possibile che l’Unesco ne valuti l’eccezionale messaggio universale".
Aci 17
Papa Leone XIV in Africa, il 13-23 aprile 2026. Il programma
Città del Vaticano. E' stato reso noto oggi, dalla Sala
Stampa vaticana, il programma del prossimo viaggio apostolico di papa Leone
XIV. Un viaggio fitto di impegni che vedrà il pontefice in Africa dal prossimo
13 aprile fino al 23 aprile prossimo.
La partenza, lunedì 13 aprile 2026 alle 8.00 da Roma per
Algeri. Arrivo previsto per le 9.00 con cerimonia di benvenuto. Alle 09:45, la
visita al monumento dei martiri di Maqam Echaid con saluto del pontefice. Alle
10:15, la visita di cortesia al presidente della Repubblica nel VISITA AL
Palazzo Presidenziale e successivamente l'incontro con la società civile e con
il corpo diplomatico alle 11:00 nel Centro Convegni “Djamaa el Djazair”
(previsto un discorso del pontefice). Nel pomeriggio visita alla grande moschea
d'Algeri e alle 16:!5 visita provata al centro di accoglienza dei amicizia
delle suore agostiniane missionarie aa Bab El Oued. Per le 16:40 l'incontro con
la comunità algerina nella basilica di Nostra Signora d'Africa. Qui il
pontefice pronuncerà un discorso.
Secondo giorno di visita, martedì 14 aprile 2026. Alle
09:20, la partenza in aereo dall'Aeroporto Internazionale di Algeri “Houari
Boumédiène” per Annaba con arrivo alle 10:30. Visita al sito archeologico
di Ippona alle 11 per poi visita alla casa di accoglienza per anziani delle
piccole sorelle dei poveri con saluto di papa Leone XIV: Termina la mattinata,
alle 12:10 l'incontro privato con i membri dell'ordine agostiano. Al
pomeriggio, alle 18:00, Santa Messa nella Basilica di Sant'Agostino.
Mercoledì 15 aprile 2026, alle 9:40 congedo
dall'Aeroporto Internazionale di Algeri “Houari Boumédiène” per arrivare a
Yaoundé, qui la cerimonia di benvenuto alle 15,20 e la visita di cortesia al
Presidente della Repubblica alle 16:20 nel Palazzo Presidenziale. Alle 17:05,
incontro con le autorità, con la società civile e con il corpo diplomatico nel
Palazzo dei Congressi: in questa occasione papa Leone XIV, terrà un discorso.
Alle 17:45 l'orfanotrofio Ngul Zamba con saluto del pontefice. E incontro privato
con i vescovi del Camerun nella sede della Conferenza Episcopale.
Giovedì 16 aprile 2026, nella mattinata partenza
dall'Aeroporto Internazionale di Yaoundé-Nsimalen per Bamenda con le 11:30
l'incontro per la pace con la comunità nella Cattedrale di San Giuseppe. Alle
15:15 Santa Messa all'Aeroporto Internazionale di Bamenda con Omelia del papa.
Alle ore 17:25 Partenza dall'Aeroporto di Bamenda per Yaoundé con arrivo
all'Aeroporto Internazionale di Yaoundé-Nsimalen alle 18:20.
Venerdì 17 aprile 2026, partenza dall'Aeroporto di
Yaoundé-Nsimalen per Douala. Ore 11:00, Santa Messa nel “Japoma Stadium”. Alle
13:20 visita provata all'ospedale Sani Paul e partenza nel pomeriggio per
Yaoundé-Nsimalen dove ci sarà alle 17:30 l'incontro con il mondo universitario
all'Università Cattolica dell'Africa Centrale.
Il Papa saluterà poi il Camerun sabato 18 aprile,
celebrando la Messa, alle 9.30, nell'Aeroporto di Yaoundé-Ville. Seguirà la
cerimonia di congedo, ma nell'Aeroporto internazionale di Yaoundé-Nsimalen. Il
Papa partirà alle 12.30 e dopo due ore e mezza arriverà in Angola, terza tappa
del viaggio apostolico. Nell'Aeroporto Internazionale di Luanda “4 de
Fevereiro” il Papa verrà accolto dai rappresentanti del Paese dell'Africa
meridionale. Poi, la visita di cortesia al presidente Gonçalves Lourenço nel
Palazzo presidenziale e l'incontro con autorità. Previsto un discorso. In
serata, invece, l'incontro privato coi vescovi angolani.
Domenica 19 aprile, si sposterà a Muxima, nella provincia
del Bengo. Prima della partenza, il Papa ancora a Luanda, celebrazione della
Messa nel quartiere di Kilamba alle ore 10. Il pomeriggio alle 15.40, il
Pontefice si sposterà quindi in elicottero a Muxima. Alle 16:30 la preghiera
del Rosario nella spianata antistante il Santuario di “Mama Muxima”. Già alle
17.45 è previsto il ritorno, ancora in elicottero, a Luanda.
A Saurimo giungerà il 20 aprile alle 9.20 in aereo e,
come primo appuntamento, si recherà nella Casa di accoglienza per anziani. Poi
il papa celebrerà la Messa nella spianata di Saurimo. Subito dopo pranzo, alle
13.45, lascerà la città per fare ritorno a Luanda. E lì, nella capitale, dove
arriverà alle 15.15, vedrà vescovi, sacerdoti, consacrati e consacrati,
operatori pastorali nella Parrocchia di Nostra Signora di Fatima. Sarà questo
l'ultimo appuntamento della visita in Angola, terra dalla quale Leone si
congederà martedì 21 aprile per volare verso la Guinea Equatoriale.
Mercoledì 22 aprile 2026 alle 08:10 Partenza in aereo da
Malabo per Mongomo con Arrivo all'Aeroporto Internazionale di Mengomeyén
“Presidente Obiang Nguema”. Alle 10:30 Santa Messa nella Basilica
dell'Immacolata Concezione con Omelia del Santo Padre e poi visita alla
“Escuela tecnologica Papa Francesco” per partire nel pomeriggio dall'Aeroporto
Internazionale di Mengomeyén “Presidente Obiang Nguema” per Bata. Qui, la
visita alla progione di Bata e un momento di preghiera al monumento
commemorativo delle vittime dell'esplosione del 7 marzo 2021. Incontro nel
pomeriggio, alle 18:10, con i giovani e le famiglie. 19:40 Partenza
dall'Aeroporto di Bata per Malabo e alle 20:30 Arrivo all'Aeroporto
Internazionale di Malabo
Ultimo giorno, il 23 aprile. Alle 10:00, Santa Messa
nello Stadio di Malabo Omelia e alle 12:45 Partenza dall'Aeroporto di Malabo
per Roma con arrivo previsto per le 19:55.
Oltre al programma, la Sala Stampa della Santa Sede ha
diffuso oggi i loghi ei motti delle quattro tappe africane del viaggio di Papa
Leone. Il logo dell'Algeria, presenta due colombe che bevono dalla stessa
coppa, simbolo di pace e comunione. Al centro e in basso, il motto in arabo,
amazigh e francese: “La paix soit avec vous”, reso in arabo con il saluto
“Assalamu Alaykom”. Rappresenta il dialogo e l'incontro tra cristiani e
musulmani. Il logo del viaggio in Camerun: una Bibbia aperta,
fondamento della vita cristiana, sulla quale poggia la sagoma del Paese,
colorata con le bande verde, rosso e giallo della bandiera
nazionale. Sulle pagine della Bibbia è riportato il motto “Que tous soient
un / Che tutti siano uno” (Gv 17,21), che richiama il tema dell'unità in Cristo
e si collega al motto episcopale del Papa, “In Illo uno
unum”. Il logo dell'Angola: al centro, un semicerchio giallo
contornato come da petali allude alla ruota dentata, allegoria del lavoro,
della bandiera nazionale, mentre, unito alla croce, rappresenta l'Eucaristia.
Il Motto, a destra in basso: “Papa Leone XIV, pellegrino di speranza,
riconciliazione e pace, benedice l'Angola”. Il logo per la Guinea
Equatoriale: la mappa e la bandiera del Paese, una famiglia. Sotto, un
uomo in barca con un libro tra le mani richiama l'arrivo dei primi
evangelizzatori via mare 170 anni o sono. Il motto “Cristo, luce della Guinea
Equatoriale, verso un futuro di speranza” dice la memoria del passato e la
fiducia in un cammino di fede e speranza verso il futuro. Aci 16.3.
Terra Santa, l'appello del Cardinale Gugerotti per la Colletta
Il porporato: senza un sacrificio, senza un mutamento
nella nostra esistenza restiamo inerti in questo mondo in fiamme e quindi
complici di chi gli dà fuoco - Di Marco Mancini
Città del Vaticano. "Noi cristiani non possiamo che
sperare, perché Dio è la nostra speranza, e Dio non tradisce. Non
dimentichiamoci mai di pregare, perché Dio è la nostra speranza. Ma ora ecco
che vengo a proporti un gesto piccolo, che però va proprio nel senso di questa
conversione, di questo cambiamento: dare un po’ del nostro denaro per aiutare i
fratelli e le sorelle in estremo pericolo a vivere un giorno di più, a trovare
la possibilità di sperare e di ricominciare. Un gesto importante per loro, fondamentale
per la Custodia di Terra Santa". Lo scrive il Cardinale Claudio Gugerotti,
Prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, nell'appello per la Colletta
per i Cristiani di Terra Santa.
"Si tratta di un gesto importante anche per noi,
perché - sottolinea il porporato - ci aiuta a pensare che senza un sacrificio,
senza un mutamento nella nostra esistenza restiamo inerti in questo mondo in
fiamme e quindi complici di chi gli dà fuoco. Un gesto che si concretizzerà nel
mondo quasi dovunque proprio nel Venerdì santo".
"Per vivere - è l'appello del Cardinale Prefetto -
c’è bisogno anche del vostro contributo. Moltissimi cristiani di Terra Santa
hanno perso tutto, compreso quel lavoro che veniva dal servizio ai pellegrini.
Ora la quasi totalità di questi tende, impaurita, a non avventurarsi più in
quelle terre. I nostri fratelli e sorelle nella fede che abitano i Luoghi Santi
sanno che con il vostro contributo, e forse solo con esso, se la loro
incolumità non potrà essere garantita, tuttavia almeno le loro scuole potranno riprendere
a funzionare, qualche nuova casa potrà essere costruita e, laddove la
distruzione è totale, qualche cura sarà garantita".
"Cerchiamo di fare in modo che la nostra gente
arrivi alla Colletta cosciente che dare è un forte segno di fede, che una Terra
Santa senza credenti è una terra perduta, perché si smarrisce la memoria viva,
che è la continuità con la fonte della salvezza che ci ha rigenerati in Cristo.
Esorta, convinci, risveglia le coscienze, richiamale alla solidarietà di
quest’unico Corpo di Cristo che è la Chiesa, estesa su tutte le terre del
mondo".
"La Colletta per la Terra Santa - ha concluso il
Cardinale Gugerotti - con l’inestimabile aiuto quotidiano dei nostri
francescani e di quanti animano e lavorano nelle comunità sul posto, sarà una
goccia nell’oceano, ma l’oceano, a forza di perdere gocce, sta diventando un
deserto". Aci 16
Accogliendo il Signore il cammino diventa più chiaro
Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons.
Francesco Cavina
Carpi. Il Vangelo della quarta domenica di Quaresima ci
presenta una delle pagine più luminose del Vangelo di Giovanni: il racconto del
cieco nato che viene guarito da Gesù (Gv 9). È una storia che non parla
soltanto di un miracolo straordinario, ma di un cammino interiore che conduce
dal buio del peccato alla luce della fede. All’inizio del racconto, l’uomo
guarito conosce appena Colui che lo ha liberato dalla sua cecità. Sa soltanto
che è “un uomo che si chiama Gesù”. Ma, passo dopo passo, attraverso domande,
contestazioni e incomprensioni, la sua conoscenza cresce. Quando, finalmente,
Gesù gli si rivela apertamente, il cieco guarito giunge a dire: «Credo,
Signore!» e si prostra davanti a Lui. Il cieco guarito riconosce che Gesù non è
soltanto un uomo straordinario o un maestro spirituale: egli è il Figlio di
Dio.
Questo episodio ci ricorda una verità essenziale della
fede cristiana: credere non significa aderire a una vaga idea di divinità, né
lasciarsi guidare da semplice sentimento religioso o da una emozione interiore.
La fede cristiana ha un contenuto preciso e concreto: è fede in Gesù Cristo,
Figlio di Dio e figlio di Maria, vero Dio e vero uomo. Per questo la Chiesa,
fin dalle sue origini, ha custodito con grande cura questa verità. La catechesi
e la predicazione della Chiesa, se non vogliono venire meno al loro compito,
devono conservare la vera identità di Gesù, non possono, cioè, limitarsi a
presentare o la sua umanità o la sua divinità. Un Gesù “dimezzato”, per quanto
grande e affascinante possa apparire, non può salvare l’uomo dal peccato e
dalla morte.
Davanti alla rivelazione che Gesù fa di sè entra sempre
in gioco la libertà dell’uomo. L’uomo può aprirsi al mistero di Dio che si
manifesta, come ha fatto il cieco guarito, oppure può rifiutarlo, chiudendosi
nell’orgoglio e nella presunzione, come hanno fatto i farisei del
racconto evangelico. Ed è proprio qui che nasce il grande dramma spirituale
dell’umanità. Quando l’uomo, affascinato dalle proprie capacità e dalle
conquiste della sua intelligenza, pensa di poter fare a meno di Dio; quando crede
di poter costruire il proprio destino contando soltanto sulle proprie forze e
considera Dio come il residuo di un’epoca ormai superata, allora lentamente la
notte scende sul mondo.
È innegabile: l’uomo è capace di realizzare cose
straordinarie. La scienza, la tecnica, la cultura hanno raggiunto progressi
impressionanti e continuano a svilupparsi anche senza un riferimento esplicito
alla fede. Tuttavia, questo “rifiuto-dimenticanza” di Dio ha ridotto l’uomo
dentro gli spazi angusti del tempo e della contingenza, provocando una
sensazione diffusa di inquietudine e di vuoto. L’uomo contemporaneo possiede
molti mezzi, ma spesso non sa più perché vivere. Ha moltiplicato le possibilità
della vita, ma ha smarrito il senso dell’esistenza.
L’amicizia di Gesù, invece, depone l’eternità dentro i
nostri giorni, e ci fa entrare in un mondo di umana e spirituale ricchezza, di
novità e di sorprese che hanno portato un santo spagnolo a testimoniare che:
“In Dio si scoprono nuovi mari quanto più si naviga”. Se anche noi, come
il cieco guarito, arriviamo a riconoscere in Lui il Signore e lo accogliamo
nella nostra esistenza, allora tutto cambia. La vita trova una direzione, il
cammino diventa più chiaro, le prove e le fatiche trovano un senso, e soprattutto
nasce nel cuore la certezza consolante che non siamo soli. Ciò che manca
all’uomo, dunque, non è qualcosa, ma Qualcuno: gli manca Dio. Aci 15
San Francesco: l’ostensione come lezione di leadership per il nostro tempo
In occasione dell’VIII centenario della morte di san
Francesco, ad Assisi si sta svolgendo la prima ostensione pubblica delle sacre
spoglie del Poverello. In questi giorni migliaia di pellegrini, provenienti da
contesti culturali e geografici differenti, stanno attraversato la basilica di
San Francesco d’Assisi per sostare davanti a un corpo che, otto secoli dopo,
continua ad attrarre – di Marco Valeri
In occasione dell’VIII centenario della morte di dan
Francesco, ad Assisi si sta svolgendo la prima ostensione pubblica delle sacre
spoglie del Poverello. In questi giorni migliaia di pellegrini, provenienti da
contesti culturali e geografici differenti, stanno attraversando la basilica di
San Francesco d’Assisi per sostare davanti a un corpo che, otto secoli dopo,
continua ad attrarre. Francesco continua a generare mobilitazione, consenso
diffuso, partecipazione trasversale. Questo fenomeno merita un’attenta analisi.
L’ostensione non è soltanto un evento religioso. È la manifestazione concreta
di un capitale simbolico costruito attraverso coerenza, visione e credibilità.
In un’epoca segnata dalla volatilità della reputazione e dalla fragilità della
fiducia, la figura di Francesco offre un modello di leadership
sorprendentemente attuale.
Leadership per attrazione: il potere dell’esempio
Francesco non ha mai detenuto un potere formale nel senso
moderno del termine. Non era un capo politico, non era un imprenditore, non era
un amministratore di strutture complesse. Eppure, è riuscito a fondare un
movimento globale che, nel giro di pochi anni, si è diffuso nel Mondo.
Il primo tratto distintivo della sua leadership è
l’attrazione. Francesco non impone ma ispira. Non convince con argomentazioni
sofisticate, ma con la coerenza radicale tra ciò che proclama e ciò che vive.
In termini organizzativi, potremmo parlare di leadership esemplare: l’autorità
deriva dalla credibilità personale.
Oggi, molte organizzazioni soffrono di un deficit di
fiducia interna. I collaboratori percepiscono una distanza tra i valori
dichiarati e le pratiche effettive. Francesco, al contrario, riduce al minimo
questa distanza. Quando sceglie la povertà, la vive personalmente. Quando parla
di fraternità, si pone realmente come fratello tra fratelli. La coerenza
diventa la principale leva di influenza.
Visione chiara e proposta semplice
Ogni leadership efficace si fonda su una visione.
La visione di Francesco è sintetica ma potentissima:
vivere il Vangelo in forma radicale, nella minorità e nella fraternità. Non si
tratta di un piano strategico complesso, ma di un orientamento limpido,
facilmente comunicabile e comprensibile.
Nelle organizzazioni contemporanee, la complessità spesso
offusca la direzione. Francesco, invece, offre una proposta semplice,
replicabile, centrata su pochi principi non negoziabili. Questa chiarezza
riduce l’ambiguità interna e facilita l’allineamento dei membri.
Leadership inclusiva: attrarre anche chi non crede
L’ostensione delle sacre spoglie offre un dato
interessante: non tutti i visitatori sono credenti praticanti. Eppure, tutti si
sentono legittimati ad accostarsi. Questa inclusività è parte integrante della
leadership francescana.
Francesco costruisce una proposta non esclusiva. La sua
attenzione ai poveri, al creato, alla pace costituisce un terreno comune su cui
possono incontrarsi sensibilità diverse.
Tale aspetto è particolarmente rilevante in contesti
organizzativi complessi, caratterizzati da pluralità culturale e valoriale. La
capacità di Francesco di mantenere saldo il centro – il Vangelo – e, al tempo
stesso, di dialogare con tutti rappresenta una competenza strategica.
Autorità come servizio: il paradigma della minorità
Il cuore della leadership francescana è la minorità.
Francesco rifiuta il linguaggio del dominio e adotta quello del servizio. In un
contesto aziendale, questo approccio richiama il modello della servant
leadership: il leader è al servizio della crescita degli altri. Ma nel caso di
Francesco non si tratta di una tecnica gestionale. È una scelta antropologica.
L’autorità è legittima solo se genera sviluppo,
responsabilità, maturità nei membri della comunità. Egli non crea dipendenza,
ma autonomia, non concentra potere, ma distribuisce fiducia.
In tempi in cui molte organizzazioni sono attraversate da
crisi di leadership, scandali reputazionali e conflitti interni, il paradigma
francescano suggerisce una via alternativa: ridurre l’ego del leader per
aumentare la coesione del gruppo.
Capitale simbolico e sostenibilità nel lungo periodo
L’VIII centenario mette in luce, con particolare
evidenza, la straordinaria resilienza del modello francescano. A ottocento anni
dalla scomparsa del fondatore, il movimento rimane presente, capillare,
socialmente riconosciuto. Un simile dato apre una riflessione sulla
sostenibilità della leadership nel tempo.
Francesco, infatti, non fonda il consenso attorno alla
propria persona come figura carismatica isolata; dà forma, invece, a una
cultura condivisa. È la cultura della fraternità, radicata in pratiche e
significati, che continua a vivere oltre il leader. Egli riesce a trasformare
il carisma personale in patrimonio collettivo.
La sostenibilità di un’organizzazione dipende proprio da
questo passaggio: dal leader al sistema, dalla figura alla cultura. In questa
prospettiva, l’ostensione delle spoglie non appare come un tributo a
un’autorità del passato, ma come il segno concreto di un’eredità resa stabile,
capace di generare nel tempo orientamento e appartenenza.
Conclusione: una lezione per la società di oggi
L’ostensione pubblica delle spoglie del Poverello
di Assisi non va letta soltanto come un momento di devozione. Essa va vista
come un richiamo forte, per il presente, sulla leadership.
A distanza di ottocento anni, Francesco non guida più
attraverso la parola ma attraverso la testimonianza.
Le persone che in queste ore si accostano alla
venerazione delle reliquie riconoscono, ciascuna secondo la propria
sensibilità, la forza di un’autorevolezza che non dipende dalla posizione,
bensì dalla coerenza. In una società come l’attuale, attraversata da
cambiamenti accelerati e da una crescente crisi di fiducia, la figura di
Francesco continua a suggerire che la leadership più solida si fonda non sul
dominio, bensì sulla credibilità e sulla capacità di orientare comportamenti.
Ed è forse proprio questa, oggi, la forma più elevata e più attuale di
leadership. Sir 14
Odio anticristiano, fenomeno in aumento nei Paesi Ue
Attacchi ai luoghi di culto, aggressioni a sacerdoti,
discriminazioni e denigrazione pubblica: il fenomeno dell’odio anticristiano
cresce in Europa e resta spesso sottovalutato. Alessandro Calcagno,
vicesegretario generale della Comece, spiega al Sir perché sono urgenti un
Coordinatore Ue dedicato e una protezione realmente paritaria per tutte le
comunità religiose, superando logiche distorte su maggioranze e minoranze - di
M. Chiara Biagioni
“Il messaggio che riceviamo da numerose Conferenze
episcopali è quello di un fenomeno in aumento”. Attacchi ai luoghi di culto,
aggressioni ai danni di sacerdoti, varie forme di discriminazione, fino ad
arrivare a discorsi di odio unicamente per aver espresso un’opinione.
Parte da qui Alessandro Calcagno, vicesegretario Generale
della Comece e consigliere per gli affari giuridici. Il Sir lo ha intervistato
dopo che i vescovi Ue hanno espresso il loro plauso per la recente risoluzione
del Parlamento di Strasburgo che esorta la Commissione europea a nominare un
Coordinatore per la lotta all’odio anticristiano in tutta l’Unione. “Si tratta
di un fenomeno da vedere in chiave pluriennale, per avere un quadro chiaro dei
trend in evoluzione”, spiega Calcagno. “Gli attacchi ai luoghi di culto sono un
problema ben presente nei paesi dell’Unione europea ed è per questo che persino
la Commissione Europea ha deciso negli ultimi anni di dedicare finanziamenti Ue
a questo specifico problema. Tali fondi finanziano iniziative e consorzi di
vario tipo, coinvolgenti vari attori religiosi e autorità pubbliche, per
rispondere al fenomeno in maniera efficace. Inoltre, anche la recente Agenda Ue
per la prevenzione e la lotta al terrorismo sottolinea che proteggere tutte le
comunità religiose dall’odio, dalla discriminazione e dalla violenza rimane un
impegno fondamentale dell’Europa”.
Può fare qualche esempio concreto?
C’è il problema degli attacchi alle scene di natività, in
paesi come Francia e Italia è un problema messo in evidenza, anche a Bruxelles
è accaduto l’anno scorso.
In vari paesi vi sono stati casi di membri del clero
incriminati per discorsi di odio unicamente per aver espresso o diffuso
insegnamenti cristiani o fornito assistenza pastorale.
Si registrano aggressioni nei confronti di sacerdoti in
vari paesi, incluso in Polonia. Anche l’esclusione delle Chiese dall’accesso a
fondi pubblici per il finanziamento di progetti è un fenomeno preoccupante
emergente. In alcuni casi si va oltre la discriminazione e si arriva a vere e
proprie violazioni delle libertà di religione dei cristiani. A volte emergono
proposte molto allarmanti sotto tale aspetto, ad esempio, quella di vietare
l’accesso alla confessione per i minori. Gli episodi sono molti e di vario
tipo, livello e ambito. Va detto che ci sono Rapporti annuali che attestano il
fenomeno, come quello dell’Osservatorio sull’Intolleranza e la discriminazione
contro i cristiani in Europa (Oidac), e che l’Osce ha recentemente pubblicato
un ottimo documento intitolato “Comprendere i crimini di odio anti-Cristiano e
affrontare le esigenze in tema di sicurezza delle comunità cristiane”.
Dunque, un fenomeno presente. Ma perché sottovalutato?
Un problema da considerare è anche quello dell’under-reporting:
molti casi, per svariate ragioni, non vengono denunciati o riportati alle
autorità competenti dalle vittime. Inoltre, una serie di organismi deputati a
lottare contro la discriminazione senza distinzioni, come ad esempio l’Agenzia
per i Diritti fondamentali Ue (Fra), non considerano il fenomeno in questione,
e si concentrano unilateralmente sulle minoranze. Si tratta di un problema che
la Comece ha sollevato più volte a livello Ue: occorre rompere la dinamica
“majorities vs. minorities”, assicurando protezione a ciascun credente e
a ciascuna comunità senza tralasciare l’attenzione per le specificità
delle singole comunità.
Con l’eccezione di cui si è detto sopra rispetto ai
luoghi di culto, si nota una certa reticenza nell’ambito dei fondi Ue.
L’attuale Fondo ‘Cerv’ e il futuro Fondo ‘AgoraEU’ si concentrato sul tema
dell’odio solo per le comunità Musulmane ed Ebraiche ma non per i Cristiani. La
Comece è impegnata a fare in modo che tale tendenza, francamente
incomprensibile, venga superata.
Rispetto ad altri paesi del mondo quale forme di
“violenza” si manifestano nei paesi europei verso il pensiero, la presenza e
l’azione dei cristiani?
Personalmente ritengo sia opportuno operare una sorta di
distinzione tra la dimensione esterna all’Unione Europea e quella interna ad
essa. Come detto in precedenza, nell’Ue i casi sono molti, ma insistere
eccessivamente sul termine ‘persecuzione’ all’interno dell’Ue comporta un
rischio: quello di fornire argomenti a coloro che intendono bollare le relative
richieste come esagerate e pertanto da non prendere con particolare attenzione.
Il Papa stesso nel suo discorso al Corpo diplomatico accreditato presso la
Santa Sede, nel gennaio scorso, ha parlato di “sottile forma di discriminazione
religiosa nei confronti dei cristiani” per quanto riguarda l’Europa. Nella sua
recente reazione alla richiesta del Parlamento Ue di nominare un Coordinatore
per questo ambito, la Comece ha sottolineato l’opportunità di evitare
riferimenti a termini legati al controverso concetto di ‘fobia’. Ciò
circoscriverebbe il problema ad un livello mentale/psicologico/patologico,
sottraendo attenzione a quelli che sono reali e concreti casi di
discriminazione, di violazione del diritto fondamentale alla libertà di
pensiero, coscienza e religione. Le parole che si scelgono contano anche in
questo contesto.
Cosa si cela dietro questa insofferenza per le fedi
religiose? E in particolare per la Chiesa cattolica?
Si tratta di un fenomeno complesso come complesse sono le
società del nostro continente.
È a tutti evidente che i paesi europei stanno
attraversando una fase di secolarizzazione aggressiva, che tende ad escludere
la religione dallo spazio pubblico.
Da un certo numero di anni, in Europa ci si è focalizzati
sulle minoranze di ogni tipo e sulla loro protezione. Purtroppo, però le
‘maggioranze’ – peraltro riconosciute come tali solo quando ciò si rivela
conveniente – sono state in ultima analisi trascurate. Le Chiese Cristiane
hanno finito per diventare spesso un “obiettivo legittimo” per campagne
pubblicitarie, espressioni online, gratuita denigrazione dei loro simboli o
riti religiosi, in alcuni casi con una sorta di garanzia di benevola impunità.
Occorre infine ricordare che la Chiesa Cattolica è particolarmente esposta,
essendo una delle poche istituzioni rimaste ad assumere, con coraggio,
posizioni chiare e decise su temi eticamente sensibili, attirandosi l’astio del
mainstream e di chi è disposto ad accettare solo ciò che politically correct.
Quale ruolo dovrebbe svolgere il coordinatore e perché i
vescovi europei hanno preso a cuore la sua istituzione?
Il mandato del nuovo Coordinatore per l’odio contro i
Cristiani nell’Ue dovrebbe coprire la lotta all’incitamento all’odio, ai
crimini d’odio e alla discriminazione contro di essi, oltre che le violazioni
della loro libertà di religione. Un altro tema che occorre includere è quello
della lotta all’analfabetismo religioso, necessaria anche all’interno di molte
istituzioni pubbliche, come spesso da noi sottolineato. Anche il tema della
sicurezza è fondamentale, per i luoghi di culto, ma anche per le persone: pensiamo
ad esempio alle processioni religiose, ma in generale a tutto ciò che è
manifestazione della fede cristiana nello spazio pubblico. All’interno della
Commissione europea, il Coordinatore sarebbe tenuto a consigliare il
Commissario responsabile su tutte le suddette questioni nelle politiche Ue ove
rilevante, oltre che più in generale a favorire la sensibilizzazione sul tema.
Occorrerà poi prevedere la cooperazione del Coordinatore con le Chiese
cristiane, per raccogliere casi, preoccupazioni, raccomandazioni, così come il
sostegno agli sforzi degli Stati membri in materia. I vescovi della Comece
hanno il polso della situazione nei rispettivi paesi Ue e negli ultimi anni la
loro voce in merito si è fatta più intensa.
La risposta del Segretariato della Comece a tale impulso
non viene formulata “contro” nessuno e non intende colpevolizzare alcuno, né
deve essere vista come polarizzante.
Essa tende anzi di eliminare tale rischio attraverso
un’equa protezione per tutte le principali fedi del continente. Siamo, inoltre,
di fronte ad un dato politico rilevante: il fatto che in Parlamento Ue sono ora
presenti maggioranze a sostegno di tale proposta, rende scarsamente credibili
le critiche di chi continua. Sir 14
Card. Zuppi: “Pace è il nome di Dio”
L'omelia del cardinal Zuppi, arcivescovo di Bologna e
presidente della Cei, in occasione della Giornata di preghiera e digiuno per la
pace
Roma. “Papa Leone ha chiesto di «fermare la spirale della
violenza prima che diventi una voragine irreparabile». Per questo preghiamo e
invochiamo perché la sua richiesta accorata venga accolta. Una spirale diviene
un meccanismo di cause e di effetti che nessuno riesce a controllare anche se
può fare credere di esserne in grado. La spirale rivela che la guerra ha solo
una terribile logica, geometrica, che una volta liberata condiziona anche chi
l’ha innescata, costringendolo a fare quello che forse non vorrebbe”, queste le
parole del cardinal Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente
della Cei, pronunciate nella Collegiata di San Biagio di Cento (Ferrara) in
occasione della Giornata di preghiera e digiuno promossa dalla Conferenza
Episcopale Italiana. Zuppi ha celebrato i Vespri, ricordando l’importanza della
pace.
Giudica importante il ruolo della diplomazia che “non è
illusione, anzi è lucida comprensione che, se ascoltata, può permettere di
fermare la terribile illusione della forza”. Mette in campo l’importanza della
conoscenza della storia: “Ad esempio, la non applicazione degli accordi di
Minsk II è motivo importante nel conflitto in Ucraina, come la non applicazione
della Risoluzione 1701 in Libano è una delle cause per la non-soluzione della
contesa tra Hezbollah e Israele” cita il porporato.
“Non ci stanchiamo di dire che la guerra è inutile. È
sempre una sconfitta per tutti. Anche chi vince è uno sconfitto. Chi può
credere di vincere o distruggere completamente l’altro? Solo un accordo potrà
mettere la situazione in equilibrio. Chi pensa che la guerra sia un ordine non
conosce la storia e ha perso la memoria. Cosa resta dopo una guerra? La
distruzione, danni ambientali, odi, povertà che preparano quella successiva”
continua. E ribadisce che in questi tempi bui che stiamo vivendo, “vogliamo che
brilli la luce di uomini e donne che scelgono di essere artigiani di pace
cominciando a disarmare il loro cuore convinti che solo così si può disarmare
il mondo dal pregiudizio, dall’odio, dalla vendetta. Dipende da noi”.
Infine, pone l’attenzione sul ruolo dell’Europa: “Lo
spirito religioso può consentire di lavorare per l’unità. Quei cristiani, che
coraggiosamente costruirono l’architettura dell’Europa e che lo fecero da
cristiani per tutti e insieme a tutti, ispirino altri a cercare con audacia
soluzioni per imparare a rendere la pace possibile, a costruire ponti quando
ancora c’è il vuoto e muri da oltrepassare, a preparare tavoli di dialogo per
studiare garanzie e diritti e doveri convincenti e garantiti, a farlo con visione
e responsabilità”.
E conclude: “Non rendiamo la pace una tregua.
Sant’Agostino dice che «sono degni di maggiore gloria quanti invece di uccidere
gli uomini con la spada uccidono la guerra con le parole e ottengono e
conservano la pace attraverso la pace piuttosto che fare ricorso alla guerra».
Solo insieme se ne esce. Troviamo i meccanismi capaci di garantire questa
interdipendenza che sfugga alla terribile e distruttiva logica della forza. I
nazionalismi, nelle varie edizioni, e i totalitarismi che rovinano le
appartenenze siano superati dalla visione di pensarsi insieme e non contro gli
altri. E Dio, che ci ricorda che la guerra è un omicidio perché uccide l’uomo,
suicidio perché uccide quel corpo cui l’uccisore fa parte e deicidio perché
uccide l’immagine e la sua stessa somiglianza, ci aiuti a sentirci parte della
stessa famiglia umana e a combattere la vergogna e il disonore di un fratello
che alza le mani contro suo fratello. Il giudizio di Dio ci ispiri a dominare
l’istinto o il calcolo, le convenienze, e ci aiuti a essere operatori di pace a
cominciare da noi stessi, ovunque e dove si scavano le trincee della violenza e
dell’odio". Aci 13
"La giustizia sia sempre illuminata dalla verità e accompagnata dalla
misericordia"
ll Pontefice stamane è intervenuto alla cerimonia per
l’apertura dell’Anno giudiziario del Tribunale dello Stato della Città del
Vaticano - Di Marco Mancini
Città del Vaticano. “La giustizia autentica non può
essere compresa soltanto nelle categorie tecniche del diritto positivo. Alla
luce della missione che orienta l’azione della Chiesa, essa appare anche come
esercizio di una forma ordinata di carità, capace di custodire e promuovere la
comunione”. Lo ha detto stamane Papa Leone XIV intervenendo alla cerimonia per
l’apertura dell’Anno giudiziario del Tribunale dello Stato della Città del
Vaticano.
“La tradizione cristiana – ha sottolineato il Papa - ha
sempre riconosciuto nella giustizia una virtù fondamentale per l’ordine della
vita personale e comunitaria. Quando l’amore è rettamente ordinato, quando
Dio è posto al centro e il prossimo è riconosciuto nella sua dignità, allora
l’intera vita personale e sociale ritrova il suo giusto orientamento. Da questo
ordine dell’amore nasce anche l’ordine della giustizia. L’amore autentico
non è mai arbitrario o disordinato, ma riconosce la verità delle relazioni
e la dignità di ogni persona. Per questo la giustizia non è soltanto un
principio giuridico, ma una virtù che contribuisce a edificare la comunione e a
rendere stabile la vita della comunità”.
San Tommaso d’Aquino – ha aggiunto Leone XIV – “mette in
luce il carattere stabile e oggettivo della giustizia, che non dipende da
interessi contingenti, ma si radica nella verità di ciascuna persona e nella
ricerca del bene comune. Alla luce di questa tradizione si comprende
anche il legame profondo tra giustizia e carità. Nella pienezza della
carità la giustizia trova il suo compimento più autentico. Ne consegue che,
laddove non vi sia una vera giustizia, non può sussistere neppure un autentico
diritto, poiché il diritto stesso nasce dal riconoscimento della verità
dell’essere e della dignità di ogni persona. L’amore e la verità non possano
essere separati: solo amando si conosce la verità, e l’amore della verità
conduce a scoprire la carità come suo compimento”.
“La giustizia, quando è esercitata con equilibrio e
fedeltà alla verità, diventa – ha proseguito Papa Leone - uno dei più solidi
fattori di unità nella comunità. Essa non divide, ma rafforza i legami che
uniscono le persone e contribuisce a edificare quella fiducia reciproca che
rende possibile la convivenza ordinata”.
Nello specifico dello Stato della Città del Vaticano,” il
compito di amministrare la giustizia assume un significato particolarmente
rilevante. L’amministrazione della giustizia non si limita infatti alla
risoluzione delle controversie, ma contribuisce alla tutela dell’ordine
giuridico e alla credibilità delle istituzioni. In un ordinamento come
quello dello Stato della Città del Vaticano, strumentale alla missione del
Successore di Pietro in quanto sorregge l’indipendenza alla Santa Sede anche nel
campo internazionale , tale funzione assume una valenza ancora più
significativa. L’amministrazione della giustizia, infatti, contribuisce anche
alla tutela di quel valore di unità che costituisce un elemento essenziale
della vita ecclesiale”.
Così – ha ancora spiegato il Papa – “il processo non
rappresenta semplicemente il luogo del conflitto tra pretese contrapposte, ma
diventa uno spazio ordinato nel quale, mediante il confronto regolato tra le
parti e l’intervento imparziale del giudice, il dissenso viene ricondotto entro
un orizzonte di verità e di giustizia”.
Il servizio del Tribunale SCV – secondo il Pontefice –
“assume dunque un valore, oltre che istituzionale, profondamente ecclesiale.
Attraverso il discernimento attento dei fatti, l’ascolto rispettoso delle
persone coinvolte e l’applicazione corretta delle norme per rappresentare
fedelmente i principi dell’ordinamento, voi partecipate a una missione che è
insieme giuridica e spirituale. La giustizia nella Chiesa non è mero esercizio
tecnico della norma, ma ministero al servizio del Popolo di Dio. Essa richiede,
oltre che competenza giuridica, anche sapienza, equilibrio e una costante
ricerca della verità nella carità. Ogni decisione, ogni processo e ogni
giudizio sono chiamati a riflettere quella ricerca della verità che sta al
cuore della vita della Chiesa”.
“ Quando la giustizia – ha concluso - è esercitata con
integrità e fedeltà alla verità, essa diventa un fattore di stabilità e di
fiducia all’interno della società, generando come naturale conseguenza l’unità.
La giustizia sia sempre illuminata dalla verità e accompagnata dalla
misericordia, poiché entrambe trovano la loro pienezza in Cristo. Così il
diritto, applicato con rettitudine e spirito ecclesiale, diventa uno strumento
prezioso per edificare la comunione e rafforzare l’unità del Popolo di Dio”.
Aci 14
L'importanza di tutelare le persone più vulnerabili
Stamane l'incontro con il consiglio direttivo della
Fondazione Cattolica
Città del Vaticano. “La vostra visita mi offre
l’occasione di sottolineare quanto sia importante, nel nostro tempo, studiare e
valorizzare la storia del movimento cattolico in Italia, per trarne ispirazione
e tradurre nell’oggi le intuizioni e le esperienze di uomini e donne che nella
loro vita hanno unito fede e impegno per la giustizia. Centinaia di
cooperative, casse rurali e società di mutuo soccorso furono la risposta
concreta all’invito rivolto da Papa Leone XIII con
l’Enciclica Rerum novarum, ad organizzarsi anche a livello economico per
affrontare la questione sociale”. Lo ha detto Papa Leone XIV, stamane,
incontrando il consiglio direttivo della Fondazione Cattolica.
“Vent’anni fa – ha ricordato il Papa - è nata
la Fondazione Cattolica, riconoscendo il ruolo fondamentale del Terzo
Settore nel sostegno alle comunità, alle persone e alle famiglie che vivono
condizioni di maggiore fragilità e di emarginazione sociale. In questo modo,
favorendo le iniziative di tante associazioni e imprese sociali, fondazioni ed
enti religiosi, avete dato un contributo importante alla coesione sociale e
alla tutela delle persone più vulnerabili”.
“Vi incoraggio – è stato l’invito di Leone XIV -a
proseguire in questo impegno, anche adoperandovi, come già fate, per promuovere
la formazione dei giovani attraverso percorsi educativi, culturali e di
partecipazione. In questo campo l’ultima nata è l’Academy per il Terzo Settore,
in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che
volete estendere anche alla LUMSA a Roma .Vi raccomando di coltivare sempre lo
spirito che la anima e lo stile evangelico, perché vi sia coerenza tra i fini
che vi proponete e i mezzi e gli strumenti con cui li perseguite”. Aci 13
“Le relazioni, il creato, la vita delle sorelle e dei fratelli”
L'Udienza ai partecipanti alla IV “Cattedra
dell’accoglienza” - Di Antonio Tarallo
Città del Vaticano. “Queste vostre giornate sono animate
dalla consapevolezza che la vocazione cristiana è orientata a generare
comunione tra le persone, e la comunione nasce dalla capacità di accogliere gli
altri, offrendo ascolto, ospitalità e assistenza” con queste parole papa Leone
XIV ha salutato i partecipanti alla IV “Cattedra dell'accoglienza” (promossa
dalla Fraterna Domus di Sacrofano), ricevuti in udienza stamane in Vaticano. Si
concentra, papa Leone XIV, sul termine “accoglienza” che “nasce dalla grazia di
un incontro” sottolinea: "Facciamo esperienza di tanti tipi di incontro e
quindi di accoglienza: l'incontro con le persone che ci amano, con i familiari,
con i colleghi, e anche con persone estranee, a volte ostili. Quando un
incontro è vero, da esperienza personale può trasformarsi e, progressivamente,
diventare capace di coinvolgere gli altri dando vita a un'esperienza
comunitaria".
Lo sguardo poi si concentra sui giovani, "che sono
naturalmente il futuro della società e della Chiesa, in realtà ne costituiscono
già il presente vivo e generativo. Le loro domande e le loro inquietudini,
infatti, invitano a rinnovare lo stile dei nostri rapporti. Accogliere persone
giovani significa, anzitutto, stare in ascolto delle loro voci, incrociare i
loro sguardi e riconoscere che, nelle loro esistenze e nei loro linguaggi, lo
Spirito continua a operare ea suggerirci percorsi rinnovati di presenza e
custodia" afferma il pontefice.
Poi si sofferma su due parole: presenza e custodia. Sulla
prima, dice: “Essere presenti nella vita degli altri significa condividere
tempo, esperienze, significati, offrendo punti di riferimento stabili nei quali
gli altri possano riconoscersi e crescere”. Guarda alla Sacra Famiglia di
Nazaret, al cui modello di ispira la Fraterna Domus: esempio per tutti. Si rifà
al Vangelo dello smarrimento di Gesù e - sottolinea - come può essere
"accaduto a ciascuno di noi di smarrire qualcuno o qualcosa a cui eravamo
molto legati. In quel momento ci siamo accorti di quanto quella presenza fosse
preziosa. Così succede anche nella vita di fede: diamo per scontata la presenza
di Gesù nella nostra esistenza, finché all'improvviso sembra che Egli non sia
più dove lo abbiamo lasciato". E aggiunge: “In realtà, non è Lui che si è
perso, ma noi che ci siamo allontanati”. Ed è allora che è importante cercare
Gesù con fiducia, con “il coraggio di percorrere strade inesplorate, guardando
il mondo con occhi nuovi, carichi di speranza”.
Il secondo termine che il pontefice tiene ad approfondire
è "custodia": e pensa, naturalmente, a san Giuseppe che ha custodito
"la famiglia affidatagli dal Signore": "In lui riconosciamo che
accogliamo, oltre che presenza, è anche custodia. Custodire significa stare
accanto all'altro con attenzione, rispettarne le scelte e prendersene
cura". E in questa maniera che Giuseppe ci dimostra che “presenza e
custodia sono dimensioni inseparabili: non si custodisce senza esserci, e non
si è presenti senza assumersi la responsabilità dell'altro” concluse papa Leone
XIV. Aci 12
“Ciò che conta davvero nella Chiesa è l’essere innestati in Cristo”
Costituzione dogmatica Lumen gentium, oggi il Papa si
sofferma sul suo secondo capitolo - Di Veronica Giacometti
Città del Vaticano. In Piazza San Pietro il Papa riprende
il ciclo di catechesi su “I Documenti del Concilio Vaticano II” e questo
mercoledì incentra la sua meditazione del Mercoledì sul tema della Costituzione
dogmatica Lumen gentium “La Chiesa popolo di Dio”, ovvero il secondo capitolo.
“Dio, che ha creato il mondo e l’umanità e che desidera
salvare ogni uomo, compie la sua opera di salvezza nella storia scegliendo un
popolo concreto e abitando in esso. Per questo, Egli chiama Abramo e gli
promette una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia del
mare. Con i figli di Abramo, dopo averli liberati dalla condizione di
schiavitù, Dio stringe un’alleanza, li accompagna, se ne prende cura, li
raccoglie ogni volta che si smarriscono. Perciò, l’identità di questo popolo è
data dall’azione di Dio e dalla fede in Lui”, spiega subito il Papa in Piazza
San Pietro.
“È infatti Cristo che, nel dono del suo Corpo e del suo
Sangue, raccoglie in sé stesso e in modo definitivo questo popolo. Esso è fatto
ormai di gente proveniente da qualunque nazione; è unificato dalla fede in Lui,
dall’adesione a Lui, dal vivere della sua stessa vita animati dallo Spirito del
Risorto. Questa è la Chiesa: il popolo di Dio che trae la propria esistenza dal
corpo di Cristo”, continua il Papa.
Ma non un popolo qualunque, ma “il popolo di Dio,
convocato da Lui e fatto di donne e uomini provenienti da tutti i popoli della
Terra”. “Si tratta di un popolo messianico, proprio perché ha per capo Cristo,
il Messia. Quanti ne fanno parte non vantano meriti o titoli, ma solo il dono
di essere, in Cristo e per mezzo di Lui, figlie e figli di Dio. Prima di
qualunque compito o funzione, dunque, ciò che conta davvero nella Chiesa è
l’essere innestati in Cristo, essere per grazia figli di Dio. Questo è anche l’unico
titolo onorifico che dovremmo ricercare come cristiani. Siamo nella Chiesa per
ricevere incessantemente la vita dal Padre e per vivere come suoi figli e
fratelli tra di noi”, spiega ancora il Pontefice.
“Unificata in Cristo, Signore e Salvatore di ogni uomo e
donna, la Chiesa non può mai essere ripiegata in sé stessa, ma è aperta a tutti
ed è per tutti. In questo senso, la Chiesa è una ma include tutti. È un grande
segno di speranza – soprattutto ai nostri giorni, attraversati da tanti
conflitti e guerre – sapere che la Chiesa è un popolo in cui convivono, in
forza della fede, donne e uomini diversi per nazionalità, lingua o cultura: è
un segno posto nel cuore stesso dell’umanità, richiamo e profezia di quell’unità
e di quella pace a cui Dio Padre chiama tutti i suoi figli”, conclude infine il
Papa. Aci 11
L'occultismo e le credenze magiche in Italia
Una mappatura necessaria per studiare il fenomeno- Di
Angela Ambrogetti
Roma. Qual è la situazione sul fenomeno dell'occultismo e
delle credenze magiche in Italia?
A cercare di fare il punto della situazione una ricerca
di indagine e mappatura che Marco Garofalo a fatto a nome del GRIS il Gruppo di
Ricerca e Informazione Socio-religiosa.
La base dati ricostruita include 263 aggregazioni
diverse, ottenute da una ricognizione bibliografica soprattutto sui testi di
Cecilia Gatto Trocchi e Massimo Introvigne e dall’integrazione di tre canali:
Relazione del Dipartimento di Pubblica Sicurezza (1998), CESNUR e GRIS,
distribuite in 602 sedi dislocate in tutta Italia.
Dalla mappa emerge una presenza nazionale, con maggiore
concentrazione al Nord e nei grandi centri (come Milano e Roma). Lo spiritismo
risulta la componente più omogeneamente diffusa; i movimenti magici appaiono
numerosi e frammentati con la Società Archeosofica evidenziata soprattutto in
area tirrenica/Toscana.
Il satanismo è riportato senza indirizzi puntuali ma
ricorrente in grandi capoluoghi e il mondo New Age comprende reti di
spiritualità/terapie e filoni successivi con richiamo al Piemonte e al caso
Damanhur. Infine teosofia/antroposofia mostrano concentrazioni a Roma e nel
Nord nella fascia Piemonte–Friuli Venezia Giulia.
Il campo dell’esoterismo e dell’occulto è un terreno
ancora poco esplorato nel mondo della ricerca, da qui la necessità della
mappatura come punto di partenza e input preliminare per ulteriori studi
geografici considerando la velocità con cui nascono e muoiono i gruppi settari.
La ricerca è stata presentata in occasione della
presentazione del corso sull'esorcismo che per il ventesimo anno viene proposto
dall’Istituto Sacerdos dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e dal GRIS aci
11
Vienna, un patto tra dieci confessioni religiose per la pace
Lo scorso 8 marzo, firmata la “Dichiarazione di Vienna.
Religioni per la pace”. In vista la nascita di un “Campus delle Religioni” - Di
Andrea Gagliarducci
Vienna. Lo scorso 8 marzo, in vista della nascita di un
“Campus delle Religioni” a Vienna, i rappresentanti di dieci confessioni
religiose del Paese hanno firmato la “Dichiarazione di Vienna – Religioni per
la Pace”. Nella dichiarazione, i rappresentanti religiosi riaffermano il loro
impegno a lavorare insieme per la pace, e condannano qualsiasi “abuso della
religione per incitare o giustificare il terrore e la violenza” e qualsiasi
“discriminazione e minaccia alla vita religiosa”, allo stesso tempo impegnandosi
a rafforzare la comprensione reciproca all’interno delle rispettive comunità
religiose”.
La dichiarazione è stata inizialmente firmata il 9
gennaio 2025 dal Cardinale Christoph Schönborn, dal Rabbino Capo Jaron
Engelmayer e dal Presidente della Comunità Religiosa Islamica in Austria, Ümit
Vural, mentre le altre comunità religiose vi hanno aderito l’8 marzo in una
cerimonia presso il Campus delle Religioni.
In particolare, la dichiarazione è stata firmata domenica
dal rabbino capo Jaron Engelmayer, dal sovrintendente Matthias Geist (Chiesa
evangelica della Confessione di Augusta), da Walter Hessler (Chiesa
Neo-Apostolica in Austria), da Gursharan Singh Mangat (Comunità sikh
austriaca), da Sunil Narula (Comunità indù austriaca), dall'archimandrita Ilias
Papadopoulos (Patriarcato ecumenico metropolita d'Austria), dal sovrintendente
Stefan Schröckenfuchs (metodista evangelico Chiesa), Vicario generale Dariusz
Schutzki, Imam Ermin Ehic (Comunità religiosa islamica in Austria), Gerhard
Weissgrab (Società religiosa buddista austriaca) e Harald Gnilsen (Associazione
Campus delle Religioni).
Parlando con Kathpress, Dariusz Schutzki, vicario
generale di Vienna, ha detto che la dichiarazione è ”un segno per il mondo
intero”.
Si legge nella dichiarazione che “a Vienna esiste una
cooperazione positiva, sostenibile e costruttiva tra le comunità religiose. È
anche il frutto di molti anni di dialogo nella nostra città. Sulla base di
questa esperienza e della nostra responsabilità condivisa, ci impegniamo per la
pace, nella convinzione che la fede possa costituire un fondamento solido per
una convivenza pacifica”.
La dichiarazione sottolinea che le confessioni religiose,
a un anno dalla prima firma, inviano “un segnale congiunto per una convivenza
pacifica, costruttiva e rispettosa, che dovrebbe essere sostenuta da tutte le
religioni e da tutte le persone all'interno delle singole comunità religiose”.
Aci 10
Mojtaba Khamenei è la nuova guida suprema iraniana
Farian Sabahi, giornalista e scrittrice iraniana, oggi
docente universitaria, tratteggia per il Sir il profilo di Mojtaba Khamenei.
Sugli scenari che si aprono, l’esperta risponde: “Dipende da come agirà e da
chi ha al suo fianco, ovvero dai suoi consiglieri. Dobbiamo augurarci che siano
persone sagge”. Di M. Chiara Biagioni
Dopo giorni di voci e speculazioni, la notizia è stata
ufficializzata: Mojtaba Khamenei, figlio di Ali Khamenei ucciso negli attacchi
degli Stati Uniti e di Israele del 28 febbraio, è stato scelto come nuova Guida
suprema iraniana dall’Assemblea degli esperti, il gruppo di religiosi sciiti
responsabile, secondo la legge iraniana, della scelta del leader supremo del
Paese. La nomina di Mojtaba Khamenei a terzo leader della Repubblica Islamica è
stata annunciata dalla tv di Stato iraniana. Il Sir ha chiesto a Farian Sabahi,
giornalista e scrittrice iraniana, professoressa associata all’Università
Insubria e visiting senior fellow alla London School of Economics, di
tratteggiare il profilo della nuova guida suprema e quali scenari può aorire
questa nomina.
Professoressa, chi è Mojtaba Khamenei?
56 anni, Mojtaba Khamenei è il secondogenito di Ali
Khameneì, leader supremo della Repubblica islamica dal 1989, ucciso dalle bombe
americane e israeliane il 28 febbraio scorso.
Mojtaba è una delle figure più influenti dietro le
quinte.
Dopo la scuola secondaria, entra nei pasdaran, partecipa
negli ultimi anni alla guerra contro l’Iraq, per poi intraprendere studi
religiosi in un seminario sciita nella città santa di Qom. Dal 1997 è operativo
nell’ufficio del padre con funzioni politiche e di sicurezza. A differenza di
molti politici, ha sempre mantenuto un profilo pubblico basso, ma ha avuto un
peso rilevante. Ha costruito una rete di relazioni tra i vertici religiosi e i
servizi di sicurezza, è ritenuto molto vicino ai pasdaran e ai miliziani basij.
Di fatto, ha sempre esercitato potere senza avere incarichi pubblici. La sua
figura è controversa, tant’è che è stato accusato da esponenti dell’opposizione
di aver influenzato le elezioni presidenziali del 2009 a favore di Mahmoud
Ahmadinejad. Le proteste che seguirono, note come Onda verde, furono represse
con durezza e Mojtaba è stato indicato come uno dei coordinatori della
repressione di regime. Nel 2019 il Dipartimento del Tesoro US lo ha inserito
tra le persone sanzionate per il suo ruolo nel sistema politico e repressivo.
Quale messaggio lancia l’Iran al mondo e soprattutto agli
Stati Uniti questa scelta?
Se l’Assemblea degli Esperti avesse scelto l’ex
presidente moderato Hassan Rohani, si poteva sperare in un compromesso.
Mojtaba, secondogenito di Khamenei è invece ritenuto più radicale del padre,
più militare che militante religioso.
Il presidente Trump ha già detto: “Chiunque sia scelto
senza consenso americano non durerà”. Cosa potrebbe succedere? Questa nomina
favorirà un processo di pace oppure peggiorerà la situazione?
Dipende da come agirà Mojtaba e da chi ha al suo fianco,
ovvero dai suoi consiglieri.
Dobbiamo augurarci che siano persone sagge. Potrebbero
cercare un compromesso con l’Occidente in cambio del cessate il fuoco. Oppure
Mojtaba potrebbe continuare la politica del padre. Nel terzo scenario, il nuovo
leader supremo potrebbe dimostrarsi ancora più duro. Se in una fatwa (editto
religioso) il padre aveva dichiarato haram (illecito) il possesso e l’uso
dell’atomica dal punto di vista religioso, il figlio non esiterebbe a
reinterpretare le scritture: quando la fede e la vita dei credenti sono in grave
pericolo, mentire diventa verità.
Il popolo iraniano come vede questa nomina? Mojtaba
Khamenei favorirà il rispetto dei diritti umani e delle libertà in Iran?
Non credo che Mojtaba favorirà il rispetto dei diritti
umani e delle libertà, anche perché è la rappresentazione politica e religiosa
dei pasdaran e dei miliziani basiji. In un contesto di guerra, in cui Israele e
gli Stati Uniti hanno decapitato la leadership e stanno distruggendo le
infrastrutture dell’Iran, i diritti umani e le libertà passano purtroppo in
secondo piano.
Ha notizie dall’Iran? Noi non riusciamo a entrare in
contatto con le comunità cattoliche presenti a Teheran. Lei ha notizie dirette
da lì?
Internet funziona a intermittenza, amici e parenti
comunicano con la linea fissa, per pochi secondi giusto per dire che sono
ancora vivi. Nei giorni scorsi ho avuto notizia da una coppia mista, lui
italiano e lei iraniana, abitano a Teheran vicino a quella che era l’abitazione
di mia nonna e di mia zia. Stanno bene e non hanno intenzione di lasciare
Teheran. Mio cugino Davood è anche lui a Teheran. È cittadino statunitense e
iraniano, sta sbrigando alcune cose per poi tornare dai figli a New York, dove vive
da quando ha vent’anni e dove lavora come fotografo. Durante la guerra dei 12
giorni era scappato dal confine con la Turchia e poi era venuto a Torino, a
casa mia, un mese e mezzo in attesa di capire se c’erano le condizioni per
rientrare a Teheran. Di mio zio Nasser, fratello minore di mio padre, e dei
suoi figli ho notizie tramite le mie cugine che vivono in California: a causa
delle mie attività in difesa dei diritti umani alcuni parenti in Iran hanno
preferito non avere più rapporti diretti con me, per evitare ripercussioni da
parte del regime.
Ogni mattina mi sveglio chiedendomi se sono ancora vivi.
Sir 9
“Non c’è energia spesa meglio di quella che dedichiamo a liberare il cuore”
L'Angelus di oggi. L'appello per la pace e il ricordo
della giornata della donna - Di Veronica Giacometti
Città del Vaticano. “Il dialogo fra Gesù e la donna
samaritana, la guarigione del cieco nato e la risurrezione di Lazzaro, fin dai
primi secoli della storia della Chiesa, illuminano il cammino di chi, a Pasqua,
riceverà il Battesimo e inizierà una vita nuova. Queste grandi pagine
evangeliche, che leggiamo a partire da questa domenica, sono donate ai
catecumeni, ma nello stesso tempo vengono riascoltate da tutta la comunità,
perché aiutano a diventare cristiani oppure, se lo si è già, a esserlo con più
autenticità e più gioia”. Papa Leone XIV recita l’Angelus con i fedeli ed i
pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.
Prima della preghiera mariana commenta il Vangelo
odierno. “Come Gesù suggerisce alla Samaritana, l’incontro con Lui attiva nel
profondo di ciascuno «una sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna.
Quante persone, in tutto il mondo, cercano anche oggi questa sorgente
spirituale! «A volte riesco a raggiungerla – scriveva la giovane Etty Hillesum
nel suo diario –, più sovente essa è coperta da pietre e sabbia: allora Dio è
sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo. Carissimi, non c’è energia spesa
meglio di quella che dedichiamo a liberare il cuore. Per questo, la Quaresima è
un dono: entriamo nella terza settimana e possiamo ormai intensificare il
cammino!”, dice il Papa.
Poi il Pontefice aggiunge: “Nei campi, quattro mesi prima
della mietitura, non si vede quasi nulla. Ma là dove noi non vediamo nulla, la
Grazia è già in azione e i frutti sono pronti da raccogliere. La messe è molta:
forse gli operai sono pochi, perché distratti da altre attività. Gesù, invece,
è attento. Quella donna samaritana, stando alle consuetudini, avrebbe dovuto
semplicemente ignorarla; invece Gesù le parla, la ascolta, le dà credito senza
secondi fini e senza disprezzo. Quante persone cercano nella Chiesa questa
stessa delicatezza, questa disponibilità!”.
“E come è bello quando perdiamo il senso del tempo per
dare attenzione a chi incontriamo, così com’è. Gesù dimenticava persino di
mangiare, tanto lo nutriva la volontà di Dio di raggiungere tutti nel profondo.
Così la Samaritana diventa la prima di tante evangelizzatrici. Dal suo
villaggio di disprezzati e reietti, molti, per la sua testimonianza, vengono
incontro a Gesù, e anche in loro la fede sgorga come acqua pura”, conclude
infine il Pontefice.
Subito dopo la preghiera mariana il Papa passa ai
consueti saluti e appelli. Il primo forte appello è per la pace. “Da Iran, da
tutto il Medio Oriente continuano a giungere notizie che destano profonda
costernazione, agli episodi di violenza e devastazione, il clima di odio e
paura si aggiunge il timore che il conflitto si allarghi”. Il Papa ricorda “il
caro Libano”, la paura che “possa sprofondare nuovamente nell’instabilità”, per
questo “eleviamo la nostra preghiera al Signore perché tacciano le armi” e si
apra al dialogo “nel quale si possano sentire le voci dei popoli”. Infine la
supplica a Maria affinché interceda per coloro che soffrono a causa della
guerra.
Poi il pensiero per oggi, 8 marzo, ricorre giornata
della donna. “Rinnoviamo l’impegno che per noi cristiani è fondato sul
Vangelo per il riconoscimento della pari dignità tra uomo e donna, purtroppo
molte donne fin dall’infanzia sono ancora discriminate , a loro va la mia
solidarietà e preghiera”, dice infine il Papa. Aci 8
Leone XIV incontra cappellani e officiali dell’Ordinariato Militare per
l’Italia
"Difendere i deboli, tutelare la convivenza
pacifica, intervenire nelle calamità" - Di Veronica Giacometti
Città del Vaticano. Papa Leone XIV riceve in Udienza
questa mattina i membri dell’Ordinariato Militare per l’Italia in occasione del
Centenario di fondazione (1926-2026) dal tema: “Inter Arma, Caritas”.
L’assistenza spirituale dell’Ordinariato Militare tra memoria e profezia.
“Queste sono le parole che stanno orientando il cammino del Centenario
dell’Ordinariato Militare per l’Italia, un evento che custodisce memoria,
attualità e profezia”, dice subito il Papa ricevendo in Sala Clementina i 350
ospiti tra autorità politiche e militari.
Perché “per i cristiani la memoria ha un carattere unico:
è celebrazione di Dio che entra nella storia, perché la fede cristiana si fonda
su un fatto storico e la salvezza non è un’idea, ma la persona vivente del
Signore Gesù Cristo”.
“In questo orizzonte si colloca la missione del militare
cristiano. Difendere i deboli, tutelare la convivenza pacifica, intervenire
nelle calamità, operare nelle missioni internazionali per custodire la pace e
ristabilire l’ordine”, dice il Papa nel suo discorso.
Per il Papa l’ordinariato “vuole essere un laboratorio
efficace dell’agire di Dio in favore dell’uomo, uno spazio di formazione per il
passaggio dall’amor sui all’amor Dei”.
“Nel pascere le sue pecore, non cerchiamo i nostri
interessi, ma i suoi”. E poi il Pontefice ricorda come “tanti Cappellani
Militari hanno incarnato queste parole e hanno reso visibile la carità
pastorale fino all’eroismo delle virtù, talvolta fino al martirio”.
Per il Papa il cappellano “si pone anche al servizio del
dialogo tra i popoli, le culture e le religioni, testimoniando una Chiesa che
si fa strumento di unità”, con un’azione di promozione “del bene comune e della
pace sociale”.
Nel pomeriggio la celebrazione in occasione della
riapertura, dopo il restauro, della chiesa di Santa Caterina da Siena a
Magnanapoli, (chiesa principale della chiesa castrense) presieduta
dall’ordinario militare Gian Franco Saba. aci 7
Il Papa affida alla preghiera per tutto marzo la supplica per la pace nel
mondo
La presidenza della Cei indice una giornata di preghiera
e digiuno il 13 marzo
Città del Vaticano. Il Papa affida alla preghiera per
tutto il mese di marzo la supplica per la pace nel mondo, "chiedendo che
le nazioni rinuncino alle armi e scelgano la via del dialogo e della
diplomazia".
Nel video messaggio Leone XIV dice: " Disarma i
nostri cuori dall’odio, dal rancore e dall’indifferenza, perché possiamo
diventare strumenti di riconciliazione.
Aiutaci a comprendere che la vera sicurezza non nasce dal
controllo alimentato dalla paura, ma dalla fiducia, dalla giustizia e dalla
solidarietà tra i popoli. Signore, illumina i leader delle nazioni, affinché
abbiano il coraggio di abbandonare i progetti di morte, fermare la corsa agli
armamenti e mettere al centro la vita dei più vulnerabili. Fa’ che la minaccia
nucleare non condizioni mai più il futuro dell’umanità. Spirito Santo, rendici
costruttori fedeli e creativi di pace quotidiana: nei nostri cuori, nelle
nostre famiglie, nelle nostre comunità e nelle nostre città. Che ogni parola
gentile, ogni gesto di riconciliazione e ogni scelta di dialogo siano semi di
un mondo nuovo".
E intanto la Presidenza della Conferenza Episcopale
Italiana promuove una Giornata di preghiera e digiuno per venerdì 13 marzo.
L’invito è rivolto a tutte le comunità ecclesiali affinché chiedano al Re della
Pace di salvare l’umanità dagli orrori e dalle lacrime di tutti i conflitti in
corso.
La Giornata del 13 marzo vuole essere un’ulteriore
occasione per implorare il dono della pace in Medio Oriente e in tutti gli
angoli della terra devastati dalla divisione, dalla distruzione e dalla morte.
Per questo, l’Ufficio Liturgico Nazionale ha offerto alcune indicazioni e
proposte per la Celebrazione Eucaristica, la Via Crucis e il digiuno. In
particolare, si pregherà perché “si apra presto un cammino di pace stabile e
duratura” e perché “quanti soffrono a causa della violenza e dell’odio, le vittime
dei bombardamenti, i profughi, i feriti e le famiglie nel lutto trovino
conforto nella solidarietà della comunità cristiana e nella speranza che viene
da Dio”. Aci 6
Guerra in Iran: tutti i vescovi cattolici chiedono diplomazia e condannano
Dal Golfo Persico all'Australia, dagli Stati Uniti
all'America Latina, vescovi e conferenze episcopali di ogni continente hanno
risposto in modo convergente all'attacco militare contro l'Iran. Con molte voci
ma una stessa grammatica: fermare l'escalation, proteggere i civili, restituire
alla diplomazia il suo ruolo. Sullo sfondo, il magistero di Papa Leone XIV e la
denuncia della Santa Sede – di Riccardo Benotti
“La stabilità e la
pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano
distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole,
autentico e responsabile”. Le parole pronunciate da Leone XIV all’Angelus del
1° marzo, il giorno successivo all’avvio dell’offensiva su Teheran, hanno
offerto il punto di riferimento entro cui si è articolata la risposta
ecclesiale internazionale. Il card. Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano,
è tornato sulla crisi il 4 marzo denunciando i “doppi standard” nella comunità
internazionale, dove alcune vittime civili rischiano di essere considerate
semplici “danni collaterali”. Nel giro di pochi giorni si è delineato un quadro
di prese di posizione provenienti da episcopati, organismi ecclesiali e realtà
cattoliche di diversi continenti, accomunate da un richiamo insistente alla
responsabilità politica e alla priorità della diplomazia.
Una grammatica comune per voci geograficamente lontane
Il tratto più significativo della risposta ecclesiale è
la sua sorprendente convergenza. Nonostante le differenze di contesto – vescovi
statunitensi chiamati a commentare un’operazione militare del proprio governo,
episcopati europei preoccupati per la stabilità dell’ordine internazionale,
presuli asiatici attenti alla sorte dei migranti nel Golfo – il nucleo del
messaggio resta identico: la guerra non può essere considerata uno strumento
legittimo della politica. Negli Stati Uniti, l’arcivescovo Paul Coakley,
presidente della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti, ha
avvertito del “rischio di trasformare il conflitto in una guerra regionale più
ampia”, chiedendo “un ritorno all’impegno diplomatico multilaterale”. In
Europa, la Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea (Comece)
ha messo in guardia contro “un indebolimento dell’ordine internazionale basato
su regole”, invitando l’Ue a riscoprire la propria “vocazione originaria di
progetto di pace”. In Germania, mons. Heiner Wilmer, presidente della
Conferenza episcopale tedesca, ha espresso “profonda preoccupazione” per i
nuovi combattimenti, ricordando che la sicurezza di Israele resta un bene
fondamentale ma interrogandosi se l’escalation militare possa davvero portare
più pace e libertà nella regione. La Conferenza episcopale irlandese ha
ribadito questo principio senza ambiguità: “La guerra non è la risposta. Nessun
leader politico ha l’autorità di scatenarla a proprio piacimento”.
Dai bunker del Golfo all’angoscia dei migranti asiatici
Lontano dai centri del potere geopolitico, la risposta
ecclesiale ha assunto toni più pastorali e immediati. Nei Vicariati apostolici
del Golfo Persico – dove la rappresaglia iraniana ha colpito installazioni
militari negli Emirati Arabi Uniti, in Bahrein, in Qatar e in Kuwait – i
pastori cattolici si sono trovati a gestire comunità di fedeli direttamente
esposte alle tensioni. mons. Paolo Martinelli, vicario apostolico dell’Arabia
del Sud, ha invitato i fedeli a “rimanere calmi e sereni”, chiedendo la recita
del rosario per la pace, mentre mons. Aldo Berardi, vicario apostolico
dell’Arabia del Nord, ha espresso la speranza che “si stabilisca un cessate il
fuoco” e ha invitato i cristiani a “pregare incessantemente”, rivolgendo
inoltre un appello ai leader politici e alla comunità internazionale perché
coltivino “una prospettiva politica chiara ed equa” e aprano cammini di
riconciliazione. Anche l’Asia ha espresso forte preoccupazione: la Federazione
delle Conferenze episcopali asiatiche (Fabc), riunita a Bangkok, ha chiesto la
cessazione immediata delle ostilità, ricordando che “la guerra ferisce in modo
sproporzionato i più vulnerabili: i poveri, gli sfollati, i bambini e le
generazioni future”. Il timore riguarda i milioni di lavoratori migranti
provenienti da India e Filippine presenti nel Golfo. Dall’India, il card.
Filipe Neri Ferrão, presidente della Conferenza dei vescovi cattolici
dell’India, ha invitato i fedeli a vivere domenica 8 marzo come giornata di
preghiera per la pace in Medio Oriente, esprimendo particolare preoccupazione
per gli indiani che lavorano nella regione.
Dal Pacifico all’America Latina: un coro globale contro
la guerra
Mons. Timothy Costelloe, arcivescovo di Perth e
presidente della Conferenza episcopale australiana, ha riaffermato lo stesso
giudizio morale: “La violenza moltiplica solo la sofferenza; la guerra non è la
risposta ed è sempre una sconfitta per l’umanità”. I vescovi australiani hanno
espresso “profonda preoccupazione” per le vittime civili, ricordando gli
australiani presenti nell’area “in missioni di peacekeeping e in attività
umanitarie”. Pax Christi International ha denunciato i “recenti attacchi militari”
chiedendo un immedia
to ritorno al negoziato, mentre la Conferenza episcopale
del Cile e la Conferenza episcopale argentina hanno invitato a intensificare la
preghiera per la pace e il dialogo. Ne emerge un coro che attraversa continenti
e contesti ecclesiali diversi: da Washington a Manila, da Bruxelles a Buenos
Aires, la risposta della Chiesa converge su un punto essenziale. La pace non è
un’utopia morale, ma una responsabilità politica e spirituale. dip
Kirchen-Studie aus Fulda: Gemeinsam
lebendig bleiben
Wie
kann Kirche in Zukunft wieder mehr Menschen erreichen? Welche Formen von
Gemeinschaft, Gottesdienst und Engagement tragen wirklich? Mit diesen Fragen
beschäftigt sich die Studie „Gemeinsam lebendig bleiben – Ökumenische Impulse
für eine Kirche mit Zukunft“, die im Bistum Fulda entstanden ist. Herausgeber
der Studie ist Christian Hümpfner, der die Ergebnisse nun auch im Vatikan
vorstellen konnte.
Ausgangspunkt
der Untersuchung, aus der auch ein Buch entstand, das bei Herder erschienen
ist, war eine grundlegende Frage: Was erwarten Menschen eigentlich von der
Kirche? – mit Fokus auf die Vitalität christlicher Gemeinden in Fulda.
Dazu
entwickelte das Forschungsteam einen Fragebogen mit 15 offenen Fragen, der sich
an Gemeindeleitungen und Mitglieder richtete. Insgesamt arbeiteten über tausend
Menschen aus unterschiedlichen Konfessionen mit. Im Fokus standen zentrale
Dimensionen kirchlichen Lebens – von Diakonie und Nächstenliebe über
Verkündigung und Predigt bis hin zu Gottesdienst und Gemeinschaft.
Wie
die qualitative Auswertung deutlich gezeigt habe, erreiche nicht alles, was
traditionell angeboten werde, die Menschen gleichermaßen, erörterte Christian
Hümpfner im Gespräch mit Radio Vatikan. In der Studie konnten neben den
Schwachstellen auch konkret Beispiele identifiziert werden, die vor Ort jeweils
gut funktionieren und als Vorbild für andere Gemeinden dienen könnten.
Freikirchen
oft näher an den Bedürfnissen
Ein
zentrales Ergebnis der Studie: In vielen Bereichen schnitten Freikirchen besser
ab als katholische und evangelische Gemeinden, was besonders deutlich beim
Thema Gemeinschaft werde, so Hümpfner. Denn während Freikirchen stark auf
persönliche Beziehungen und eine ausgeprägte Willkommenskultur setzten, bleibe
dieses Bedürfnis in den großen Kirchen häufig unerfüllt. Auch in der Gestaltung
von Gottesdiensten sehen die Forschenden Unterschiede: Freikirchliche Formate,
die stärker auf Beteiligung und verständliche Vermittlung setzen, werden oft
als zugänglicher wahrgenommen.
Ein
weiterer wichtiger Punkt der Studie ist die Diakonie. Hier zeigt sich laut den
Autoren, dass Hilfe nicht nur institutionell organisiert sein sollte. Vielmehr
wünschten sich viele Menschen konkrete Unterstützung innerhalb der Gemeinde –
von Gemeindemitgliedern für Gemeindemitglieder.
Ökumene
neu denken
Die
Studie plädiert darüber hinaus für ein erweitertes Verständnis von Ökumene.
Ausdrücklich christlich verfasste Freikirchen sollten nicht länger als
Randerscheinung betrachtet werden, sondern als Teil der gemeinsamen Landschaft.
Mehr Zusammenarbeit – insbesondere in Mission und Evangelisation – könnte neue
Dynamiken schaffen, so die Autoren, die den Blick über die eigenen
konfessionellen Grenzen hinaus als entscheidenden Zukunftsfaktor
identifizieren.
Grundsätzliches
Ergebnis der Studie: Kirche kann lebendig sein – wenn sie sich stärker an den
Bedürfnissen der Menschen orientiert, Gemeinschaft ernst nimmt und ökumenisch
offener denkt.
Positive
Resonanz aus dem Vatikan
Die
Ergebnisse der zunächst lokal angelegten Studie wurden in Rom unter anderem
Kardinal Kurt Koch vorgestellt, der im Vatikan für ökumenische Fragen zuständig
ist. Der Schweizer Kardinal habe interessiert reagiert und ihnen seine ideelle
Unterstützung zugesichert, so die Autoren – ein wichtiger Schritt für die
weitere Verbreitung der Erkenntnisse.
Forschung
geht weiter – mit Praxisbezug
Hümpfner,
der in Paderborn Theologie studiert, will das Projekt nun im Rahmen einer
Promotion weiterführen. Geplant ist eine deutschlandweite Untersuchung, die
Theorie und Praxis enger verbindet.
Einen
innovativen Ansatz stellen dabei sogenannte „One Heart Vision“-Gottesdienste
und deren Soultruck-Projekt dar. Mit mobilen Bühnen sollen Gemeinden im
gesamten deutschsprachigen Raum besucht werden. Bereits Monate vor solchen
Veranstaltungen werden die Gemeinden analysiert und begleitet – ähnlich einer
Beratung, um herauszufinden, was vor Ort gut funktioniert und wo es eventuellen
Verbesserungsbedarf gebe. Besonders im Fokus steht dabei die Frage, ob große
Events tatsächlich langfristige Effekte auf Gemeindeleben und
Gottesdienstbesuch haben könnten.
Wissenschaftliche
Begleitung und neue Perspektiven
Begleitet
wird die Studie unter anderem von dem Paderborner Liturgiewissenschaftler
Stephan Wahle. Für ihn hat die Untersuchung einen wichtigen eigenen „blinden
Fleck“ sichtbar gemacht: Konzentriere sich die Ökumene doch oft zu stark auf
katholische und evangelische Kirchen, während Freikirchen bislang zu wenig
beachtet würden, räumt der Professor ein. Gerade hier sehen er jedenfalls
großes Potenzial – sowohl für die Praxis als auch für die theologische
Forschung. Insgesamt gelte es, diese Erkenntnisse nicht nur zu diskutieren,
sondern konkret in die Praxis umzusetzen.
Ein
Buch mit breiter Perspektive
Aus
der Studie ist inzwischen auch ein Sammelband entstanden, an dem zahlreiche
Autorinnen und Autoren aus unterschiedlichen Konfessionen mitgewirkt haben.
Ziel war es, bewusst verschiedene Perspektiven zusammenzubringen – aus
Wissenschaft und Praxis gleichermaßen. Das Interesse ist jedenfalls groß: Das
im Herder-Verlag erschienene Buch war zeitweise bereits vergriffen. Inzwischen
ist es wieder erhältlich.
Einzelheiten
zur Publikation: Christian Hümpfner (Hg.): Gemeinsam lebendig bleiben -
Ökumenische Impulse für eine Kirche mit Zukunft. Erschienen im Herder-Verlag,
Preis etwa 24 Euro (vn 30)
10 Jahre „Amoris laetitia“:
Schönborn würdigt „Durchbruch“ in der Seelsorge
Vor
zehn Jahren, am 8. April 2016, veröffentlichte Papst Franziskus das Schreiben
„Amoris laetitia“ (Die Freude der Liebe). Das Dokument löste eine anhaltende
Debatte innerhalb der katholischen Kirche aus. Kardinal Christoph Schönborn,
der das Schreiben damals im Vatikan vorstellte, bezeichnete es in einem
Interview mit der Nachrichtenagentur Kathpress als einen entscheidenden
„Durchbruch“.
Papst
Franziskus hatte in dem Dokument festgelegt, dass geschiedene
Wiederverheiratete nicht mehr kategorisch von den Sakramenten Beichte und
Kommunion ausgeschlossen sein müssen. Stattdessen erhielten Seelsorger die
Möglichkeit, in Einzelfallprüfungen über den Zugang zu entscheiden. Schönborn
wies den Vorwurf zurück, damit sei die kirchliche Lehre relativiert worden.
Vielmehr spreche das Dokument „vom Leben“ und nehme die „Heldenhaftigkeit“
jener Menschen in den Blick, die unter schwierigsten Bedingungen versuchen,
Familie zu leben.
„Diese Menschen darf man nicht knebeln und
nach rigorosen Kriterien bemessen“, so der emeritierte Wiener Erzbischof.
Besonders die Passage, in der der Papst dazu aufruft, Kinder niemals in
„Geiselhaft“ für die persönlichen Konflikte der Eltern zu nehmen, hob Schönborn
als zentral hervor. Er betonte zudem, dass das Dokument keine „Sakramente zum
Nulltarif“ eingeführt habe, sondern zu einer tiefgehenden Gewissenserforschung
aufrufe.
Kontinuität
statt Bruch
Schönborn
widersprach der Ansicht, „Amoris laetitia“ stehe im Widerspruch zu früheren
Dokumenten wie „Familiaris consortio“ (1981) von Papst Johannes Paul II. Er
sehe darin vielmehr eine organische Fortentwicklung. Während Johannes Paul II.
das Fundament und die Unauflöslichkeit der Ehe gesichert habe, biete das
Schreiben von Franziskus nun den notwendigen „Lektüre-Schlüssel“, um die
konkreten Lebensumstände der Gläubigen miteinzubeziehen.
Die
oft kritisierte Fußnote Nr. 351, die den Kommunionempfang für
Wiederverheiratete unter bestimmten Voraussetzungen ermöglicht, müsse laut
Schönborn im Gesamtkontext des Dokuments gelesen werden. Es gehe nicht um neue
Normen oder eine neue Lehre, sondern um „genaueres Hinschauen und
Unterscheiden“.
Papst
Leo XIV. setzt den Reformkurs fort
Die
Debatte um die Ausrichtung der Familienpastoral wird im Herbst 2026 eine neue
Stufe erreichen. Papst Leo XIV. hat angekündigt, im Oktober 2026 mit den
Vorsitzenden aller weltweiten Bischofskonferenzen über die Inhalte von „Amoris
laetitia“ zu beraten. Solche Treffen des Papstes mit allen
Konferenzvorsitzenden gelten als seltene und kirchenpolitisch bedeutsame
Ereignisse.
In
einer aktuellen Botschaft unterstrich Papst Leo XIV., dass er den Ansatz seines
Vorgängers vertiefen wolle. Die Kirche sei aufgerufen, „die Zerbrechlichkeit zu
begleiten, zu unterscheiden und einzugliedern“. Ziel sei es, ein verkürztes
Verständnis von Normen zu überwinden und die biblische Hoffnung auch in
Krisensituationen erfahrbar zu machen. (kap 30)
Papst an US-Lokalpolitiker: „Dienst
als Kern authentischer Autorität“
Papst
Leo XIV. hat am Montag eine Delegation der Illinois Municipal League (IML) im
Vatikan empfangen. Die Organisation mit Sitz in Springfield vertritt die
Interessen von rund 1.300 Kommunen des US-Bundesstaates Illinois gegenüber der
einzelstaatlichen und föderalen Ebene. Mario Galgano - Vatikanstadt
In
seiner Ansprache schlug der Papst eine Brücke von der Liturgie der Karwoche zur
Verantwortung politischer Entscheidungsträger. Er betonte, dass der Kern
„authentischer Autorität“ im Dienst liege. Das österliche Geheimnis zeige, dass
selbst schwierigste Umstände durch die Kraft der Liebe von innen heraus
transformiert werden könnten.
An
die anwesenden Bürgermeister und Verwaltungsvertreter gerichtet, erklärte er:
„Als Männer und Frauen, die mit der Regierungsverantwortung betraut sind, sind
auch Sie gerufen, das Geschenk des Dienstes zu entdecken und vorzuleben.“
Insbesondere gelte es, auf die Bedürfnisse der schwächsten und am meisten
gefährdeten Mitglieder der Gesellschaft zu achten, um deren ganzheitliche
menschliche Entwicklung zu fördern.
Kommunen
als Orte der Begegnung
Unter
Bezugnahme auf den ehrwürdigen Diener Gottes Giorgio La Pira, den ehemaligen
Bürgermeister von Florenz, erinnerte der Papst daran, dass lokale Amtsträger
das Leid ihrer Bürger mit allen Maßnahmen lindern sollten, die „die Liebe
nahelegt und das Gesetz vorsieht“. Er mahnte an, dass Kommunen keine „anonymen
Orte“ seien, sondern aus Gesichtern und Geschichten bestünden, die als
„kostbare Schätze“ zu achten seien.
„Ich
ermutige Sie, weiterhin den Armen, den Migranten und den Geringsten unter Ihnen
zuzuhören“, so der Papst weiter. Ziel müsse es sein, jede Gemeinde zu einem Ort
der „echten Begegnung“ zu machen, der jedem Individuum die Möglichkeit zur
Entfaltung bietet.
Bezug
zu Chicago und lokaler Geschichte
Zum
Abschluss seiner Rede stellte Papst Leo XIV. den Dienst der Delegation unter
den Schutz der heiligen Franziska Xaveria Cabrini. Er verwies dabei explizit
auf ihr langjähriges Wirken in Chicago, der bevölkerungsreichsten Stadt des
Bundesstaates Illinois, wo sie sich mit großem Einsatz den am meisten
gefährdeten Menschen gewidmet hatte.
Der
Papst drückte seine Dankbarkeit für den täglichen Dienst der Mandatsträger aus
und versicherte sie seines Gebets, bevor er der Delegation und deren
Angehörigen den Segen erteilte. (vn 29)
COMECE zu Migrantenrückführungen:
„EU muss Schwächste schützen"
Die
Kommission der Bischofskonferenzen der Europäischen Union (COMECE) hat sich in
einer Stellungnahme zur Abstimmung des Europäischen Parlaments vom 26. März
über die neue EU-Politik zur Migrationsrückführung geäußert. Giovani Zavatta
Maßnahmen,
die Rückführungen erleichtern, die Inhaftierung ausweiten oder die
Verantwortung an Drittstaaten delegieren, würfen „ernsthafte Fragen
hinsichtlich des wirksamen Schutzes der Menschenrechte und der Achtung der
Würde jedes Menschen“ auf, heißt es in der COMECE-Stellungnahme zur Abstimmung
des Europäischen Parlaments vom vergangenen Donnerstag über die neue EU-Politik
zur Migrationsrückführung.
Der
vom Europäischen Parlament verabschiedete Text priorisiert die erzwungene
Rückführung gegenüber der freiwilligen Ausreise und erweitert die Möglichkeiten
zur Abschiebung irregulärer Migranten, einschließlich Drittstaaten als mögliche
Zielländer.
Für
die Bischöfe signalisiert diese Abstimmung „einen besorgniserregenden
politischen Wandel im Parlament, der es ermöglicht, dass sich in Fragen von
grundlegender Bedeutung neue Mehrheiten herausbilden“. Diese Entwicklung berge
die Gefahr, „dass der Ansatz der Europäischen Union in Schlüsselbereichen wie
Migration und dem Schutz unseres gemeinsamen Hauses so umgestaltet wird, dass
er von ihren Gründungsprinzipien abweicht“.
Bekräftigung
europäischer Werte
Die
COMECE ist besonders besorgt über die potenziellen Folgen ihrer Position
hinsichtlich der Würde und der Grundrechte schutzbedürftiger Menschen: „Das
europäische Projekt gründet sich seit jeher auf die Prinzipien der Solidarität,
der menschlichen Brüderlichkeit und des Schutzes der Schwächsten. Diese
Prinzipien sind nicht optional; sie bilden das Herzstück der Identität der
Union, und jede politische Entwicklung, die diese Prinzipien zu gefährden
droht, erfordert sorgfältige Überlegung und ein erneutes Engagement.“
Die
Abstimmung des Parlaments, so die Bischöfe, „verdeutlicht daher eine tiefere
Besorgnis: eine potenzielle Identitätskrise innerhalb der Europäischen Union.
In Zeiten globaler Unsicherheit ist Europa aufgerufen, seine Werte nicht zu
verleugnen, sondern sie mit Klarheit und Mut zu bekräftigen.“
Migrationspolitik
im Mittelpunkt der nächsten Versammlung
Die
Erklärung fordert die Europäische Union und ihre Mitgliedstaaten nachdrücklich
auf, in den anstehenden Verhandlungen sicherzustellen, dass die
Migrationspolitik weiterhin fest in der Achtung der Menschenwürde, der
Grundrechte und der Gründungswerte der EU verankert bleibt.
Die
COMECE beteilige sich weiterhin an dieser Debatte und fördere eine Politik, die
Gerechtigkeit und Mitgefühl gleichermaßen wahre. Ihre nächste
Generalversammlung will die COMECE Mitte April in Zypern abhalten. Migration
und Asyl werden dabei zu den Hauptthemen gehören. Die Bischöfe werden sich bei
dieser Gelegenheit mit den jüngsten Entwicklungen in diesen Bereichen
auseinandersetzen. (vn 29)
Leo XIV. in Monaco: Nein sagen zu
den Götzen von Reichtum und Macht
Papst
Leo XIV. hat von Monte Carlo aus Nein zu den Götzen des Reichtums und der Macht
gesagt. „In der langen Fastenzeit der Welt, gerade jetzt, wo das Böse wütet und
der Götzendienst die Herzen gleichgültig macht“, sollten die Menschen sich für
Befreiung einsetzen.
„Die
Befreiung von den Götzen ist das Freiwerden von einer Macht, die zu etwas
Beherrschendem geworden ist, vom Reichtum, der zur Gier verkommen ist, von der
Schönheit, die zur Eitelkeit verzerrt wurde.“ Das sagte Leo in der Predigt bei
seiner Messfeier im Fußballstadion von Monaco am Samstagnachmittag.
Die
Messfeier bei strahlendem Sonnenschein war Höhe- und Schlusspunkt einer
eintägigen Reise des Papstes ins Fürstentum Monaco. Über 15.000 Menschen,
darunter viele aus den Nachbarländern Italien und Frankreich, nahmen an der
Eucharistiefeier teil. Der aus den USA stammende Papst, für den es die zweite
Auslandsreise seines Pontifikats war, zeichnete die heutige Welt als von zwei
gegenläufigen Bewegungen gezeichnet: „einerseits die Offenbarung Gottes, der
sein Antlitz als allmächtiger Herr und Heiland zeigt, und andererseits das
verborgene Wirken mächtiger Autoritäten, die bereit sind, ohne Skrupel zu
töten“. Wo sich diese zwei Kurven kreuzten, erhebe sich das Kreuz, also „das
Zeichen Jesu, das darin besteht, das Leben hinzugeben“.
„Jesus
verändert die Weltgeschichte, indem er uns vom Götzendienst zum wahren Glauben,
vom Tod zum Leben ruft“
„Auch
heute noch werden weltweit so viele Pläne geschmiedet, um Unschuldige zu töten.
Wie viele falsche Gründe werden vorgebracht, um sie aus dem Weg zu räumen! Doch
der Hartnäckigkeit des Bösen steht die ewige Gerechtigkeit Gottes gegenüber,
die uns stets aus unseren Gräbern erlöst.“ Gott erweiche die verhärteten Herzen
durch seine Barmherzigkeit, die der „wahre Name seiner Allmacht“ sei. Der Papst
drängte die Teilnehmenden an der Messfeier dazu, sich auf einen „Weg der
Bekehrung“ zu machen, zu dem die Absage an die Götzen gehöre, also an „all jene
Dinge, die das Herz versklaven, es kaufen und verderben“. Jesus verändere die
Weltgeschichte, indem er uns vom Götzendienst zum wahren Glauben, vom Tod zum
Leben rufe.
Frieden
ist nicht bloß ein Kräftegleichgewicht
„Die
Reinigung vom Götzendienst, der die Menschen zu Sklaven anderer Menschen macht,
vollendet sich als Heiligung, als Gnadengabe, die die Menschen zu Kindern
Gottes und zu Brüdern und Schwestern untereinander macht. Dieses Geschenk
erhellt unsere Gegenwart, denn die Kriege, die sie mit Blut beflecken, sind
Frucht des Götzendienstes der Macht und des Geldes. Jedes zerbrochene Leben ist
eine Wunde am Leib Christi. Gewöhnen wir uns nicht an den Lärm der Waffen, an
die Bilder des Krieges! Frieden ist nicht bloß ein Kräftegleichgewicht, sondern
das Werk gereinigter Herzen, von Menschen, die im anderen einen Bruder und eine
Schwester sehen, die es zu behüten gilt, nicht einen Feind, der vernichtet
werden muss.“
Die
Gläubigen in Monaco sollten „viele Menschen mit ihrem Glauben glücklich machen“
und „echte Freude“ verbreiten, wünschte sich Papst Leo. „Quelle dieser Freude
ist die Liebe Gottes: die Liebe für das ungeborene und hilfsbedürftige Leben,
das es stets anzunehmen und zu umsorgen gilt; die Liebe zum jungen und zum
alten Leben, das in den Prüfungen jedes Alters gefördert werden muss; die Liebe
zum gesunden und zum kranken Leben, das manchmal einsam ist und immer
fürsorglichen Beistands bedarf.“ (vn 28)
Jahresempfang der Deutschen
Bischofskonferenz für die Partner im christlich-islamischen Dialog
„Dem
Frieden Raum geben“
Zum
siebten Mal hat heute (27. März 2026) der Jahresempfang der Deutschen
Bischofskonferenz für die Partnerinnen und Partner im christlich-islamischen
Dialog stattgefunden. Rund 120 Gäste folgten der Einladung des Vorsitzenden der
Unterkommission für den Interreligiösen Dialog, Bischof Dr. Bertram Meier
(Augsburg), nach Frankfurt am Main. Im Fokus des Empfangs stand die
Verantwortung der Religionsgemeinschaften für ein friedliches Zusammenleben –
in Deutschland und weltweit.
Eröffnet
wurde der Abend mit einem Gebet im Dom St. Bartholomäus. Bischof Meier betonte
dabei, dass Christen und Muslime trotz Unterschieden in der Glaubenslehre auch
geistliche Berührungspunkte teilen. Er nannte dabei vor allem „das Bewusstsein,
dass wir auf eine Wirklichkeit verwiesen sind, die größer ist als wir selbst –
auf Gott, den barmherzigen Schöpfer. Im Gebet wenden wir uns an ihn, in
unterschiedlichen Formen und Worten, aber mit einer ähnlichen Haltung: in dem
Vertrauen, dass Gott es gut mit uns meint; in der Gewissheit, dass wir seiner
Vergebung bedürfen und diese auch erlangen können.“ Das Gebet leiste dabei auch
einen wirksamen Beitrag zum Frieden: „Gebet ist keine Flucht aus der
Verantwortung. Es ist vielmehr eine Schule der Aufmerksamkeit. Wer Versöhnung
erlangen will, muss selbst versöhnungsbereit werden. Wer Gerechtigkeit fordert,
muss sie im eigenen Handeln verwirklichen. Wer den Frieden erbittet, muss dem
Frieden Raum geben. Denn Frieden ist mehr als das Schweigen der Waffen – er
beginnt im Herzen der Menschen.“
Beim
anschließenden Empfang im Haus am Dom griff Bischof Meier in seiner
Eröffnungsansprache das Weltgebetstreffen für den Frieden auf, zu dem Papst
Johannes Paul II. vor knapp 40 Jahren nach Assisi eingeladen hatte: „In einer
Zeit, in der noch nicht abzusehen war, ob die Großmächte einen Ausweg aus der
Logik des Wettrüstens finden würden, kamen in der Stadt des hl. Franziskus die
Repräsentanten der großen Religionen zusammen. […] Als gläubige Menschen wissen
wir, dass Frieden letztlich immer ein Geschenk Gottes ist. Damit jedoch der
Friede, den Gott gibt, in dieser Welt wirksam wird, bedarf es unserer
Mitwirkung. […] So war auch die Botschaft des historischen Treffens von 1986
eine zweifache: Wir beten für den Frieden – und wir handeln für den Frieden.“ Mit
Blick auf die Lage in Deutschland unterstrich Bischof Meier: „Als Menschen des
Dialogs müssen wir daher den Schulterschluss mit all jenen suchen, die das
Anliegen teilen, einer Vereinnahmung von Religion durch radikale Kräfte
entgegenzuwirken. Und: Wir brauchen echte Solidarität, wenn Menschen aufgrund
ihrer Religionszugehörigkeit Anfeindungen und Übergriffe erfahren. Deshalb sage
ich in aller Klarheit: Für Antisemitismus, Islamfeindlichkeit und jede Form der
Menschenfeindlichkeit ist in unserer offenen Gesellschaft kein Platz!“
Die
Vorsitzende der Christlich-Islamischen Gesellschaft, Dunya Elemenler, fasste in
ihrem Grußwort die gemeinsame Aufgabe von Christen und Muslimen wie folgt
zusammen: „Nicht nur über Dialog zu sprechen, sondern ihn zu leben. Nicht nur
Strukturen zu schaffen, sondern Beziehungen zu stärken. Nicht nur Unterschiede
zu benennen, sondern vor allem Vertrauen wachsen zu lassen. Denn am Ende
entscheidet sich die Zukunft des interreligiösen Dialogs nicht auf dem Papier,
sondern im Miteinander der Menschen. Wenn es uns gelingt, Dialog als echte
Beziehungsarbeit zu verstehen und zu leben, dann kann daraus mehr entstehen als
Verständigung: nämlich gegenseitige Wertschätzung, Vertrauen – und vielleicht
sogar Freundschaft.“
Wie
sich Ressentiments überwinden lassen und sich eine Kultur der Gewaltfreiheit
entfalten kann, bildete im weiteren Verlauf des Abends einen Schwerpunkt des
Gesprächs zwischen dem katholischen Künstler und Bischof Hermann Glettler
(Innsbruck) und dem muslimischen Religionspädagogen und Imam Dr. Abualwafa
Mohammed (Wien und Freiburg i. Br.). Beide verbindet eine langjährige
Freundschaft. Als wichtige Voraussetzung für gelingende Dialogbeziehungen
beschrieb Bischof Glettler eine Haltung der Offenheit: „Fruchtbare Dialoge
gelingen nur, wenn wir uns selbst verletzlich machen und uns aus der
Sicherheitszone der eigenen Positionen herauslocken lassen – hin zu einer
beglückenden Erfahrung des Menschseins.“ Imam Mohammed wiederum bekräftigte:
„Jede Art von Dialog lebt von Menschen, die einander wirklich zuhören und
begegnen wollen.“ Gleichzeitig warb er für einen Perspektivwechsel, der das
Freund-Feind-Denken überwindet: „Wahre Freiheit beginnt dort, wo ein Mensch
sich nicht mehr vom Hass, von Angst oder von ideologischen Vereinfachungen
bestimmen lässt. Sei es bei Rassisten, Weltverschwörern oder radikalen
Islamisten – Hass folgt meist einem dualistischen Weltbild mit demselben
Muster: Hier sind die Guten, dort die Bösen. Einen Ausweg gibt es nur, wenn wir
versuchen, in jedem einen Menschen zu sehen.“ Bischof Glettler ermutigte dabei
die Religionsgemeinschaften auch zu einer selbstreflexiven und
veränderungsbereiten Haltung: „Wir können nur dann glaubwürdig für
Menschenrechte und eine liberale Demokratie einstehen, wenn wir unsere eigene
Geschichte reflektieren und benennen, wo wir die Freiheit von Menschen eher
verhindert als gefördert haben. Jede Religionsgemeinschaft und Kirche verliert
an Glaubwürdigkeit, wenn sie nicht auch selbst zur inneren Erneuerung bereit ist.“
Bischof
Glettler und Imam Mohammed haben im vergangenen Jahr auch ein Buch zu ihren
Dialogerfahrungen veröffentlicht. Es trägt den Titel: Nicht den Hass, die Liebe
wählen: Ein Bischof und ein Imam über Spuren der Hoffnung in einer verwundeten
Gesellschaft.
Hintergrund-
Im Jahr 2018 hat die Deutsche Bischofskonferenz zusammen mit ihrer Fachstelle
CIBEDO (Christlich-islamische Begegnungs- und Dokumentationsstelle) erstmals zu
einem bundesweiten Jahresempfang für die Partnerinnen und Partner im
christlich-islamischen Dialog eingeladen. Ziel des Empfangs ist es,
unterschiedliche Dialog-Akteure zusammenzubringen, geistliche und theologische
Perspektiven der christlich-muslimischen Begegnung zu stärken und ein Zeichen
des geschwisterlichen Miteinanders zu setzen. Die Begegnung findet jeweils in
zeitlicher Nähe zum Hochfest „Mariä Verkündigung“ statt, das neun Monate vor
Weihnachten gefeiert wird (25. März). Maria erfährt als Mutter Jesu sowohl
unter Christen als auch unter Muslimen große Wertschätzung und kann deshalb als
verbindende Figur zwischen beiden Religionsgemeinschaften gelten. Dbk 27
Libanon: „Kein gerechter Krieg“ –
Bischof warnt vor Verschärfung der humanitären Lage
Die
anhaltenden Angriffe im Libanon treffen nach Einschätzung eines Ortsbischofs
nicht mehr nur militärische Ziele, sondern die gesamte Bevölkerung. „Das ist
kein gerechter Krieg, es ist eine Niederlage für uns alle“, sagte der
syrisch-katholische Bischof Jules Boutros dem päpstlichen Hilfswerk „Kirche in
Not“ (ACN). Boutros ist seit 2022 Kurienbischof des syrisch-katholischen
Patriarchats von Antiochia.
Aus
Beirut berichtete der 43-jährige von einer zunehmend katastrophalen Lage im
Land. Die israelischen Angriffe richteten sich offiziell gegen die vom Iran
unterstützte Hisbollah, tatsächlich seien jedoch immer wieder zivile
Einrichtungen betroffen. So seien zuletzt auch Gebäude in Wohngebieten
getroffen worden, darunter Hotels – eines davon in einem überwiegend
christlichen Viertel. „Niemand weiß, wer sich im selben Gebäude aufhält. Diese
Unsicherheit betrifft jeden Libanesen. Das Risiko ist überall“, erklärte der
Bischof.
Umdenken
in Sachen Hisbollah?
Mit
Interesse registriert Boutros, dass angesichts der jüngsten Eskalation auch ein
Umdenken unter schiitischen Muslimen einsetze. „Früher hörte man aus der
schiitischen Gemeinschaft kaum Kritik an der Hisbollah. Jetzt ist das anders.“
Besonders die Äußerung eines ranghohen schiitischen Geistlichen, wonach
religiöse Gebäude nicht als Flüchtlingsunterkünfte dienen sollten, habe
Empörung ausgelöst. Sunnitische Muslime, Christen und Drusen seien sich in der
Ablehnung des Krieges ohnehin einig, sagte Boutros.
Besonders
dramatisch sei die Situation im Süden des Libanon nahe der Grenze zu Israel.
„Der gesamte Süden ist weitgehend entvölkert. Wir sprechen von hunderten von
Dörfern“, sagte Boutros. Auch mehrheitlich von Christen bewohnte Ortschaften
seien von Angriffen betroffen. Viele Menschen seien geflohen und wüssten nicht,
ob sie jemals zurückkehren könnten. Internationale Beobachter gehen von rund
einer Million Binnenflüchtlinge im Libanon aufgrund der jüngsten Eskalation
aus.
„Jede
noch so kleine Spende bedeutet sehr viel“
Die
humanitäre Lage verschärfe sich dramatisch, so der Bischof. Die Kirche im
Libanon spiele eine zentrale Rolle bei der Versorgung der Vertriebenen:
„Christliche Gemeinden haben ihre Türen weit geöffnet.“ Gleichzeitig stoßen
viele Einrichtungen an ihre Grenzen. Die Bedürfnisse seien vielfältig und
reichten von Treibstoff für Generatoren über Lebensmittel bis hin zu
psycho-spiritueller Begleitung.
Besonders
schwierig sei die Situation für Familien, die Angehörige aufgenommen haben und
von öffentlicher Hilfe nicht erfasst würden. In manchen Regionen sei es zudem
zu gefährlich, Hilfsgüter direkt zu verteilen. „Deshalb ist finanzielle
Unterstützung oft die einzige Möglichkeit, zu helfen“, erklärte Boutros.
„Kirche
in Not“ unterstützt die Kirche im Libanon seit Jahrzehnten und hat seine Hilfe
angesichts der aktuellen Krise weiter verstärkt. Bischof Boutros dankte
ausdrücklich für diese Unterstützung: „Aus dem Libanon danken wir Ihnen für
alles, was Sie für unsere Kinder, Familien und besonders für die Vertriebenen
tun.“ Zugleich richtete er einen dringenden Appell an das Ausland: „Wir
brauchen noch mehr Hilfe. Jede noch so kleine Spende bedeutet sehr viel.“
Unterstützen
Sie die kirchliche Nothilfe im Libanon mit Ihrer Spende – online unter:
www.spendenhut.de oder auf folgendes Konto:
Empfänger:
KIRCHE IN NOT, LIGA Bank München
IBAN:
DE63 7509 0300 0002 1520 02
BIC:
GENODEF1M05 Verwendungszweck: Libanon
KiN 27
EU: McGuinness ist neue
Sonderbeauftragte für Religionsfreiheit
Die
EU-Kommission hat am Donnerstag die Irin Mairead McGuinness zur neuen
Sonderbeauftragten für Religions- und Glaubensfreiheit außerhalb der
Europäischen Union ernannt. In dieser Funktion soll sie Dialogprozesse sowohl
mit staatlichen Stellen als auch mit Organisationen und Vertretern
verschiedener Glaubensrichtungen unterstützen.
Die
Position war nach dem Ausscheiden des vorherigen Amtsinhabers Franciscus Van
Daele im Jahr 2024 über ein Jahr lang unbesetzt geblieben.
Aufgabenprofil
und politischer Hintergrund
Die
Kommission begründete die Ernennung mit dem Ziel, den Schutz der
Religionsfreiheit und der Menschenwürde international zu stärken. „Die
anhaltende Verfolgung von Einzelpersonen und Minderheiten aus religiösen,
weltanschaulichen und ethnischen Gründen macht den Schutz und die Förderung
dieser Freiheit außerhalb der EU umso wichtiger“, hieß es in einer Mitteilung
der Brüsseler Behörde. Zu den Kernaufgaben der 66-Jährigen gehört künftig die
Koordinierung diplomatischer Dialoge mit Nicht-EU-Staaten sowie die Förderung
von religiöser Vielfalt und Toleranz.
McGuinness
verfügt über langjährige Erfahrung in den europäischen Institutionen. Von 2020
bis 2024 war sie EU-Kommissarin für Finanzdienstleistungen, Finanzstabilität
und Kapitalmarktunion. Zuvor gehörte sie ab 2004 dem Europäischen Parlament für
die christdemokratische EVP-Fraktion an, zeitweise als dessen Vizepräsidentin.
In dieser Funktion war sie bereits für den Dialog des Parlaments mit den
Religionen zuständig und verfolgte das Ziel, Religionsgemeinschaften
strukturierter in Gesetzgebungsprozesse einzubinden.
Werdegang
und Reaktionen
Die
Politikerin wuchs in einem katholischen Elternhaus mit sieben Geschwistern auf.
Sie studierte Agrarökonomie am University College Dublin sowie Buchhaltung und
Finanzwesen. Vor ihrer politischen Karriere war sie von 1980 bis 2004 als
Journalistin tätig.
Anlässlich
ihrer früheren Ernennung zur Kommissarin verwies der damalige Vizepräsident der
EU-Bischofskommission COMECE, Bischof Noel Treanor, auf ihre Fähigkeit,
Kompromisse zu finden. McGuinness selbst bezeichnete Religion in einem
Interview mit der Katholischen Nachrichten-Agentur (KNA) im Jahr 2017 als
festen Bestandteil ihres Lebens und gab an, den Glauben von ihrer Mutter geerbt
zu haben.
Das
Amt des Sonderbeauftragten für Religionsfreiheit wurde 2016 geschaffen, um die
diplomatischen Bemühungen der EU in diesem Bereich zu bündeln und den Schutz
verfolgter Gruppen weltweit zu intensivieren. (kna 26)
Kardinal Parolin: „Die Liturgie
darf kein Schlachtfeld werden“
Am
Rande eines Studientages über den Staatsmann Alcide De Gasperi in der
Vatikanischen Apostolischen Bibliothek hat Kardinalstaatssekretär Pietro
Parolin Stellung zu mehreren aktuellen Themen bezogen. Vor Journalisten äußerte
er sich zur liturgischen Debatte, zur Lage im Heiligen Land und zum politischen
Erbe De Gasperis. Mario Galgano
In
Bezug auf eine aktuelle Botschaft von Papst Leo XIV. an die französischen
Bischöfe betonte Parolin die Notwendigkeit, Spaltungen innerhalb der Kirche zu
vermeiden. „Die Liturgie darf nicht zu einem Grund für Konflikte und Spaltungen
zwischen uns werden“, erklärte der Kardinal. Ziel müsse es sein, eine Formel zu
finden, die „legitimen Bedürfnissen“ entgegenkomme, ohne die Liturgie zu einem
„Schlachtfeld“ zu machen. Er unterstrich, dass diese Besorgnis in der
Kirchenleitung geteilt werde.
Ostern
und die Lage im Heiligen Land
Mit
Blick auf das bevorstehende Osterfest erneuerte der Kardinalstaatssekretär den
Appell zur Beendigung bewaffneter Konflikte. „Ostern ist das Fest des Friedens,
des Friedens des auferstandenen Herrn. Es ist ein besonderer Anlass, die
Einladung zu erneuern, dieser Torheit des Krieges ein Ende zu setzen“, so
Parolin.
Zur
Situation in Jerusalem, insbesondere zur ersten Schließung der Grabeskirche
seit der Pandemie, bezeichnete er die Lage in der Region als „sehr schwierig“.
Er äußerte jedoch die Hoffnung, dass die Riten der Karwoche zumindest im
Inneren der Basilika gefeiert werden könnten. Auf die Frage nach einem
offiziellen Friedensappell des Vatikans zu Ostern antwortete er: „Ich gehe
davon aus, dass der Papst dies tun wird.“
Das
Erbe von Alcide De Gasperi
Der
Studientag, der im Sixtinischen Saal der Apostolischen Bibliothek stattfand,
befasste sich mit der Zeit, die der spätere italienische Ministerpräsident
Alcide De Gasperi während des Faschismus als Bibliothekar im Vatikan
verbrachte. Auf die Frage, was heutige Politiker von De Gasperi lernen könnten,
antwortete Parolin lakonisch: „Das Schweigen.“
An
der wissenschaftlichen Veranstaltung nahmen unter anderem Experten wie Agostino
Giovagnoli (Università Cattolica del Sacro Cuore), Paolo Vian (Vatikanisches
Apostolisches Archiv) und Philippe Chenaux (Pontificia Università Lateranense)
teil. Begleitend zur Konferenz wurde eine Ausstellung mit Originalmanuskripten
und Dokumenten aus der Zeit De Gasperis im Vatikan präsentiert. (vn/sir 26)
Bischof Dr. Heiner Wilmer SCJ wird
neuer Bischof von Münster
Papst
Leo XIV. hat heute (26. März 2026) den bisherigen Bischof von Hildesheim, Dr.
Heiner Wilmer SCJ, zum neuen Bischof von Münster ernannt. Er wird die Nachfolge
von Bischof em. Dr. Felix Genn antreten, der am 9. März 2025 in den Ruhestand
getreten ist. Erst vor wenigen Wochen wurde Bischof Wilmer zum Vorsitzenden der
Deutschen Bischofskonferenz gewählt.
Der
stellvertretende Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr.
Michael Gerber, gratuliert dem neuen Münsteraner Bischof und schreibt in einem
Brief: „Eine große Aufgabe liegt vor Dir und ich wünsche Dir die Kraft und den
Beistand Gottes. Die Teams in Bonn und Münster werden dich tatkräftig
unterstützen, damit Du Deine beiden neuen Ämter in guter Weise bewältigen
kannst. Ausdrücklich schließe ich auch das Team in Hildesheim mit ein, das ich
bei meinen Besuchen dort kennen- und schätzen lernen durfte und das Dich in
dieser Phase des Übergangs begleiten wird.“
Es
seien bewegte Zeiten für Gesellschaft und Kirche und nun auch für den neuen
Bischof von Münster, so Bischof Gerber: „Flächenmäßig ausgedehnt, beherbergt
das Bistum Münster nunmehr die größte Zahl von Katholikinnen und Katholiken in
Deutschland. Ich bin davon überzeugt: Deine bisherigen Wegstationen haben Dir
viel an Kenntnis und Erfahrung für diese neue Aufgabe mitgegeben. Ich wünsche
Dir sehr, dass Du die Zeit findest, mit möglichst vielen Menschen
zusammenzutreffen und bald in Münster heimisch zu werden.“ Es sei zu erahnen,
was die doppelte Aufgabe – ein Bistum neu kennenzulernen und Vorsitzender der
Bischofskonferenz zu sein – bedeutet. „Aber ich bin mir sicher, dass Du mit
Perspektive und Geschick, mit Positionierung und klaren Worten, mit dem mutigen
Blick nach vorne und dem gleichzeitigen Blick für das Ganze die vor Dir
liegenden Aufgaben gut bewältigen wirst. Dazu biete ich Dir selbstverständlich
meine ganze Unterstützung an. Wer Deine Wortmeldungen und Deine
Veröffentlichungen studiert, der stellt fest, dass Dich eine tiefe geistliche
Grundhaltung prägt. Das ist ein großer Schatz und ich bin überzeugt: Dies wird
Deinen Weg in und mit dem Bistum Münster und mit unserer Bischofskonferenz
entscheidend prägen“, so Bischof Gerber. Er fügt in seinem Brief hinzu: „Mit
den Menschen zwischen Harz und Nordsee verbinden Dich viele prägende gemeinsame
Erfahrungen der vergangenen Jahre. Oft waren es herausfordernde Zeiten, wenn
ich an die Bewältigung der Corona-Pandemie denke oder an die Aufarbeitung des
Umgangs mit sexuellem Missbrauch. Mit Umsicht und Weitsicht bist Du das
angegangen und ich bin mir sicher, dass Du genau mit diesem Blick die Aufgaben
angehen wirst.“
Heiner
Wilmer wurde am 9. April 1961 in Schapen (Emsland) geboren. Im August 1980 trat
er in die Ordensgemeinschaft der Herz-Jesu-Priester ein und legte 1985 die
Ewige Profess ab. Am 31. Mai 1987 wurde Wilmer in Freiburg zum Priester
geweiht. Von 1987 bis 1993 studierte er in Rom und Freiburg. Nach verschiedenen
Stationen als Referendar und Lehrer in Meppen, Vechta und der New Yorker Bronx
wurde er Schulleiter des Gymnasiums Leoninum in Handrup. Von 2007 bis 2015 war
Wilmer Provinzial der Deutschen Ordensprovinz der Herz-Jesu-Priester in Bonn
und im Anschluss bis 2018 Generaloberer der Herz-Jesu-Priester in Rom. Am 6.
April 2018 wurde Heiner Wilmer von Papst Franziskus zum 71. Bischof von
Hildesheim ernannt, am 1. September 2018 wurde er zum Bischof geweiht und in
sein Amt eingeführt. In der Deutschen Bischofskonferenz ist er seit September
2021 Vorsitzender der Kommission für gesellschaftliche und soziale Fragen. Er
war von 2019 bis 2024 Vorsitzender der Deutschen Kommission Justitia et Pax.
Bischof Dr. Heiner Wilmer SCJ wurde am 24. Februar 2026 zum neuen Vorsitzenden
der Deutschen Bischofskonferenz gewählt. Dbk 26
„Hierarchische Struktur der Kirche
ist kein menschliches Konstrukt“
Der
hierarchische Aufbau der katholischen Kirche ist nichts Menschengemachtes,
sondern kommt von Gott. Das hat Leo XIV an diesem Mittwoch betont.
In
der Ansprache bei seiner Generalaudienz auf dem Petersplatz beschäftigte sich
der Papst mit der Frage, warum die Kirche so ist, wie sie ist. Ausgangspunkt
für seine Gedanken war der Text „Lumen Gentium“ des Zweiten Vatikanischen
Konzils (1962-65).
„Die
katholische Kirche hat ihr Fundament in den Aposteln, die Christus als
lebendige Säulen seines mystischen Leibes bestimmt hat, und sie besitzt eine
hierarchische Dimension, die im Dienst der Einheit, der Mission und der
Heiligung aller Glieder wirkt. Diese heilige Ordnung gründet sich dauerhaft auf
die Apostel (vgl. Eph 2,20; Offb 21,14), da sie maßgebliche Zeugen der
Auferstehung Jesu sind (vgl. Apg 1,22; 1 Kor 15,7) und vom Herrn selbst in die
Welt gesandt wurden (vgl. Mk 16,15; Mt 28,19).“
Bis
zur Wiederkunft Jesu
Mit
der Absicht, die Heilslehre Jesu treu zu bewahren, hätten die Apostel ihren
Dienst an Männer übertragen, die die Kirche nach ihrem Ableben „weiterhin
heiligen, leiten und unterweisen“ sollten, so der Papst. Und dieser Prozess –
Theologen nennen das „apostolische Sukzession“ – sei immer noch im Gang und
gehe weiter bis zur Wiederkunft Jesu.
„Diese
apostolische Sukzession, die auf dem Evangelium und der Tradition gründet, wird
in Kapitel III von Lumen Gentium … vertieft. Das Konzil lehrt, dass die
hierarchische Struktur kein menschliches Konstrukt ist, das der inneren
Organisation der Kirche als gesellschaftlichem Körper dient, sondern eine
göttliche Einrichtung, die darauf abzielt, den Auftrag, den Christus den
Aposteln gegeben hat, bis zum Ende der Zeiten fortzuführen.“
„Das
dienende oder hierarchische Priestertum unterscheidet sich wesentlich und nicht
nur dem Grad nach vom gemeinsamen Priestertum der Gläubigen“
Leo
XIV. führte aus, dass es dem Konzil nicht darum gegangen sei, die
institutionellen Elemente der Kirche darzustellen. Vielmehr habe es sich auf
das „dienende oder hierarchische Priestertum“ konzentriert, das sich
„wesentlich und nicht nur dem Grad nach“ vom gemeinsamen Priestertum der
Gläubigen unterscheide. Über dieses gemeinsame Priestertum aller Getauften
hatte der Papst bei seiner letzten Generalaudienz vor einer Woche gesprochen.
Das
hierarchische und das allgemeine Priestertum seien – so zitierte Leo aus „Lumen
Gentium“ – „miteinander verbunden, da beide, jedes auf seine Weise, am einzigen
Priestertum Christi teilhaben“. „Das Konzil befasst sich also mit dem Dienst,
der an Männer weitergegeben wird, die mit sacra potestas für den Dienst in der
Kirche ausgestattet sind: Es geht insbesondere auf das Bischofsamt ein, dann
auf das Priesteramt und auf den Diakonat als Stufen des einzigen Sakraments der
Weihe.“
Dienst
(und nicht Macht)
Mit
dem Adjektiv „hierarchisch“ zeige das Konzil den „heiligen Ursprung des
apostolischen Dienstes im Wirken Jesu“ auf. „Zunächst die Bischöfe und durch
sie die Priester und Diakone haben Aufgaben (lateinisch: munera) erhalten, die
sie in den Dienst ‚aller, die zum Volk Gottes gehören‘, führen… Lumen Gentium
erinnert mehrfach und eindringlich an den kollegialen und gemeinschaftlichen
Charakter dieser apostolischen Sendung…“
In
dieser Optik sei das Amt, das in der Kirche den Geweihten anvertraut werde, ein
Dienst. Unausgesprochen hieß das: Es geht beim Priester- und Bischofsamt, und
bei der Hierarchie überhaupt, nicht um Macht. (vn 25)
Vatikan-Auswahl gastiert in
Schwaben
Die
inoffizielle Fußball-Nationalmannschaft des Vatikans bestreitet am Freitag, den
17. April, ein Benefizspiel in Dillingen an der Donau. Im dortigen Donaustadion
trifft die Auswahl ab 18.00 Uhr auf die „Charity World Squad“, ein Team aus
ehemaligen Profifußballern. Die Schirmherrschaft für die Begegnung haben der
bayerische Ministerpräsident Markus Söder und der Augsburger Bischof Bertram
Meier übernommen. Mario Galgano - Vatikanstadt
Die
Mannschaft des Vatikans setzt sich primär aus Mitgliedern der Schweizer Garde,
Mitarbeitern der Kurie sowie Wachpersonal der Vatikanischen Museen zusammen. Da
der Stadtstaat weder der FIFA noch der UEFA angehört, nimmt das Team nicht an
regulären Qualifikationsturnieren teil.
Ihnen
gegenüber steht bei dem Benefiz-Spiel eine internationale Auswahl ehemaliger
Lizenzspieler. Angeführt wird die „Charity World Squad“ von Kapitän und
Ex-Nationaltorhüter Tim Wiese. Zum Kader gehören unter anderem Timo Gebhart,
Andreas Ibertsberger, Slobodan Komljenovi? und Karim Matmour sowie die
regionalen Akteure Ingo Feistle und Andreas Mayer. Trainiert wird die Auswahl
von Armin Veh, dem Meistertrainer des VfB Stuttgart von 2007, unterstützt von
Castro Dokyi Affum.
Erlöse
für den guten Zweck
Laut
dem Cheforganisator der SSV Dillingen, Christoph Nowak, befinden sich weitere
prominente Namen wie Ailton oder Halil Altintop in der Abstimmung. „Wir werden
den Zuschauern auf jeden Fall eine tolle Mannschaft bieten“, so Nowak. Geleitet
wird die Partie vom ehemaligen FIFA-Schiedsrichter Felix Brych.
Die
Einnahmen der Veranstaltung generieren sich aus dem Eintrittspreis von 5 Euro
sowie Sponsorengeldern. Die Gelder werden zu gleichen Teilen an zwei
Organisationen ausgeschüttet und zwar der Stiftung „Hilfe für kranke
Kinder“ (Universitäts-Kinderklinik Tübingen), sowie „Olis Kinderwelt e.V.“
(Charityprojekt von Nationaltorwart Oliver Baumann). (pm 24)
Rom: 600 Jahre „Anima“ in Stein und
Latein
Santa
Maria dell’Anima, die Kirche der deutschsprachigen Gemeinde in Rom, ist reich
an Inschriften wie kaum eine andere Kirche der Ewigen Stadt. Der Historiker
Eberhard Nikitsch hat die steinernen Zeugen aus 600 Jahren Geschichte auf
Marmorplatten, Gräbern, Kelchen, Glocken, Wandmalereien und Fenstern erfasst,
übersetzt und kommentiert. Das Ergebnis liegt nun vor – gedruckt und online.
Altar
und Tabernakel, kostbare Kruzifixe und Monstranzen, Gemälde, Kubaturen, Glanz
und Licht: Das alles macht eine Kirche einzigartig und spricht unmittelbar zu
den Gläubigen. Inschriften wirken zurückhaltender, weil starke visuelle Reize
das Bild des Kultortes bestimmen. Zugleich kommt keine Kirche ohne Inschriften
aus. Rund 350 davon zählt Santa Maria dell’Anima, die prachtvolle Kirche der
deutschsprachigen Gemeinde in Rom zwei Schritte von der Piazza Navona.
„Inschriften
sind eine ganz besondere historische Quelle. Normalerweise arbeiten Historiker
mit Urkunden, mit Briefen, mit Chroniken. Das sind alles Quellen, die nur für
wenige Leute bestimmt sind“, erklärt der Mainzer Historiker Eberhard Nikitsch.
Anders Inschriften: Sie stehen auf Denkmälern, die öffentlich sind, und wollen
gelesen werden. „Das ist der springende Punkt. Öffentlich heißt: Man will etwas
aussagen, man will zeigen, wer man ist oder auch nicht ist. Man will das, was
man im Leben war, eben auch als Denkmal in der Kirche noch einmal zeigen. Das
ist das Spezielle.“
Inschriften
sind Selbstaussagen
Die
„Anima“ besteht aus einer Kirche mit Priesterkolleg und Gemeindesälen, ein
geräumiges Haus. Die meisten Inschriften bietet naturgemäß die Kirche, denn sie
ist für alle zugänglich „Wenn Sie da einmal waren, sind Sie überrascht, wenn
Sie reinkommen: alles voll mit Denkmälern. Wenn Sie genau hinschauen, sind
überall Inschriften dabei. Bei den Grabdenkmälern ist das völlig klar.“ Mit
Hadrian VI. ist übrigens auch ein Papst in der Anima begraben – aber bei
Wandmalereien muss man schon genauer hinschauen. „Die Anima ist groß und hoch,
die Wandmalereien zum Beispiel oben im Schiff sehen Sie kaum, und die
Inschriften dazu auch nicht. Aber es ist alles voll damit.“ Weiter geht es mit
den Inschriften in der Krypta, im Hof und in der Sakristei, und es wird noch kleinteiliger:
„Auf Kelchen, Monstranzen, Wandmalereien, Glasmalereien, Glocken – alles, was
Sie im Prinzip beschriften können, wird beschriftet.“
„Es
waren hochrangige Leute, die gut Latein konnten“
Die
Inschriften sind alle auf Latein. Was aber erzählen sie? Die „Anima” entstand
im späten Mittelalter und war bis ins 18. Jahrhundert die Begräbnisstätte der
an der römischen Kurie beschäftigten Kleriker aus dem Heiligen Römischen Reich
deutscher Nation, erklärt Nikitsch. „Das heißt: Es waren hochrangige Leute, die
gut Latein konnten, oft Juristen waren und an der Anima als Richter oder als
Notare gearbeitet haben und viel Geld verdient haben. In der Regel ehelos und
ohne Kinder. Und wenn das Ende naht, geht man dorthin, wo man sich zu Hause
fühlt – nämlich in die deutschsprachige Gemeinschaft der Anima – und vermacht
der Kirche alles: die Häuser, den Schmuck, das Geld, die Weinberge, was Sie
wollen. Gleichzeitig bittet man um ein Grabdenkmal.“ Aber auch in Rom
gestrandete oder verstorbene deutsche Adelige, zum Beispiel solche auf Grand
Tour, wurden in der „Anima“ beigesetzt und ihre Grabmäler entsprechend ihres
Ranges dekoriert und beschriftet.
Nikitsch
ist eigentlich Mittelalter-Spezialist. Doch auch aus dem 20. Jahrhundert haben
sich in der „Anima“ reichlich Inschriften erhalten. Besonders solche aus der
Zeit des berühmt-berüchtigten Rektors Alois Hudal. Der Österreicher leitete die
„Anima“ 1923 bis 1952, also in der Zeit des Faschismus, Nationalsozialismus,
des Kriegs und danach. „Heute ist er nur noch bekannt als Nazibischof. In
Wirklichkeit war er von Anfang an ein hochengagierter Kleriker, der alles für
die Anima getan hat – in einer Zeit, in der es große Probleme gab“, so
Nikitsch.
Als
Hudal 1923 nach Rom geschickt wurde, hatte der Erste Weltkrieg Österreich auf
einen fragilen Rumpfstaat reduziert, die Kaiserzeit war dahin, die „Anima“
desolat und ohne Protektor und ihre Zukunft ungewiss. „Hudal hat von Anfang an
begonnen, das wieder aufzubauen“ – und dabei reichlich Inschriften produziert,
so Nikitsch. „Das sind hauptsächlich Bau- und Renovierungsinschriften, aber
auch Inschriften auf Geräten, auf Monstranzen, auf allen möglichen Dingen. In
den Fenstern, die er hat einbauen lassen, sind seine Inschriften drin. Er hat
einige Grabdenkmäler für ihm vertraute Leute gestiftet und gespendet. Und das
ist ein Teil seiner Geschichte, der oft vernachlässigt und unterschlagen wird.“
Gedruckt
und online: alle Inschriften der „Anima“
Mit
einer gewissen Akribie hat Nikitsch auch über die Jahrhunderte verschollene
Inschriften der „Anima“ rekonstruiert – gar nicht wenige. „Also Inschriften
etwa auf Reliquiaren, die irgendwann verschwunden sind, entweder verkauft oder
geklaut oder versteigert worden sind. Das ist ungefähr halb und halb. Die
Hälfte dieser alten Inschriften ist weg“ - die andere Hälfte ist
vorhanden. Und alle 350 zusammen hat Nikitsch in den vergangenen fünf Jahren im
Auftrag der „Anima“ entziffert, übersetzt und kommentiert. Die Arbeit liegt
nicht nur in zwei schönen gedruckten Bänden vor, sondern auch online, auf der
Homepage der „Anima“ (Teil 1 und Teil 2). (vn 24)
Vatikan veröffentlicht synodalen
Bericht zu Armut und Ökologie
„Den
Schrei der Armen hören“: Mit diesem Thema hat sich im Prozess der Weltsynode
eine eigene Studiengruppe beschäftigt. Den Bericht dieser Studiengruppe hat das
vatikanische Synodensekretariat nun vorgelegt.
23
Mal hat sich die Studiengruppe 2 bis Oktober 2025 via Zoom zusammengeschaltet,
um über Entwicklung, soziale Gerechtigkeit und die Bewahrung der Schöpfung
nachzudenken. Die Teilnehmenden: Kleriker wie Laien, Theologen und Seelsorgende
aus dem globalen Süden und den reicheren Ländern, angeleitet von Kardinal
Michael Czerny. Der kanadische Jesuit steht der vatikanischen Behörde für die
ganzheitliche Entwicklung des Menschen vor.
Den
Mitgliedern des Gremiums waren die Grenzen ihres Projekts eigener Aussage nach
durchaus bewusst: So war beispielsweise kein Vertreter aus dem Nahen Osten
dabei, und um auf die Anliegen indigener Gemeinschaften einzugehen, fehlten die
Zeit und die Ressourcen. Dennoch fand die Studiengruppe zu einer Reihe von
Vorschlägen und Empfehlungen, die – nach einem ersten Kapitel zur Methodologie
– im zweiten Kapitel des Papiers ausgebreitet werden.
Für
Gründung einer kirchlichen Behörde für Seelsorge und Teilhabe von Menschen
mit Behinderungen
Konkret
schlägt das Dokument der Studiengruppe 2 Online-Plattformen vor, auf denen
best-practice-Beispiele gesammelt werden, nach dem Vorbild der „Laudato si‘
Action Platform“. „Vertreter vulnerabler Gruppen, Frauen und Persons of color“
sollen stärker in kirchlichen Gremien vertreten sein, und für die Unterstützung
indigener Völker und von Menschen, die aufgrund des Kastensystems diskriminiert
werden, wird der Aufbau „regionaler und internationaler Strukturen“
vorgeschlagen. Für Mitarbeiter in der Seelsorge soll es in Fragen sozialer und
ökologischer Gerechtigkeit ständige Fortbildungen geben.
Das
Papier spricht sich auch für die Gründung einer zentralen kirchlichen Behörde
(Observatory) für die Seelsorge und Teilhabe von Menschen mit Behinderungen
aus; dafür wird eine Struktur skizziert. Aus ihr ergibt sich, dass die Behörde,
für die sich auch die Synodalversammlung vom Oktober 2024 ausgesprochen hat,
gemeinsam von einem Bischof und einer Person mit Behinderung geleitet werden
soll.
„Der
Schrei der Armen und der Schrei der Erde müssen gemeinsam, nicht getrennt
voneinander angegangen werden“
Was
die kirchliche Menschenrechtsarbeit betrifft, betont das Schlussdokument der
Studiengruppe, dass diese mit dem Einsatz für die Umwelt zusammengedacht werden
sollte. „Der Schrei der Armen und der Schrei der Erde müssen gemeinsam, nicht
getrennt voneinander angegangen werden.“ Im Übrigen sei die „gelebte Erfahrung
der Armen und der Erde ein locus theologicus“, mit dem sich also auch die
Theologen beschäftigen müssen.
Das
Papier spricht von der „Vision einer synodalen Theologie, die auf der Begegnung
mit verarmten und ökologischen Gemeinschaften gründet“. Es müsse in kirchlichen
Beratungsgremien auf allen Niveaus mehr Theologen geben, die aus armen,
marginalisierten oder generell unterrepräsentierten Gemeinschaften stammen, und
der Zugang zu theologischer Bildung für Laien, speziell für Frauen aus
marginalisierten Kontexten, sei zu erleichtern. Manches von dem, was die
Studiengruppe in dieser Hinsicht schreibt, erinnert an die lateinamerikanische
Erfahrung mit befreiungstheologischen Basisgemeinschaften.
Für
stärkere Zusammenarbeit von Laien, Ordensleuten und Geweihten
Der
Bericht der Studiengruppe setzt generell auf eine stärkere Zusammenarbeit von
Laien, Ordensleuten und Geweihten. Arme Menschen dürften nicht als Objekte,
sondern sollten als „aktive Subjekte der Evangelisierung“ gesehen werden. Die
Rolle des Zuhörens müsse im kirchlichen Einsatz auf sozialem und ökologischem
Gebiet viel wichtiger genommen werden als bisher; und dazu seien persönliche
Begegnungen entscheidend.
Die
katholische Weltsynode war 2021 vom damaligen Papst Franziskus auf den Weg
gebracht worden. Ihr Motto: „Gemeinschaft, Teilhabe, Sendung“. Ziel des
Prozesses war es, ein neues Miteinander in der Kirche zu entwickeln. Die zweite
große Vollversammlung des synodalen Prozesses fand im Oktober 2024 im Vatikan
statt. Derzeit läuft die Umsetzungsphase des Beschlossenen. Sie soll im Herbst
2028 in eine „Kirchliche Versammlung“ münden. Der synodale Prozess wird auch
nach dem Tod von Papst Franziskus 2025 von seinem Nachfolger Leo XIV.
fortgesetzt.
Zuletzt
war am 10. März der Bericht der Studiengruppe 5 zur Rolle von Frauen in der
Kirche veröffentlicht worden. In den an diesem Dienstag vorgelegten Bericht
„Den Schrei der Armen hören“ sind nicht nur die Ergebnisse der
Synodenberatungen eingegangen, sondern auch Beiträge, die an das
Synodensekretariat geschickt worden waren. Die Studiengruppe hatte mit
Fragebögen in fünf Sprachen um Beiträge und Ideen gebeten. Der Bericht soll als
Arbeitsgrundlage für die weiteren synodalen Prozesse dienen. Er ist in mehreren
Sprachen auf der offiziellen Webseite des Synoden-Sekretariats zugänglich.
(vn
24)
Palmsonntagskollekte am 29. März
2026
Bischof
Meier fordert deutliches Zeichen der Solidarität
Der
aktuelle Krieg im Iran schlägt ein weiteres leidvolles Kapitel in einer Region
auf, die ohnehin von Terror und Krieg – insbesondere seit dem 7. Oktober 2023 –
tief gezeichnet ist. Die Folgen sind auch für die Menschen im Heiligen Land
unmittelbar zu spüren. Die Hoffnung auf Frieden rückt damit einmal mehr in
weite Ferne und weicht der Sorge vor einem Flächenbrand, der die gesamte Region
zu erfassen droht. Vor diesem Hintergrund rufen die deutschen Bischöfe im
Rahmen der jährlichen Kollekte am Palmsonntag (29. März 2026) zur Unterstützung
der Christen im Heiligen Land auf. Sie steht in diesem Jahr unter dem Motto
„Hoffnung säen“. Dazu schreiben die Bischöfe: „Die andauernde Gewalt im Nahen
Osten fordert nicht nur zahllose Menschenleben. Sie reißt auch die ohnehin
tiefen gesellschaftlichen Gräben immer weiter auf. Die politische Realität
scheint die Hoffnung auf Frieden und Versöhnung erstickt zu haben.“
„Doch
inmitten von Resignation und Polarisierung“, so der Aufruf der Bischöfe weiter,
„gibt es Juden, Christen und Muslime, die unbeirrt an der Vision eines
friedlichen Miteinanders festhalten.“ Die Palmsonntagskollekte leistet dazu
einen wichtigen Beitrag: Sie fördert Projekte und Initiativen des Deutschen
Vereins vom Heiligen Lande und der Franziskaner im Heiligen Land, die sich
insbesondere in der Dialog- und Versöhnungsarbeit engagieren und so die
Hoffnung auf Frieden und eine bessere Zukunft stärken. Wie notwendig derartige
Initiativen sind, betont auch der diesjährige Aufruf des Vatikans zur Kollekte
für die Christen im Heiligen Land. Viele hätten durch Krieg, Gewalt und das
Ausbleiben der Pilger alles verloren. Gerade die Christen, die trotz schwierigster
Umstände vor Ort blieben, seien inmitten der Dunkelheit Zeugen der Hoffnung.
Bischof
Dr. Bertram Meier, Vorsitzender der Kommission Weltkirche der Deutschen
Bischofskonferenz, unterstreicht die dramatische Lage, in der sich die Christen
in der Region befinden: „Unsere Schwestern und Brüder in dieser Weltgegend
brauchen heute mehr denn je unser Gebet und unsere Unterstützung. Setzen wir
ein deutliches Zeichen der Solidarität am diesjährigen Palmsonntag! Gerne mache
ich mir das Wort von Papst Leo XIV. vom vergangenen Sonntag zu eigen, der
sagte, dass dieser Konflikt im Nahen und Mittleren Osten ‚ein Skandal für die
gesamte Menschheitsfamilie und ein Schrei im Angesicht Gottes‘ sei. Vergessen
wir unsere Schwestern und Brüder nicht. Wir sind es ihnen schuldig.“Hinweise.
Der Aufruf zur Palmsonntagskollekte ist als PDF-Datei auf www.dbk.de unter
Aufrufe der deutschen Bischöfe verfügbar.
Die
Botschaft des Vatikans zur Heilig-Land-Kollekte finden Sie unter: Appello per
la Colletta dei Cristiani in Terra Santa.
Die
Kollekte für die Christen im Heiligen Land wird weltweit – allerdings nicht an
einem einheitlichen Termin – durchgeführt. In Deutschland findet die Kollekte
in allen Gottesdiensten am Palmsonntag statt.
Schweiz:
Bischöfe konkretisieren psychologische Eignungsprüfung
Knapp
ein Jahr nach dem Erlass des Grundsatzdekrets vom 11. März 2025 hat die
Schweizer Bischofskonferenz (SBK) nun die detaillierten Ausführungsbestimmungen
für die psychologische Eignungsprüfung künftiger Seelsorgerinnen und Seelsorger
verabschiedet. Die Regelungen definieren den Prozess von der Datenerhebung bis
zur vertraulichen Aufbewahrung der Ergebnisse.
Das
Assessment umfasst Berichte von drei Fachpersonen zu den Bereichen Testing,
kompetenzorientiertes Gespräch sowie forensisch-klinisches Gespräch. Die
Ergebnisse werden in einem sogenannten „diözesanen Abklärungsnachweis“
zusammengefasst. Während dieses summarische Dokument im regulären
Ausbildungsdossier verbleibt, unterliegen die detaillierten Fachberichte einer
strengeren Geheimhaltung.
Zur
Koordination zwischen den Diözesen führt das Generalsekretariat der SBK künftig
ein schweizweites Verzeichnis. Dieses enthält die Namen der Kandidatin
oder des Kandidaten, Ort und Datum des Assessments sowie die
auftraggebende Diözese oder Ordensgemeinschaft.
Das
Verzeichnis dient dazu, den Diözesen und Ordensverantwortlichen Auskunft
darüber zu geben, ob eine Person bereits ein Verfahren durchlaufen hat.
Fokus
auf Persönlichkeitsmerkmale und Belastbarkeit
Vor
der Zulassung zum pastoralen Dienst werden die Ergebnisse im Bischofsrat
erörtert. Ziel ist die Evaluation von Merkmalen, die für das seelsorgerliche
Wirken relevant sind. Dazu gehören laut Bestimmungen „Charaktereigenschaften,
Team- und Kommunikationsfähigkeit, Belastbarkeit, Risikofaktoren und allfällige
Einschränkungen“. Empfohlene Auflagen oder Maßnahmen aus dem Assessment müssen
während der Ausbildung umgesetzt und deren Ergebnis dokumentiert werden.
Regelungen
für Quereinsteiger und bestehendes Personal
Die
Bestimmungen weiten die Prüfpflicht auch auf Personen aus, die in ausländischen
Strukturen ausgebildet wurden. Während der Integrationsphase in eine Schweizer
Diözese ist ein Assessment obligatorisch, wobei in begründeten Ausnahmefällen
Abweichungen möglich sind. Die Kosten hierfür trägt das jeweilige Bistum.
Zudem
sieht Punkt 7 der Bestimmungen sogenannte „Fokus-Assessments“ für bereits
tätige Seelsorgende vor. Zeigen diese im Dienst Auffälligkeiten bezüglich
„psychischer Verfasstheit, charakterlicher Ausgeglichenheit oder affektiver
Reife“, kann der Diözesanbischof eine gezielte Abklärung anordnen.
Datenschutz
und Einsichtsrechte
Den
betroffenen Personen werden Kopien der Fachberichte sowie des
Abklärungsnachweises ausgehändigt. Die detaillierten Gutachten werden vom
Regens oder den Personalverantwortlichen „streng vertraulich an einem sicheren
Ort“ verwahrt, zu dem nur die Leitung der Instanz und der Diözesanbischof
Zugang haben. Eine Hinterlegung der Vollgutachten im regulären
Ausbildungsdossier ist untersagt.
Die
Ausführungsbestimmungen sind mit der Unterzeichnung in Fribourg am 19. März
2026 in Kraft getreten, teilte die Bischofskonferenz mit. (pm 23)
Information als Instrument des
Friedens
Anlässlich
des 25-jährigen Gründungsjubiläums des italienischen Nachrichtensenders Tgcom24
hat Papst Leo XIV. eine Botschaft an den Direktor und die Redaktion der
Mediaset-Gruppe gerichtet. Darin thematisiert das Kirchenoberhaupt die Rolle
der Massenmedien in einer Zeit, die von „signifikanten Veränderungen und zu oft
im Internet geschrieenen Worten“ geprägt sei. Mario Galgano - Vatikanstadt
In
seinem Schreiben weist der Papst auf die Aufgabe der Medien hin, in einem
spannungsgeladenen Umfeld „Brücken des Dialogs“ zu bauen. Dies erfordere eine
Vertiefung der Inhalte. Leo XIV. erläutert, dass eine Berichterstattung
notwendig sei, die „nicht an der Oberfläche der Chronik stehen bleibt“, sondern
die „Peripherien des Leidens“ mit Respekt und Solidarität in den Blick nimmt.
Wahrheit
gegen Desinformation
Ein
zentraler Punkt der päpstlichen Botschaft ist der Aufruf zur Wahrheit und zu
einem „tiefen Sinn für ethische Verantwortung“. Ziel müsse es sein, der
„Verbreitung von Fake News“ entgegenzuwirken. Medien sollten stattdessen eine
„Kultur der Begegnung“ fördern, die in der Lage ist, unterschiedliche
gesellschaftliche Strömungen zu verbinden.
Information
als Friedenswerkzeug
Der
Papst betont, dass eine „freie und die menschliche Würde respektierende
Information“ eine Voraussetzung sei, um den Weg zu einem „entwaffneten und
beharrlichen Frieden“ zu ebnen. Zum Abschluss seiner Botschaft stellte Leo XIV.
die Belegschaft von Tgcom24 unter den Schutz des heiligen Franz von Sales, dem
Kirchenlehrer und Patron der Publizisten. (vn 21)
Papst Leo XIV. mahnt zu neuem
Lebensstil für die Schöpfung
Die
ökologische Krise der Gegenwart lässt sich nicht allein mit Daten und
Algorithmen lösen. Mit dieser Botschaft wandte sich Papst Leo XIV. an die
Teilnehmer des XVII. Internationalen Forums der Umweltorganisation Greenaccord,
das derzeit in Treviso unter dem Motto „Building Future Together“ stattfindet.
Marina Tomarro - Treviso und Mario Galgano - Vatikanstadt
In
einem von Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin unterzeichneten Telegramm rief
das Kirchenoberhaupt dazu auf, die Bewahrung der Schöpfung als eine Aufgabe zu
begreifen, die „Geist, Herz und Hände“ gleichermaßen fordern müsse.
Unter
Bezugnahme auf seinen Apostolischen Brief Disegnare nuove mappe di
speranza („Neue Karten der Hoffnung zeichnen“) aus dem Jahr 2025 betonte der
Papst, dass technische Daten zwar notwendig seien, aber nicht ausreichten. Es
bedürfe einer Erziehung zu neuen Gewohnheiten und „tugendhaften
Gemeinschaftspraktiken“, um den kommenden Generationen eine inklusive und
respektvolle soziale Umwelt zu garantieren.
Der
Sonnengesang als „Diplomatie der Kulturen“
Ein
zentraler Höhepunkt des Forums war der Beitrag von Kardinal Pietro Parolin, der
anlässlich des 800. Jubiläums des „Sonnengesangs“ (Cantico delle Creature)
verlesen wurde. Parolin warnte davor, den Umweltschutz zu einer bloßen
Ideologie oder einer „herzlosen Verwaltung“ verkommen zu lassen. Er bezeichnete
das Erbe des heiligen Franz von Assisi als eine Form der „Diplomatie der
Kulturen“.
„Den
Sonnengesang als Jubiläum zu feiern, bedeutet nicht, ihn im Archiv der
Erinnerung abzulegen“, so Parolin. Vielmehr biete er die Chance, eine Sprache
wiederzufinden, die Gemeinschaft stiftet. Indem der Mensch die Natur nicht mehr
als „Beute“ oder Eigentum betrachte, sondern als Gegenüber, das er mit „Bruder“
und „Schwester“ anspricht, vollziehe er einen Akt höchster Achtsamkeit.
Ethik
im Zeitalter der Künstlichen Intelligenz
Der
Kardinalstaatssekretär verknüpfte die franziskanische Spiritualität mit den
Herausforderungen der Künstlichen Intelligenz (KI). Die KI sei ein Prüfstein
für die „anthropologische Reife“ der Menschheit. Parolin forderte eine
„integrale Intelligenz“: Ethische Leitplanken dürften nicht erst nachträglich
als Korrektiv gesucht werden, sondern müssten bereits in der Designphase, den
Governance-Modellen und der Transparenz der Datenverarbeitung verankert sein.
Frieden
mit der Erde ist Frieden unter den Menschen
Der
Kern der vatikanischen Botschaft in Treviso blieb die untrennbare Verbindung
von Ökologie und sozialer Gerechtigkeit. Wo die Schöpfung verletzt werde,
zerbreche auch die Gesellschaft; wo die menschliche Würde gedemütigt werde,
verkomme die Natur zur bloßen Ressource.
Parolin
schloss mit einem Plädoyer für den „Schutz“ (custodia) in all seinen Facetten:
den Schutz des Nächsten, der Wissenschaft als Weisheit und der Technik als
bloßes Werkzeug. „Zukunft gemeinsam bauen“ dürfe kein rein operativ-technisches
Ziel bleiben, sondern müsse zu einem „Stil der Seele und der Institutionen“
werden – eine Diplomatie des Friedens, die beim Schutz der Schwächsten ihren
ultimativen Beweis antritt. (vn 21)
Dritte Fastenpredigt im Vatikan:
Thema Evangelisierung
Ist
Mission noch zeitgemäß, und wenn ja – wie sollte sie durchgeführt werden? Mit
diesem Thema beschäftigte sich an diesem Freitag eine Fastenpredigt im Vatikan.
Benedetta
Capelli und Stefan von Kempis – Vatikanstadt
Dabei
lauschten Papst Leo – ein früherer Missionar in Peru – und zahlreiche
Vertreter der römischen Kurie dem päpstlichen Hausprediger, dem Kapuziner
Roberto Pasolini. Es war seine dritte Fastenpredigt in der laufenden
Fastenzeit, und als Schauplatz diente die Audienzhalle im Vatikan.
Pasolini
ging von der geistlichen Erfahrung seines Ordensgründers aus, des hl. Franz von
Assisi, und destillierte daraus einen vielschichtigen Weg der Evangelisierung:
Sich selbst in Demut einbringen. Gleichzeitig bereit sein, sich auf die
Sensibilität der anderen einzulassen. Keine Antworten geben, sondern Fragen
aufwerfen und einen Dialog in Gang bringen. Und immer bereit sein, in einer
„Dynamik der Liebe“ sich auch vom Gegenüber bereichern zu lassen. Auf keinen
Fall dürfe die Verkündigung des Evangeliums „aus einer Position der
Überlegenheit oder der Kontrolle“ heraus erfolgen, denn dies würde sie
verraten.
„Unsere
Glaubwürdigkeit entspringt nicht unserer Rolle, sondern einem Leben, das bereit
ist, sich auf diese Dynamik der Liebe einzulassen. Das ist es, was Franziskus
intuitiv erkannt hat, als er seine Brüder ‚Minoriten‘ nannte: Er gab ihnen
keinen Titel, sondern wies ihnen eine konkrete Art und Weise zu, in der Welt zu
stehen. Gerade diese Kleinheit, diese gelebte Demut, macht die Verkündigung des
Evangeliums fruchtbar.“
Ausgangspunkt
jeder Mission sei „der Wunsch, die Erfahrung des Evangeliums mit anderen zu
teilen“. Allerdings könne man nicht gut „von dem sprechen, was noch keine
Wurzeln im eigenen Leben geschlagen hat“. Darum muss jeder, der das Evangelium
weitertragen will, zunächst an sich selbst arbeiten.
„Christus
ist keine Information, die weitergegeben werden muss, sondern ein Geheimnis,
das im Menschlichen wohnt und darum bittet, erkannt zu werden, damit es im
Leben zum Vorschein kommen kann. Das Evangelium wird nicht wie eine einfache
Nachricht vermittelt; es schenkt sich wie ein Leben, das langsam Gestalt
annimmt.“
Wie
eine Geburt
Als
Beispiel dafür, wie die Gegenwart Gottes im Herzen des Menschen aufkeimt,
bemühte Pasolini die Geburt eines Kindes. „Zuerst nimmt Christus Raum in uns
ein, in der Stille, im Gebet, in den täglichen Entscheidungen. Und erst danach
kann er nach außen hin sichtbar werden, in der Art und Weise, wie wir mit
anderen umgehen.“ Nicht wir selbst seien der Mittelpunkt der Verkündigung,
sondern Gott, der durch uns transparent und zugänglich sein wolle für andere.
Wichtig sei es in dieser Hinsicht, sein Gegenüber in seiner Menschlichkeit
ernstzunehmen und zu schätzen.
„Evangelisieren
bedeutet in dieser Perspektive, den anderen – auch ohne etwas zu sagen – zu
vermitteln, dass es schön ist, dass sie existieren, dass ihr Leben Wert hat.
Nicht, um sie einfach in dem zu bestätigen, was sie sind, sondern um sie dabei
zu begleiten, nach und nach die Wahrheit und die Schönheit zu erkennen, die sie
in sich tragen, ohne es eilig zu haben, sie auf unsere Vorstellungen
hinzuführen.“
Bloß
nicht abstrakt werden
Der
Kapuziner hatte noch eine ganze Reihe weiterer Tipps in Sachen Evangelisierung
parat: Die Gegenwart Gottes im anderen erkennen, vor allem, und sich ihm mit
Respekt nähern. Das seien die wesentlichen Voraussetzungen für einen Dialog.
Außerdem: Zuhören – und auf keinen Fall irgendwelche abstrakten Theorien
äußern.
„Wenn
Worte aus einer realen Erfahrung entstehen, erreichen sie die anderen. Wenn sie
hingegen abstrakt und unpersönlich bleiben, überzeugen sie niemanden. Nicht
einmal uns, die wir sie aussprechen. Das Evangelium zu verkünden bedeutet, sich
dem Leben der anderen mit Respekt zu nähern und anzuerkennen, dass in der
Komplexität ihres Lebens bereits eine Suche nach Sinn, nach dem Guten, nach der
Wahrheit vorhanden ist.“
Die
Verschiedenheit bewahren
Der
hl. Franziskus sei am Rand des fünften Kreuzzugs dem ägyptischen Sultan
Al-Malik al-Kamil einfach und schutzlos gegenübergetreten. Auf den ersten Blick
sei dabei wenig passiert: Der Sultan bekehrte sich nicht, und Franziskus finde
nicht das Martyrium, das er gesucht habe. Und dennoch sei diese Begegnung ein
Moment des Dialogs und des Wachstums gewesen, aus dem sich noch heute lernen
lasse. Franz von Assisi habe nicht versucht, dem Sultan seine eigene
Vorstellung aufzuzwingen, sondern er habe sich dem anderen so gestellt, wie er
war. Das Wunder bestehe darin, dass zwei Männer mitten im Krieg die
Menschlichkeit des anderen entdeckt und sich in Frieden getrennt hätten.
„Das
Evangelium verkündet man nicht, um zu siegen, sondern um jemandem zu begegnen.
Der andere ist kein Ziel, das es zu erreichen gilt, sondern eine Schwelle, vor
der man innehält und darauf wartet, aufgenommen zu werden. Evangelisieren
bedeutet nicht, die Distanz um jeden Preis zu verkürzen, sondern sie zu
durchqueren, ohne sie auszulöschen, und den Unterschied als den Raum zu
bewahren, in dem Gott weiterhin im Herzen eines jeden wirkt.“ (vn 20)
Monitoring zu den Folgen der
Kassenzulassung nichtinvasiver Pränataltests
Bischof
Overbeck: Einsetzung eines Expertengremiums ist zu begrüßen
Im
Deutschen Bundestag ist heute (20. März 2026) ein fraktionsübergreifender
Antrag von Abgeordneten eingebracht worden, der sich mit dem Monitoring zu den
Folgen der Kassenzulassung nichtinvasiver Pränataltests befasst. Dazu erklärt
der Vorsitzende der Glaubenskommission der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof
Dr. Franz-Josef Overbeck:
„Den
Antrag einer fraktionsübergreifenden Gruppe von Abgeordneten des Deutschen
Bundestages, ein Monitoring zur Umsetzung und zu den Folgen der Kassenzulassung
nicht-invasiver Pränataltests (NIPT) einzuführen, begrüße ich ausdrücklich. Die
bislang vorliegenden Daten zur Anwendung dieser Tests legen nahe, dass sich
NIPT in der Praxis zunehmend als Screening auf Trisomie 13, 18 und 21
etabliert. Damit stellen sich erhebliche ethische, rechtliche und
gesundheitspolitische Fragen, die einer sorgfältigen Beobachtung und Bewertung
bedürfen.
Vor
diesem Hintergrund ist auch die im Antrag vorgesehene Einsetzung eines
interdisziplinären Expertengremiums sehr zu begrüßen. Eine vertiefte Prüfung
der Folgen der Kassenzulassung von NIPT ist aus meiner Sicht notwendig.
Besonderer
Handlungsbedarf besteht weiterhin bei der Beratung betroffener werdender
Eltern. Erforderlich ist eine Begleitung, die medizinische, ethische und
psychosoziale Aspekte verlässlich einbezieht. Zugleich muss sichergestellt
sein, dass werdende Eltern sich angesichts der bestehenden diagnostischen
Möglichkeiten nicht unter Druck gesetzt fühlen. Maßstab bleibt eine
Gesellschaft, in der auch Menschen mit Einschränkungen selbstverständlich ihren
Platz haben und die Unterstützung der Solidargemeinschaft erfahren. Gerade
daran wird sich zeigen, ob medizinischer Fortschritt und gesellschaftliche
Verantwortung in einem ausgewogenen Verhältnis stehen.Hinweise. Die Deutsche
Bischofskonferenz hat zur Zulassung von Bluttests auf Trisomien als
Kassenleistung bereits am 19. September 2019 Stellung bezogen. Die
Pressemitteilung ist auf www.dbk.de verfügbar. Dbk 20
Leo XIV. schreibt Botschaft zum 10.
Jahrestag von Amoris laetitia
Papst
Leo XIV. würdigt in einer Botschaft zum 10. Jahrestag das Nachsynodale
Schreiben Amoris laetitia - und beruft eine Bischofsversammlung ein, um über
Glaubensweitergabe für Familien zu sprechen. Wir dokumentieren den Wortlaut des
Schreibens in der offiziellen Übersetzung.
Botschaft
des Heiligen Vaters Leo XIV. anlässlich des zehnten Jahrestags des
Nachsynodalen Apostolischen Schreibens Amoris laetitia
Liebe
Brüder und Schwestern!
Am
19. März 2016 hat Papst Franziskus der Weltkirche eine leuchtende und
hoffnungsvolle Botschaft bezüglich der ehelichen und familiären Liebe
geschenkt: das Apostolische Schreiben Amoris laetitia, Ergebnis eines
dreijährigen synodalen Unterscheidungsprozesses, der in das Heilige Jahr der
Barmherzigkeit mündete. Am zehnten Jahrestag wollen wir dem Herrn für diese
Anregung für das Studium und die pastorale Umkehr der Kirche danken, und ihn um
den Mut bitten, den Weg weiterzugehen, indem wir das Evangelium stets aufs Neue
in der Freude annehmen, es allen verkünden zu dürfen.
Wie
das Zweite Vatikanische Konzil lehrt, ist die Familie »das Fundament der
Gesellschaft«,[1] ein Geschenk Gottes und »eine Art Schule reich entfalteter
Humanität«.[2] Mittels des Sakraments der Ehe bilden christliche Eheleute eine
»Art Hauskirche«,[3] die für die Erziehung und Weitergabe des Glaubens von
wesentlicher Bedeutung ist. Dem Impuls des Konzils folgend haben die beiden
Apostolischen Schreiben Familiaris consortio von Johannes Paul II. aus dem Jahr
1981 und Amoris laetitia (AL) zu einer doktrinalen und pastoralen
Schwerpunktsetzung der Kirche im Dienste der jungen Menschen, der Ehepaare und
Familien angeregt.
Auf
Grund »der anthropologisch-kulturellen Veränderungen« (AL, 32), die über die
letzten fünfunddreißig Jahren stärker geworden sind, wollte Papst Franziskus,
dass die Kirche engagierter den Weg der synodalen Unterscheidung beschreitet.
Mit seiner Ansprache vom 17. Oktober 2015 während der 14. Ordentlichen
Vollversammlung der Bischofssynode über die Familie ruft er zu einem
gegenseitigen Aufeinanderhören innerhalb des Volkes Gottes auf, »alle im
Hinhören auf den Heiligen Geist, den „Geist der Wahrheit“ (Joh 14,17), um zu
erkennen, was er „den Kirchen sagt“ (vgl. Offb 2,7)«. Und er präzisiert, dass
es nicht möglich ist, »über die Familie zu sprechen, ohne Familien zu Rate zu
ziehen und ihre Freuden und Hoffnungen, ihre Leiden und ihre Ängste
anzuhören«.[4]
Amoris
laetitia sammelt die Früchte der synodalen Unterscheidung und bietet eine
wertvolle Lehre, die wir heute weiter vertiefen müssen: die biblische Hoffnung
auf die liebevolle und barmherzige Gegenwart Gottes, die es ermöglicht,
»Geschichten der Liebe« zu leben, auch wenn man »Familienkrisen« durchlebt (AL,
8); die Einladung, den »Blick Jesu« (AL, 60) anzunehmen und unermüdlich »zum
Wachstum, zur Festigung und zur Vertiefung der ehelichen und familiären Liebe«
(AL, 89) anzuregen; den Aufruf, zu entdecken, dass die Liebe in der Ehe „immer
Leben schenkt“ (vgl. AL, 165) und dass sie gerade in ihrer »begrenzt[en] und
irdisch[en]« Art »echt« ist (AL, 113), wie uns das Geheimnis der Menschwerdung
zeigt. Papst Franziskus bekräftigt »die Notwendigkeit der Entwicklung neuer
pastoraler Methoden« (AL, 199) und »die Erziehung der Kinder [zu] stärken« (AL,
7. Kap.), während er die Kirche auffordert, »die Zerbrechlichkeit [zu]
begleiten, [zu] unterscheiden und ein[zu]gliedern« (AL, 8. Kap.), indem sie ein
verkürztes Verständnis der Norm überwindet, und »die Spiritualität« zu fördern,
»die aus dem Familienleben entspringt« (AL, 313).
Wie
ich schon den Jugendlichen sagen konnte, die sich während des Heiligen Jahres
der Hoffnung in Tor Vergata versammelt hatten, ist »die Zerbrechlichkeit […]
Teil des Wunders, das wir sind«: Wir sind nicht für ein Leben gemacht, »in dem
alles selbstverständlich und unveränderlich ist, sondern für ein Dasein, das
sich ständig in der Gabe, in der Liebe erneuert«.[5] Um unserem Auftrag
nachzukommen, den jungen Generationen das Evangelium der Familie zu verkünden,
müssen wir lernen, die Schönheit der Berufung zur Ehe gerade durch die
Anerkennung der Zerbrechlichkeit hervorzuheben, um so »das Vertrauen auf die
Gnade« (AL, 36) und die christliche Sehnsucht nach Heiligkeit zu wecken. Wir
müssen auch die Familien unterstützen, insbesondere diejenigen, die unter den
vielfältigen Formen von Armut und Gewalt in der heutigen Gesellschaft leiden.
Danken
wir dem Herrn für die Familien, die trotz Schwierigkeiten und Herausforderungen
»die Spiritualität der familiären Liebe« leben, die »aus Tausenden von realen
und konkreten Gesten« (AL, 315) besteht. Ebenso danke ich den Hirten, den
pastoralen Mitarbeitern, den Vereinigungen von Gläubigen und den kirchlichen
Bewegungen, die sich in der Familienpastoral engagieren.
Unsere
Zeit ist von raschen Veränderungen geprägt, die es mehr noch als vor zehn
Jahren erforderlich machen, den Familien besondere pastorale Aufmerksamkeit zu
schenken. Ihnen hat der Herr die Aufgabe anvertraut, an der Mission der Kirche
mitzuwirken, das Evangelium zu verkünden und zu bezeugen.[6] Es gibt
tatsächlich Orte und Umstände, an denen die Kirche nur durch die Laien und
insbesondere durch die Familien zum »Salz der Erde werden kann«.[7] Daher muss
das Engagement der Kirche in diesem Bereich erneuert und vertieft werden, damit
diejenigen, die der Herr zum Ehe- und Familienleben beruft, ihre eheliche Liebe
in Christus leben können und die jungen Menschen sich von der Bedeutung der
ehelichen Berufung in der Kirche angezogen fühlen.
Angesichts
der Veränderungen, die weiterhin Einfluss auf die Familien haben, habe ich
beschlossen, im Oktober 2026 die Vorsitzenden der Bischofskonferenzen der
ganzen Welt zu versammeln, um im gegenseitigen Aufeinanderhören eine synodale
Unterscheidung bezüglich der Schritte vorzunehmen, die unternommen werden
müssen, um heute den Familien das Evangelium zu verkünden. Dies soll im Lichte
von Amoris laetitia geschehen und unter Berücksichtigung dessen, was in den
Ortskirchen bereits getan wird.
Ich
vertraue diesen Weg der Fürsprache des heiligen Josef an, des Beschützers der
Heiligen Familie von Nazaret.
Aus
dem Vatikan, am 19. März 2026, dem Hochfest des Heiligen Josef
LEO
PP. XIV
[1]
Zweites Vatikanisches Konzil, Pastoralkonstitution Gaudium et spes, 52.
[2]
Ebd.
[3]
Id., Dogmatische Konstitution Lumen gentium, 11.
[4]
Franziskus, Ansprache zur 50-Jahr-Feier der Errichtung der Bischofssynode (17.
Oktober 2015).
[5]
Homilie bei der Heilig-Jahr-Feier der Jugendlichen (3. August 2025).
[6]
Vgl. Apostolisches Schreiben Familiaris consortio (22. November 1981), 17.
[7]
Zweites Vatikanisches Konzil, Dogmatische Konstitution Lumen gentium, 33. Vn 19
Erneuerung der Ehe- und
Familienpastoral als Auftrag und Weg der Kirche
Zehn
Jahre Amoris laetitia
Vor
zehn Jahren hat Papst Franziskus mit dem Nachsynodalen Apostolischen Schreiben
Amoris laetitia – Über die Liebe in der Familie ein Grundlagenpapier für die
Ehe- und Familienpastoral der Weltkirche vorgelegt. „Die Weltsynoden zur
Familie 2014 und 2015 und das daraus hervorgegangene Dokument Amoris laetitia
haben die Ehe- und Familienpastoral neu ausgerichtet. Sie ermutigen uns als
Kirche, Paare ein Leben lang zu begleiten, angefangen bei der Ehevorbereitung
über die Feier des Sakraments bis zur Begleitung in den täglichen
Herausforderungen des Zusammenlebens. Diese Begleitung gilt allen Paaren“, so
Erzbischof Dr. Heiner Koch (Berlin), Vorsitzender der Kommission für Ehe und
Familie der Deutschen Bischofskonferenz.
Amoris
laetitia würdigt Ehe und Familie in großer sprachlicher Kraft als fundamentale
Orte der Berufung und Teilhabe am Aufbau des kirchlichen und gesellschaftlichen
Lebens: „Das Wohl der Familie ist entscheidend für die Zukunft der Welt und der
Kirche“ (AL, Nr. 31), betonte der damalige Papst Franziskus. Er rief die Kirche
dazu auf, den sakramentalen Charakter der Ehe, ihre unauflösliche Bindung und
die reiche spirituelle Dimension des ehelichen Lebens zu verkündigen und
zugleich auf die konkrete Lebenswirklichkeit der Menschen zuzugehen. Den
Weltbischofssynoden 2014 und 2015 war eine weltweite Umfrage zu Ehe und Familie
vorangegangen, die in aller Ehrlichkeit die Lebensrealitäten offenlegte. Papst
Franziskus hob hervor: „Die Gegenwart des Herrn wohnt in der realen, konkreten
Familie mit all ihren Leiden, ihren Kämpfen, ihren Freuden und ihrem täglichen
Ringen.“ (AL, Nr. 315)
Die
Deutsche Bischofskonferenz hat im Anschluss an Amoris laetitia im Jahr 2017 ein
Dokument zur Erneuerung der Ehe- und Familienpastoral unter dem Titel Die
Freude der Liebe, die in den Familien gelebt wird, ist auch die Freude der
Kirche vorgelegt. Zudem wurden 2018 Eckpunkte zur Ehevorbereitung und 2021
Eckpunkte zur Ehebegleitung und zur Ehespiritualität veröffentlicht. In
zahlreichen (Erz-)Bistümern wurden gemäß dem Dreischritt „Begleiten,
Unterscheiden und Eingliedern“ neue Wege der Pastoral, auch mit Paaren in
sogenannten irregulären Situationen, eröffnet: „Diejenigen, die zur Kirche
gehören, brauchen eine barmherzige und ermutigende seelsorgliche Zuwendung.
Denn den Hirten obliegt nicht nur die Förderung der christlichen Ehe, sondern
auch die pastorale Unterscheidung der Situationen vieler Menschen, die diese
Wirklichkeit nicht mehr leben.“ (AL, Nr. 293) Dieser Ansatz, der die Vielfalt
der Lebenswirklichkeiten ernst nimmt, hat in den vergangenen zehn Jahren eine
lebendige kirchliche und theologische Diskussion angestoßen und für die
Pastoral fruchtbar gemacht.
Anlässlich
des zehnjährigen Jubiläums von Amoris laetitia gelte dem verstorbenen Papst
Franziskus ein besonderer Dank für dieses richtungsweisende Schreiben. Es habe
einen wichtigen Beitrag dazu geleistet, Ehe und Familie in ihrer sakramentalen
Bedeutung zu bekräftigen und Pastoral praxisorientiert und barmherzig zu
gestalten. Erzbischof Koch hebt hervor: „Amoris laetitia zeigt, dass die Ehe
als Sakrament nicht nur ein Moment der Feier am Hochzeitstag ist, sondern ein
fortlaufender Weg des Wachstums in Liebe und Treue. Wir wollen Paare stärken
und begleiten, diese Dimension im Alltag zu entdecken.“ Über die Ehe- und
Familienpastoral hinaus waren die Weltsynoden 2014 und 2015 Ausgangspunkt für
den neuen synodalen Stil der Kirche, der durch die Weltsynoden 2023 und 2024
bis hin zur geplanten Kirchenversammlung 2028 zur Erneuerung der Kirche
beiträgt. Dbk 19
Papst Leo XIV. fordert Ende der
medizinischen Ungleichheit
In
einer Rede vor internationalen Gesundheitsexperten und Kirchenvertretern hat
Papst Leo XIV. an diesem Mittwoch gefordert, den Zugang zu medizinischer
Versorgung als fundamentales Menschenrecht zu garantieren. Gesundheit dürfe
niemals ein „Luxus für wenige“ sein, sondern müsse als Voraussetzung für
sozialen Frieden verstanden werden. Mario Galgano - Vatikanstadt
Anlass
der Audienz am Vormittag, noch vor der Generalaudienz, war die Fachtagung „Wer
ist heute mein Nächster?“, bei der der zweite europäische Bericht der
Weltgesundheitsorganisation (WHO) zur gesundheitlichen Chancengleichheit
vorgestellt wurde. Der Papst zeigte sich besorgt über die wachsenden Kluften
innerhalb Europas: Immer weniger Menschen könnten sich die notwendigen
Behandlungen leisten, während Armut und Einsamkeit die Krankheitslast erhöhten.
Fokus
auf die „unsichtbaren Wunden“
Besonders
hob der Pontifex die Bedeutung der psychischen Gesundheit hervor, insbesondere
bei jungen Menschen. „Die unsichtbaren Wunden der Psyche sind nicht weniger
schwerwiegend als die sichtbaren“, mahnte Leo XIV. Eine gerechte Gesellschaft
müsse sich daran messen lassen, wie sie mit ihren verletzlichsten Mitgliedern
umgeht. Eine allgemeine Gesundheitsversorgung sei daher kein rein technisches
Ziel, sondern ein „moralischer Imperativ“.
Wer
ist mein Nächster?
Der
Papst griff die biblische Frage des Gesetzeslehrers aus dem Lukasevangelium
auf: „Wer ist mein Nächster?“. Er warnte davor, diese Frage zur
Selbstrechtfertigung zu nutzen. Vielmehr müsse jeder Einzelne sich fragen: „Wer
ist für mich, in diesem Moment meines Lebens, der Nächste?“ Unter Bezugnahme
auf das Gleichnis vom barmherzigen Samariter betonte er, dass jeder Mensch dazu
berufen sei, der „Hüter der Menschlichkeit“ seines Bruders und seiner Schwester
zu sein.
Warnung
vor der „Kultur der Gleichgültigkeit“
Leo
XIV. zitierte zudem seinen Vorgänger Papst Franziskus und dessen Enzyklika
Fratelli tutti, um vor der Gleichgültigkeit zu warnen. Diejenigen, die
„wegschauen“, machten sich zu heimlichen Verbündeten der „Räuber“, die die
Schwachen verletzen. „Das Heilen der Menschlichkeit anderer hilft dabei, die
eigene zu leben“, so die zentrale Botschaft des Papstes. Er forderte die
Kirchen in Europa auf, in Zusammenarbeit mit internationalen Organisationen wie
der WHO mutig gegen Ungleichheit vorzugehen und einen „samaritanischen“
Lebensstil zu pflegen. (vn 18)
3. Juli: Papst Leo erhält US-Preis
für Freiheitsrechte
Papst
Leo XIV. wird mit der „Liberty Medal“ des US-amerikanischen National
Constitution Center ausgezeichnet. Die Verleihung findet am 3. Juli statt – am
Vorabend der 250-Jahr-Feier der Gründung der USA am 4. Juli. Der Papst will
seine Dankesrede per Videoschalte aus dem Vatikan halten.
Mit
der Auszeichnung würdigt das Zentrum das Engagement des Pontifex für
Religionsfreiheit, Gewissensfreiheit und Meinungsfreiheit weltweit –
Grundrechte, die auch im Ersten Zusatzartikel der US-Verfassung verankert sind.
Vatikan-Pressesprecher Matteo Bruni erklärte, Leo XIV. sei für die Ehrung
„zutiefst dankbar“.
Die
Verleihung der Medaille an den Papst findet in Philadelphia statt, der
historisch ersten Hauptstadt der Vereinigten Staaten. Am 4. Juli selbst, der in
den USA in diesem Jahr mit besonders aufwändigen Paraden, Konzerten, Feuerwerk
und Flugshows begangen wird, besucht Papst Leo die italienische Insel
Lampedusa.
Die
„Liberty Medal“ geht jährlich an Persönlichkeiten, die sich mit Mut und
Überzeugung für Freiheit und Menschenrechte einsetzen. Sie wurde 1988 im
Zusammenhang mit dem zweihundertjährigen Jubiläum der US-Verfassung ins Leben
gerufen.
Unter
den bisherigen Trägern der Liberty Medal sind der südafrikanische
Freiheitskämpfer und spätere Präsident Nelson Mandela, die pakistanische
Bildungsaktivistin Malala Yousafzai, der ukrainische Präsident Wolodymyr
Selenskij sowie die langjährige Richterin am Obersten Gerichtshof der USA Ruth
Bader Ginsburg. Darüber hinaus wurden in den vergangenen Jahren unter anderem
auch der frühere UN-Generalsekretär Kofi Annan, der britische
Ex-Premierminister Tony Blair und der amerikanische Regisseur Steven Spielberg
mit der Auszeichnung geehrt. (vn 17)
Europäischer Gerichtshof
entscheidet über arbeitsrechtliche Folgen des Kirchenaustritts
Der
Europäische Gerichtshof (EuGH) hat heute (17. März 2026) entschieden, dass der
Kirchenaustritt eines Mitarbeitenden nicht ohne Weiteres eine Kündigung durch
einen kirchlichen Arbeitgeber rechtfertigen kann. Er hebt ausdrücklich hervor,
dass das Ethos kirchlicher Einrichtungen sowie deren Recht auf Autonomie
unionsrechtlich geschützt sind und bei arbeitsrechtlichen Entscheidungen
angemessen zu berücksichtigen sind. Zugleich bestätigt er, dass den
Mitgliedstaaten ein Beurteilungsspielraum bei der Ausgestaltung dieses
Ausgleichs zukommt und dass die Besonderheiten kirchlicher Einrichtungen
grundsätzlich anerkannt werden.
Aus
Sicht der Deutschen Bischofskonferenz ist besonders bedeutsam, dass der EuGH
weiterhin davon ausgeht, dass Loyalitätsanforderungen gegenüber Mitarbeitenden
gerechtfertigt sein können, sofern sie im konkreten Einzelfall „wesentlich,
rechtmäßig und gerechtfertigt“ sind. Damit wird die Möglichkeit kirchlicher
Arbeitgeber bestätigt, ihr Selbstverständnis und ihre Glaubensgrundsätze auch
im Arbeitsverhältnis zur Geltung zu bringen. Gleichzeitig stellt der
Gerichtshof klar, dass die konkrete Bewertung dieser Voraussetzungen den
nationalen Gerichten obliegt. Die abschließende Entscheidung im vorliegenden
Fall liegt daher nun beim Bundesarbeitsgericht.
Für
die Kirchen in Deutschland ist das verfassungsrechtlich garantierte
Selbstbestimmungsrecht von zentraler Bedeutung. Das Bundesverfassungsgericht
hat zuletzt im Beschluss vom 29. September 2025 im Verfahren Egenberger noch
einmal hervorgehoben, dass dieses Recht bei der Anwendung des europäischen
Antidiskriminierungsrechts angemessen zu berücksichtigen ist. Sollte sich im
weiteren Verfahren zeigen, dass diese verfassungsrechtlichen Maßstäbe nicht
hinreichend beachtet wurden, bleibt eine Überprüfung der Entscheidungen durch
das Bundesverfassungsgericht ausdrücklich vorbehalten.
Zum
Urteil erklärt die Generalsekretärin der Deutschen Bischofskonferenz, Dr. Beate
Gilles: „Die Deutsche Bischofskonferenz bekräftigt ihr Anliegen, die Balance
zwischen ihrem kirchlichen Selbstverständnis und den Rechten der Mitarbeitenden
weiterhin verantwortungsvoll zu gestalten. Die Entscheidung des Europäischen
Gerichtshofs gibt Orientierung für das Verhältnis zwischen europäischem
Antidiskriminierungsrecht und dem verfassungsrechtlich geschützten
Selbstbestimmungsrecht der Kirchen. Für uns ist entscheidend, dass kirchliche
Einrichtungen ihr religiöses Profil wahren können und zugleich die Vorgaben des
Grundgesetzes und des europäischen Rechts beachten. Wir werden die Entscheidung
sorgfältig auswerten und die weiteren Schritte prüfen.“ Dbk 17
Heiliges Land: „Die Christen
beginnen, zu verzweifeln“
Nahostkrieg
trifft christliche Minderheit stark
Der
neue Nahostkrieg hat auch für die christliche Minderheit im Heiligen Land
schwerwiegende Auswirkungen; noch mehr Christen als bisher denken über
Auswanderung nach. Dennoch sieht die Kirche ihre Aufgabe weiterhin darin, den
Menschen inmitten der Krise Hoffnung und Würde zu schenken. Darauf hat George
Akroush, Leiter des Büros für Projektentwicklung beim Lateinischen Patriarchat
von Jerusalem, im Gespräch mit dem weltweiten päpstlichen Hilfswerk „Kirche in
Not“ (ACN) hingewiesen.
„So
etwas haben wir noch nie erlebt“
Akroush
befand sich in München, als der Krieg gegen den Iran begann. Sämtliche Flüge
nach Israel waren gestrichen. Der Mitarbeiter des Patriarchats musste daher
eine 32-stündige Rückreise antreten, die ihn über Griechenland, Ägypten und
schließlich auf dem Landweg nach Jerusalem führte. „Es war eine äußerst
belastende und beängstigende Erfahrung“, berichtete Akroush. Zu Hause erwartete
ihn seine Familie, die bereits seit drei Tagen unter ständigem Luftalarm lebte.
„Ich versuche, vor den Kindern stark zu wirken und meine Angst nicht zu zeigen.
Aber das war die schlimmste Erfahrung meines Lebens. So etwas haben wir noch
nie erlebt“, stellte Akroush fest.
In
Jerusalem und Umgebung besteht ständig die Gefahr durch Raketen oder durch
Trümmer abgefangener Geschosse. Splitter gingen zuletzt sogar über der Altstadt
von Jerusalem nieder, wo sich zahlreiche Kirchen, Klöster und andere wichtige
christliche Einrichtungen befinden, darunter auch der Sitz des Lateinischen
Patriarchats. Eine Rakete, die die südisraelische Stadt Be’er Scheva traf,
beschädigte mehrere Gebäude, darunter auch das Haus einer christlichen Familie.
Weiter im Norden liegen die Regionen Haifa und Galiläa in Reichweite von
Raketen proiranischer Milizen aus dem Südlibanon. Besonders bitter sei, dass
sich auf beiden Seiten der Grenze christliche Dörfer befinden, sagte Akroush.
Der
Krieg hat auch massive wirtschaftliche Folgen. So wurden die Kontrollpunkte
zwischen dem Westjordanland und Israel erneut geschlossen. „Vor den Anschlägen
vom 7. Oktober 2023 hatten etwa 180 000 Menschen aus dem Westjordanland eine
Arbeitserlaubnis in Israel. Danach sank diese Zahl auf 15 000. Jetzt haben auch
diese Menschen ihre Arbeit verloren“, erklärte Akroush.
Gaza:
Lieferungen vorläufig gestoppt – Gemeinde arbeitet weiter
Auch
im Gazastreifen hat sich die Lage weiter verschärft. Seit Beginn des neuen
Krieges seien alle humanitären Hilfslieferungen gestoppt worden. „Seit dem 7.
März ist keine einzige Lieferung mehr nach Gaza gelangt – keine Medikamente,
kein Krankenhausmaterial, nicht einmal Antibiotika“, berichtete Akroush. Die
Kirche bemühe sich weiterhin, das einzige christliche Krankenhaus dort zu
unterstützen, doch derzeit seien die Kommunikationskanäle blockiert.
Trotz
aller Schwierigkeiten setze die Kirche ihre Hilfe fort, so der Koordinator.
Rund 200 Menschen leben weiterhin auf dem Gelände der katholischen Pfarrei in
Gaza, darunter fast 50 Menschen mit Behinderung, die von den Missionarinnen der
Nächstenliebe betreut werden.
Einzige
Möglichkeit Auswanderung?
Die
Vorstellung, dass der Krieg länger dauern könnte, sei für viele Christen schwer
zu ertragen – besonders für jene, deren Lebensunterhalt vom Pilgertourismus
abhängt. „Christen, die in Hotels, Restaurants oder Gästehäuser investiert
haben, beginnen, zu verzweifeln“, sagte Akroush. Mehrere große Pilgergruppen
hätten in den kommenden Wochen ins Heilige Land reisen wollen – das sei jetzt
mehr als fraglich.
Viele
Christen versuchten angesichts der erneuten Verschlechterung, sich zumindest
eine Ausreisemöglichkeit offenzuhalten, erläuterte Akroush. Einige hofften,
zunächst nach Jordanien zu gelangen und von dort aus eine Übersiedlung in ein
europäisches oder anderes westliches Land zu beantragen.
Gleichzeitig
bemüht sich die Kirche, den Menschen neue Perspektiven zu geben. Das
Lateinische Patriarchat erhält dabei Unterstützung von „Kirche in Not“, unter
anderem durch Nothilfeprogramme, Lebensmittelhilfen und Projekte zur Schaffung
von Arbeitsplätzen.
Akroush
zitierte den Lateinischen Patriarchen von Jerusalem, Pierbattista Kardinal
Pizzaballa. Dieser beschreibe die Aufgabe der Kirche im Heiligen Land oft so:
„Unsere Arbeit ist wie ein Presslufthammer, der langsam und beharrlich auf
einen harten Felsen trifft, bis dieser zu bröckeln beginnt.“ Jeder
Arbeitsplatz, jede unterstützte Familie und jedes Kind, das wieder zur Schule
gehen könne, sei ein weiterer kleiner Riss im „Felsen der Verzweiflung“,
betonte Akroush.
KiN
17
Mainz. Erster Bischof mit
außereuropäischen Wurzeln geweiht
Der
aus Südindien stammende Pater Joshy Pottackal (48) hat am Sonntagnachmittag die
Bischofsweihe empfangen und ist damit der erste katholische Bischof in
Deutschland mit außereuropäischen Wurzeln. Die Feier stand im Zeichen der
Universalität des Glaubens und einer bewusst gewählten Schlichtheit.
„Ich bin Papst Leo XIV. dankbar für diesen
Schritt hier in Deutschland, im Bistum Mainz. Glaube verbindet über alle
Grenzen hinweg, die Menschen ziehen können“, betonte der Mainzer Ortsbischof
Peter Kohlgraf in seiner Predigt vor zahlreichen Gläubigen, Familienmitgliedern
Pottackals und hochrangigen Geistlichen aus Indien. Ein indischer Chor
unterstrich mit traditionellen Kirchenliedern die interkulturelle Bedeutung des
Ereignisses.
Der
Delfin als Symbol der Orientierung
In
den bischöflichen Insignien des neuen Weihbischofs finden sich persönliche und
theologische Akzente. So zeigt Pottackals Bischofsstab einen Delfin – sein
Lieblingstier, das im frühen Christentum als Symbol für Jesus, den
„Seelenretter“, galt. „Wir wünschen Ihnen, dass Menschen Sie als Begleiter
erfahren und als einen, der Orientierung schenken kann und will“, wandte sich
Kohlgraf an seinen neuen Hilfsbischof.
Schlichtheit
statt Gold: Insignien aus Holz
Auffällig
ist die Materialwahl für Krummstab, Bischofsring und Brustkreuz: Statt des
üblichen Goldes sind Teile dieser Insignien aus Holz gefertigt. „Holz steht für
Wachstum und Leben. Es war für mich auch wichtig, dass es etwas Schlichtes
ist“, erklärte Pottackal gegenüber der Katholischen Nachrichten-Agentur (KNA).
Auch sein Wappen schlägt eine Brücke zwischen seinen Heimaten: Es verbindet das
traditionelle Mainzer Rad mit Buchstaben der Malayalam-Schrift, der Sprache
seiner Geburtsregion Kerala.
Werdegang
eines Grenzgängers
Joshy
Pottackal wurde 1977 im südindischen Kerala in eine Familie von Thomaschristen
geboren. Der Karmelit lebt seit 22 Jahren in Deutschland und besitzt die
deutsche Staatsbürgerschaft. Im Bistum Mainz ist er kein Unbekannter: Seit 2004
war er dort unter anderem als Jugendseelsorger tätig und arbeitete zuletzt in
der Personalabteilung, bevor ihn Papst Leo XIV. im November zum Weihbischof
ernannte. (pm/kna 16)
Kirchenstatistik 2025 in
Deutschland
Die
Kirchenstatistik für das Jahr 2025 ist heute (16. März 2026) von der Deutschen
Bischofskonferenz und den 27 (Erz-)Diözesen der katholischen Kirche
veröffentlicht worden. Wie vor einem Jahr handelt es sich zunächst um
vorläufige Zahlen, die noch geringe Abweichungen erfahren können. In
Deutschland machen die Katholiken 23 Prozent der Gesamtbevölkerung aus
(19.219.601 Kirchenmitglieder).
Die
Zahlen zeigen sich bei den Taufen erneut rückläufig, von denen es 2025 109.028
gab (2024: 116.274). Gleiches gilt für die kirchlichen Trauungen, die bei
19.478 lagen (2024: 22.513). Stabil bleiben die Zahlen bei den Feiern von
Erstkommunion mit 152.357 (2024: 151.702) und der Firmung mit 105.334 (2024:
105.041). Die Zahl der kirchlichen Bestattungen ist erneut gesunken und liegt
bei 203.496 (2024: 213.046). Wie bereits in den zurückliegenden beiden Jahren
ist der Gottesdienstbesuch mit 6,8 Prozent erneut leicht gestiegen (2024: 6,6
Prozent). Die Zahl der Pfarreien ist – erneut aufgrund von Strukturmaßnahmen in
den Bistümern – auf 8.997 gesunken (2024: 9.291). Bundesweit verzeichnete die
katholische Kirche 2025 25 Priesterweihen.
Im
Jahr 2025 sind erneut mit einem leichten Anstieg 2.269 Menschen in die
katholische Kirche eingetreten (2024: 1.839), es wurden 5.443 Gläubige wieder
aufgenommen (2024: 4.743). Die Kirchenaustrittszahl liegt bei 307.117 Menschen
(2024: 321.659).
Zur
Statistik 2025 erklärt der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof
Dr. Heiner Wilmer SCJ: „Die Zahlen des Jahres 2025, die wir heute als Kirche in
Deutschland veröffentlichen, sind ein Spiegelbild unserer Kirche. Ich bin
dankbar für das engagierte Wirken der Hauptamtlichen in unserer Kirche und auch
die Qualität in der Seelsorge. Es ist ein schönes Zeichen, dass der
Gottesdienstbesuch erneut ganz leicht steigend Zuspruch findet. Und ich
empfinde es als positives Zeichen, dass die Zahlen von Erstkommunion und
Firmung stabil geblieben sind. Gleichwohl bedauere ich die nach wie vor hohe
Anzahl von Kirchenaustritten. Die Beweggründe sind unterschiedlich, und doch
sage ich – weil wir eine Gemeinschaft von Gläubigen durch Taufe und Firmung
sind –, dass uns jeder Kirchenaustritt schmerzt. Wir werden weniger Christinnen
und Christen in Deutschland, was uns nicht davon abhält – bei allen notwendigen
Maßnahmen, die damit verbunden sind –, mit hohem persönlichen Einsatz Zeugnis
von unserem Glauben zu geben. Deshalb nutze ich heute auch die Gelegenheit, ein
Wort des Dankes allen Ehrenamtlichen in unserer Kirche zu sagen, die durch die
Statistik nicht erfasst werden. Es sind rund 600.000, die dafür sorgen, dass
Kirche mit ihren vielfältigen Angeboten überhaupt erst in der Gesellschaft
ermöglicht wird. Trotz aller Umbrüche ermutige ich dazu, dass wir den Kopf
nicht in den Sand stecken, sondern nach vorne schauen und gemeinsam – auch in
ökumenischer Verbundenheit – nach Wegen suchen, wie Christsein heute in der
Gesellschaft zu größerer Akzeptanz führen kann.“ DBK 16
Krieg in Nahost: „Beendet die
Kämpfe!", fordert Papst Leo
Papst
Leo XIV. hat beim Angelus an diesem Sonntag neuerlich für diplomatische
Lösungen statt Gewalt im Krieg geworben. Er beklagte die „grausame Gewalt der
Kriege in Nahost“ und zeigte sich besonders in Sorge um die Lage im Libanon,
den er im vergangenen Herbst besucht hatte.
Er
wünsche sich für den Libanon „Wege des Dialogs, die die Behörden des Landes
dabei unterstützen können, dauerhafte Lösungen für die derzeitige schwere Krise
zum Wohl aller Menschen im Libanon umzusetzen“, so der Papst beim Mittagsgebet
„Im
Namen der Christen im Nahen Osten und aller Frauen und Männer guten Willens
wende ich mich an die Verantwortlichen dieses Konflikts: Beendet die Kämpfe!
Lasst die Wege des Dialogs wieder offen!“, sagte der Papst. Gewalt könne
„niemals zu der Gerechtigkeit, der Stabilität und dem Frieden führen, auf die
die Völker warten“.
„Gewalt
kann niemals zu der Gerechtigkeit, der Stabilität und dem Frieden führen, auf
die die Völker warten“
Bei
dem vor zwei Wochen begonnen Irankrieg seien tausende unschuldige Menschen
getötet und viele weitere aus ihren Häusern vertrieben worden, so der Papst.
Allen jenen, „die bei den Angriffen auf Schulen, Krankenhäuser und Wohngebiete
Angehörige verloren haben“, versicherte er sein Gebet.
Erst
vor wenigen Tagen hatte der Papst einen im Südlibanon getöteten Pfarrer
gewürdigt, der durch einen israelischen Bombenangriff ums Leben kam. Leo rief
bei der Gelegenheit erneut zum Friedensgebet für den gesamten Nahen Osten auf.
Papst
Leo XIV. hat beim Angelus die Gläubigen aufgerufen, im Angesicht von Gewalt und
Leid der Jetzt-Zeit ihren Glauben wachsam und „prophetisch“ zu leben. Ausgehend
vom Sonntagsevangelium über die Heilung eines blind geborenen Mannes betonte
er, Christus öffne die Augen für Gott und die Wirklichkeit der Welt.
Der
Papst erinnerte an die Symbolik der johanneischen Erzählung. Während die
Menschheit in Dunkelheit gelebt habe, habe Gott seinen Sohn als Licht gesandt.
Jesus habe die Echtheit seiner Sendung bestätigt, indem er zeigte, „Blinde
sehen“. Zugleich habe er von sich gesagt: „Ich bin das Licht der Welt“. Jeder
Mensch könne von sich behaupten, „von Geburt an blind“ zu sein, weil er aus
eigener Kraft das Geheimnis des Lebens nicht in seiner Tiefe erkenne, so Leo
vor den etwa 20.000 Pilgern und Besuchern auf dem Petersplatz.
Der
Papst wandte sich gegen die verbreitete Vorstellung, Glaube sei ein „Sprung ins
Ungewisse“ oder ein Denken ohne Vernunft. Das Evangelium zeige vielmehr, dass
die Begegnung mit Christus die Augen öffne. Die religiösen Autoritäten hätten
den geheilten Mann eindringlich befragt: „Wie sind deine Augen aufgetan
worden?“ und erneut: „Wie hat er deine Augen aufgetan?“ Diese Fragen
verdeutlichten, dass Glaube eine Erfahrung der Erleuchtung sei.
Glaube
als Einladung, die Augen zu öffnen
Leo
XIV. rief dazu auf, den Glauben mit „offenen Augen“ zu leben. Glaube sei „kein
blinder Akt, kein Verzicht auf Vernunft und kein Rückzug in eine Art religiöser
Gewissheit“. Er helfe, die Wirklichkeit „so zu sehen, wie Jesus sie selbst
sieht, mit seinen eigenen Augen: Er ist eine Teilhabe an seiner Sichtweise“,
sagte Leo mit einem Zitat aus der Zwei-Päpste Enzyklika „Lumen Fidei“ von 2013.
Darum sei Glaube eine Einladung, „unsere Augen zu öffnen“, besonders für das
Leid anderer und die Nöte der Welt.
„Gerade
heute braucht es angesichts der vielen Fragen des menschlichen Herzens und der
dramatischen Situationen von Ungerechtigkeit, Gewalt und Leid, die unsere Zeit
prägen, einen wachen, aufmerksamen und prophetischen Glauben", sagte Leo
den Gläubigen. Ein solcher Glaube öffne die Augen für die dunklen Seiten der
Welt und bringe ihr „durch den Einsatz für Frieden, Gerechtigkeit und
Solidarität das Licht des Evangeliums". (vn 15)
Trauer um Philosoph Jürgen Habermas
Der
Philosoph Jürgen Habermas ist im Alter von 96 Jahren gestorben. Er galt als
einer der bedeutendsten Philosophen der Gegenwart und war ein einflussreicher
Intellektueller. Die Deutsche Bischofskonferenz kondolierte.
Der
Vorsitzende Bischof Heiner Wilmer nannte Habermas einen
„Ausnahme-Philosophen". Er erklärte: „Die Weite seines Denkens und die
visionäre Kraft Brücken zwischen der Philosophie und Religion zu bauen, werden
bleiben." Unvergessen sei sein Dialog mit Joseph Ratzinger, „der gezeigt
hat, dass die Theologie nicht ohne die Philosophie und die Philosophie nicht
ohne die Theologie bestehen kann."
Geboren
wurde Habermas am 18. Juni 1929 in Düsseldorf. Er studierte Philosophie,
Geschichte, Psychologie, Deutsche Literatur sowie Ökonomie in Göttingen, Zürich
und Bonn. Dort erlangte er 1954 die Doktorwürde. Auf Einladung von Theodor W.
Adorno begann er in den 1950er Jahren als Assistent am Institut für
Sozialforschung in Frankfurt am Main. Habermas war einer der bekanntesten
Vertreter der Kritischen Theorie der Gesellschaft, die aus der „Frankfurter
Schule" hervorgangen war.
Im
Zuge der Studentenbewegung
Als
Universitätsprofessor für Philosophie beziehungsweise Soziologie lehrte
Habermas in den 1960er und 1970er Jahren erst in Heidelberg und dann in
Frankfurt am Main. Als Wissenschaftler wurde er im Zuge der Studentenbewegung
einer breiteren Öffentlichkeit bekannt.
Von
1971 bis 1983 war er Direktor des Max-Planck-Instituts zur Erforschung der
Lebensbedingungen der wissenschaftlich-technischen Welt in Starnberg. 1983
kehrte er wieder als Philosophieprofessor an die Frankfurter Universität
zurück.
Neben
zahlreichen Auszeichnungen - darunter der Heine-Preis - und Ehrendoktorwürden
im In- und Ausland erhielt Habermas 2001 den Friedenspreis des Deutschen
Buchhandels. Die Jury würdigte ihn als den prägendsten deutschen Philosophen
der Gegenwart, der zu den meistübersetzten Autoren des Deutschen gehöre. (kna
14)
Pilger bei Franziskus: Samen des
Friedens weitertragen
Assisi
erlebt in diesen Wochen einen außergewöhnlichen Pilgerstrom: Rund 10.000
Menschen kommen im Durchschnitt seit dem 22. Februar täglich, um die Gebeine
des heiligen Franziskus zu sehen. Noch gut eine Woche, bis zum 22. März, ist
der Besuch möglich. Kollegen und Kolleginnen von Vatican News haben sich an
diesem Freitag unter die Pilger gemischt und mit Ordensbrüdern gesprochen.
Eindrücke
von Birgit Pottler und Christine Seuss - Assisi
Die
Franziskaner hier sprechen von einem Jahrhundertereignis und ihnen ist
besonders wichtig, dass die Menschen eine spirituelle Erfahrung machen, die mit
ihrem Glaubensweg vorher und idealerweise auch nachher zu tun hat. Franziskus
soll Wegbegleiter sein.
Pilger
aus vielen Ländern sind hier, unterschiedlichen Alters, viele Familien, oder
Jugendgruppen. Manche sind auf der Durchreise, anderen haben vor vielen Monaten
die Reise hierher geplant und ihr Zeitfenster gebucht.
Wir
hatten spontan auch die Gelegenheit, mit einer deutschsprachigen Gruppe die
Unterkirche der Basilika zu betreten. Bruder Thomas Freidel führt hier die
Pilger das ganze Jahr - und besonders intensiv auch jetzt in diesen speziellen
vier Wochen.
Er
führt kurz in den Besuch ein, wobei ihm wichtig ist, dass alle zur Ruhe kommen
- auch Fotografieren zum Beispiel ist aus diesem Grund während des Besuchs in
der Basilika verboten. Die Gebeine sind in der älteren der beiden Kirchen
ausgestellt, in der Unterkirche, gebaut schon kurz nach dem Tod des heiligen
Franziskus, von 1228 bis 1230.
Die
Franziskaner haben aus dem Anlass der öffentlichen Aufbahrung einen kleinen
Pilgerweg auch innerhalb der Kirche gestaltet, an einzelnen Fresken von Cimabue
und Giotto wird auf Ereignisse aus dem Leben von Jesus und von Franziskus
hingewiesen, es gibt Gebetsimpulse und ein Pilgerheft.
Die
Eindrücke von Christine Seuss und Birgit Pottler zum Nachhören
Der
Tod ist nicht das Ende
Sonst
beten die Menschen am Grab des Heiligen, das unter dem Altar Unterkirche liegt.
Jetzt liegen die Gebeine vor dem Altar. Ein Hinweis darauf, dass der Tod nicht
das Ende ist.
Ruhig,
aber aufgrund des Andrangs natürlich dennoch zügig, werden die Menschen an der
Vitrine mit den sterblichen Überresten des Franziskus vorbeigeleitet. Man sieht
den Schädel in kleine Teile zerbrochen, die einzelnen Knochen anatomisch
angeordnet. 1,39 Meter ist das Skelett groß – also für heutige Verhältnisse
sehr klein. Und das bleibt auch bei den Pilgern hängen: Ein so kleiner Mann hat
die Welt so nachhaltig verändert, hört man hier des Öfteren.
Was
uns die Pilger erzählten...
In
der Nähe von Gebeinen und Altar steht eine durchsichtige Truhe – Pilger können
hier ihre Briefe an den Heiligen mit Gebetsanliegen und Wünschen einwerfen.
Die
Pilgergruppen gehen dann weiter in eine modern gestaltete Kapelle mit Bildern
aus dem Leben des Heiligen und einem Weihwasserbecken. Die Franziskaner laden
hier ein, an die eigene Taufe zu denken und einen Impuls für den Glauben im
Alltag mitzunehmen.
Samen
des Friedens säen
Alle
bekommen ein Geschenk mit: Weizenkörner und ein Pflanzgefäß, um – das ist die
Idee dahinter - wie der Heilige Franziskus den Samen auszusäen, den Samen des
Glaubens und vor allem des Friedens.
Das
Ereignis findet das erste Mal überhaupt statt, aber es wirkt hier alles ganz
selbstverständlich organisiert, von den Anmeldungen über den Einlass, die
Treffen mit Gruppen und das Gebet. Dabei sind im Verhältnis zu den gut 27.000
Einwohnern die Pilgerströme wirklich beachtlich. Mehr als 400.000 Menschen wird
Assisi in den vier Wochen der Aufbahrung empfangen haben. (vn 13)
Papst: Haben Kriegstreiber den Mut
zur Gewissensprüfung?
Nur
ein „versöhnter Mensch“ ist fähig, „unbewaffnet und entwaffnend zu leben“: über
den Zusammenhang zwischen Beichte und Frieden hat Papst Leo am Freitag
gesprochen. Dabei fragte er, ob Kriegstreiber den Mut und die Demut zur Beichte
hätten. Anne Preckel
Leo
XIV. äußerte sich am Freitag gegenüber Teilnehmern des 36. internationalen
Kurses der Apostolischen Pönitentiarie zum sogenannten „Forum internum“, den
inneren Bereich des menschlichen Glaubens und Gewissens, der diese Woche in Rom
stattfand.
Nur
versöhnter Mensch unbewaffnet und entwaffnend
„Nur
ein versöhnter Mensch ist fähig, unbewaffnet und entwaffnend zu leben! Wer die
Waffen des Stolzes niederlegt und sich ständig durch die Vergebung Gottes
erneuern lässt, wird zu einem Versöhner im täglichen Leben. In ihm oder ihr
verwirklichen sich die Worte, die dem heiligen Franz von Assisi zugeschrieben
werden: ,Herr, mache mich zu einem Werkzeug deines Friedens‘“, so der Papst in
seiner Ansprache, in der er dem Zusammenhang zwischen Beichte, Einheit mit Gott
und Frieden nachging.
Wer
eigene Sünden erkenne und diese verurteile, sei bereits mit Gott einig“, gab
Leo XIV. den heiligen Augustinus wieder. Und er fuhr fort:
„Unsere
Sünden zu erkennen, bedeutet daher, insbesondere in dieser Fastenzeit, „uns mit
Gott zu versöhnen“, uns mit ihm zu vereinen. Das Sakrament der Versöhnung ist
somit eine ,Werkstatt der Einheit‘: Es stellt die Einheit mit Gott wieder her,
durch die Vergebung der Sünden und die Einflößung der heiligmachenden Gnade.
Dies schafft die innere Einheit des Menschen und die Einheit mit der Kirche;
daher fördert es auch den Frieden und die Einheit in der Menschheitsfamilie.“
Es
braucht Mut zur Gewissensprüfung
„Haben
jene Christen, die eine schwere Verantwortung in bewaffneten Konflikten tragen,
die Demut und den Mut, ernsthaft ihr Gewissen zu prüfen und zu beichten?“
Daran
an schloss der Papst die provokante Frage: „Haben jene Christen, die eine
schwere Verantwortung in bewaffneten Konflikten tragen, die Demut und den Mut,
ernsthaft ihr Gewissen zu prüfen und zu beichten?“
Eigentlich
sei jeder Christ mindestens einmal im Jahr zur sakramentalen Beichte
verpflichtet, erinnerte er (vgl. 4. Laterankonzil von 1215 und KKK, Nr. 1457).
Dennoch werde dieses Angebot von vielen Getauften nicht genutzt, bedauerte Leo
XIV.:
„Es
ist, als bliebe der unendliche Schatz der Barmherzigkeit der Kirche
,unbenutzt‘, aufgrund einer weit verbreiteten Zerstreutheit der Christen, die
nicht selten lange Zeit im Zustand der Sünde verharren, anstatt sich mit
Einfachheit des Glaubens und des Herzens dem Beichtstuhl zu nähern, um das
Geschenk des auferstandenen Herrn anzunehmen.“
Die
Beichte zu spenden und damit an der Einheit der Menschen mit Gott zu wirken,
sei eine „hohe Aufgabe“, schärfte der Papst den jungen Priestern und
Weihekandidaten ein. Im Beichten werde die Kirche durch „erneuerte Heiligkeit
ihrer reuigen und vergebenen Kinder bereichert“, formulierte er weiter.
Auf
der Suche nach Tiefe
Das
Sakrament der Versöhnung schaffe auch eine Voraussetzung für die Einheit der
Menschen, fuhr der Papst fort – dies sei in der gegenwärtigen „Zeit der
Zersplitterung“ umso notwendiger und „vor allem bei jüngeren Generationen ein
echtes Bedürfnis“. Leo XIV. sieht hier den besonderen Auftrag der Kirche,
jungen Leuten - angesichts von Kapitalismus und Relativismus - neue Wege
aufzuzeigen:
„Die
nicht eingehaltenen Versprechen eines zügellosen Konsums und die frustrierende
Erfahrung einer von der Wahrheit losgelösten Freiheit können durch die
göttliche Barmherzigkeit zu Gelegenheiten der Evangelisierung werden: Indem sie
das Gefühl der Unvollständigkeit hervorrufen, ermöglichen sie es, jene
existenziellen Fragen zu wecken, auf die nur Christus eine vollständige Antwort
geben kann.“
Papst
Leo erwähnte, dass der Kurs der Apostolischen Pönitentiarie von den Päpsten
Johannes Paul II, Benedikt XVI. und Franziskus unterstützt wurde. Er selbst
schließe sich dem an, so Papst Leo, und ermutige zu einer Fortsetzung dieses
Dienstes und einer Vertiefung und Erweiterung des Ausbildungsangebotes, damit
das Sakrament der Versöhnung „immer tiefer verstanden, angemessen gefeiert und
daher vom ganzen heiligen Volk Gottes in Frieden und Wirksamkeit gelebt“ werde.
(vn 13)
Fastenpredigt: Brüderlichkeit in
einer Welt der Konflikte leben
Der
Prediger des Päpstlichen Hauses, Kapuzinerpater Roberto Pasolini, hat bei der
zweiten Fastenmeditation im Vatikan die Brüderlichkeit als konkrete Aufgabe in
einer von Kriegen und Spannungen geprägten Welt bezeichnet. Die Betrachtung
fand am Freitagmorgen, 13. März, in der vatikanischen Audienzhalle im Beisein
von Papst Leo XIV. statt.
Gudrun
Sailer - Vatikanstadt
Pasolini
stellte gleich zu Beginn den Bezug zur Gegenwart her. Über alle Kulturen hinweg
sehnten sich Menschen nach einer versöhnten Gemeinschaft, sagte er. Doch
angesichts von Konflikten und Polarisierungen dürfe Brüderlichkeit nicht bloß
als fernes Ideal verstanden werden. Christinnen und Christen seien vielmehr
aufgerufen, die anderen „als Geschenk zu empfangen und zugleich als sehr ernste
und dringende Verantwortung zu übernehmen“.
Der
Prediger erinnerte daran, dass diese Herausforderung nicht nur große politische
oder kirchliche Ebenen betreffe. Sie beginne im Alltag – in Familien, am
Arbeitsplatz, in Nachbarschaften und Gemeinden. Gerade dort zeige sich, ob der
Glaube das Leben tatsächlich verändere. Brüderlichkeit sei „der Ort, wo die
Umkehr sich wirklich bewährt: die ernsteste Probe und zugleich das beredteste
Zeichen dessen, was das Evangelium in unserem Leben wirken kann“.
Anhand
des heiligen Franz von Assisi schilderte Pasolini, dass gemeinschaftliches
Leben nicht automatisch Harmonie bedeute. „Sie ist nicht der Ort, an den man
sich zurückzieht, um ruhig zu leben“, sagte er über die Brüdergemeinschaft,
„sondern der Raum, in dem jeder in die Tiefen seines Herzens zurückgeführt wird
– mit all seinen Schatten und Widerständen.“
Die
Anderen als Ort, an dem Gott wirkt
Gerade
die anderen Menschen seien entscheidend für diesen Prozess. „Die Geschwister
sind uns anvertraut, damit sich unser Leben verändern kann“, erklärte Pasolini.
Gerade in ihrer Verschiedenheit, ja in ihrem Fehlverhalten würden sie zum
konkreten Ort, an dem Gott am Menschen arbeite, „unsere Verhärtungen löst und
uns lehrt, mit einem wahrhaftigeren und liebesfähigeren Herzen zu leben“.
Zur
Verdeutlichung präsentierte der Prediger die biblische Geschichte von Kain und
Abel. Sie zeige, wie schnell Beziehungen scheitern könnten. In jedem Menschen
liege die Möglichkeit, sich zu verschließen, „zuzulassen, dass Groll zu Distanz
wird und Distanz zu einer Form von Gewalt“. Gewalt beginne oft nicht mit Taten,
sondern mit Schweigen, verletzenden Worten oder Gleichgültigkeit.
„Wer
weiß, dass ihm vergeben wurde, lernt, das Böse nicht zurückzugeben“
Gerade
deshalb sei echte Brüderlichkeit keine Sache moralischer Perfektion. Sie
entstehe dort, wo Menschen ihre eigenen „Schatten“ anerkennen und die Erfahrung
von Vergebung zulassen, die Gott schenke. „Wer weiß, dass ihm vergeben wurde,
lernt, das Böse nicht zurückzugeben“, so Pasolini.
Wichtig
sei es, Konflikten nicht auszuweichen, sondern jeweils neu aufeinander
zuzugehen. Das Evangelium lade in solchen Situationen nicht zuerst dazu ein,
eigene Rechte zu verteidigen, betonte Pasolini. Es fordere vielmehr heraus,
„das größtmögliche und immer mögliche Gute zu suchen: jenes Gute, das erlaubt,
im anderen nicht mehr einen Gegner oder Schuldner zu sehen, sondern einen vom
Herrn geliebten Bruder“.
Die
Auferstehung Christi gebe dafür eine neue Perspektive. Sie nehme die Mühen des
Zusammenlebens nicht weg, befreie aber von der Angst, dass diese Mühen sinnlos
seien, so der Fastenprediger. „Deshalb können wir die Arbeit der Bruderschaft
in einem neuen Stil angehen: mit Sanftmut, mit Respekt und mit dem Vertrauen,
dass jede Geste wahrer brüderlicher Liebe – auch die verborgenste – bereits zum
ewigen Leben gehört.“ (vn 13)
Papst Leo: Mitmenschen auf- und
annehmen
Andere
Menschen aufzunehmen gehört zur DNA des Christentums. Das hat Papst Leo XIV. an
diesem Donnerstag betont.
Die
Berufung des Christen sei „darauf ausgerichtet, Gemeinschaft zwischen den
Menschen zu schaffen“, sagte er bei einer Audienz im Vatikan für die Teilnehmer
der IV. „Cattedra dell’accoglienza” (Lehrstuhl für Gastfreundschaft). Und
Gemeinschaft entstehe „aus der Fähigkeit, andere aufzunehmen, ihnen zuzuhören,
ihnen Gastfreundschaft und Hilfe anzubieten“.
„Im
Mittelpunkt jeder authentischen Aufnahme steht eine Beziehung, die aus der
Gnade einer Begegnung entsteht. Wir erleben viele Arten von Begegnungen und
damit auch von Gastfreundschaft: die Begegnung mit Menschen, die uns lieben,
mit Familienangehörigen, mit Kollegen und auch mit Fremden, die uns manchmal
feindlich gesinnt sind. Wenn eine Begegnung echt ist, kann sie sich aus
persönlicher Erfahrung heraus wandeln und nach und nach andere mit einbeziehen,
wodurch eine gemeinschaftliche Erfahrung entsteht.“
Jungen
Menschen zuhören
Ganz
konkret bat Papst Leo darum, auf junge Leute zuzugehen und ihre Anliegen
ernstzunehmen. „In einer Zeit tiefgreifender kultureller und sozialer
Veränderungen sind junge Menschen nicht nur die Zukunft der Gesellschaft und
der Kirche, sondern in Wirklichkeit schon deren lebendige und schöpferische
Gegenwart. Ihre Fragen und ihre Unruhe laden uns dazu ein, den Stil unserer
Beziehungen zu erneuern. Junge Menschen aufzunehmen bedeutet vor allem, ihnen
zuzuhören, ihnen in die Augen zu schauen und anzuerkennen, dass der Heilige
Geist in ihrem Leben und in ihrer Sprache weiterhin wirkt und uns neue Wege der
Präsenz und Fürsorge aufzeigt.“
An
diese Aussagen schloss Papst Leo noch einige Gedanken zum Thema Präsenz an. Im
Leben anderer präsent zu sein sei etwas sehr Wichtiges; das zeige sich ex
negativo auch an der hartnäckigen Suche von Joseph und Maria nach dem
verschwundenen, zwölfjährigen Jesus, den sie schließlich im Tempel
wiederfinden. Daraus lasse sich schließen, dass zur Präsenz ein ständiges
Suchen gehöre.
Auf
der Suche nach Jesus
„So
ist es auch im Glaubensleben: Wir nehmen die Gegenwart Jesu in unserem Leben
als selbstverständlich hin, bis es plötzlich so scheint, als wäre er nicht mehr
dort, wo wir ihn zurückgelassen haben. Wir verspüren ein Gefühl der
Verlorenheit. In Wirklichkeit hat er sich nicht verloren, sondern wir haben uns
entfernt. Wenn dies geschieht, sind wir aufgerufen, ihn vertrauensvoll zu
suchen, mit dem Mut, unbekannte Wege zu beschreiten und die Welt mit neuen,
hoffnungsvollen Augen zu betrachten. Auf diese Weise hören wir auf, einen Gott
nach unserem Maß zu suchen, um ihm vielmehr dort zu begegnen, wo er wohnt.
Jesus zu suchen bedeutet, von der Sicherheit unserer Überzeugungen zur
Verantwortung der Begegnung überzugehen und zu lernen, eine Gegenwart Gottes zu
sehen und anzunehmen, die immer ‚jenseits‘ liegt.“
„In
Wirklichkeit hat er sich nicht verloren, sondern wir haben uns entfernt.“
Als
Papst Franziskus den hl. Augustinus zitierte
Das
erinnert ein wenig an das erste große Interview, das der damalige Papst
Franziskus 2013, im Jahr seines Amtsantritts, Jesuitenzeitschriften gab. „Die
Begegnung mit Gott in allen Dingen ist kein empirisches Heureka“, hatte
Franziskus ausgeführt. „Das Risiko beim Suchen und Finden Gottes in allen
Dingen ist daher der Wunsch, alles zu sehr zu erklären, etwa mit menschlicher
Sicherheit und Arroganz zu sagen: ‚Hier ist Gott‘. Dann finden wir nur einen
Gott nach unserem Maß. Die richtige Einstellung ist die von Augustinus: Gott
suchen, um ihn zu finden, ihn finden, um ihn immer zu suchen.“
Außer
Präsenz gehört zum Aufnehmen aber auch Fürsorge, fuhr Leo XIV. an diesem
Donnerstag in seiner Ansprache fort. Fürsorge bedeute, aufmerksam an der Seite
eines Mitmenschen zu stehen, sich um ihn zu kümmern, aber auch seine
Entscheidungen zu akzeptieren. Diese Haltung habe der hl. Joseph vorgelebt.
„Auch
die Menschheitsfamilie ist aufgerufen, das in Fürsorge zu bewahren, was ihr
anvertraut wurde: Beziehungen, die Schöpfung, das Leben ihrer Schwestern und
Brüder, insbesondere derer, die leiden und besonders schutzbedürftig sind. So
zeigt uns Joseph, dass Präsenz und Fürsorge untrennbar miteinander verbunden
sind: Man kann nicht bewahren, ohne da zu sein, und man kann nicht da sein,
ohne Verantwortung für den anderen zu übernehmen.“ (vn 12)
Bischofskonferenz trauert um
Bischof em. Dr. Joachim Wanke
Bischof
Wilmer: „Beeindruckender Seelsorger und ein theologischer Visionär“
Die
Deutsche Bischofskonferenz trauert um den heute (12. März 2026) verstorbenen
früheren Bischof von Erfurt, Bischof Dr. Joachim Wanke. In einem
Beileidsschreiben an den Bischof von Erfurt, Bischof Dr. Ulrich Neymeyr,
würdigt der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner
Wilmer SCJ, den Verstorbenen als Seelsorger und Menschenfreund, der nicht nur
im Bistum Erfurt prägend war, sondern sichtbare und lebendige Spuren im Leben
der katholischen Kirche in der Bundesrepublik Deutschland hinterlässt.
„Mit
Bischof Wanke geht ein beeindruckender Seelsorger und ein theologischer
Visionär von uns“, schreibt Bischof Wilmer. Die Biografie des Verstorbenen sei
ebenso eindrucksvoll wie sein vielfältiges Wirken. „Das friedliche
Zusammenwachsen beider deutscher Staaten trägt im kirchlichen Kontext seine
Handschrift. Bischof Wanke stand für eine Kirche, die aus dem Glauben heraus
handelt und sich dem christlichen Menschenbild verpflichtet sieht. Eine Kirche,
die das Unrecht in der DDR benannte und gleichzeitig Perspektiven für ein
Zusammenleben aufzeigte. Er war eine entscheidende Figur bei der
Zusammenführung der katholischen Kirche in Deutschland nach der
Wiedervereinigung.“
In
seiner Kondolenz betont Bischof Wilmer den Einsatz von Bischof Wanke in der
Deutschen Bischofskonferenz. Zwölf Jahre war er Vorsitzender der
Pastoralkommission der Deutschen Bischofskonferenz. Auf ihn gehe das bis heute
wegweisende Dokument Missionarisch Kirche sein zurück. Engagiert sei Bischof
Wanke auch bei der Revision der Einheitsübersetzung der Heiligen Schrift
gewesen, die 2016 veröffentlicht wurde. „Mit seinem wissenschaftlichen
Geschick, seiner besonderen Kunst, mit Sprache umzugehen, und seiner
theologischen Weite prägte er dieses Projekt als Vorsitzender der
Unterkommission Gemeinsames Gebet- und Gesangbuch“, so Bischof Wilmer.
Joachim
Wanke spielte als junger Priester eine bedeutende Rolle in der Pastoralsynode
der katholischen Kirche in der DDR (1973–1975), die ihren Abschluss in Dresden
fand. Er prägte den theologischen Kurs in der ostdeutschen Diaspora
entscheidend mit. „Die Kirche im Bistum Erfurt durfte dank seines Engagements
viele bis heute prägende Veranstaltungen erleben“, schreibt der Vorsitzende der
Deutschen Bischofskonferenz. Dazu gehörten die großen Wallfahrten im Eichsfeld
ebenso wie Pastoralversammlungen der Kirche von Erfurt. 2011 sei Bischof Wanke
die zentrale Person gewesen, die einen Papstbesuch in Erfurt möglich gemacht
habe. Unvergessen seien die Bilder, wie Benedikt XVI. mit Bischof Wanke durch
die Straßen von Erfurt gefahren sei.
In
Trauer, aber auch in großer Dankbarkeit schaue die Deutsche Bischofskonferenz
zurück auf das bewegte Leben des Bischofs von Erfurt. Bischof Wilmer: „In
dieser Stunde des Abschieds denken wir an einen Seelsorger und Menschenfreund,
an einen Theologen und Staatsbürger, der für viele Vorbild war – innerhalb der
Kirche und außerhalb. Wir verneigen uns vor Bischof Wanke, der nicht nur im
Bistum Erfurt prägend war, sondern sichtbare und lebendige Spuren im Leben der
katholischen Kirche in der Bundesrepublik Deutschland hinterlässt. Möge er nun
in Frieden ruhen.“
Bischof
em. Dr. Joachim Wanke wurde am 4. Mai 1941 geboren. 1966 empfing er die
Priesterweihe, 1980 wurde er zum Weihbischof in Erfurt geweiht. 1994 wurde er
zum Bischof von Erfurt ernannt mit Neugründung des Bistums, wo er bis zu seiner
Emeritierung 2012 wirkte. Dbk 12
Sozialstaat essentiell für sozialen
Zusammenhalt
14
zivilgesellschaftliche Organisationen mit gemeinsam über 20 Millionen
Mitgliedern haben in Deutschland ein Bündnis für einen starken und
zukunftssicheren Sozialstaat gegründet.
Mitglieder
sind etwa der Deutsche Caritasverband, die Diakonie Deutschland und die
Arbeiterwohlfahrt.
Kritik
am Narrativ über den Sozialstaat
Das
Sozialstaatsbündnis kritisiert „die zunehmende Schieflage in der politischen
Debatte, in der der Sozialstaat wiederholt als unfinanzierbar oder als reiner
Kostenfaktor dargestellt wird“. Immer mehr Menschen verlören das Vertrauen in
öffentliche Institutionen, demokratische Parteien und den Sozialstaat. Diese
Entwicklung werde „durch Stimmen verstärkt, die den Sozialstaat einseitig als
Belastung darstellen, statt seine Rolle für soziale Sicherheit, wirtschaftliche
Teilhabe und gesellschaftlichen Zusammenhalt hervorzuheben“, schreibt das
Bündnis in einer Presseerklärung.
„Der
Sozialstaat ist nicht nur finanzierbar, sondern essentiell für sozialen
Frieden, wirtschaftliche Teilhabe und demokratische Stabilität.“
Vor
diesem Hintergrund will das Sozialstaatsbündnis dem Narrativ eines
problematischen Sozialstaates „eine positive, faktenbasierte Perspektive
entgegensetzen: Der Sozialstaat ist nicht nur finanzierbar, sondern essentiell
für sozialen Frieden, wirtschaftliche Teilhabe und demokratische Stabilität“,
heißt es auf der Internetseite des Deutschen Cariatsverbandes.
Erreichbare
Angebote der sozialen Daseinsvorsorge
„Es
braucht einen leistungsfähigen Sozialstaat, und das heißt zuallererst: es
braucht erreichbare Angebote der sozialen Daseinsvorsorge: in Stadt und Land,
in der Schuldner- und Erziehungsberatung, in der ambulanten Pflege und in der
Kinderbetreuung“, so Caritas-Präsidentin Eva Welskop-Deffaa: „Wer hier in
Zeiten wachsender gesellschaftlicher Anspannungen, ökonomischer Unsicherheiten
und demographischer Herausforderungen spart, nimmt der Feuerwehr den Rüstwagen
bei akuter Brandgefahr. Einsparungen bei der Feuerwehr des Sozialen verhindern
notwendige - präventive - Hilfen. Sie reduzieren zudem Einsatzmöglichkeiten für
die vielen Ehrenamtlichen, die bereit sind sich für Menschen in Not zu
engagieren und schwächen damit das Netz aus haupt- und ehrenamtlichem Engagement,
das unsere Gesellschaft trägt.“
Das
Sozialstaatsbündnis fordert von der Bundesregierung unter anderem, mehr für die
ökologische Transformation zu leisten und die Armut wirksam zu bekämpfen.
Das
Bündnis hat das Meinungsforschungsinstitut YouGov mit einer Umfrage beauftragt,
um herauszufinden, wie die Menschen in Deutschland zu den Themen Sozialstaat,
Rente, Pflege, Facharzttermine und Wohnen stehen. Zu den wichtigsten
Ergebnissen zählt den Angaben nach die breite Unterstützung für einen starken
Sozialstaat: 79 Prozent der Befragten sagten demnach, dass ein leistungsfähiger
Sozialstaat den gesellschaftlichen Zusammenhalt stärke. (pm 11)
Kirche ist Aufruf und Zeichen für
Menschheit im Krieg
Besonders
angesichts der gegenwärtigen Kriege und Konflikte ist die Kirche Aufruf und
Zeichen des Friedens im Herzen der Menschheit. Das hat Papst Leo an diesem
Mittwoch bei seiner Generalaudienz auf dem Petersplatz hervorgehoben. Anne
Preckel – Vatikanstadt
Leo
XIV. schlug mit seiner Katechese ein weiteres Kapitel zur Konzils-Konstitution
„Lumen gentium“ auf und ging näher auf die Identität des Gottesvolkes ein. Die
Kinder Abrahams schlossen mit Gott einen Bund (vgl. Jes 2,1-5), der sich im
Wirken Gottes und im Glauben an ihn konstituierte. Das Volk werde damit zum
„Licht für die anderen Völker, wie ein Leuchtturm, der alle Völker, die ganze
Menschheit, anzieht“, betonte der Papst.
Was
eint
Das
Konzil habe bekräftigt, dass dieses Bündnis das „Vorausbild jenes neuen und
vollkommenen Bundes in Christus“ gewesen sei, so Leo XIV. Der Papst hob hervor,
dass nicht Sprache, Kultur oder Ethnie Christi Volk einigten, sondern allein
der Glaube an Gott.
„Das
ist die Kirche: das Volk Gottes, das seine Existenz aus dem Leib Christi
bezieht und selbst Leib Christi ist.“
„Das ist die Kirche: das Volk Gottes, das
seine Existenz aus dem Leib Christi bezieht und selbst Leib Christi ist; kein
Volk wie alle anderen, sondern das Volk Gottes, von ihm zusammengerufen und
bestehend aus Frauen und Männern aus allen Völkern der Erde. Ihr einigendes
Prinzip ist nicht eine Sprache, eine Kultur, eine Ethnie, sondern der Glaube an
Christus: Die Kirche ist daher – nach einem schönen Ausdruck des Konzils – ,die
Versammlung derer, die zu Christus als dem Urheber des Heils und dem Ursprung der
Einheit und des Friedens glaubend aufschauen‘ (LG, 9).“
Offen
Der
einzige „Ehrentitel“, den Christen anstreben sollten, sei die „Gnade, Kinder
Gottes zu sein“, erteilte der Papst dem Streben nach Verdiensten und Titeln
eine Absage – diese Gnade zähle mehr als jede Aufgabe oder Funktion. Das
Gesetz, das die Beziehungen in der Kirche belebe, sei die Liebe, betonte er
weiter. Die Kirche könne „niemals in sich selbst verschlossen sein“, sondern
sei „offen für alle und für alle da“, so Leo XIV.
„Das
bedeutet, dass in der Kirche Platz für alle ist und sein muss und dass jeder
Christ berufen ist, das Evangelium zu verkünden und in jedem Umfeld, in dem er
lebt und wirkt, Zeugnis zu geben. Auf diese Weise zeigt dieses Volk seine
Katholizität, indem es den Reichtum und die Ressourcen der verschiedenen
Kulturen aufnimmt und ihnen gleichzeitig die Neuheit des Evangeliums anbietet,
um sie zu reinigen und zu erheben (vgl. LG, 13).“
Was
Hoffnung macht
„Sie
ist ein Zeichen im Herzen der Menschheit, ein Aufruf und eine Prophezeiung
jener Einheit und jenes Friedens, zu denen Gott Vater alle seine Kinder
aufruft.“
Vor
allem angesichts der gegenwärtigen Kriege und Konflikte sei die Kirche „ein
großes Zeichen der Hoffnung“, so der Papst. Es mache Hoffnung, „zu wissen, dass
die Kirche ein Volk ist, in dem aufgrund des Glaubens Frauen und Männer
unterschiedlicher Nationalität, Sprache oder Kultur zusammenleben: Sie ist ein
Zeichen im Herzen der Menschheit, ein Aufruf und eine Prophezeiung jener
Einheit und jenes Friedens, zu denen Gott Vater alle seine Kinder aufruft.“
(vn
11)
Ministrantinnen und Ministranten
pilgern 2028 wieder nach Rom
XIV.
internationale Ministrantenwallfahrt
Zehntausende
Ministrantinnen und Ministranten aus Europa und aus der ganzen Welt werden vom
31. Juli bis zum 4. August 2028 erneut nach Rom pilgern. Der internationale
Ministrantenbund Coetus Internationalis Ministrantium (CIM) hat die Einladung
des Heiligen Stuhls zur nächsten internationalen Ministrantenwallfahrt
angenommen. Der Präsident des CIM, Bischof Dr. Klaus Krämer
(Rottenburg-Stuttgart), zeigte sich erfreut, dass damit der Termin für die
nächste große Begegnung der Ministrantinnen und Ministranten in Rom bekannt
ist: „Schon jetzt erfüllt mich große Vorfreude auf die nächste
Ministrantenwallfahrt nach Rom. Wenn so viele junge Menschen aus Europa und aus
vielen anderen Teilen der Welt nach Rom kommen, entsteht eine besondere
Atmosphäre. Man begegnet einander über Sprach- und Ländergrenzen hinweg, feiert
gemeinsam Gottesdienste und erlebt sehr konkret, dass Kirche eine weltweite
Gemeinschaft ist. Für viele Ministrantinnen und Ministranten gehören diese Tage
zu den prägendsten Erfahrungen ihres kirchlichen Engagements.“
Bei
der Generalversammlung des CIM in Rom wurden die Teilnehmerinnen und Teilnehmer
heute (11. März 2026) von Papst Leo XIV. empfangen, der das Engagement der
Ministrantinnen und Ministranten in den Gemeinden der Weltkirche würdigte. „Die
Begegnung mit dem Heiligen Vater war für uns alle ein sehr bewegender Moment“,
so Bischof Krämer. „Papst Leo hat aufmerksam über das Engagement der
Ministrantinnen und Ministranten gesprochen. Man konnte spüren, dass ihm junge
Menschen in der Kirche am Herzen liegen. Diese Begegnung hat uns ermutigt und
darin bestärkt, die internationale Zusammenarbeit in der Ministrantenpastoral
weiter auszubauen.“ Auch der Vorsitzende der Jugendkommission der Deutschen
Bischofskonferenz, Weihbischof Johannes Wübbe (Osnabrück), freut sich auf die
kommende Romwallfahrt und erklärte: „Ministrantinnen und Ministranten
übernehmen in ihren Gemeinden Verantwortung und gestalten das Leben der Kirche
aktiv mit. Die Wallfahrt nach Rom will zeigen, wie wertvoll dieses Engagement
ist, und junge Menschen darin bestärken, ihren Glauben mit Freude zu leben und
Verantwortung zu übernehmen.“
Im
Jahr 2024 hatten die deutschen (Erz-)Bistümer ein eigenes Pilgerzentrum
eingerichtet, das für viele Gruppen zu einem Ort der Begegnung, der Information
und auch der Erholung wurde. Mit diesen Erfahrungen wird das Konzept
weiterentwickelt und künftig als ein internationales Zentrum des CIM
eingerichtet. Hintergrund
Der
Coetus Internationalis Ministrantium (CIM) ist der internationale
Zusammenschluss der Verantwortlichen für die Ministrantenpastoral in
zahlreichen Ländern. Ziel ist, die Zusammenarbeit zwischen den Ländern zu
stärken und internationale Begegnungen von Ministrantinnen und Ministranten zu
fördern. Präsident des CIM ist Bischof Dr. Klaus Krämer (Rottenburg-Stuttgart).
Die jüngste internationale Ministrantenwallfahrt fand im Jahr 2024 statt.
Damals kamen rund 50.000 Ministrantinnen und Ministranten nach Rom, darunter
etwa 35.000 aus Deutschland. Die internationale Ministrantenwallfahrt wird vom
CIM gemeinsam mit den nationalen Verantwortlichen der Ministrantenpastoral in
den (Erz-)Bistümern vorbereitet. In den kommenden zwei Jahren werden die
Programmstruktur und organisatorische Fragen konkretisiert. Dbk 11
Vatikan veröffentlicht
Abschlussbericht zur Rolle der Frau
Das
Generalsekretariat der Synode hat an diesem Dienstag den lang erwarteten
Abschlussbericht der Studiengruppe Nr. 5 veröffentlicht. Das Dokument mit dem
Titel „Die Teilhabe von Frauen am Leben und an der Leitung der Kirche“
definiert die Frauenfrage als ein „echtes Zeichen der Zeit“, durch das der
Heilige Geist die Kirche zur Erneuerung aufrufe. Mario Galgano - Vatikanstadt
Kardinal
Mario Grech, Generalsekretär der Synode, betont in dem Bericht, dass die Rolle
der Frau in der Kirche primär eine „kulturelle Herausforderung“ darstelle. Er
mahnt gleichzeitig zu Mut und Geduld bei der Einführung notwendiger Reformen.
Kulturelle
Hürden vs. Evangelium
„In
vielen Teilen der Welt gibt es tiefgreifende kulturelle Herausforderungen, die
anerkannt und angegangen werden müssen“, so der aus Malta stammende Kardinal
Grech. Zu oft werde die gelebte Glaubenspraxis eher von kulturellen Traditionen
als von den Werten des Evangeliums bestimmt. Ziel müsse es sein, die Kirche zu
einer Kraft zu machen, die das Evangelium verkörpert, indem sie „den Respekt
für die Rechte aller und die Mitverantwortung entsprechend der Berufung jedes
Einzelnen fördert“.
Dies
erfordert laut Grech „Mut, Begleitung und Geduld“, um schrittweise
Veränderungen einzuführen. Nur so könnten die kirchliche Gemeinschaft gewahrt,
Diskriminierung beseitigt und Gemeinschaften aufgebaut werden, in denen die
Gaben aller Menschen – Männer wie Frauen – wertgeschätzt werden.
Ein
Blick „von unten“
Der
Bericht basiert auf einem breit angelegten Konsultationsprozess und gliedert
sich in drei Teile. Der Ansatz der Studiengruppe besteht darin, die Reflexion
„von unten“ zu beginnen. Dabei wurden Erfahrungen und Beiträge von Frauen
gesammelt, die bereits heute verantwortungsvolle Positionen in der Kirche
innehaben.
Zu
den Kernpunkten des Berichts gehören Synodalität und Ortskirchen. Es müsse
eine stärkere Berücksichtigung der kulturellen Kontexte weltweit gefördert
werden. Betont wird auch die sogenannte charismatische Dimension. Die
Anerkennung der spezifischen Begabungen von Frauen im kirchlichen Leben gelte
jenseits rein administrativen Rollen. Und schließlich sei auch
der Modellcharakter der Kurienreform wichtig. Die Entscheidung der
Päpste Franziskus und Leo XIV., Frauen mit Regierungsaufgaben in der römischen
Kurie zu betrauen, wird als wegweisendes Modell für die gesamte Kirche
bezeichnet.
Theologische
Neuausrichtung
Im
umfangreichen Anhang des Berichts werden zentrale theologische Fragen kritisch
beleuchtet. Dazu gehören eine Neubetrachtung des (von Papst Franziskus häufig
ins Feld geführten) „marianischen“ und „petrinischen Prinzips“ sowie eine
Analyse der kirchlichen Amtsgewalt (potestas). Auch die Rolle weiblicher
Figuren im Alten und Neuen Testament sowie in der Kirchengeschichte wird
angesprochen, um die biblische Fundierung weiblicher Leitung zu untermauern.
Der
Bericht soll nun als Arbeitsgrundlage für die weiteren synodalen Prozesse
dienen. Er ist in mehreren Sprachen auf der offiziellen Webseite des
Synoden-Sekretariats zugänglich. Der Abschlussbericht in italienischer und
englischer Sprache sowie eine kurze Zusammenfassung in fünf Sprachen (jedoch
nicht in deutscher Sprache) sind auf www.synod.va
verfügbar. (vn 10)
Ausschreibung für den Katholischen
Medienpreis 2026
Zum
24. Mal sind Journalistinnen und Journalisten aus Fernsehen, Hörfunk und
Printmedien eingeladen, sich um den Katholischen Medienpreis zu bewerben. Bis
zum 17. April 2026 steht dafür auf der Internetseite der Deutschen
Bischofskonferenz eine Onlineplattform zur Verfügung:
https://www.dbk.de/themen/auszeichnungen-der-deutschen-bischofskonferenz/katholischer-medienpreis/bewerbungsformular-2026.
Seit
2003 schreibt die Deutsche Bischofskonferenz in Kooperation mit der
Gesellschaft Katholischer Publizistinnen und Publizisten Deutschlands e. V.
(GKP) und dem KM. katholischermedienverband e. V. den Katholischen Medienpreis
aus. Ausgezeichnet werden Beiträge, die die Orientierung an christlichen Werten
sowie das Verständnis für Menschen und gesellschaftliche Zusammenhänge fördern.
Zudem sollen sie das humanitäre und soziale Verantwortungsbewusstsein stärken
und zum Zusammenleben unterschiedlicher Gemeinschaften, Religionen, Kulturen
und Einzelpersonen beitragen. Journalistinnen und Journalisten sollen durch den
Preis zu einer qualitäts- und wertorientierten Berichterstattung motiviert
werden.
Der
Katholische Medienpreis wird in den Kategorien „Print“, „Audio“ und „Video“
verliehen. Zusätzlich ist ein Sonderpreis der Jury ausgelobt. Aus allen
Kategorien wird eine Hauptpreisträgerin oder ein Hauptpreisträger bestimmt. Die
Preissumme von insgesamt 12.500 Euro wird folgendermaßen aufgeteilt: Der
Hauptpreis ist mit 5.000 Euro dotiert. Die Preisträgerinnen und Preisträger in
den übrigen Kategorien sowie des Sonderpreises erhalten jeweils 2.500 Euro. Die
Ausschreibung umfasst Arbeiten, die zwischen dem 12. April 2025 und dem 17.
April 2026 in einem journalistischen Medium des deutschen Sprachraums
veröffentlicht wurden.
Die
Preisträginnen und Preisträger werden von einer Fachjury unter dem Vorsitz von
Weihbischof Matthäus Karrer (Rottenburg-Stuttgart) ausgewählt. Die Jury setzt
sich aus neun Personen zusammen, die auf Vorschlag der GKP, des KM. und der
Deutschen Bischofskonferenz berufen wurden.
Weitere
Informationen zur Jury und zu den bisherigen Auszeichnungen sowie den
Preisverleihungen finden Sie ebenfalls unter www.dbk.de auf der Themenseite
Katholischer Medienpreis. Dbk 9
Leo XIV. warnt vor Eskalation im
Nahen Osten - Dialog nötig
Papst
Leo ist besorgt über die Situation im Iran und im gesamten Nahen Osten. Aus der
Region erreichten uns „weiterhin Nachrichten, die Bestürzung hervorrufen“, so
das Kirchenoberhaupt vom Fenster des Apostolischen Palastes. Er warnte vor
einer Ausweitung des Iran-Kriegs, die dazu führen könnte, dass „andere Länder
der Region“, darunter auch der Libanon, „erneut in Instabilität versinken“
könnten.
„Liebe Brüder und Schwestern, aus dem Iran und
dem gesamten Nahen Osten erreichen uns weiterhin Nachrichten, die tiefe
Bestürzung hervorrufen“, so der Papst im Anschluss an sein Mittagsgebet am 8.
März. Mehrfach hatte Leo XIV. schon seine Sorge über eine Eskalation der
Kriegshandlungen im Nahen Osten ausgedrückt, so auch an diesem Sonntag: „Zu den
Gewalttaten und Zerstörungen sowie dem weit verbreiteten Klima des Hasses und
der Angst kommt die Befürchtung hinzu, dass sich der Konflikt ausweiten könnte
und andere Länder der Region, darunter auch der liebe Libanon, erneut in
Instabilität versinken könnten.“
Krieg
hat schon längst die Grenzen übersprungen
Immer
mehr Menschen sind im Libanon wegen der Angst vor israelischen Angriffen als
Reaktion auf Aktivitäten der Hisbollah auf der Flucht. Von diesem Samstag ist
die Nachricht, dass bei einem Flugzeugangriff am frühen Morgen in der Stadt
Shamshtar vier Kinder derselben Familie gemeinsam mit ihrer Mutter getötet
wurden. Auch im Iran sind zahlreiche zivile Opfer zu beklagen.
„Wir
erheben unser demütiges Gebet zum Herrn, damit das Donnern der Bomben
verstummt, die Waffen schweigen und ein Raum für den Dialog entsteht, in dem
die Stimme der Völker gehört werden kann“, fuhr der Papst in seinem Appell vor
rund 15.000 Menschen auf dem Petersplatz fort:
„Ich
vertraue diese Bitte Maria, der Königin des Friedens, an: Sie möge für
diejenigen Fürsprache einlegen, die unter dem Krieg leiden, und die Herzen auf
den Weg der Versöhnung und Hoffnung führen.“ (vn 8)
Papst: „Dienst am Nächsten ist ein
Akt der Liebe“
Anlässlich
des 100-jährigen Bestehens des italienischen Militärordinariats hat Papst Leo
XIV. an diesem Samstag eine Delegation von Bischöfen, Militärseelsorgern,
Politikern und weiteren beim Ordinariat eingebundenen Akteuren empfangen. In
seiner Ansprache betonte der Pontifex, dass der Dienst in den Streitkräften
weit über eine bloße Profession hinausgehe – er sei eine „Antwort auf einen
Ruf, der das Gewissen befragt“, im Dienst am Gemeinwohl und am Frieden. Mario
Galgano
Das
Kirchenoberhaupt nutzte das Jubiläum für eine grundlegende Reflexion über die
Bedeutung von Erinnerung in der modernen Informationsgesellschaft. Er warnte
davor, dass unsere Epoche zwar Informationen in außerordentlichem Maße
übertragen könne, aber die Fähigkeit verliere, diese zu verinnerlichen.
Gedächtnis
ist keine Nostalgie
„Die
Erinnerung wird oft ‚extern ausgelagert‘ und verfügbar gemacht, aber nicht
immer zu eigen gemacht und aktiviert“, kritisierte der Papst. Für die Kirche
hingegen sei das Gedächtnis „lebendiges Bewusstsein“ und kein bloßes
Datenarchiv. „Es ist keine Nostalgie, sondern eine Wurzel, die Prophetie
hervorbringt.“
Dieses
Verständnis identifizerte er auch im Zusammenhang mit dem Centenarium des
Militärordinariats. Er würdigte die Männer und Frauen in Uniform, die „in den
lichten Tagen des Friedens und den dramatischen der Kriege“ mit
Opferbereitschaft zum Wachstum der Gesellschaft beigetragen hätten – oft um den
Preis des eigenen Lebens.
Der
Kaplan als „Hirte im Schweigen“
Besondere
Worte richtete der Papst an die Militärkaplane. Unter Berufung auf den Heiligen
Augustinus beschrieb er ihr Amt als amoris officium – einen Dienst der Liebe.
Der Einsatz des Kaplans finde oft im Stillen statt, „in Kasernen und
Feldzelten, in Kapellen und Einsatzgebieten“.
In
einer durch Mobilität und kulturelle Vielfalt geprägten Welt sei der
Militärseelsorger zudem ein „Werkzeug der Einheit“ und des Dialogs zwischen den
Völkern. Der Papst ermutigte die Kaplane, insbesondere in den
Ausbildungsstätten und Akademien präsent zu sein, wo „Gewissen geformt werden“.
Soldatsein
als Antwort auf Gewalt
Bezugnehmend
auf das Zweite Vatikanische Konzil betonte der Papst, dass die Menschheit
solange unter der Bedrohung des Krieges stehe, wie die Sünde nicht durch die
Liebe besiegt sei. „In diesem Horizont verortet sich die Mission des
christlichen Militärs“, so der Pontifex. Schwache zu verteidigen, das
friedliche Zusammenleben zu schützen und in internationalen Missionen die
Ordnung wiederherzustellen, sei eine „Berufung“.
„Die
Identität des Soldaten ist geprägt von Großzügigkeit und Dienstgeist. Aber
diese Werte brauchen ein Fundament“, erklärte das Kirchenoberhaupt. Er rief
dazu auf, die Normen und Missionen des militärischen Lebens stets mit dem
„Lebenssaft des Evangeliums“ zu inspirieren, damit das Wohl der Völker immer an
erster Stelle stehe.
Zukunftsprojekte
der Seelsorge
Abschließend
würdigte der Papst die geplanten Initiativen des Ordinariats, darunter ein
neues Pastoralzentrum und ein Zentrum für Höhere Studien zur geistlichen
Begleitung. Letzteres solle die interdisziplinäre Reflexion über die
Herausforderungen der modernen Welt, wie den Einfluss neuer Technologien,
fördern. Mit einem Segen für die Soldaten und ihre Familien schloss der
Pontifex seine Ansprache in der Hoffnung auf eine „Zivilisation der Liebe“. (vn
7)
Leitlinien zur Suizidprävention in
katholischen Einrichtungen
„Den
Weg des Lebens gehen“
Menschliches
Leben ist kostbar – und zerbrechlich. Zu den Erfahrungen menschlicher
Fragilität gehören auch Sterbewünsche, die oft Ausdruck von Sorge vor dem
Verlust der eigenen Autonomie, von existenzieller Not, Einsamkeit oder
Krankheit sind. In solchen Phasen brauchen Menschen mehr denn je Zuwendung,
verlässliche Begleitung und Hoffnung. Vor diesem Hintergrund hat die Deutsche
Bischofskonferenz gemeinsam mit dem Deutschen Caritasverband heute (6. März
2026) die Leitlinien „Den Weg des Lebens gehen“ – Leitlinien zur Prävention von
Suiziden und zum Umgang mit Suizidwünschen in Einrichtungen katholischer
Trägerschaft veröffentlicht. Anlass ist insbesondere das Urteil des
Bundesverfassungsgerichts vom 26. Februar 2020, das neue rechtliche und
ethische Fragen aufgeworfen hat und in vielen Einrichtungen Unsicherheiten hat
entstehen lassen. Die vorliegenden Leitlinien sollen Orientierung geben und die
Prävention von Suiziden stärken. Ihr Kern ist eine Kultur der Lebensbejahung.
Suizidgedanken
und Sterbewünsche werden ernst genommen – im Gespräch, in professioneller
Begleitung, in seelsorglicher Nähe. Einrichtungen in katholischer Trägerschaft
verstehen sich dabei als Schutzräume für das Leben – besonders für vulnerable
Menschen in Krisen. Die Leitlinien verbinden fürsorgliche Sensibilität mit
fachlicher Klarheit. Sie enthalten konkrete Empfehlungen zur Suizidprävention,
zur Schulung von Mitarbeitenden, zur Einbindung von Ethikberatung sowie
juristische Hinweise für Verträge und Hausordnungen.
Mit
der Veröffentlichung setzt die Deutsche Bischofskonferenz ein deutliches
Zeichen. Es geht ihr gemeinsam mit dem Deutschen Caritasverband um eine
solidarische, fürsorgliche und dem Leben zugewandten Gesellschaft: Niemand soll
sich in einer Krise allein gelassen fühlen. Niemand soll den Eindruck haben,
sein Weiterleben rechtfertigen zu müssen. Kirche und Caritas wollen Menschen
auch in dunklen Momenten ihres Lebens beistehen – und gemeinsam mit ihnen den
Weg des Lebens gehen.Hinweise. „Den Weg des Lebens gehen“ – Leitlinien zur
Prävention von Suiziden und zum Umgang mit Suizidwünschen in Einrichtungen
katholischer Trägerschaft (Die deutschen Bischöfe Nr. 117) dbk 6
„Kirche in Not“ sammelt weltweit
Unterschriften für Religionsfreiheit
Petition
fordert mehr Schutz für religiöse Minderheiten
Mit
einer internationalen Petition ruft das päpstliche Hilfswerk „Kirche in Not“
(ACN) Regierungen und internationale Organisationen dazu auf, das Menschenrecht
auf Religionsfreiheit weltweit stärker zu schützen. Bereits mehr als 20 000
Menschen haben die Initiative unterschrieben. Die nächste Zielmarke liegt laut
„Kirche in Not“ bei 100 000 Unterschriften.
Die
Petition fordert die konsequente Umsetzung von Artikel 18 der Allgemeinen
Erklärung der Menschenrechte, der jeder Person das Recht garantiert, ihren
Glauben frei zu wählen, zu praktizieren und zu wechseln. Die
Unterschriftenaktion richtet sich insbesondere an internationale Institutionen,
demokratische Regierungen und diplomatische Vertreter.
Religionsfreiheit
zu einer Priorität in der Außenpolitik machen
Konkret
fordert die Initiative unter anderem, Religionsfreiheit stärker als Priorität
in der Außenpolitik zu verankern, bedrohte religiöse Gemeinschaften besser zu
schützen und Menschen, die wegen ihres Glaubens verfolgt werden, rechtliche
sowie humanitäre Unterstützung zu gewähren.
Unterzeichnen
können Menschen aller Religionen sowie alle, die sich für Menschenwürde und
grundlegende Freiheitsrechte einsetzen. Mit der Petition will „Kirche in Not“
die Öffentlichkeit sensibilisieren und politische Entscheidungsträger dazu
bewegen, entschlossener gegen religiöse Verfolgung vorzugehen.
Die
Initiative wurde im Oktober 2025 anlässlich der Veröffentlichung des Berichts
„Religionsfreiheit weltweit“ von „Kirche in Not“ gestartet. Die Studie zeigt,
dass Milliarden Menschen in Staaten leben, in denen das Recht auf
Religionsfreiheit verletzt, eingeschränkt oder bedroht ist.
Aktionszeitraum
bis zum „Red Wednesday“
Die
Unterschriftensammlung soll bis November 2026 fortgesetzt werden. Den Abschluss
bildet die von „Kirche in Not“ initiierte Aktion „Red Wednesday“, bei der
Kirchen, öffentliche Gebäude und Denkmäler weltweit rot beleuchtet werden, um
auf Christenverfolgung und andere Verletzungen der Religionsfreiheit aufmerksam
zu machen.
Der
diesjährige „Red Wednesday“ findet am 18. November statt, der Aktionszeitraum
für rote Beleuchtung, Gottesdienst und Aktion erstreckt sich jedoch über den
gesamten November. Auch in Deutschland haben in den vergangenen Jahren immer
mehr Pfarreien beim „Red Wednesday“ mitgemacht – 2025 hatten sich 251 bei
„Kirche in Not“ registriert. Nach dem diesjährigen „Red Wednesday“ sollen die
Unterschriften politischen Entscheidungsträgern und internationalen
Institutionen wie den Vereinten Nationen und dem Europäischen Parlament
übergeben werden.
„Religionsfreiheit
ist Grundpfeiler einer gerechten Gesellschaft“
Bei
einem Besuch am internationalen Hauptsitz von „Kirche in Not“ (ACN) in Königstein
im Taunus betonte der neue Präsident der päpstlichen Stiftung, Kurt Kardinal
Koch, die grundlegende Bedeutung dieses Menschenrechts. In Anlehnung an Worte
von Papst Leo XIV. erklärte er, Religionsfreiheit sei ein „Grundpfeiler der
Menschenwürde und jeder gerechten Gesellschaft“.
„Auch
heute leiden Millionen Menschen unter Diskriminierung, Gewalt und Unterdrückung
wegen ihres Glaubens“, sagte Kardinal Koch. „Doch selbst wenn sie kleine und
schutzbedürftige Minderheiten sind, bleiben Christen in ihren Heimatländern
Friedensstifter. Religionsfreiheit ist ein Menschenrecht, kein Privileg.“
Unterstützt
wird die Initiative auch von Kirchenvertretern aus Ländern, in denen Christen
verfolgt oder bedrängt sind, darunter der syrisch-katholische Erzbischof
Jacques Mourad aus Homs (Syrien) und Bischof Matthew Hassan Kukah aus Sokoto
(Nigeria).
Die
Petition kann online unterzeichnet werden unter:
https://acninternational.org/de/petition/
KiN 6
Hilfswerke: Bildung entscheidet
Zukunft von Millionen Mädchen
Bildung
ist der wirksamste Schlüssel, um Armut, Ausbeutung und Ungleichheit nachhaltig
zu bekämpfen: anlässlich des Weltfrauentags am 8. März haben mehrere kirchliche
Hilfswerke verstärkte Anstrengungen für Bildung und Schutz von Mädchen und
jungen Frauen weltweit gefordert.
Sowohl
Don Bosco Mission Austria als auch die Entwicklungsorganisation Jugend Eine
Welt wiesen in Aussendungen auf die Bedeutung von Bildung für Mädchen und
Frauen hin.
133
Millionen Mädchen keinen Zugang zu Bildung
Weltweit
haben laut UNESCO rund 133 Millionen Mädchen keinen Zugang zu Bildung. Politik,
Wirtschaft und Zivilgesellschaft müssten sich entschlossen für gleiche
Bildungschancen und den Schutz von Mädchen und jungen Frauen einzusetzen, so
der Appell der Hilfswerke.
„Bildung
ist ein grundlegendes Menschenrecht und der wirksamste Schlüssel, um Armut und
Ungleichheit nachhaltig zu bekämpfen“, erklärte der Geschäftsführer von Don
Bosco Mission Austria, Bruder Günter Mayer, in einer Aussendung. Wenn Mädchen
und junge Frauen gestärkt würden, verändere das ganze Gesellschaften. Viele der
betroffenen Mädchen seien ohne Schulbildung einem Leben in Armut, Abhängigkeit
und Gewalt ausgesetzt.
Besonders
dramatisch sei die Lage in vielen Ländern Afrikas. In Sierra Leone unterstützt
das Projekt „Don Bosco Fambul“ Mädchen und junge Frauen, die Opfer sexueller
Ausbeutung wurden oder zur Prostitution gezwungen waren. Das Zentrum bietet
Schutz, psychologische Betreuung, Schulbildung sowie berufliche Qualifizierung,
um den Betroffenen neue Lebensperspektiven zu eröffnen. Auch in der
Demokratische Republik Kongo engagieren sich die Salesianer Don Boscos für
benachteiligte Mädchen, konkret im Mädchenschutzzentrum Maison Marguerite in
Goma, das minderjährigen Müttern und ihren Babys Zuflucht und
Zukunftsperspektiven bietet.
Bildung
bedeutet Zukunft und mehr Schutz vor Ausbeutung
Jugend
Eine Welt verwies ebenfalls auf die große Bildungsbenachteiligung von Mädchen
im Globalen Süden. Besonders betroffen sei Subsahara-Afrika, wo etwa jedes
fünfte Mädchen im Grundschulalter nicht zur Schule gehe, erklärte
Geschäftsführer Reinhard Heiserer. Bildung bedeute für Mädchen nicht nur
bessere Zukunftschancen, sondern auch Schutz vor Ausbeutung, früher
Verheiratung und Perspektivlosigkeit.
Die
Organisation unterstützt gemeinsam mit der Austrian Development Agency (ADA)
fünf Berufsbildungszentren der Salesianer Don Boscos in Uganda und Ruanda. Dort
werden insgesamt rund 4.000 Jugendliche ausgebildet, darunter etwa 1.600
Frauen. Neben klassischen Ausbildungsfeldern werden Frauen auch gezielt für
technische Berufe wie Solar- oder Elektrotechnik ermutigt, die traditionell als
Männerdomänen gelten.
Programme
wie „Gender Matters for Green TVET“ sollen zudem Gleichstellung gezielt mit der
Ausbildung in nachhaltigen Berufen verbinden. Ziel sei es, jungen Frauen
wirtschaftliche Selbstständigkeit zu ermöglichen und langfristig zur
Gleichberechtigung beizutragen. (kap 5)
UNO: Erzbischof Balestrero prangert
globale Gewalt gegen Christen an
Die
Zahlen sind erschütternd: Weltweit sind fast 400 Millionen Christen Verfolgung
oder Gewalt ausgesetzt. Bei einer hochrangig besetzten Veranstaltung bei den
Vereinten Nationen in Genf bezeichnete Erzbischof Ettore Balestrero, Ständiger
Beobachter des Heiligen Stuhls, Christen als die am stärksten verfolgte
Religionsgemeinschaft der Welt. Allein im Jahr 2025 seien fast 5.000 Menschen
aufgrund ihres Glaubens getötet worden – ein Durchschnitt von 13 Opfern pro
Tag. Mario Galgano - Vatikanstadt
Unter
dem Titel „An der Seite verfolgter Christen: Verteidigung des Glaubens und
christlicher Werte“ mahnte Balestrero, dass Religionsfreiheit in vielen
Kontexten fälschlicherweise als „Privileg“ oder „Konzession“ statt als
fundamentales Menschenrecht behandelt werde. Er erinnerte die
Staatengemeinschaft an ihre völkerrechtliche Pflicht, dieses Recht nicht nur zu
respektieren, sondern aktiv zu schützen und zu fördern.
Die
„vornehme Verfolgung“ im Westen
Besondere
Aufmerksamkeit widmete der Erzbischof einer Entwicklung, die er als „vornehme
Verfolgung“ (polite persecution) bezeichnete. Damit gemeint sind subtile Formen
der Diskriminierung in westlichen Ländern, die oft unter dem Radar der
offiziellen Gewaltstatistiken bleiben. Balestrero sprach von einer
„schrittweisen Marginalisierung und dem Ausschluss aus dem politischen,
sozialen und beruflichen Leben – selbst in traditionell christlich geprägten
Ländern“.
Als
konkrete Beispiele nannte er die Einschränkung der Meinungsfreiheit:
Verurteilungen wegen „stillen Gebets“ in der Nähe von Abtreibungskliniken oder
strafrechtliche Verfolgung wegen des Zitierens von Bibelversen in sozialen
Netzwerken. Auch die Verletzung religiöser Autonomie sei ein Problem.
Als Beispiel nannt er Frankreich, wo derzeit ein Gesetz zur Sterbehilfe
diskutiert werde, das christliche Krankenhäuser und Pflegeheime dazu zwingen
könnte, Euthanasie-Praktiken gegen ihre Kernüberzeugungen zuzulassen. Bei
Verweigerung drohten den Trägern, wie etwa den „Kleinen Schwestern der Armen“,
Haftstrafen oder der Entzug öffentlicher Mittel.
Das
Kreuz als Symbol der doppelten Bedrohung
In
einem theologisch-symbolischen Ausblick deutete Balestrero Angriffe auf
Christen als Angriffe auf das Kreuz selbst. Die vertikale Linie des Kreuzes
stehe für die Offenheit zum Transzendenten. Werde ein Christ gezwungen, seinen
Glauben zu verleugnen oder ins Private zu drängen, sei dies ein Versuch, den
Raum zu schließen, in dem sich der menschliche Geist über sich selbst
hinaushebt.
Die
horizontale Linie wiederum symbolisiere die menschliche Bindung an andere.
Persecution zerstöre diese Bindung, ersetze Vertrauen durch Angst und Dialog
durch Gewalt. „Es kann keinen Frieden ohne Religionsfreiheit, Gedankenfreiheit
und Meinungsfreiheit geben“, zitierte Balestrero abschließend den verstorbenen
Papst Franziskus.
Straflosigkeit
als globales Problem
Balestrero
kritisierte scharf, dass Straflosigkeit nach wie vor eines der
schwerwiegendsten Probleme im Bereich der Religionsverfolgung darstelle. Es sei
die Pflicht des Staates, Gläubige vor Angriffen Dritter zu schützen – „vor,
während und nach einer Attacke“. Die Tatsache, dass physische Gewalt,
Enteignung, Versklavung und Mord aufgrund religiöser Überzeugungen weiterhin an
der Tagesordnung seien, stelle eine „schreiende Ungerechtigkeit“ dar, die
beendet werden müsse. (vn 5)
„Gewalt allein schafft keinen
Frieden“. Europaweite Gebetskette für den Frieden
„Der
erste Schritt zu einem gerechten Frieden ist die schonungslose Selbstreflexion
(...) Gerade dies sollten wir heute bedenken, wenn wir in besonderer Weise für
einen unbewaffneten und entwaffnenden Frieden beten. In der Ukraine, im
Heiligen Land, in Syrien und in den vielen Krisengebieten dieser Welt begegnen
wir einer Wirklichkeit, die von Krieg, Terror, Vertreibung, Hunger, religiöser
Vereinnahmung und politischen Machtspielen geprägt ist. Gewalt ist wieder eine
selbstverständliche Sprache der Politik und erscheint uns leider oft auch als
angemessene Reaktion auf diese Entwicklungen.“ Mit diesen Worten für einen
erneuerten Einsatz für den Frieden hat heute (2. März 2026) in Augsburg Bischof
Dr. Bertram Meier, Vorsitzender der Kommission Weltkirche der Deutschen
Bischofskonferenz, einen Gottesdienst gefeiert. Er fand im Rahmen der
„Eucharistischen Kette“ statt, einer Initiative des Rates der Europäischen
Bischofskonferenzen (CCEE), die die Fastenzeit als Gebetszeit für den Frieden
in den Blick nimmt und schon seit einigen Jahren besteht. Gestern fand das
Gebet in Frankreich statt, morgen wird es die Kirche in Griechenland sein.
Bischof
Meier fügte angesichts des neuen Krieges im Nahen und Mittleren Osten hinzu,
dass das Gebet für den Frieden notwendiger denn je sei: „Wir schauen alle
gebannt auf die Bilder, die uns aus dem Iran und der Golfregion erreichen, von
den Menschen in den Schutzräumen Israels, ja, bis hin zu den Militärbasen auf
Zypern. In den seit Samstag tobenden Konflikt werden mehr und mehr Staaten
hineingezogen, es droht ein Flächenbrand in der gesamten Region! Mögen die
Waffen bald schweigen und möge vor allem das iranische Volk die Chance
bekommen, zur Demokratie und Rechtsstaatlichkeit zurückzufinden.“
Bischof
Meier appellierte eindringlich: „Auch wenn natürlich Staaten das Recht haben,
sich zu verteidigen oder unter Umständen Gewalt zum Schutz ihrer Bürgerinnen
und Bürger einzusetzen, sollten wir nie vergessen: Gewalt allein schafft keinen
Frieden. Die heutige Lesung und das Evangelium sind hier eindeutig: Ein
dauerhafter und gerechter Friede beruht auf Wahrheit und Barmherzigkeit.“ In
seiner Predigt erinnerte er an die vielen Kriegsgebiete auf der Welt:
„Zerstörte Städte, geschwächte Zivilgesellschaften, politische Repressionen,
wirtschaftliche Nöte, religiöse Spannungen, Menschen auf der Flucht. All dies
finden wir wieder und wieder in unterschiedlichen Ausprägungen. Immer ist
Vertrauen auf lange Zeit zerbrochen. Ein echter Friede wird dort nicht möglich
sein, ohne dass Schuld benannt wird. Ohne dass Unrecht anerkannt wird. Ohne
dass die Wahrheit ans Licht kommt.“
Jeder,
so Bischof Meier, habe im Leben schon erlebt, dass die Wahrheit schmerzhaft
sein könne: „Sie kann verletzen und Beziehungen zerstören. Wenn Andere
Wahrheiten über uns offenbaren, kann dies unser Selbstbild erschüttern und uns
in eine tiefe Krise führen.“ Darum sei es notwendig, Barmherzigkeit zu üben.
Dabei bedeute Barmherzigkeit nicht, Unrecht zu verschweigen. „Sie bedeutet auch
nicht, die Täter und ihre Taten zu verharmlosen. Aber sie bedeutet, dem anderen
nicht endgültig jede Zukunft abzusprechen. Wer Barmherzigkeit mit einer Art
billigen Versöhnung gleichsetzt, hat den tieferen Sinn der Worte Jesu nicht
verstanden.“
Bischof
Meier erinnerte im Gottesdienst an seinen wenige Wochen zurückliegenden Besuch
in Syrien. Die Begegnungen und Gespräche hätten ihm gezeigt, dass eine
Entwaffnung des Herzens notwendig sei: „Nach Jahren von Bürgerkrieg, Terror,
internationalen Interessen und tiefen Verwundungen braucht es mehr als
politische Abkommen. Es braucht Räume des Dialogs, des Zuhörens, der lokalen
Versöhnung. Es braucht die Bereitschaft, nicht nur an der eigenen Sicherheit zu
arbeiten, sondern am gemeinsamen Zusammenleben. Die von Jesus geforderte
Barmherzigkeit ist also keine Schwäche. Sie ist eine geistliche Stärke, die es
wagt, an Veränderung zu glauben.“ Er fügte hinzu: „Ich weiß, ein unbewaffneter
und entwaffnender Friede klingt gerade in unserer heutigen Zeit utopisch. Denn
wir alle wissen, dass der Friede vielfach bedroht ist und Abschreckung
notwendig erscheint. Doch unsere christliche Hoffnung lässt sich nicht auf
militärische Sicherheit beschränken. Sie fußt auf einem tieferen Verständnis
der Welt, unseres Zusammenlebens und des konkreten Menschen. Unsere Hoffnung
nährt sich aus einer einfachen Erkenntnis: Ein Friede, der allein auf Waffen
beruht, bleibt fragil. Ein Friede, der Herzen erreicht, kann wachsen.“
Hintergrund.
Der Rat der Europäischen Bischofskonferenzen (CCEE) ist ein Zusammenschluss der
Vorsitzenden der römisch-katholischen Bischofskonferenzen in Europa mit Sitz in
Rom. Präsident ist seit 2021 Erzbischof Gintaras Grušas von Vilnius, der
Vorsitzende der Litauischen Bischofskonferenz. Dbk 2