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KI-generierte Inhalte können fehlerhaft sein.  Notiziario Religioso della comunità italiana in Germania  - redazione: T. Bassanelli    - Webmaster: A. Caponegro  IMPRESSUM

 

Notiziario religioso, aprile 2026

 

Inhaltsverzeichnis

1.        Leone XIV: “deponete le armi, Dio rifiuta la guerra”. 1

2.        Domenica delle Palme, comincia la Settimana Santa. Verso la Risurrezione. 1

3.        Papa Leone XIV incontra i giovani del Principato di Monaco. 1

4.        Uno sguardo nuovo sulla disabilità anche grazie alle parrocchie. 1

5.        Festa dei Lavoratori: Cei, “il lavoro non può perdere la sua vocazione alla pace”. 1

6.        La Settimana Santa raccontata dai figli dispersi 1

7.        Card. Pizzaballa, “nel buio della guerra dobbiamo vedere i germogli della presenza di Dio”. 1

8.        Vescovi italiani: dal Consiglio permanente priorità a pace, giovani e comunità accoglienti 1

9.        Statistiche 2025 sulla Chiesa tedesca. 1

10.  Dani Dayan, ricordare l'Olocausto per combattere l'antisemitismo. 1

11.  Oltre 370mila pellegrini per l’ostensione delle spoglie mortali di San Francesco. 1

12.  Io sono la resurrezione e la vita. V Domenica di Quaresima. 1

13.  Il Pane di San Giuseppe alla Missione Cattolica Italiana di Kempten. 1

14.  Gesù ci invita ad uscire dagli spazi angusti dei sepolcri dell'egoismo. 1

15.  Le iniziative per la Quaresima e per i missionari nelle Diocesi 1

16.  100 anni del Pime e missionari lucchesi in Giappone nel XX secolo. 1

17.  Fr. Matthew (Taizé): “Il dialogo riguarda tutti”. 1

18.  Quaresima alla luce della Parola di Dio. 1

19.  San Giuseppe nel magistero dei pontefici 1

20.  Papa Leone XIV: “La salute non può essere un lusso per pochi”. 1

21.  "La partecipazione all’opera sacerdotale, profetica e regale" del popolo di Dio. 1

22.  Leone XIV: “possa la pace prevalere tra tutti i popoli”. 1

23.  Chiesa cattolica in Germania: i nuovi dati 1

24.  La carità può diventare patrimonio dell'UNESCO?. 1

25.  Papa Leone XIV in Africa, il 13-23 aprile 2026. Il programma. 1

26.  Terra Santa, l'appello del Cardinale Gugerotti per la Colletta. 1

27.  Accogliendo il Signore il cammino diventa più chiaro. 1

28.  San Francesco: l’ostensione come lezione di leadership per il nostro tempo. 1

29.  Odio anticristiano, fenomeno in aumento nei Paesi Ue. 1

30.  Card. Zuppi: “Pace è il nome di Dio”. 1

31.  "La giustizia sia sempre illuminata dalla verità e accompagnata dalla misericordia". 1

32.  L'importanza di tutelare le persone più vulnerabili 1

33.  “Le relazioni, il creato, la vita delle sorelle e dei fratelli”. 1

34.  “Ciò che conta davvero nella Chiesa è l’essere innestati in Cristo”. 1

35.  L'occultismo e le credenze magiche in Italia. 1

36.  Vienna, un patto tra dieci confessioni religiose per la pace. 1

37.  Mojtaba Khamenei è la nuova guida suprema iraniana. 1

38.  “Non c’è energia spesa meglio di quella che dedichiamo a liberare il cuore”. 1

39.  Leone XIV incontra cappellani e officiali dell’Ordinariato Militare per l’Italia. 1

40.  Il Papa affida alla preghiera per tutto marzo la supplica per la pace nel mondo. 1

41.  Guerra in Iran: tutti i vescovi cattolici chiedono diplomazia e condannano. 1

 

 

1.        Kirchen-Studie aus Fulda: Gemeinsam lebendig bleiben. 1

2.        10 Jahre „Amoris laetitia“: Schönborn würdigt „Durchbruch“ in der Seelsorge. 1

3.        Papst an US-Lokalpolitiker: „Dienst als Kern authentischer Autorität“. 1

4.        COMECE zu Migrantenrückführungen: „EU muss Schwächste schützen". 1

5.        Leo XIV. in Monaco: Nein sagen zu den Götzen von Reichtum und Macht. 1

6.        Jahresempfang der Deutschen Bischofskonferenz für die Partner im christlich-islamischen Dialog. 1

7.        Libanon: „Kein gerechter Krieg“ – Bischof warnt vor Verschärfung der humanitären Lage. 1

8.        EU: McGuinness ist neue Sonderbeauftragte für Religionsfreiheit 1

9.        Kardinal Parolin: „Die Liturgie darf kein Schlachtfeld werden“. 1

10.  Bischof Dr. Heiner Wilmer SCJ wird neuer Bischof von Münster. 1

11.  „Hierarchische Struktur der Kirche ist kein menschliches Konstrukt“. 1

12.  Vatikan-Auswahl gastiert in Schwaben. 1

13.  Rom: 600 Jahre „Anima“ in Stein und Latein. 1

14.  Vatikan veröffentlicht synodalen Bericht zu Armut und Ökologie. 1

15.  Palmsonntagskollekte am 29. März 2026. 1

16.  Information als Instrument des Friedens. 1

17.  Papst Leo XIV. mahnt zu neuem Lebensstil für die Schöpfung. 1

18.  Dritte Fastenpredigt im Vatikan: Thema Evangelisierung. 1

19.  Monitoring zu den Folgen der Kassenzulassung nichtinvasiver Pränataltests. 1

20.  Leo XIV. schreibt Botschaft zum 10. Jahrestag von Amoris laetitia. 1

21.  Erneuerung der Ehe- und Familienpastoral als Auftrag und Weg der Kirche. 1

22.  Papst Leo XIV. fordert Ende der medizinischen Ungleichheit 1

23.  3. Juli: Papst Leo erhält US-Preis für Freiheitsrechte. 1

24.  Europäischer Gerichtshof entscheidet über arbeitsrechtliche Folgen des Kirchenaustritts. 1

25.  Heiliges Land: „Die Christen beginnen, zu verzweifeln“. 1

26.  Mainz. Erster Bischof mit außereuropäischen Wurzeln geweiht. 1

27.  Kirchenstatistik 2025 in Deutschland. 1

28.  Krieg in Nahost: „Beendet die Kämpfe!", fordert Papst Leo. 1

29.  Trauer um Philosoph Jürgen Habermas. 1

30.  Pilger bei Franziskus: Samen des Friedens weitertragen. 1

31.  Papst: Haben Kriegstreiber den Mut zur Gewissensprüfung?. 1

32.  Fastenpredigt: Brüderlichkeit in einer Welt der Konflikte leben. 1

33.  Papst Leo: Mitmenschen auf- und annehmen. 1

34.  Bischofskonferenz trauert um Bischof em. Dr. Joachim Wanke. 1

35.  Sozialstaat essentiell für sozialen Zusammenhalt. 1

36.  Kirche ist Aufruf und Zeichen für Menschheit im Krieg. 1

37.  Ministrantinnen und Ministranten pilgern 2028 wieder nach Rom.. 1

38.  Vatikan veröffentlicht Abschlussbericht zur Rolle der Frau. 1

39.  Ausschreibung für den Katholischen Medienpreis 2026. 1

40.  Leo XIV. warnt vor Eskalation im Nahen Osten - Dialog nötig. 1

41.  Papst: „Dienst am Nächsten ist ein Akt der Liebe“. 1

42.  Leitlinien zur Suizidprävention in katholischen Einrichtungen. 1

43.  „Kirche in Not“ sammelt weltweit Unterschriften für Religionsfreiheit 1

44.  Hilfswerke: Bildung entscheidet Zukunft von Millionen Mädchen. 1

45.  UNO: Erzbischof Balestrero prangert globale Gewalt gegen Christen an. 1

46.  „Gewalt allein schafft keinen Frieden“. Europaweite Gebetskette für den Frieden. 1

 

 

 

Leone XIV: “deponete le armi, Dio rifiuta la guerra”

 

Nell'omelia della messa della Domenica delle Palme, il Papa ha rivolto ancora una volta un accorato appello alla pace. "Nessuno può usare Dio per giustificare la guerra". Il principe della pace "sostenga i popoli feriti dalle guerra", a cominciare dal Medio Oriente, l'altro appello durante l'Angelus.  Di M. Michela Nicolais

“Cristo, Re della pace, grida ancora dalla sua croce: Dio è amore! Abbiate pietà! Deponete le armi, ricordatevi che siete fratelli!”. Si è conclusa con questo appello l’omelia della messa presieduta in piazza San Pietro da Leone XIV, che ha segnato l’inizio della sua prima Settimana Santa da Pontefice.

 “Eleviamo la nostra supplica al principe della pace, affinché sostenga i popoli feriti dalla guerra e apra cammini concreti di riconciliazione e di pace”, l’altro appello durante l’Angelus, in una piazza San Pietro stracolma di fedeli, che Leone ha salutato con un giro prolungato in papamobile, al termine della messa.

“Sono vicino con la preghiera ai cristiani del Medio Oriente, che soffrono per le conseguenze di un conflitto atroce e in molti casi non possono vivere pienamente i riti di questi giorni santi”, ha detto Leone XIV: “ Proprio nei giorni in cui la Chiesa contempla il mistero della passione del Signore non possiamo dimenticare quanti oggi partecipano in modo reale alla sua sofferenza. La loro prova interpella la coscienza di tutti”. Poi il Papa ha ricordato i marittimi vittimi della guerra e i migranti morti in mare: “Terra, cielo e mare sono creati per la vita e per la pace”, ha esclamato.

“Guardiamo a Gesù, che si presenta come Re della pace, mentre attorno a lui si sta preparando la guerra”, l’invito all’inizio dell’omelia, in cui Leone ha tracciato un ritratto molto intenso di Gesù che percorre la via della Croce: “ci mettiamo dietro di lui, seguiamo i suoi passi. E camminando con lui, contempliamo la sua passione per l’umanità, il suo cuore che si spezza, la sua vita che si fa dono d’amore”. “Lui, che rimane fermo nella mitezza, mentre gli altri si agitano nella violenza. Lui, che si offre come una carezza per l’umanità, mentre altri impugnano spade e bastoni. Lui, che è la luce del mondo, mentre le tenebre stanno per ricoprire la terra. Lui, che è venuto a portare la vita, mentre si compie il piano per condannarlo a morte”.

“Come Re della pace, Gesù vuole riconciliare il mondo nell’abbraccio del Padre e abbattere ogni muro che ci separa da Dio e dal prossimo, perché egli è la nostra pace”, ha assicurato il Pontefice: “Come Re della pace, entra in Gerusalemme in groppa a un asino, non a un cavallo, realizzando l’antica profezia che invitava a esultare per l’arrivo del Messia: ‘Ecco, a te viene il tuo re. / Egli è giusto e vittorioso, / umile, cavalca un asino, / un puledro figlio d’asina. / Farà sparire il carro da guerra da Efraim / e il cavallo da Gerusalemme, / l’arco di guerra sarà spezzato, / annuncerà la pace alle nazioni. Come Re della pace, quando uno dei suoi discepoli estrae la spada per difenderlo e colpisce il servo del sommo sacerdote, egli subito lo ferma dicendo: ‘Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno’. Come Re della pace, mentre veniva caricato delle nostre sofferenze e trafitto per le nostre colpe, egli ‘non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori’”.

“Questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace”, ha sintetizzato il Papa: “Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: ‘Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue’”. Gesù “non si è armato, non si è difeso, non ha combattuto nessuna guerra”, ha ribadito Leone XIV: “Ha manifestato il volto mite di Dio, che sempre rifiuta la violenza, e invece di salvare sé stesso si è lasciato inchiodare alla croce, per abbracciare tutte le croci piantate in ogni tempo e luogo nella storia dell’umanità”.

Guardando a Gesù, “che è stato crocifisso per noi, vediamo i crocifissi dell’umanità”,ha proseguito il Papa allargando ancora il suo sguardo: “Nelle sue piaghe vediamo le ferite di tante donne e uomini di oggi. Nel suo ultimo grido rivolto al Padre sentiamo il pianto di chi è abbattuto, di chi è senza speranza, di chi è malato, di chi è solo. E soprattutto sentiamo il gemito di dolore di tutti coloro che sono oppressi dalla violenza e di tutte le vittime della guerra”.

“Con le parole del Servo di Dio, il vescovo Tonino Bello, vorrei affidare questo grido a Maria Santissima, che sta sotto la croce del Figlio, e piange anche ai piedi dei crocifissi di oggi”,ha detto Leone XIV al termine dell’omelia, citando il vescovo di Molfetta e presidente di Pax Christi: “Santa Maria, donna del terzo giorno, donaci la certezza che, nonostante tutto, la morte non avrà più presa su di noi. Che le ingiustizie dei popoli hanno i giorni contati. Che i bagliori delle guerre si stanno riducendo a luci crepuscolari. Che le sofferenze dei poveri sono giunte agli ultimi rantoli. E che, finalmente, le lacrime di tutte le vittime delle violenze e del dolore saranno presto prosciugate, come la brina dal sole della primavera”.

Sir 29

 

 

 

 

Domenica delle Palme, comincia la Settimana Santa. Verso la Risurrezione

 

Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons. Francesco Cavina

Carpi. Con la Domenica delle Palme entriamo nella settimana più santa dell’anno. E’ il tempo in cui la Chiesa celebra i misteri centrali della fede: la passione, la morte, la sepoltura, la discesa agli inferi e la resurrezione di Cristo. Con questi eventi Gesù conclude la Sua esistenza terrena e prende avvio il tempo della Chiesa, chiamata a continuare l’opera stessa di Cristo.

Siamo introdotti a questi giorni santi dalla processione con i rami di ulivo, memoria viva dell’ingresso solenne e trionfale di Gesù nella città di Gerusalemme. Un trionfo, però, di breve durata! Nei giorni successivi, infatti, vedremo Cristo rifiutato, tradito e condannato ad una morte atroce. E’ proprio per questo che la Chiesa, in questa domenica, ci porta a meditare il racconto della Passione. Nel racconto emerge una verità sconvolgente: Gesù di Nazareth - disprezzato, torturato e condannato a una morte ignominiosa - non è un profeta tra i tanti, ma è Dio stesso, che offre la propria vita per liberarci dalla schiavitù del peccato, quella schiavitù che ci impedisce di amare Dio e di amarci gli uni gli altri. Nella morte di Cristo in croce, dunque, non contempliamo soltanto l’eroismo di un uomo che muore innocente, ma l’amore infinito di Dio per l’umanità.

La narrazione evangelica è popolata da molte figure, ciascuna delle quali si relazione a Cristo in modo diverso. Alcune sono esempi da seguire, altre, invece, ammonimenti da non ignorare. Non sono modello per noi la figura inquietante e tragica di Giuda, che tradisce; la mancata vigilanza degli apostoli che, pur animati da un sincero amore per Gesù, sono vinti dal sonno e dalla paura; la chiusura ostinata alla grazia dei capi del popolo; il rinnegamento di Pietro; l’atteggiamento incoerente e opportunista di Pilato; la crudeltà dei soldati, che insultano e scherniscono il Signore. Sono invece da accogliere e imitare l’amore delicato e gratuito della donna che versa il profumo sul capo di Gesù; la fedeltà silenziosa e coraggiosa delle donne che accompagnano Cristo lungo la via della croce; la professione di fede del centurione, che vedendo come il Signore muore lo riconosce come vero Figlio di Dio; l’eroica fede della Vergine Madre, che ai piedi della croce rinnova il proprio “fiat” alla volontà di Dio e, così, viene associata all’opera di redenzione del suo divin Figlio; il coraggio di Nicodemo e di Giuseppe di Arimatea, che chiedono il corpo di Gesù, mettendo a repentaglio la loro stessa vita.

E’ la Passione di Cristo che ci salva, perché è in essa che si rivela pienamente e si compie l’amore di Dio. A salvarci, dunque, non è il dolore - che lasciato a se stesso conduce alla disperazione - ma l’amore del Figlio di Dio, portato fino al dono totale di sè. Un amore che chiede di essere riconosciuto, accolto e ricambiato

A illuminare questa esigenza ci viene in aiuto un grande pensatore cristiano, Pascal, che un giorno percepì la voce del Signore che gli diceva: “Io ti sono più amico che il tale e il talaltro; io ho fatto per te più di essi: essi non soffrirebbero da te quello che io ho sofferto e non morirebbero per te, come io ho fatto e sarei disposto a fare ancora…vuoi tu che io continui a versare per te il sangue della mia umanità, senza che tu mi doni neppure una lacrima?”.

Entriamo allora in questa Settimana Santa con cuore desto e disponibile, lasciandoci coinvolgere profondamente dal mistero che celebriamo. Non restiamo spettatori distratti, ma discepoli che scelgono di stare accanto al Signore. Così, accompagnandoLo nel cammino della croce, potremo giungere con Lui alla gioia piena della risurrezione. Aci 29

 

 

 

 

 

Papa Leone XIV incontra i giovani del Principato di Monaco

 

Il Papa a Monaco: "La fede incontra sfide e ostacoli, ma nulla può offuscarne la bellezza e la verità" - Di Marco Mancini

Montecarlo. Arrivato alla chiesa di Santa Devota, Papa Leone XIV ha incontrato i giovani e i catecumeni del Principato di Monaco. E’ il terzo appuntamento pubblico di questo viaggio in terra monegasca.

In apertura, Leone XIV – dopo aver ascoltato le testimonianze di alcuni giovani - ha parlato della  figura di Santa Devota, Patrona del Principato di Monaco: “una giovane coraggiosa, che ha saputo testimoniare la sua fede di fronte alla violenza dei persecutori, fino al martirio. Il bene è più forte del male, anche quando, a volte, sembra nell’immediato avere la peggio. Non solo, ma ci ricorda anche che la testimonianza della fede è un seme che può raggiungere e fecondare cuori e luoghi lontani, ben oltre le nostre stesse aspettative e possibilità”.

“In questa chiesa, recentemente, alla memoria della Santa Martire Devota – ha aggiunto - si è unita quella di San Carlo Acutis, altro giovane innamorato di Gesù, fedele all’amicizia con Cristo fino alla fine, pur in tempi e con modalità completamente diversi: nella carità, nell’apostolato sul web, di cui lo veneriamo patrono, e da ultimo nella malattia. Questi due Santi ci incoraggiano e ci spingono a imitarli”.

“Anche oggi – ha proseguito Papa Leone - la fede incontra sfide e ostacoli, ma nulla può offuscarne la bellezza e la verità. Ne sono prova i tanti uomini e donne di ogni età che, in numero crescente, desiderano conoscere il Signore e chiedono il Battesimo”.

Rispondendo alle testimonianze di alcuni giovani, il Papa ha sottolineato “un aspetto fondamentale della vita cristiana: la vitalità del rapporto con Cristo e, in esso, il senso di unità che si crea in noi stessi e con gli altri. L’epoca moderna e quella post-moderna ci hanno arricchiti di tante cose buone, esse ci mettono di fronte, però, anche a sfide importanti, che non possiamo ignorare e che dobbiamo affrontare con lucidità e consapevolezza. Ciò che dà solidità alla vita è l’amore: l’esperienza fondamentale dell’amore di Dio, prima di tutto, e poi, di riflesso, quella illuminante e sacra dell’amore vicendevole. E amarsi, se da una parte richiede apertura a crescere e dunque a cambiare, dall’altra esige fedeltà, costanza, disponibilità al sacrificio nella quotidianità. Solo così l’inquietudine trova pace e si riempie il vuoto interiore non con cose materiali e passeggere, nemmeno con i consensi virtuali di migliaia di like, o con appartenenze condizionanti, artificiali, a volte persino violente. Da queste cose bisogna sgomberare la porta del cuore, perché l’aria sana e ossigenante della grazia possa tornare a rinfrescarne e vitalizzarne le stanze, e perché il vento forte dello Spirito Santo possa riprendere a gonfiare le vele della nostra esistenza, spingendola verso la felicità vera”.

Sono necessari – è l’invito di Papa Leone XIV – “preghiera, spazi di silenzio, di ascolto, per far tacere la frenesia del fare e del dire, dei messaggi, dei reel, delle chat, e per approfondire e gustare la bellezza dell’essere veramente e concretamente insieme. San Carlo Acutis, in proposito, parlava dell’Eucaristia come dell’“autostrada per il Cielo” e dell’Adorazione Eucaristica come di un bagno di sole, capace di abbronzare l’anima”.

Ai catecumeni, il Papa ha suggerito di “vivere la Settimana Santa, nella contemplazione dei misteri della Passione, in un clima di ascolto della voce dello Spirito e di ciò che succede nel proprio cuore, facendone l’occasione per una serena e profonda revisione della propria vita, passata e presente. E se questo conta per la vita spirituale e per la preghiera, allo stesso modo vale per l’esercizio della carità. Le parole e i gesti della testimonianza e della speranza non si improvvisano e non ce li diamo da noi stessi: vengono da un profondo rapporto con Dio, in cui noi per primi troviamo le risposte fondamentali della vita”

“Monaco – ha detto ancora il Pontefice ai presenti - è un Paese bellissimo, ma la vera bellezza la porti tu, quando sai guardare negli occhi chi soffre o chi si sente invisibile tra le luci della città. È così che Santa Devota ha trovato la forza di donare la sua vita fino in fondo, ed è così che San Carlo Acutis ha vissuto il suo cammino di santità, lasciando un sentiero di luce anche nel mondo del web. Cari giovani, non abbiate paura di donare tutto, il vostro tempo, le vostre energie, a Dio e ai fratelli, di spendervi fino in fondo per il Signore e per gli altri. Solo così troverete un gusto sempre nuovo e un senso sempre più profondo nella vita. Il mondo ha bisogno della vostra testimonianza, per superare le derive del nostro tempo e affrontarne le sfide, e soprattutto per riscoprire il sapore buono dell’amore di Dio e del prossimo”.

Ai catecumeni e ai neo battezzati, il Papa infine augura di “vivere in Cristo una vita piena e autentica; possiate essere, per il bene di tutti, nella fede, nella speranza, nella giustizia e nella carità, costruttori di pace. Voi siete il volto giovane di questa Chiesa e di questo Stato. Monaco è un Paese piccolo, ma può essere un grande laboratorio di solidarietà, una finestra di speranza. Portate il Vangelo nelle scelte del vostro lavoro, nell’impegno sociale e politico, per dare voce a chi non l’ha, diffondendo la cultura della cura. Fate di tutto un dono a Dio e vivete tutto come una missione, che vi vuole gli uni per gli altri amici in Cristo e fedeli compagni di cammino”. Aci 28

 

 

 

 

Uno sguardo nuovo sulla disabilità anche grazie alle parrocchie

 

Un colloquio con suor Veronica Donatello responsabile del Servizio nazionale per la pastorale delle persone con disabilità della Cei - Di Simone Baroncia

Bergamo. “Un cambiamento di sguardo è forse necessario anche sul piano pastorale nell’accostamento alle persone con disabilità. Spesso il discorso circa la sofferenza umana, e la disabilità in particolare, necessita, anche nei più generosi ambienti cristiani, di essere evangelizzato". É un passaggio della  ‘lectio magistralis’ del biblista Luciano Manicardi, monaco della Comunità di Bose, al 5° convegno nazionale ‘Noi: comunità e progetto di vita’ che si è svolto a Bergamo  organizzato dal Servizio nazionale per la pastorale delle persone con disabilità della Cei.

Per suor Veronica Donatello responsabile del Servizio nazionale per la pastorale delle persone con disabilità della Cei la sfida che attende la Chiesa è quella della disabilità: “Ormai l’Italia ha tanti volti ed è necessario pensare la sfida dell’evangelizzazione non per le persone con disabilità, ma con loro. Ci sono tante famiglie che hanno a che fare con anziani o bambini disabili e che nei nostri contesti potrebbero essere luogo di grande testimonianza ed evangelizzazione. La cosa bella del convegno è che abbiamo avuto più di 53 persone con disabilità presenti e moltissimi di loro sono attivi in ambito civile, religioso, politico. Ognuno ha un talento, ognuno ha un dono che può contribuire a costruire comunità. Però solo se guardiamo loro in un’ottica di progettualità e non solamente del prendersi cura, del mangiare, del bere, del dormire, dell’iniziazione cristiana, si può generare questo processo del ‘noi’, di appartenenza. Con nuove vie di evangelizzazione i nostri contesti di vita potrebbero veramente essere quella profezia di fraternità di cui c’è sete, c’è bisogno, tutti, nessuno escluso!”.

In quale modo ci si può relazionare con le persone disabili che frequentano le parrocchie?

“Sicuramente il primo di relazionarsi con le persone disabili è quello di conoscere la persona oltre la diagnosi, perché ognuno può avere un limite; però nessuno è il suo limite; quindi non bisogna fare di tutta l’erba un fascio. Conoscere Marco, che ha la sindrome di down, oppure Francesco, che ha un disturbo di apprendimento. Sicuramente la conoscenza aiuta ad avere un approccio più ‘empatico’ con il ragazzo o la ragazza, permettendo una migliore inclusione nella vita comunitaria. Secondo occorre superare il pregiudizio religioso specialmente se le disabilità sono complesse a volte nella Chiesa non investiamo nelle loro potenzialità attraverso l’affermazione ‘Va bene, ma cosa capisce! E’ un angelo, non ha fatto nulla’.

Invece dobbiamo capire che tutti siamo uomini e donne in cammino e che desideriamo non solo partecipare, ma appartenere a Qualcuno. Penso che la sfida più grande sia quella di un educatore che appartenga veramente ad una comunità cristiana. Terzo aspetto riguarda la conoscenza della famiglia che ha un disabile, facendosi raccontare il suo vissuto, le sue relazioni con il mondo, perché molte volte le famiglie non possono permettersi di uscire di casa e di partecipare ad incontri od a momenti conviviali, in quanto non c’è nessuno che possa offrire un’accoglienza giusta”.

Come ‘creare’ una parrocchia ‘accessibile’?

“La Chiesa in Italia già lavora da 30 anni sul tema della partecipazione delle persone con disabilità alla vita liturgica, alla vita sacramentale. E’ una sfida perché, mi viene da dire, a volte è ancora lasciata alla sensibilità individuale. Però devo riconoscere che negli ultimi anni, grazie anche alla coscienza che le stesse persone con disabilità hanno di essere battezzate, sono loro stesse ormai che anche dentro le chiese, dentro le diocesi chiedono non solo diritti, ma l’appartenenza, che è una parola più bella, più piena, più vera. Allora, si cresce perché dall’io al noi si passa attraverso un tu.

Aggiungo che anche il cammino sinodale per molte diocesi è stata una sfida per conoscere il tu dell’altro, oltre alla propria ‘diagnosi’, oltre alla propria realtà. Stiamo lavorando su questo: qualche realtà ha già fatto tanti passi in avanti, ha già messo in atto tantissimi progetti. Ecco, stiamo realizzando piccoli passi possibili. Altre diocesi hanno colto la possibilità del Giubileo … Quando si passa al noi, quando ci si permette di conoscere l’altro, perché altrimenti si fanno solo piani di accessibilità, e non è il criterio del Vangelo.

Per il Vangelo il criterio è l’appartenenza, cioè il ‘fare parte di’. E, come dico sempre, questo sarà vero quando ad una messa ci accorgeremo degli altri, diremo: ‘Ma come mai Marco non viene?’ per dire di uno ragazzo con lo spettro autistico. Oppure ‘come mai Giorgio, che aveva avuto un incidente grave, non è venuto a Messa?’ Ecco, questo è l’appartenere: quando ti rendi conto che a tavola non sono seduti tutti assieme a te”. Aci 27

 

 

 

 

Festa dei Lavoratori: Cei, “il lavoro non può perdere la sua vocazione alla pace”

 

“Il lavoro non può perdere la sua più vera e forte vocazione alla pace, la sua natura profonda di relazione buona tra gli uomini e con la natura. A volte la neghiamo, non la riconosciamo, e trasformiamo gli aratri in lance. Ma il lavoro continua a chiamarci alla pace: ci ricorda che la guerra è il grande inganno”.

È uno dei passaggi centrali del Messaggio per la Festa dei Lavoratori, diffuso oggi dalla Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace della Cei, sul tema “Il lavoro e l’edificazione della pace”. Il testo richiama le parole di Leone XIV ai Diplomatici accreditati presso la Santa Sede: “La guerra si accontenta di distruggere, la pace, invece, richiede uno sforzo continuo e paziente di costruzione e una continua vigilanza. Il pericolo è che ci si sogni, invece, nella corsa a produrre nuove armi sempre più sofisticate, anche mediante il ricorso all’intelligenza artificiale”.

I vescovi denunciano la logica del riarmo e chiedono “una coraggiosa riconversione dal militare al civile”, citando il venerabile vescovo Tonino Bello: “Siano disertati i laboratori e le officine della morte per i laboratori della vita”. Il messaggio sottolinea anche la preoccupazione per l’aumento dei prezzi dell’energia, “che ha una ricaduta sul bilancio delle famiglie, soprattutto di quelle che vivono nella precarietà economica”.

“È necessario rafforzare la normativa in materia di produzione delle armi, irrobustendo i vincoli al loro possesso personale e il contrasto all’esportazione di manufatti bellici – anche indirettamente, tramite triangolazioni – verso Paesi impegnati in azioni offensive o a rischio di usi in violazione dei diritti umani”.

È quanto ancora afferma la Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace della Cei nel Messaggio per la Festa dei Lavoratori. Il testo, richiamando la Nota pastorale Educare ad una pace disarmata e disarmante, invita anche a vigilare affinché “la speculazione da parte di investitori che, sostenendo gli acquisti di titoli azionari dell’industria militare, contribuiscono all’economia di guerra”.

I vescovi ricordano che le spese militari hanno raggiunto il 2,5% del Pil mondiale, citando il Messaggio di Leone XIV per la Giornata mondiale della pace 2026, e sottolineano “una grande responsabilità educativa verso le nuove generazioni, per eliminare ogni pretesto che possa spingere i giovani a immaginare il futuro come attesa per vendicare il sangue dei propri cari”.  Riccardo Benotti, Sir 26

 

 

 

 

La Settimana Santa raccontata dai figli dispersi

 

In "Vorrei che fossi qui" don Gabriele Vecchione attraversa i giorni della Passione con uno stile che intreccia esegesi e vita di strada. Ne emerge una voce capace di parlare di Dio senza sconti, di solitudine senza retorica, di speranza senza ottimismo. Un libro che arriva a ridosso della Settimana Santa e costringe a fare i conti con ciò che la fede chiede davvero – di Riccardo Benotti

C’è un momento, nel libro di don Gabriele Vecchione, in cui un uomo di settant’anni racconta perché ha iniziato a drogarsi: “Ho provato una volta ed ero in paradiso perché avevo dimenticato il dolore che mi soffocava”. Maurizio è un sopravvissuto all’eroina, frequenta la messa ogni mattina e ha smesso di drogarsi quando ha smesso di fare la vittima. È in questa zona di confine tra la carne viva e il Vangelo che si muove “Vorrei che fossi qui” (Piemme), un testo che arriva in libreria a ridosso della Settimana Santa con un registro diverso da quello consueto della letteratura religiosa.

Don Vecchione è un presbitero della diocesi di Roma, classe 1988, fondatore della Comunità San Filippo Neri, che accoglie ragazzi in condizione di fragilità. Il sottotitolo – “Variazioni sulla Settimana Santa” – potrebbe suggerire un commento liturgico. Non lo è. È un corpo a corpo con i testi della Passione, condotto giorno per giorno, dalla Domenica delle palme alla Domenica in albis, dove l’esegesi biblica si intreccia a storie reali: Ester, tredici anni, che si presenta in parrocchia con libri non suoi chiedendo di poter fare i compiti; Fernando, che porta le prove delle molestie subite da un uomo di Chiesa e poi sparisce nella dipendenza; Gianluca, che in una comunità di recupero canta a cappella gli auguri al figlio che non vede da otto anni. Non sono figure retoriche né casi pastorali: sono volti che attraversano il testo con una forza che impedisce ogni lettura consolatoria.

Il ritmo è volutamente sinusoidale, come avverte lo stesso autore: giù nell’abisso, poi di nuovo alla luce. La Passione secondo Giovanni diventa un’antropologia: Pietro non è un codardo ma un uomo che reagisce con la spada; Giuda ha bisogno di lanterne perché non ha luce propria; Pilato sacrifica la verità per conservare il potere. Vecchione legge la Passione come uno specchio e ci costringe a riconoscerci nei personaggi che preferiremmo ignorare: non nei discepoli fedeli, ma nei traditori, nei violenti, negli indifferenti.

Il filo che attraversa tutto il libro è la solitudine. L’introduzione è una confessione: anni di isolamento, feste a cui non si è invitati, la scoperta che nessuno può comprenderci fino in fondo. Da questa esperienza nasce l’intuizione centrale: la solitudine patita diventa preparazione all’intimità con il Gesù solo del Getsemani. Il titolo – preso in prestito dai Pink Floyd – dice esattamente questo: il desiderio che qualcuno sia presente là dove tutto sembra perduto.

Colpisce lo stile: diretto, ruvido, senza paura di provocare. Don Vecchione smonta con lucidità ciò che chiama “lo stolido sorriso ecclesiastico” e rifiuta l’equazione tra speranza e ottimismo. La speranza, per lui, non è “andrà tutto bene” ma la possibilità che ciò che è andato male abbia un giorno un senso. È una distinzione che pesa, soprattutto in un tempo in cui il linguaggio ecclesiale rischia di scivolare nella rassicurazione a buon mercato. Quando arriva alla Risurrezione, non la trasforma in trionfo ma la racconta attraverso il risus paschalis medievale: il riso come simbolo liturgico, il gioco come segno di chi crede davvero che la croce non sia l’ultima parola.

I diritti d’autore sono interamente devoluti alla Comunità, dove ragazzi fragili mangiano, studiano, si riprendono e quando è il momento se ne vanno. E non è un dettaglio editoriale.

In un panorama in cui troppa letteratura preferisce il tono rassicurante o l’erudizione distaccata, “Vorrei che fossi qui” ferisce e accompagna allo stesso tempo. Arriva nei giorni giusti, quelli in cui la liturgia chiede di stare davanti alla croce senza scappare. E ricorda che la fede non è un riparo dal dolore, ma il coraggio di attraversarlo senza restare soli. Sir 26

 

 

 

 

 

Card. Pizzaballa, “nel buio della guerra dobbiamo vedere i germogli della presenza di Dio”

 

“Le strade di Nazareth sono più quiete, l’eco dei pellegrini sembra un ricordo, e il peso della guerra grava sui nostri cuori. Ancora una volta ci troviamo nella condizione di emergenza, che non ci consente aggregazioni numerose e celebrazioni festose. Eppure, è proprio in questo silenzio gravido di pianto che la Parola di Dio oggi irrompe con una potenza inaudita. Oggi, più che mai, abbiamo bisogno di imparare dalla Vergine di Nazareth l’arte nascosta ma decisiva di leggere la storia con gli occhi di Dio”. Dalla basilica dell’Annunciazione, nel cuore della Terra Santa segnata da mesi di conflitto, il card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, ha indicato la via alternativa che, secondo il Vangelo, Dio propone alla storia: non la logica della potenza, ma quella dell’umiltà di Maria. “Dio non manda un esercito corazzato, manda un angelo a una ragazza di un villaggio sperduto. La sua strategia è la debolezza, perché solo lì la libertà dell’uomo può incontrarlo”. Un messaggio che, implicitamente, va al cuore della crisi mediorientale: l’assenza di fiducia reciproca, l’incapacità di concepire vie politiche non armate, l’erosione del tessuto sociale. “La situazione che viviamo – ha detto Pizzaballa – è la nostra Nazaret. È qui, nella realtà spoglia e piena di turbamento, che Dio ci chiede di generare Cristo. La nostra comunità, la parrocchia di Nazareth, tutta la nostra Chiesa di Terra Santa, è chiamata a essere come Maria: un grembo che accoglie la vita nonostante tutto, un cuore che non si chiude nella paura, e che genera vita”. La festa dell’Annunciazione diventa una lente politica attraverso la quale leggere il momento attuale e mostrare che la fede non può essere fuga dalla storia, ma deve diventare capacità di “resilienza costruttiva”. Una responsabilità che riguarda tutti: istituzioni, leader religiosi, società civile. Il Patriarca, riferendosi alle letture proclamate, ha denunciato la tentazione delle leadership politiche – antiche e contemporanee – di rifugiarsi in calcoli strategici e alleanze di convenienza: “La tentazione è quella di Acaz: confidare soltanto nelle nostre strategie umane, pensare che non ci sia più speranza, che non si possa fare nulla per cambiare questo mondo. La tentazione è di restare nella logica mondana, di rispondere all’odio con l’odio, di disumanizzare chi ci sta di fronte. Ma la scuola di Nazareth – ha rimarcato il patriarca – ci insegna un’altra via: la via dell’ascolto, del silenzio, della vita domestica. È la scuola del Vangelo”, del “nulla è impossibile a Dio”.

Pizzaballa non ha nascosto le ferite delle comunità cristiane locali: “Come possiamo ripetere che nulla è impossibile a Dio quando i missili squarciano il silenzio della notte, quando tutto attorno a noi parla di morte e le nostre comunità sono tentate dall’emigrazione?”. La risposta, l’unica possibile, ha ricordato il cardinale, “ce la dà Maria. La sua gioia non è l’allegria spensierata di chi ignora il dolore. La gioia di Maria è la gioia profonda, radicata, di chi, anche nel buio più fitto, decide di fidarsi di Dio. Il suo ‘sì’ non viene pronunciato in un giardino fiorito, ma nel cuore di un mondo lacerato come il nostro”. Il ‘sì’ di Maria per la Chiesa “significa saper leggere nei segni dei tempi, anche quelli più drammatici, la chiamata a una conversione più profonda. Significa anche avere il coraggio di non chiudere il nostro cuore alla sfiducia, e continuare a credere nella possibilità di incontro con tutti in una terra devastata da così tanta violenza e divisioni”. Da qui la conclusione: “La realtà non è fatta solo di male. In questa realtà, in mezzo alle macerie, c’è ancora la presenza di Dio. Ci sono madri che sperano, padri che lavorano, bambini che giocano, anziani che pregano. Ci sono cristiani che scelgono di restare, di amare, di perdonare. È lì che incontriamo Dio. Ecco la nostra missione: essere coloro che, nel buio della guerra, sanno vedere i germogli della presenza di Dio. Essere operatori di pace non con dichiarazioni astratte, ma con la concretezza quotidiana di chi, come Maria, accetta di portare il mondo nel proprio grembo – con tutte le sue contraddizioni, i suoi dolori e le sue bellezze – e di soffrirlo, per trasformarlo dall’interno con la sola forza dell’amore”. Sir 25

 

 

 

 

 

Vescovi italiani: dal Consiglio permanente priorità a pace, giovani e comunità accoglienti

 

Dal Consiglio episcopale permanente emergono alcune priorità per il cammino delle Chiese in Italia: educazione alla pace, attenzione ai giovani, rafforzamento delle comunità e rinnovamento dei percorsi di trasmissione della fede. I vescovi indicano la necessità di una conversione missionaria e di comunità capaci di accogliere e accompagnare le fragilità del presente – di Riccardo Benotti

Pace, trasmissione della fede, vita delle comunità, giovani, iniziazione cristiana, uso delle risorse economiche e orientamenti per il cammino ecclesiale: il comunicato finale del Consiglio episcopale permanente restituisce un’agenda ampia, nella quale i vescovi tengono insieme dimensione pastorale, responsabilità istituzionale e lettura del tempo presente. Riuniti a Roma dal 23 al 25 marzo sotto la guida del card. Matteo Zuppi, i presuli indicano come punti di riferimento “l’esigenza di una conversione missionaria”, “la centralità della trasmissione della fede”, il rilievo della corresponsabilità ecclesiale e la necessità di individuare “strumenti, tempi e momenti di verifica comuni”. Tra le priorità vengono richiamate “l’iniziazione cristiana, la missione e la pace”. In questo quadro si collocano anche l’approvazione del testo sull’identità dei padrini e delle madrine, chiamati a essere “ponte” e “raccordo” tra famiglia e comunità, e i nuovi criteri per la gestione dei fondi 8xmille, fondati su “trasparenza, rendicontabilità, tracciabilità e comunicabilità”. Il punto di partenza è una constatazione netta: “la fede non può essere più data per scontata” e la società “non fa più normalmente riferimento al Vangelo”.

Comunità da rigenerare

Dentro questo orizzonte si colloca la riflessione sulla condizione delle comunità cristiane. Il comunicato parla di una società segnata da “solitudini, fragilità familiari, domande di senso e nuove forme di povertà materiale e spirituale”, e registra una “sempre più evidente e diffusa fame di comunità”. A questa attesa corrisponde però la fatica di trasformare i bisogni individuali in un’esperienza condivisa di fede, speranza e carità. Per questo i vescovi insistono sulla necessità di creare “comunità vere, capaci di accogliere chi cerca, accompagnare chi si riavvicina alla fede, sostenere i catecumeni” e rendere visibile “una carità che non sia ridotta a semplice assistenza”. Da qui anche il richiamo a una “creatività pastorale” che rafforzi il tessuto comunitario e sostenga il ministero ordinato. In questo quadro si inserisce lo sguardo rivolto ai giovani, descritti come “bisognose e desiderose di parole credibili, di adulti autorevoli e di una presenza ecclesiale capace di accompagnare”. Il tema si lega al valore dell’unità, indicata come tratto costitutivo della vita ecclesiale in un contesto culturale “non di rado segnato da contrapposizioni esasperate”.

Una lettura del presente

Su questo sfondo si inserisce anche la lettura dello scenario internazionale. Il passaggio più netto del comunicato resta quello dedicato alla guerra: “non ci si può assuefare alla guerra né al linguaggio che la giustifica o la banalizza”. I vescovi rinnovano la vicinanza alle Chiese del Medio Oriente, segnate “dalla violenza, dall’insicurezza e dalla paura”, ed esprimono preoccupazione per uno scenario nel quale il conflitto continua a presentarsi come “strumento ordinario di risoluzione delle controversie”. La denuncia si accompagna al richiamo delle conseguenze globali, tra cui “la crisi energetica che rischia di pesare sulle famiglie e sulle persone più vulnerabili”. Di qui “la necessità di educare alla pace”, di sostenere “ogni sforzo diplomatico”, di custodire “il valore del diritto internazionale” e di rilanciare il ruolo dell’Europa. Nel loro insieme, i temi affrontati dal Consiglio permanente delineano una Chiesa che prova a tenere uniti annuncio del Vangelo e qualità della vita comunitaria. Il punto di fondo è una Chiesa chiamata a mostrarsi “missionaria”, con “mitezza e chiarezza”, in uno stile di “prossimità, fraternità e ascolto”.

 

 

 

 

 

Statistiche 2025 sulla Chiesa tedesca

 

Aumenta la partecipazione alla Messa. Calano gli abbandoni: quest’anno sono 307 mila, contro le 321 mila del 2024 - Di Giacomo König

Francoforte. La Conferenza Episcopale Tedesca (CET) ha pubblicato, lo scorso 16 marzo, le statistiche sulla Chiesa nel 2025: numeri provvisori destinati a subire leggere variazioni, ma che presentano, come ogni anno, un quadro dei comportamenti dei 19.219.601 di cattolici tedeschi (il 23% della popolazione).

Cala leggermente il numero delle persone che lo scorso anno, rispetto all’anno precedente sono uscite dalla Chiesa cattolica. Nel 2025 sono state 307.117 contro le 321.659 dell’anno 2024. Inoltre lo scorso anno si è registrato un leggero aumento degli ingressi nella Chiesa cattolica, pari a 2.269 persone (nel 2024 erano stati 1.839), e 5.443 fedeli sono stati riammessi (nel 2024 erano rientrati nella Chiesa cattolica solo 4.743).

La partecipazione alla Messa domenicale sembra godere di una tendenza al miglioramento: è infatti, come nei due anni precedenti, leggermente aumentata, raggiungendo il 6,8% (nel 2024 si fermava al 6,6%). Continua a calare il numero delle parrocchie tedesche, da anni oggetto di accorpamenti da parte delle diocesi a causa della scarsa partecipazione alla vita della Chiesa: ad oggi sono 8.997 (contro le 9.291 del 2024).

Cala tuttavia la partecipazione generale ai sacramenti. Il numero dei battesimi scende nel 2025 a109.028 (nel 2024 erano stati 116.274). Stessa tendenza anche per i matrimoni religiosi, che si attestano a 19.478 (contro i 22.513 del 2024). Anche il numero dei funerali religiosi è nuovamente diminuito, fermandosi a 203.496 (contro i 213.046 di due anni fa). Sostanzialmente stabili i numeri delle prime comunioni - nel 2025 ne sono state celebrate 152.357 (mentre erano 151.702 nel 2024) - e delle cresime con 105.334 (nel 2024 erano state 105.041). Il dato forse più negativo lo si registra sul fronte delle ordinazioni sacerdotali: in tutta la Repubblica Federale, nel 2025, ce ne sono state solo 25, come in Austria, che però ha solo un nono della popolazione tedesca.

«I dati del 2025, che pubblichiamo come Chiesa in Germania, sono uno specchio della nostra Chiesa. Sono grato per l’impegno dei collaboratori della nostra Chiesa e per la qualità della pastorale. È un bel segno che la partecipazione alla Messa trovi nuovamente, anche se di poco, un maggiore consenso. E considero un segnale positivo che i numeri della prima comunione e della cresima siano rimasti stabili», ha dichiarato il neo presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, vescovo di Hildesheim, monsignor Heiner Wilmer. Va notato che il suo predecessore alla guida dei vescovi tedeschi, monsignor Georg Bätzing, aveva recentemente lasciato senza commento le statistiche.

«Tuttavia – ha proseguito l’attuale presidente della CET - mi rammarica il numero ancora elevato di uscite dalla Chiesa. Le motivazioni sono diverse, ma dico comunque, perché siamo una comunità di credenti attraverso il battesimo e la cresima, che ogni uscita dalla Chiesa ci addolora. Stiamo diventando meno cristiani in Germania, il che non ci impedisce, nonostante tutte le misure necessarie che ne derivano, di testimoniare la nostra fede con grande impegno personale».

Poi il ringraziamento per i tantissimi volontari che investono il loro tempo e la il loro entusiasmo nella Chiesa, senza essere “fotografati” dai numeri della Chiesa. «Colgo quindi l’occasione per esprimere un ringraziamento a tutti i volontari della nostra Chiesa, che non sono registrati nelle statistiche. Sono circa 600.000 e fanno sì che la Chiesa, con la sua ampia offerta, sia possibile nella società. Nonostante tutti i cambiamenti, incoraggio a non scoraggiarci, ma a guardare avanti e a cercare insieme delle vie, anche in comunione ecumenica, per rendere la vita cristiana oggi più accettata nella società.»

Nel 2025 la diocesi di Hildesheim guidata da Wilmer ha registrato 8.800 uscite: in questo modo scende per la prima volta sotto il mezzo milione di cattolici. Ci sono tuttavia diocesi che sembra abbiano trovato la ricetta giusta per mantenere il legame della Chiesa con i suoi fedeli: Ratisbona, Görlitz, Eichstätt, Aquisgrana ed Erfurt sono le diocesi con la percentuale più bassa di abbandoni della Chiesa.

Rimane tuttavia difficile capire quale sia questa ricetta. Sembra che la posizione del vescovo diocesano nel processo di riforme iniziato dalla Chiesa tedesca nel 2019 con il Cammino sinodale non abbia troppa incidenza. Se si pensa che a Passavia, guidata dal vescovo “conservatore” monsignor Stefan Oster, quest’anno il numero degli abbandoni è aumentato del 9%, il più alto incremento percentuale tra le diocesi tedesche. Aci 24

 

 

 

 

 

Dani Dayan, ricordare l'Olocausto per combattere l'antisemitismo

 

Il presidente dello Yad Vashem in udienza da Papa Leone XIV - Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano. Dani Dayan è il Presidente di Yad Vashem, il Centro Mondiale per la Memoria dell'Olocausto. Console Generale di Israele a New York, ha ricoperto diversi ruoli istituzionali ma ha anche una carriera imprenditoriale.

Ieri è stato ricevuto da Papa Leone XIV in Vaticano accompagnato dall'ambasciatore di Israele presso la Santa Sede Yaron Sideman. Lo abbiamo incontrato poco dopo la udienza.

Ha appena incontrato il Papa, Leone XIV, la domanda naturale: di cosa avete parlato?

Ho appena terminato un colloquio molto, molto interessante con il Papa. Fondamentalmente abbiamo parlato principalmente di due questioni: la memoria storica, la necessità di ricordare, di conoscere l'Olocausto, ma non solo per il bene della storia, anche per il bene del presente e del futuro, per assicurarci che un'atrocità simile non possa ripetersi, né contro il popolo ebraico, né contro nessun altro popolo. E purtroppo di questa cultura dell'antisemitismo, che sta rialzando la sua brutta testa in tutto il mondo. E forse le due cose sono interconnesse. Credo che conoscere l'Olocausto, imparare a conoscerlo, ricordarlo e onorarlo sia uno degli strumenti per combattere l'antisemitismo.

E lei crede che ora, in questo periodo, la politica israeliana possa alimentare l'antisemitismo? È un rischio?

No, non credo. Credo che l'antisemitismo non debba essere giustificato con pretesti. L'antisemitismo è intolleranza, è razzismo, ed è completamente indipendente da qualsiasi cosa Israele faccia o non faccia. Lo vediamo in ciò che osserviamo oggi nel mondo, in molti settori, dove l'antisemitismo è diventato il denominatore comune, la lingua franca di tutti gli estremisti del mondo: estremisti di sinistra, estremisti di destra, estremisti religiosi, estremisti islamici e molti altri.

Si odiano su qualsiasi altra questione riguardante l'antisemitismo, il loro odio verso gli ebrei e lo Stato ebraico. Non solo sono d'accordo, ma addirittura collaborano. È l'unico argomento in cui si può trovare, per usare una metafora, un estremista di destra che apprezza un tweet di un estremista di sinistra, e viceversa.

L'antisemitismo non va compreso. Va combattuto senza riserve. Credo di essere stato pienamente d'accordo su questo punto con Papa Leone XIV.

Come spiegare la differenza tra la politica di uno stato, di Israele, per esempio, e il rispetto per la storia del popolo? C'è un modo per spiegarlo ai giovani, alle persone che ora non ricordano la storia?

Sono due cose diverse, come spiegarlo ai giovani? Nell'estate del 2022, il presidente americano Joe Biden ha visitato Yad Vashem, e l'ho accolto io. E nei minuti che ho trascorso da solo con il presidente Biden, gli ho detto che se vuole capire Israele, deve capire Israele come individui e come collettività. Deve sapere che l'Olocausto è onnipresente nei nostri pensieri. È sempre lì. E sì, naturalmente, influenza ognuno di noi.

Detto questo, la politica e la memoria dell'Olocausto sono due cose completamente diverse. La necessità di ricordare l'Olocausto è triplice. È per il bene del futuro, per avere un futuro in un mondo che si liberi dal fanatismo e dal genocidio.

Oggi, come ho detto, vediamo che rialza la testa la piaga dell'antisemitismo. Ma è anche un debito che abbiamo verso le vittime. Sei milioni di vittime massacrate dalla Germania nazista e dai suoi collaboratori durante la Shoah meritano di essere ricordate. Meritano che sappiamo tutto quello che è successo loro. È un debito che dobbiamo onorare.

Diversi pontefici hanno visitato Israele e sono sempre andati a Yad Vashem. Questo riflette forse un rapporto speciale tra il popolo ebraico e la Chiesa cattolica?

Alcune delle visite dei Pontefici a Yad Vashem sono state senza dubbio tra le più significative a cui abbiamo assistito. Ho donato a Papa Leone un dipinto di un pittore ebreo, Karol Deutsch. Durante la Shoah, dipinse per sua figlia 99 scene bibliche. Ho donato al Papa il dipinto che menziona il versetto "Adamo, dove sei?" tratto dal libro della Genesi. Adamo in ebraico è ovviamente il nome di una persona, la prima persona, ma significa anche essere umano. Questo ha trovato eco nel discorso di Papa Francesco a Yad Vashem, in cui ha chiesto: dov'era l'umanità? Dov'era l'essere umano durante la Shoah, durante l'Olocausto? Uno dei discorsi più importanti mai pronunciati quello a Yad Vashem da Papa Francesco.

Quella parte del discorso di Papa Francesco in italiano è stampata anche sul regalo che ho fatto al Pontefice. Credo che le visite dei pontefici a Yad Vashem abbiano un'importanza storica. Spero che Papa Leone segua il suo esempio in un futuro non troppo lontano, quando le circostanze lo permetteranno.

Parliamo di pace. Cosa possono fare i credenti di diverse religioni per portare la pace, secondo te e dal tuo punto di vista?

Beh, desiderarla ardentemente e agire per realizzarla. Credo che conoscere l'Olocausto, conoscere la Shoah, sia una delle più grandi motivazioni che una persona possa avere per comprendere che la pace è un imperativo. Un tempo ero così ingenuo da credere che dopo la Seconda Guerra Mondiale, con tutte le sue devastazioni, e dopo la Shoah, non ci sarebbero state più guerre né antisemitismo. Purtroppo, come ho detto, ero molto ingenuo a riguardo. Dobbiamo impegnarci di più, tutti noi, affinché questo diventi realtà in futuro.

Ultima domanda. Che tipo di persone visitano di solito Yad Vashem? Giovani, anziani, ebrei, non ebrei, ebrei…?

Tutti visitano Yad Vashem. Chiunque visiti Israele visita Yad Vashem. Siamo il primo o il secondo luogo più visitato in Israele. In tempi normali, prima della pandemia e in assenza di conflitti, circa un milione di persone visitavano Yad Vashem ogni anno, il 70% provenienti dall'estero, da fuori Israele, e da ogni ceto sociale, religione e orientamento politico. L'ingresso a Yad Vashem, al Museo di Yad Vashem, perché Yad Vashem non è solo un museo, ma anche un istituto di ricerca, un istituto di istruzione, un archivio e molto altro, è completamente gratuito. Ci appelliamo a ogni persona di buon senso che desidera comprendere le atrocità del passato, imparare e lavorare per un futuro migliore, affinché venga in Israele e visiti Yad Vashem. Aci 24

 

 

 

 

Oltre 370mila pellegrini per l’ostensione delle spoglie mortali di San Francesco

 

La conclusione della venerazione delle spoglie mortali di san Francesco - Di Veronica Giacometti

Assisi. Ieri, Domenica 22 marzo, si è concluso il grande evento storico della ostensione “pubblica e prolungata” delle spoglie mortali di san Francesco ad Assisi. Alle 17, nella chiesa superiore della Basilica, il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha presieduto la Santa Messa solenne di chiusura.

Sono stati tanti i pellegrini, i fedeli, i francescani, i turisti che hanno sostato anche solo qualche minuto davanti alle spoglie mortali di San Francesco a distanza di 800 anni dalla sua morte. Un’occasione unica, irripetibile, di trovarsi davanti al poverello di Assisi e pregare davanti alle sue spoglie. Sono venuti da tutto il mondo: sono stati oltre 370mila provenienti da tutta Italia e da Paesi lontani come Brasile, Stati Uniti, Tanzania, India, Corea e del Medio Oriente.

“Siamo stati una fraternità riunita attorno a Francesco - ha dichiarato fra Marco Moroni, Custode del Sacro Convento, in una nota ufficiale dei frati del Convento di Assisi-. Una fraternità di trecentocinquantamila persone raccolte qui e di molte altre in tutto il mondo. Una fraternità composta e orante, che ha voluto incontrare nel segno di povere e fragili ossa tutta la potenza di una vita animata dallo Spirito, che continua a portare frutto. Grazie a tutti quelli che in modi diversi hanno collaborato per pensare, organizzare, gestire un avvenimento che si è realizzato ben oltre la mia immaginazione e le mie aspettative”.

“Molti mi hanno chiesto - ha dichiarato fra Giulio Cesareo, direttore dell’Ufficio comunicazione del Sacro Convento - se mi sarei aspettato una risposta così importante dal punto di vista delle presenze e devo dire di sì: non avevo dubbi che saremmo stati in tantissimi a incontrare Francesco. Una cosa che invece proprio non mi aspettavo era il modo raccolto e gioioso che ha contraddistinto il pellegrinaggio e la venerazione in Basilica: silenzio, pazienza, cellulari in tasca… eppure ci sono le spoglie di Francesco e gli affreschi di Giotto. L’unica spiegazione per tutto ciò è che nessuno di noi in realtà è venuto a vedere Francesco, ma è lui che - vivo - ci ha chiamati per parlarci nel cuore e nella mente! È così questa l’occasione per ringraziare - anche a nome del team della Sala Stampa del Sacro Convento - i numerosi colleghi giornalisti e operatori della comunicazione di testate nazionali e internazionali: abbiamo sperimentato una grande collaborazione e tantissima professionalità. Sono convinto che una delle chiavi del grande riscontro dell’ostensione è stata proprio in una comunicazione trasparente, capillare, libera e organizzata”, si legge sempre sulla stessa nota.

L’evento – fanno sapere i frati - ha segnato anche un’apertura a nuovi linguaggi di comunicazione, come la realizzazione del video musicale dell’inno dell’ostensione, “Su questo colle”, disponibile su YouTube.

Questi i numeri definitivi pubblicati nel comunicato stampa finale: 370mila partecipanti alla venerazione, oltre 100mila partecipanti alle oltre 170 celebrazioni nella chiesa superiore della Basilica, centinaia di volontari e collaboratori, oltre 300 giornalisti appartenenti a circa 130 testate nazionali e internazionali.

Ieri sera, al termine del passaggio degli ultimi pellegrini, si è tenuto un momento riservato ai soli frati: il rito della reposizione delle spoglie mortali del Santo nella cripta della Basilica, gesto che ha concluso ufficialmente l’evento.

Alle 21.30 il suono delle campane ha dato inizio al rito presieduto dall’amministratore apostolico delle diocesi di Assisi - Nocera Umbra - Gualdo Tadino e di Foligno, monsignor Domenico Sorrentino, alla presenza dei soli frati del Sacro Convento.

"Celebrazione raccolta, commossa, intima e privata, ha segnato profondamente la comunità dei frati radunati attorno alle spoglie mortali del loro fondatore e padre". si legge nella nota ufficiale.

La celebrazione, breve e intensa, dopo l’ascolto del Vangelo della parabola del seme (Gv 12) - che è stata la chiave interpretativa teologico-spirituale di tutto l’evento dell’ostensione - e l’Ammonizione VI, è proseguita con la processione di tutti i frati presenti, la traslazione delle reliquie in cripta e si è conclusa con la benedizione solenne del presule.

"Dopo la reposizione della teca in plexiglass all’interno dell’urna in bronzo dorato, vi è stata inserita anche la documentazione richiesta dalla legislazione canonica; la cassa è stata chiusa a chiave alle 22.30 circa. È seguita l’apposizione dei sigilli dell’urna di metallo, il suo inserimento all’interno del sarcofago in pietra nel pilastro al di sotto dell’altare maggiore e la saldatura dei sigilli della grata di metallo che lo chiude. Il tutto si è concluso intorno alle 23.30", come riporta il comunicato stampa. Aci 23

 

 

 

 

 

Io sono la resurrezione e la vita. V Domenica di Quaresima

 

Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons. Francesco Cavina

Carpi. In questa domenica il brano di Vangelo presenta lo straordinario miracolo della resurrezione di Lazzaro operato da Gesù. Nel lungo dialogo con Marta, la sorella dell’amico morto, Cristo pronuncia una delle affermazioni più solenni di tutto il Vangelo: “Io sono la resurrezione e la vita, chi crede in me anche se muore vivrà. Chiunque vive e crede in me, non morirà mai”. Queste parole possono suscitare una certa difficoltà. L’esperienza, infatti, ci dice il contrario: anche chi crede in Gesù muore. Viene spontaneo pensare alla riflessione di un antico filosofo greco, Epicuro, secondo il quale “a causa della morte, noi, gli uomini, siamo come città senza mura”, cioè senza difese e senza risposta di fronte al destino che ci attende. Il miracolo compiuto da Gesù a Betania entra proprio in questo interrogativo dell’uomo e  offre una risposta a ciò che sembra senza via d’uscita.

La resurrezione di Lazzaro è un segno posto sul cammino dell’umanità. Testimonia che la morte per Cristo non è una realtà invincibile. Egli possiede il potere di restituire la vita perchè è Dio. La fede, è vero, non elimina la nostra condizione mortale. Il cristiano, come ogni uomo, continua a fare esperienza della fragilità, del dolore e della morte. Tuttavia, unito a Cristo, egli sa di essere legato alla Vita che non muore e di essere destinato a partecipare alla sua vittoria sulla morte. Quando l’uomo perde la consapevolezza del proprio destino ultimo, la vita rischia progressivamente di perdere significato. Lo esprime in modo incisivo il filosofo Nietzsche quando descrive il nichilismo come una situazione in cui «manca il fine, manca la risposta al perché» e, di conseguenza, «i valori supremi si svalorizzano» (Crepuscolo degli idoli). La fede nella resurrezione della carne è, invece, il segreto che racchiude il significato ultimo della nostra esistenza e di quella del mondo.

Ma cosa intende dire Gesù presentandosi come la Resurrezione? In un testo dei primi secoli dell’era cristiana troviamo questa significativa affermazione “Chi dice prima si muore e poi si risorge, sbaglia” (Vangelo apocrifo di Filippo). Sbaglia perchè ragiona come Marta, la quale credeva solo nella resurrezione alla fine del tempo. Il Signore, invece, ci dice un’altra cosa. La vita eterna si rende presente già in questa vita. La nostra resurrezione finale sarà la piena manifestazione della vita divina che noi già possediamo, perché la vita di Gesù è diventata la nostra vita.

Come accade tutto questo? L’apostolo Paolo insegna che Cristo, “dimora nei nostri cuori” (cfr Ef.3.17) per mezzo della fede e della nostra partecipazione ai sacramenti, “segni misteriosi della sua presenza” (Colletta Lunedì IV settimana di Quaresima). Si tratta di una presenza, quella di Cristo nella nostra vita, che non ha nulla di passivo, ma è dinamica perché ha lo scopo di coinvolgerci nel suo modo di essere Figlio di Dio. E quanto più ci lasceremo attrarre da Lui tanto più la nostra vita sarà libera, caritatevole, capace di donarsi e di conoscere e amare Dio e i fratelli.

Alla luce di questa comunione con Cristo cambia anche il modo di guardare la morte. Uniti a Lui vivremo la nostra morte come Egli ha vissuto la sua: non come la fine di tutto o come una dissoluzione totale, ma come un passaggio, una porta, un transito verso la vita piena. Il miracolo della resurrezione dell’amico Lazzaro diviene il segno concreto della verità delle parole di Cristo. E’ la prova che Egli è capace di vincere la morte. In un’antica omelia troviamo queste parole: “Avendo tu visto l’opera divina del Signore Gesù, non dubitare più della resurrezione! Lazzaro sia per te come uno specchio: contemplando te stesso in lui, credi nel risveglio”. Aci 22

 

 

 

 

 

 

Il Pane di San Giuseppe alla Missione Cattolica Italiana di Kempten

 

Kempten. Sabato, 21 marzo 2026, si è svolta, nella sala parrocchiale della Missione, la serata dedicata al Pane di S. Giuseppe.

Una tradizione siciliana e jonico-salentina, che si tramanda da secoli e che quest'anno la famiglia Maenza ha voluto generosamente donare –di nuovo–  alla Comunità, offrendo ad essa il proprio tempo e le proprie competenze nella preparazione della Festa del Pane di S. Giuseppe.   

Si è trattato di un complesso lavoro iniziato già giorni prima dalla Famiglia Maenza, che, avvalendosi –dato il sensibile aumento dell'offerta– di volenterose  collaborazioni esterne (la Signora Aurora), che –ancora di più–   ha riempito di fraterna gioia l'atmosfera dei locali della Missione e tutta la Comunità, che è accorsa numerosissima anche da località vicine; tra cui i Membri del Consiglio Pastorale: il Corrispondente Consolare di Memmingen, Comm. Antonino Tortorici e la Signora Silvana e il Presidente delle ACLI Baviera, Comm. Carmine Macaluso e la Signora Ursula, giunti da Kaufbeuren.

Alle 17:00  –come ogni sabato– ha avuto luogo la celebrazione della S. Messa prefestiva nella chiesa di St. Anton, nel corso della quale sono stati ricordati alcuni Defunti della nostra Comunità, tra cui le indimenticabili Signore: Angela Maenza ed Eva Stimoli, promotrici di questa iniziativa.

Molto significativa e piena di appropriati paralleli con la nostra odierna società l'Omelia di Padre Bruno Zuchowski, Rettore delle Missioni Cattoliche Italiane di Augsburg e Kempten, a commento del lungo brano evangelico che parla della Resurrezione di Lazzaro (Gv 11,1-45).

Subito dopo la S. Messa, il lieto incontro è proseguito con i festeggiamenti in un clima di sana e fraterna allegria nella sala della Missione poco distante, dove gli intervenuti,  incoraggiati dai Membri della Famiglia Maenza al gran completo –in primis dal Capostipite, Signor Francesco– e dagli altri organizzatori, si sono potuti servire di innumerevoli leccornie e   –s'intende– del Pane di S. Giuseppe, subito dopo un saluto di benvenuti e la benedizione delle innumerevoli e deliziose leccornie da parte di Padre Bruno, di un breve intervento della cara Amica Giusy Maenza, che ha ringraziato per il sostegno, sia le persone che l'hanno aiutata nella preparazione di diverse decine di chili di ottime pagnottelle  con tanto di immaginette di S. Giuseppe, sia Padre Bruno e la Missione, sia i numerosi intervenuti, annunciando un breve intervento del papà Francesco  e del compaesano Giuseppe Campagna, che hanno recitato alcune preghiere e sentenze in dialetto.

Preghiere alle quali ne sono seguite altre recitate  –come già in altre occasioni– dal Dr. Fernando Grasso: preghiere imparate dall'ottuagenario dalla sua nonna materna Giovannina Palermo quasi ottant'anni fa.

Tutto questo sempre all'insegna di una sana armonia  e di un sincero, fraterno spirito religioso. Ed è stato bello notare la presenza di tanti giovani. In ogni caso questa festa è stata –ancora una volta– una splendida occasione per riunire la nostra Comunità, e accrescerla nella fede e nella speranza di un futuro sempre più radioso nell'amore verso Dio e verso il prossimo.

Comunità che presto si incontrerà per i riti della Settimana Santa con la consueta partecipazione alla Via Crucis di Ulm e Neu-Ulm, come annunciato dal Vicepresidente del Consiglio Parrocchiale, Signor Sabino Scarvaglieri e dalla Segretaria della Missione, Signora Pina Baiano.

Si ringraziano sentitamente   –oltre alla cara Famiglia Maenza, per il suo generoso contributo– tutte le volenterose Amiche e i cari Amici della nostra Comunità per il loro fraterno supporto, che hanno contribuito   –senza alcun dubbio– al successo dell'iniziativa.

Io ringrazio particolarmente inoltre, oltre –s'intende– il Padrone di Casa, Padre Bruno, i Membri del Consiglio Pastorale: i cari Amici: Gisella e Giampiero Trovato, Pina Baiano, Ursula Macaluso, Antonino Trotorici, Sabino Scavaglieri, Ignazio Romano e l'altrettanto cara Famiglia Maenza per le notizie e i contributi fotografici che mi hanno consentito di scrivere questo breve resoconto; e invito, inoltre, coloro che leggeranno questo resoconto e vedranno le foto e i video che seguono, a inviare eventuali richieste di integrazioni o precisazioni.

Fernando A. Grasso, Membro del Consiglio Pastorale

 

 

 

 

Gesù ci invita ad uscire dagli spazi angusti dei sepolcri dell'egoismo

 

Non possiamo restare indifferenti davanti alla sofferenza di così tante persone vittime inermi dei conflitti - Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano. Il racconto della risurrezione di Lazzaro, ci invita "a liberare i nostri cuori da abitudini, condizionamenti e modi di pensare che, come macigni, ci chiudono nei sepolcri dell’egoismo, del materialismo, della violenza, della superficialità. In questi luoghi non c’è vita, ma solo smarrimento, insoddisfazione e solitudine". Papa Leone XIV lo ha detto nella riflessione prima della recita della preghiera dell'Angelus alle dodici di oggi.

Dalla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico il Papa ha commentato il Vangelo che oggi viene proposto nella liturgia con il racconto della Resurrezione di Lazzaro "Nell’itinerario quaresimale, questo è un segno che parla della vittoria di Cristo sulla morte e del dono della vita eterna, che riceviamo con il Battesimo".

Il Papa prosegue citando Sant'Agostino, e dice che la Grazia del Cristo Risorto "illumina il mondo che sembra in continua ricerca di novità e di cambiamento, anche a costo di sacrificare cose importanti – tempo, energie, valori, affetti – come se fama, beni materiali, divertimenti, relazioni effimere, potessero riempirci il cuore o renderci immortali. È il sintomo di un bisogno di infinito che ciascuno di noi porta in sé, la cui risposta però non può essere affidata a ciò che passa. Niente di finito può estinguere la nostra sete interiore, perché noi siamo fatti per Dio e non troviamo pace finché non riposiamo in Lui".

Gesù ci sprona ad "uscire, rigenerati dalla sua grazia, da tali spazi angusti, per camminare nella luce dell’amore, come donne e uomini nuovi, capaci di sperare e amare sul modello della sua carità infinita, senza calcoli e senza misura".

Dopo la preghiera il Papa parla dello "sgomento" per la situazione delle regioni lacerate da guerra e violenza "non possiamo rimanere in silenzio davanti alla sofferenza di così tante persone vittime inermi di questi conflitti. Ciò ferisce l'intera umanità". Uno scandalo per tutta la famiglia umana e un grido al cospetto di Dio. Il Papa chiede di perseverare nella preghiera perché cessino le ostilità e si aprano cammini di pace fondati sul dialogo e il rispetto della dignità.

Oggi pomeriggio in san Pietro che oggi è chiesa stazionale si rinnova il rito di antichissima tradizione della Chiesa romana nel periodo quaresimale dell'ostensione della Reliquia

Maggiore del “Volto Santo". L'appuntamento è alle 18:00, durante il canto delle litanie, i fedeli percorreranno le navate della Basilica. Dalla loggia della Veronica vi sarà l’ostensione della reliquia del Volto Santo (Velo della Veronica). Seguirà, all’Altare della Cattedra, la Celebrazione eucaristica. Aci 22

 

 

 

 

Le iniziative per la Quaresima e per i missionari nelle Diocesi

 

Lunedì il Consiglio Permanente della CEI - Di Cesare Bolla

Roma. La prossima settimana per la Chiesa Italiana, si apre con il Consiglio Episcopale Permanente che si riunisce a Roma dal 23 al 25 marzo. Durante i lavori, che saranno introdotti lunedì pomeriggio dal presidente della Cei, il cardinale  Matteo Zuppi, verranno esaminate le Linee di orientamento per il cammino delle Chiese in Italia e alcune determinazioni post-sinodali. Sarà anche presentata la bozza di programma dell’Assemblea Generale che si terrà a Roma dal 25 al 28 maggio 2026. I Vescovi si confronteranno poi sulla recezione del testo “L’iniziazione alla vita cristiana nella prima età della vita e l’identità dei padrini e delle madrine”.

All’ordine del giorno anche la revisione del Regolamento del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici in Italia e l’approvazione del Messaggio per la 76ª Giornata Nazionale del Ringraziamento che si celebrerà l’8 novembre. Infine, verranno condivise alcune informazioni riguardanti il prossimo Congresso Eucaristico Nazionale che si svolgerà nel 2027.

Sempre la prossima settimana si celebrerà la Giornata dei Missionari Martiri per far memoria di tutti coloro che sono stati uccisi per il loro lavoro pastorale al servizio del Vangelo nelle terre di missione. Nel 2025, secondo le informazioni raccolte dall’Agenzia vaticana Fides, sono stati uccisi nel mondo 17 missionari e missionarie tra sacerdoti, religiose, seminaristi, laici. In Africa sono stati assassinati 10 missionari (6 sacerdoti, 2 seminaristi, 2 catechisti), nelle Americhe sono stati uccisi 4 missionari (2 sacerdoti, 2 religiose), in Asia 2 (un sacerdote, un laico) e in Europa è stato ucciso un sacerdote. Dal 2000 al 2025 sono stati uccisi 626 missionari e operatori pastorali.

Sono tanti i momenti di preghiera, veglie e celebrazioni nelle diocesi italiane, mentre dal 6 all’11 aprile al Centro Unitario della Cooperazione Missionaria (CUM) di Verona si svolgerà il “Corso per giovani partenti” rivolto a chi ha scelto di dare la disponibilità per un periodo di missione in una Chiesa sorella, inviato dalla propria diocesi.

Come dicevamo, molti gli appuntamenti in Italia in occasione della Giornata.

Nella diocesi di Milano diverse le veglie in programma nelle Zone pastorali. La prima si è già svolta il 17 marzo a Vimodrone. Giovedì 26 marzo, alle 20.30, presso la Basilica di Santa Maria Assunta a Gallarate, sarà l’arcivescovo, Mario Delpini, a presiedere la Veglia per la Zona II. Martedì 24 marzo, alle 18.45, la Basilica di Santa Maria della Passione ospiterà la Veglia per la città di Milano. In occasione del trentesimo anniversario del loro sacrificio, la preghiera - curata dal Centro Pime della diocesi ambrosiana - sarà dedicata alla memoria dei Martiri d’Algeria. Sempre il 24 alle 20.45, la Veglia di preghiera presso la parrocchia San Francesco di Lecco sarà dedicata alla memoria del Beato Padre Giovanni Mazzucconi nel bicentenario della nascita, avvenuta proprio a Rancio di Lecco il 1° marzo 1826.

Nella diocesi di Senigallia il 19 marzo nella chiesa di Sant’Antonio di Padova a Castelvecchio si è svolta l’adorazione eucaristica, mentre martedì 24 marzo, nella chiesa di Santa Maria Assunta a Vallone di Senigallia, la veglia di preghiera nel corso della quale si farà memoria dei missionari e operatori pastorali uccisi nel 2025. Durante la veglia è prevista la testimonianza di p. Gabriele Perfetti, missionario comboniano, e la riflessione del vescovo, Franco Manenti.

In Sicilia, ad Acireale, l’Ufficio Missionario diocesano insieme a Missio Giovani, guidati da don Orazio Sciacca, promuovono una veglia martedì 24 marzo alle ore 20 nella chiesa Santa Margherita V. e M. di Pozzillo. “La veglia è un momento di memoria, preghiera e testimonianza dedicato a tutti coloro che hanno donato la propria vita per il Vangelo”, spiega una nota pubblicata sul sito della diocesi. Don Orazio Sciacca sottolinea come, in questa occasione, sia possibile supportare progetti di solidarietà attraverso offerte e iniziative di sostegno, trasformando la memoria dei missionari martiri in impegno concreto: “In Quaresima il frutto del nostro digiuno, mentre preghiamo per i Missionari che hanno testimoniato il Vangelo con la vita, siamo chiamati a tradurre il loro esempio in azioni concrete. Una donazione per chi vive in contesti di povertà vicini o lontani diventa occasione di solidarietà reale”, dice.

Nella diocesi di Concordia-Pordenone veglia di preghiera martedì 24 marzo alle ore 20.30 nella Cattedrale di Concordia Sagittaria. Durante la veglia la testimonianza di Teresa Zullo, missionaria della Comunità di Villaregia originaria di San Vito al Tagliamento, in missione in Etiopia dal 2019. La diocesi – spiega nel sito diocesano Maria Eva Prosdocimo, vice-direttore del Centro Missionario Diocesano – ha deciso di sostenere il progetto “Napenda Kuishi” nella parrocchia di Kariobangi, situata nelle periferie di Nairobi. Questo progetto mira ad “accompagnare i ragazzi di strada, offrendo loro nuove opportunità di rinascita. Il sogno e la speranza per i giovani che vivono nelle slum è che, attraverso questo progetto, diventino un segno tangibile di chi sceglie di non abituarsi alle ingiustizie, alla povertà, e che possano essere proprio loro testimoni del coraggio di scegliere un futuro migliore e più dignitoso”.

In questa Quaresima, “mentre preghiamo per i missionari che hanno testimoniato il Vangelo con la vita, ci sentiamo quindi chiamati a essere ‘gente di primavera’ – scrive - rinnovando il nostro impegno battesimale a vivere la nostra fede con più coraggio, coerenza e carità, specialmente verso chi è ai margini. L’esempio dei martiri può diventare fecondo con azioni concrete di solidarietà destinate a sostenere progetti di sviluppo che possano creare opportunità e un futuro più dignitoso per chi vive in contesti di povertà”. Aci 21

 

 

 

 

100 anni del Pime e missionari lucchesi in Giappone nel XX secolo

 

LUCCA - L’Arcidiocesi di Lucca e il Pontificio Istituto Missioni Estere (P.I.M.E.) celebrano ciascuno nel 2026 un importante anniversario: trecento anni dell’erezione ad Arcidiocesi della Diocesi di Lucca (11 settembre 1726); cento anni dalla nascita dell’attuale P.I.M.E. (23 maggio 1926), per la fusione di due storiche realtà missionarie: il Seminario Lombardo per le Missioni Estere di Milano (fondato nel 1850 da Angelo Ramazzotti) e il Pontificio Seminario dei Santi Apostoli Pietro e Paolo per le Missioni Estere (fondato nel 1871 da Pietro Avanzini).

La volontà di collaborare in occasione di tale circostanza nasce per una fortunata coincidenza; nel medesimo periodo, infatti, ricorre anche il centenario della nascita di due presbiteri lucchesi missionari del P.I.M.E. in Giappone: p. Allegrino Allegrini di Brancoli (dal 1965 al 1972 Superiore Regionale del Giappone), e p. Fedele Giannini di Castelnuovo di Garfagnana, Superiore Generale del P.I.M.E. dal 1977 al 1983.

Per celebrare queste ricorrenze, nel contesto del progetto “Thesaurum Fidei”, dedicato alla conoscenza e alla valorizzazione del patrimonio cristiano in Giappone, l’Arcidiocesi di Lucca e l’Ufficio Beni Culturali del P.I.M.E. hanno promosso il programma “100 anni del P.I.M.E. e missionari lucchesi in Giappone nel XX secolo”, da maggio 2026 a gennaio 2027.

In particolare, nel mese di maggio sono programmati due incontri preparatori con padre Daniele Mazza, Vicario Generale del P.I.M.E., che sarà in visita il 16 maggio presso la comunità parrocchiale di Castelnuovo di Garfagnana, città natale di padre Fedele Giannini, e il 17 maggio presso la comunità parrocchiale del morianese per visitare Brancoli, luogo nativo di padre Allegrino Allegrini.

Seguirà il Convegno Internazionale con sede a Lucca, venerdì 22 maggio 2026 presso l’auditorium della Casa del Boia, con la partecipazione di docenti e ricercatori esperti, sia italiani, sia giapponesi, sulle tematiche storiche delle missioni in Oriente. Il convegno è promosso dall’Arcidiocesi di Lucca e dal P.I.M.E., con il patrocinio del Dicastero per l’Evangelizzazione, Sezione per la prima evangelizzazione e le nuove Chiese particolari, dell’Ambasciata del Giappone presso la Santa Sede e della Città di Lucca.

A partire dal mese di ottobre 2026 e fino a tutto gennaio 2027, presso il Museo “Popoli e Culture” del Pontificio Istituto Missioni Estere, con sede a Milano, sarà aperta la mostra “100 anni del P.I.M.E. e missionari lucchesi in Giappone nel XX secolo” che consentirà ai visitatori non solo di poter apprezzare alcune importanti collezioni artistiche provenienti dal Giappone, ma anche di poter conoscere documenti e repertori fotografici realizzati dai missionari in Estremo Oriente. La mostra è a cura di Padre Francesco Rapacioli, Alberto D’Incà e dell’Ufficio Beni Culturali del P.I.M.E.

Con omonimo titolo, dal 28 dicembre 2026 al 31 gennaio 2027 a Lucca, presso la Chiesa di San Cristoforo, sarà allestita la mostra dedicata ai documenti d’archivio e oggetti d’arte orientali reperiti presso le famiglie della comunità di Brancoli dove padre Allegrino Allegrini periodicamente trascorreva le sue brevi vacanze. Questa mostra, curata da Olimpia Niglio e da Tommaso Maria Rossi, apre nuove prospettive di studio e di approfondimenti sulle missioni lucchesi in Asia Orientale.

Durante l’anno seguiranno anche brevi seminari sia a Lucca, sia a Milano che consentiranno di approfondire le tematiche del progetto e di condividerle con le comunità locali.

Il programma degli eventi è pubblicato online a questo link. (aise/dip 21) 

 

 

 

 

Fr. Matthew (Taizé): “Il dialogo riguarda tutti”

 

A colloquio con fr. Matthew, priore della Comunità di Taizé: “Per molti di noi in Europa è facile dire che quanto sta accadendo, è lontano dalla nostra vita quotidiana. O addirittura avere l’impressione che possa esistere una sorta di ‘guerra pulita’. Ma come possiamo rimanere indifferenti alla sofferenza delle persone in Iran, in Libano, e anche in Israele? Penso che il pericolo più grande sia anche l’indifferenza dell’Occidente in questo momento”. di M. Chiara Biagioni

“Spesso ci sentiamo impotenti di fronte ad un mondo che sta andando in fiamme. Nessuno di noi ha soluzioni. Ma una cosa che possiamo fare tutti, è pregare. La preghiera ci tiene svegli su ciò che sta accadendo e ci permette anche di vedere cosa concretamente potremmo fare. Perché il dialogo non è solo tra leader politici. È qualcosa che riguarda tutti”. A parlare è fr. Matthew, priore della comunità ecumenica di Taizé. Il Sir lo ha incontrato a Roma, dove è arrivato perché sabato 21 marzo, sarà ricevuto – come di consueto accade ogni anno – da Papa Leone. Parliamo con lui, proprio nei giorni in cui il conflitto in Medio Oriente si sta infiammando e sta coinvolgendo sempre più Nazioni. “Per molti di noi in Europa – commenta – è facile dire che quanto sta accadendo, è lontano dalla nostra vita quotidiana. O addirittura avere l’impressione che possa esistere una sorta di ‘guerra pulita’. Ma come possiamo rimanere indifferenti alla sofferenza delle persone in Iran, in Libano, e anche in Israele? Penso che il pericolo più grande sia anche l’indifferenza dell’Occidente in questo momento”.

Lei ha viaggiato diverse volte in Paesi in guerra. Può dirci quali sono le conseguenze che le guerre hanno sui giovani?

Nel 2024, a Natale, ero in Libano. Siamo potuti andare perché dopo la prima serie di bombardamenti, era scattato il cessate il fuoco. Ricordo di aver parlato con i giovani del posto Mi ha colpito molto trovare un Paese in cui le speranze si accendono e poi svaniscono di nuovo. In un contesto simile, è molto difficile avere fiducia in un qualsiasi processo di pace. Perché ci sono state troppe delusioni nel corso degli anni.

In Ucraina, invece?

È diverso, perché lì c’è una guerra costante. Sono stato a Zaporyzhia per Natale 2025. Si vede tra i giovani una forte resilienza che si traduce concretamente in una identificazione con la lotta per la libertà. Ho parlato con una giovane donna di 30 anni. Mi ha detto: ‘Ho trascorso più di un terzo della mia vita in una situazione di guerra’ (è importante ricordare che la guerra in Ucraina è iniziata nel 2014). I suoi tre figli sono addirittura nati in tempo di guerra. Tutto questo tempo vissuto in un costante stato di aggressione, ha naturalmente un effetto enorme sulle persone. La paura di essere bombardati rimane impressa per sempre. E sono traumi che vengono trasmessi anche alla generazione successiva.

Una volta che la guerra o la tregua arriveranno, ci sarà bisogno di una guarigione del trauma che durerà per generazioni. Richiederà attenzione e ascolto.

E in Ucraina già si vedono persone che sono formate per questo e che hanno già iniziato questo lavoro.

Come si possono eradicare i semi della violenza che vengono gettati e usati per giustificare una guerra?

In questo periodo ho pensato molto all’esperienza di fratel Roger, che lasciò la sua nativa Svizzera, per andare nel villaggio di Taizé. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, nella valle di Taizé c’era un campo di prigionieri di guerra tedeschi, e lui ottenne il permesso di accogliere questi prigionieri tedeschi per Natale. Quando arrivai a Taizé per la prima volta, erano gli anni ‘80 ma il trauma della Seconda Guerra Mondiale persisteva ancora. Fr. Roger ci diceva sempre: non c’è mai una nazione da incolpare. Ci sono leader che sfruttano una situazione, ma la loro colpa non può mai ricadere su una intera Nazione. Penso che questo sia fondamentale anche oggi: i semi di violenza rischiano di perpetuarsi quando demonizziamo intere nazioni.

Non possiamo permettercelo. È giusto che in tempo di guerra, dobbiamo essere vicini a chi soffre di più. Ma quando arriverà la pace, dovremo essere pronti anche ad aiutare anche chi si trova dall’altra parte a superare il proprio trauma e il proprio senso di colpa. Ci sono molto spesso persone che lottano per la giustizia sotto regimi oppressivi. Come possiamo rimanere vicini a coloro che non condividono ciò che sta accadendo? Come possiamo essere costruttori di ponti – come dice spesso Papa Leone – quando arriverà il tempo della pace? Questa è la grande domanda.

Alla luce di tutto ciò, qual è l’impegno di Taizé oggi?

Credo ci siano due cose che possiamo fare: preghiera e presenza. Ogni settimana abbiamo una preghiera regolare per la pace che si tiene ogni venerdì, alle otto, intorno alla croce. Questa iniziativa è iniziata nel 2014 dopo l’appello di Papa Francesco per la pace in Medio Oriente. Da allora abbiamo continuato a farlo.

È una preghiera di silenzio. Perché spesso non troviamo le parole per esprimere chiaramente ciò che proviamo di fronte a queste situazioni. Ed è anche una preghiera di solidarietà con coloro che sono condannati al silenzio a causa di ciò che sta accadendo.

A queste preghiere partecipano numerosissimi giovani, segno che c’è un’ansia di pace tra i giovani anche nell’Europa occidentale. L’altra cosa che possiamo fare sono le visite che regolarmente facciamo nei luoghi di guerra, dove rimaniamo per due o tre settimane. E ciò avviene non solo in Ucraina, ma anche in Palestina, in Myanmar… Il fatto che qualcuno venga da fuori a far loro visita, infonde coraggio. Non abbiamo soluzioni da proporre. Ma questo non ci impedisce di andare e stare con le persone. E ogni volta ci accorgiamo di quanto lavoro dietro le quinte, viene fatto – anche in collaborazione tra le diverse Chiese – che non finisce sui titoli dei giornali. Penso che questo sia il ruolo dei cristiani. Siamo chiamati ad essere il lievito nell’impasto. Qualcosa di molto, molto piccolo, ma che fa la differenza. Sir 20

 

 

 

 

Quaresima alla luce della Parola di Dio

 

L'intervista a padre Fabio Nardelli, docente di Ecclesiologia alla Pontificia Università Lateranense, alla Pontificia Università Antonianum di Roma, ed all’Istituto Teologico di Assisi - Di Simone Baroncia

Roma. “La Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno. Ogni cammino di conversione inizia quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola e la accogliamo con docilità di spirito. Vi è un legame, dunque, tra il dono della Parola di Dio, lo spazio di ospitalità che le offriamo e la trasformazione che essa opera”: così inizia il messaggio quaresimale sulla Parola di Dio, intitolata ‘Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione’ con l’invito ad un maggior ascolto per intraprendere un cammino verso la Pasqua.

A poche settimane dalla Pasqua con padre Fabio Nardelli, docente di Ecclesiologia alla Pontificia Università Lateranense, alla Pontificia Università Antonianum di Roma, ed all’Istituto Teologico di Assisi, riflettiamo sul rapporto che intercorre tra l’ascolto e il digiuno: “Il tempo quaresimale è un kairos, un tempo propizio e favorevole per dare primato all’essenziale. E’ un’occasione per ‘ritornare al Signore’ e prestare orecchio alla voce del Signore per rinnovare la ‘ferma decisione’ di seguire Cristo verso Gerusalemme. Ascoltare e digiunare sono due movimenti del cuore, che sono interconnessi: è necessario ‘digiunare’ e purificare il nostro cuore da tante voci per “ascoltare” la voce del Maestro; e quando si ascolta, il digiuno è una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio”.

 Vivere la Quaresima può divenire un ‘tempo di conversione’?

 “Grazie all’itinerario quaresimale e accompagnati dalla liturgia della Parola di queste domeniche, si può riscoprire il gusto del vivere la ‘conversione’ come stato permanente dell’esistenza cristiana. La conversione, infatti, indica un movimento di ‘ritorn’”, di trasformazione e di rinnovamento; per questo il battezzato è chiamato a vivere costantemente in esodo, in uscita da se stesso per cercare propriamente la verità del Vangelo”. 

Per quale motivo il Papa insiste sulla dimensione comunitaria della Parola di Dio?

“La Scrittura testimonia che il popolo si radunò per ascoltare il libro della Legge (cfr. Ne 8) e che la comunità era perseverante nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli (cfr. At 2,42). Il luogo per eccellenza in cui risuona e si attua la Parola di Dio è nella vita della Chiesa (cfr. DV 5); ed è proprio per questo motivo che ‘apa Leone XIV insiste sulla necessità di ascoltare e condividere ‘comunitariamente’ la Parola di Dio”. 

Tale messaggio quaresimale si potrebbe collegare con le catechesi, che il papa svolge nelle udienze del mercoledì sul Concilio Vaticano II, che è stato un ‘evento’ che ha influenzato ed, in un certo senso, ha impresso un ‘carattere’, nella vita della Chiesa. L’assemblea conciliare è la Chiesa che si riunisce e si interroga per scrutare con sguardo illuminato dalla fede i ‘segni dei tempi’ ed entrare in ‘dialogo con il mondo’: per quale motivo papa Leone XIV ha iniziato un nuovo ciclo di catechesi partendo proprio dalla Costituzione dogmatica ‘Dei Verbum’?

“Il 7 gennaio scorso papa Leone XIV, al termine dell’anno giubilare, ha dato avvio a un nuovo ciclo di catechesi sul Concilio Vaticano II, soprattutto al fine di ‘rileggere’ i documenti conciliari, per riscoprirne la bellezza, la profezia e l’attualità e riflettere, quindi, sul tempo presente e ‘correre’ per ‘portare’ la gioia del Vangelo al mondo contemporaneo. L’assise conciliare è stata realmente una ‘bussola’ e, pertanto, ascoltando e meditando la preziosità di questi documenti si risveglia la fede e, soprattutto, il desiderio dell’annuncio. La Costituzione ‘Dei Verbum’ è un documento centrale nella riflessione del Concilio Vaticano II, in quanto rilancia la relazione dell’uomo con Dio come un’amicizia, riscoprendo il valore e la costante attualità della Parola di Dio”. 

Cosa significa essere ‘attenti interpreti dei segni dei tempi’?

“La dimensione dialogica è centrale nella riflessione teologica, soprattutto in rapporto al mondo contemporaneo. L’essere ‘immersi’ nel mondo è nel DNA del cristiano che, in forza del dono ricevuto, è ‘presenza’ di Cristo nel mondo. La categoria dei ‘segni dei tempi’ è stata centrale nel dibattito conciliare e rimane, tuttora, un aspetto ineludibile nella vita della Chiesa: il battezzato, inserito nel mondo, è chiamato continuamente a mettersi in ascolto del contesto e a interpretare secondo la logica evangelica le trasformazioni di questo tempo, per accogliere una visione dell’essere umano illuminata dal mistero di Cristo”. Aci 20

 

 

 

 

San Giuseppe nel magistero dei pontefici

 

Sono tanti, tantissimi, i pontefici che hanno dedicato al santo sposo di Maria meditazioni e documenti pontifici. Un viaggio nelle loro parole che vedono san Giuseppe custode della Chiesa - Di Antonio Tarallo

Roma. San Giuseppe, custode della Vergine Maria, custode del Bambino Gesù. Figura importante, preziosa, fondamentale per il Disegno di Dio sull’umanità tutta: figura che molto spesso viene quasi dimenticata, se vogliamo, eppure in quel suo silenzio c’è un mondo tutto da scoprire. San Giuseppe è padre, prima di tutto. Ma non solo: lavoratore. Lavoratore di legno, ma soprattutto lavoratore per Dio. Molti, sono stati i pontefici che si sono confrontati su di lui: documenti, discorsi, parole che hanno segnato il cammino della Chiesa e che è importante ricordare proprio oggi.

E, dunque, partiamo - in questo viaggio - proprio dalla festa fissata per il 19 marzo: una memoria che si diffonde verso la fine del 1300, ma diventa precetto per tutta la Chiesa solo nel 1621, circa 300 anni dopo, grazie a papa  Gregorio XV. E la breve Lettera Apostolica di Pio IX, “Inclytum Patriarcham”, a offrirci un quadro sull’evoluzione del culto della Chiesa per san Giuseppe: “Sisto IV, che desiderò che la festa di San Giuseppe fosse inserita nel Messale Romano e nel breviario; Gregorio XV, che per mezzo di un decreto dell'8 maggio 1621, ordinò che la festa fosse celebrata in tutto il mondo con rito doppio di precetto; Clemente X, che il 6 dicembre 1670, accordò alla festa il rito di doppia di seconda classe; Clemente XI, che con decreto del 4 febbraio 1747, adornò la festa con Messa e ufficio interamente propri e finalmente Benedetto XIII, che con un decreto pubblicato il 19 dicembre 1726, ordinò che il nome del santo patriarca fosse aggiunto alle Litanie dei Santi ”.

Papa Leone XIII annovera il santo nella Lettera enciclica “Quamquam pluries”: a san Giuseppe, il pontefice affida la “culla della nascente Chiesa”. Fu papa Leone XIII a dedicare, per primo, un documento pontificio sulla figura del santo sposo. “Ne consegue che il beatissimo Patriarca si consideri protettore, in modo speciale, della moltitudine dei cristiani di cui è formata la Chiesa, cioè di questa innumerevole famiglia sparsa in tutto il mondo sulla quale egli, come sposo di Maria e padre di Gesù Cristo, ha un’autorità pressoché paterna”.

Nel cinquantesimo di proclamazione di San Giuseppe, patrono della Chiesa universale, papa Benedetto XV pubblica un motu, “Bonum sane”, datato 25 luglio 1920 , nel quale evidenzia lo stato di cambiamento della famiglia e della condizione operaia all'indomani della Prima Guerra Mondiale, chiedendo che i fedeli possano pregare con più fervore San Giuseppe “poiché parecchi sono i modi approvati da questa Sede Apostolica con cui si può venerare il Santo Patriarca, specialmente in tutti i mercoledì dell'anno e nell'intero mese a Lui consacrato , Noi vogliamo che, ad istanza di ciascun Vescovo, tutte queste devozioni, per quanto si può, siano in ogni diocesi praticate ”. E ancora: “ Ma in modo particolare, poiché Egli è meritamente ritenuto come il più efficace protettore dei moribondi, essendo respirato con l'assistenza di Gesù e di Maria, sarà cura dei sacri Pastori di inculcare e favorire con tutto il prestigio della loro autorità quei pii sodalizi che sono stati istituiti per supplicare Giuseppe a favore dei moribondi, come quelli della Buona Morte, del Transito di San Giuseppe e per gli Agonizzanti ”. Fu sempre Benedetto XV ad estendere a tutta la chiesa la festa della Santa Famiglia il 26 ottobre 1921.

Pio XII, il 1 maggio del 1955 istituisce la festa di San Giuseppe artigiano che viene celebrata ogni 1 maggio. Nel 1969, nel giorno della solennità di San Giuseppe Papa Paolo VI ricorda che lo sposo di Maria è stato dichiarato protettore della Chiesa “per la funzione ch’egli esercitò verso Cristo, durante l’infanzia e la giovinezza”. “Nessuna parola di lui - sottolinea Papa Montini - è registrata nel Vangelo; il suo linguaggio è il silenzio”.

Legato alla Vergine, ma non certo dimentico dello sposo, Giuseppe. E’ san Giovanni Poalo II che scrive “Redemptoris Custos” che conferisce al santo falegname il “prototipo delle famiglie cristiane”. 

Veniamo al nostro recente passato: papa Benedetto XIV che durante l’Angelus del 19 marzo del 2006 pronuncia queste parole: “Penso anzitutto ai padri e alle madri di famiglia, e prego perché sappiano sempre apprezzare la bellezza di una vita semplice e laboriosa, coltivando con premura la relazione coniugale e compiendo con entusiasmo la grande e non facile missione educativa. Ai Sacerdoti, che esercitano la paternità nei confronti delle comunità ecclesiali San Giuseppe ottenga di amare la Chiesa con affetto e piena dedizione, e sostenga le persone consacrate nella loro gioiosa e fedele osservanza dei consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza”. 

E a san Giuseppe pensa fin da inizio pontificato papa Francesco che lo ricorda appunto durante la Messa di inizio Pontificato del 19 marzo del 2013: “Giuseppe è custode, perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà”. Al padre putativo di Gesù, Papa Francesco dedica inoltre un ciclo di 12 catechesi: iniziato il 17 novembre del 2021 e concluso  il 16 febbraio del 2022. Poi, verrà, la famosa Lettera apostolica “Patris Corde” con la quale papa Francesco indice uno speciale “Anno di San Giuseppe”, dall’8 dicembre 2020 all’8 dicembre 2021, in occasione dei 150 anni del Decreto Quemadmodum Deus con cui Pio IX ha dichiarato lo sposo di Maria Patrono della Chiesa universale: “Questo Bambino è Colui che dirà: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Così ogni bisognoso, ogni povero, ogni sofferente, ogni moribondo, ogni forestiero, ogni carcerato, ogni malato sono “il Bambino” che Giuseppe continua a custodire. Ecco perché San Giuseppe è invocato come protettore dei miseri, dei bisognosi, degli esuli, degli afflitti, dei poveri, dei moribondi. Ed ecco perché la Chiesa non può non amare innanzitutto gli ultimi”. 

Il nostro oggi, papa Leone XIV. Durante l’Angelus della quarta Domenica di Avvento, il 21 dicembre 2025, pronuncia queste parole: “L’Evangelista Matteo lo chiama “uomo giusto” , e ciò lo connota come un pio israelita, che osserva la Legge e frequenta la sinagoga. Oltre a ciò, però, Giuseppe di Nazaret ci appare anche come una persona estremamente sensibile e umana. Lo vediamo quando, prima ancora che l’Angelo gli riveli il mistero che si sta compiendo in Maria, di fronte a una situazione difficile da comprendere e da accettare, egli non sceglie, nei confronti della sua futura sposa, la via dello scandalo e della pubblica condanna, ma quella discreta e benevola del ripudio segreto. E così mostra di cogliere il senso più profondo della sua stessa osservanza religiosa: quello della misericordia. La purezza e la nobiltà dei suoi sentimenti, però, diventano ancora più evidenti quando il Signore, in sogno, gli rivela il suo piano di salvezza, indicandogli il ruolo inaspettato che egli dovrà assumervi: essere lo sposo della Vergine Madre del Messia”. Aci 19

 

 

 

 

 

Papa Leone XIV: “La salute non può essere un lusso per pochi”

 

Oggi, prima dell'udienza generale del mercoledì, papa Leone XIV ha incontrato i partecipanti al convegno “Oggi chi è il mio prossimo?”

Città del Vaticano. Stamane, prima dell'udienza generale del mercoledì, papa Leone XIV ha ricevuto in udienza i partecipanti al Convegno “Oggi chi è il mio prossimo? promosso dal Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa, dall'Organizzazione Mondiale della Sanità – Regione Europa e dalla Conferenza Episcopale Italiana. 

Papa Leone XIV ha ricordato che proprio in questa giornata verrà presentato il secondo “Rapporto europeo OMS sullo stato dell'equità nella salute”, un documento - per il pontefice - che richiama l'attenzione su situazioni vissute da molte persone in Europa, in particolare da tanti uomini e donne che sperimentano nel quotidiano la povertà, la solitudine e l'isolamento”.Ricorda: “La salute non può essere un lusso per pochi, ma è una condizione essenziale per la pace sociale. Una copertura sanitaria universale non è soltanto un obiettivo tecnico da raggiungere, è prima di tutto un imperativo morale per le società che vogliono definirsi giuste”. 

La domanda che sta al centro del tema di questa giornata, tratta dal Vangelo di Luca è una domanda sempre attuale, "che non ha una risposta unica e univoca, ma chiede a ciascuno di rispondere in modo concreto e puntuale. Pertanto, possiamo domandarci: per me, in questo momento della mia vita, chi è il prossimo?" chiede il pontefice. 

Cita, infine, sant'Agostino che affermava che "il nostro Dio e Signore volle chiamarsi nostro prossimo. Difatti il ??Signore Gesù Cristo fa comprendere che è stato lui stesso ad aiutare quel mezzo morto che giaceva lungo la via maltrattato e abbandonato dai briganti". Ricorda l'Enciclica Fratelli tutti di papa Francesco che si sofferma “sul ruolo dei briganti che avevano ferito il viandante” dice il pontefice.  Per papa Leone XIV, dunque, è importante non dimenticare nessuno perché è "illusorio pensare che, ignorando questi fratelli e queste sorelle, sia più facile raggiungere una condizione di felicità. Soltanto insieme potremo costruire comunità solidali e capaci di prendersi cura di ognuno, nelle quali si sviluppino benessere e pace, a beneficio di tutti. Curare l'umanità altrui aiuta a vivere la propria" cocnlude papa Leone XIV. aci 18

 

 

 

 

 

"La partecipazione all’opera sacerdotale, profetica e regale" del popolo di Dio

 

L'udienza generale del mercoledì: la "Lumen gentium". Ricorda: "La Chiesa non può errare nella fede" - Di Antonio Tarallo

Città del Vaticano. Roma si sveglia oggi con un'aria fredda, atipica per il periodo preprimaverile che già stava pregustando. Eppure non ferma, questo clima un po' rigido, i fedeli riuniti in piazza San Pietro.  Brilla il sole e riscalda i pellegrini e fedeli provenienti dall'Italia e da ogni parte del mondo che vogliono incontrare il pontefice. 

Riprende il ciclo di catechesi su “I Documenti del Concilio Vaticano II”, incentrando la sua meditazione sul tema riguardante la Costituzione dogmatica “Lumen gentium”: “Il popolo messianico riceve da Cristo la partecipazione all'opera sacerdotale, profetica e regale in cui si attua la sua missione salvifica. I Padri conciliari insegnano che il Signore Gesù ha istituito mediante la nuova ed eterna Alleanza un regno di sacerdoti, costituendo i suoi discepoli in un «sacerdozio regale». Questo sacerdozio comune dei fedeli viene donato con il Battesimo, che ci abilita a rendere culto a Dio in spirito e verità ea «professare la fede ricevuta da Dio mediante la Chiesa»”, così esordisce papa Leone XIV. 

Ricorda il sacramento della Confermazione o Cresima nel quale “tutti i battezzati «vengono vincolati più perfettamente alla Chiesa, sono arricchiti di una speciale forza dallo Spirito Santo e in questo modo sono più strettamente obbligati a diffondere ea difendere la fede con la parola e con l'opera, come veri testimoni di Cristo»”, cita sempre il documento conciliare del 1964. 

"L'esercizio del sacerdozio regale avviene in molti modi, tutti tesi alla nostra santificazione, anzitutto partecipando all'offerta dell'Eucaristia. Mediante la preghiera, l'ascesi e la carità operosa testimoniamo così una vita rinnovata dalla grazia di Dio" ricorda il pontefice. Una missione, quella dei laici, che - a detta dei padri conciliari - partecipa a quella “missione profetica di Cristo”. Ribadisce che “il senso della fede appartiene dunque ai singoli fedeli non a titolo proprio, ma quali membra del popolo di Dio nel suo insieme”. Il documento conciliare concentra l'attenzione proprio su quest'ultimo aspetto “e lo mette in relazione all'infallibilità della Chiesa, a cui inerisce, servendola, quella del Romano Pontefice” precisa il papa. 

Infine, ribadisce: «La Chiesa, dunque, come comunione dei fedeli che includono ovviamente i pastori, non può errare nella fede: l'organo di questa sua proprietà, fondata sull'unzione dello Spirito Santo, è il soprannaturale senso della fede di tutto il popolo di Dio, che si manifesta nel consenso dei  fedeli. Da questa unità, che il Magistero ecclesiale custodisce, consegue che ciascun battezzato è soggetto attivo di evangelizzazione, chiamato a dare testimonianza di Cristo secondo il dono profetico che il Signore infonde a tutta la sua Chiesa” concludono papa Leone XIV. Aci 18

 

 

 

 

Leone XIV: “possa la pace prevalere tra tutti i popoli”

 

Il Papa ha dedicato ancora una volta la catechesi alla Lumen Gentium. Ai fedeli del Medio Oriente: "il cristiano è chiamato ad essere strumento di pace". di M.Michela Nicolais

”Il cristiano è chiamato ad essere strumento di pace, amore e riconciliazione, affinché la vera pace possa prevalere tra tutti i popoli”. Lo ha detto Leone XIV, salutando, al termine dell’udienza di oggi, i fedeli di lingua araba, e in particolare quelli provenienti dal Medio Oriente. Nella catechesi, pronunciata in una piazza San Pietro ancora una volta gremita di fedeli, il Papa si è soffermato ancora una volta sul secondo capitolo della Lumen Gentium, dedicato alla Chiesa come popolo di Dio”

“Tutti facciamo il nostro ingresso nella Chiesa come laici”, ha esordito prendendo a prestito le parole di Papa Francesco: “Il primo sacramento, quello che suggella per sempre la nostra identità, e di cui dovremmo essere sempre orgogliosi, è il battesimo”.  Il sacerdozio comune dei fedeli, ha ricordato Leone XIV,  viene donato con il battesimo, che ci abilita a rendere culto a Dio in spirito e verità e a “professare pubblicamente la fede ricevuta da Dio mediante la Chiesa”. Inoltre, attraverso il sacramento della Confermazione o Cresima, tutti i battezzati “vengono vincolati più perfettamente alla Chiesa, sono arricchiti di una speciale forza dallo Spirito Santo e in questo modo sono più strettamente obbligati a diffondere e a difendere la fede con la parola e con l’opera, come veri testimoni di Cristo . Questa consacrazione sta alla radice della comune missione che unisce i ministri ordinati e i fedeli laici”.

“Tutti noi formiamo il santo popolo fedele di Dio”, si legge infatti nella Lumen Gentium. L’esercizio del sacerdozio regale “avviene in molti modi, tutti tesi alla nostra santificazione, anzitutto partecipando all’offerta dell’Eucaristia”: “mediante la preghiera, l’ascesi e la carità operosa testimoniamo così una vita rinnovata dalla grazia di Dio”. Come sintetizza il Concilio, “l’indole sacra e la struttura organica della comunità sacerdotale vengono attuate per mezzo dei sacramenti e delle virtù”: i padri conciliari insegnano poi che “il popolo santo di Dio partecipa anche della missione profetica di Cristo”.

”La Chiesa, come comunione dei fedeli che include ovviamente i pastori, non può errare nella fede”, ha affermato il Papa, soffermandosi sul significato del “sensus fidei” e dell’infallibilità del Pontefice: “l’organo di questa sua proprietà, fondato sull’unzione dello Spirito Santo, è il soprannaturale senso della fede di tutto il popolo di Dio, che si manifesta nel consenso dei fedeli”. Il sensus fidei, ha spiegato Leone XIV, “è come una facoltà di tutta la Chiesa, grazie alla quale essa nella sua fede riconosce la rivelazione tramandata, distinguendo tra il vero e il falso nelle questioni di fede, e contemporaneamente penetra in essa più profondamente e più pienamente l’applica nella vita”. Il senso della fede, quindi, ”appartiene ai singoli fedeli non a titolo proprio, ma quali membra del popolo di Dio nel suo insieme”: Lumen gentium “concentra l’attenzione su quest’ultimo aspetto e lo mette in relazione all’infallibilità della Chiesa, a cui inerisce, servendola, quella del Romano Pontefice”. “La totalità dei fedeli – ha garantito il Papa – non può sbagliarsi nel credere e manifesta questa sua proprietà particolare mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici esprime l’universale suo consenso in materia di fede e di morale”.

“Ciascun battezzato è soggetto attivo di evangelizzazione, chiamato a dare coerente testimonianza di Cristo secondo il dono profetico che il Signore infonde a tutta la sua Chiesa”, l’invito di Leone. Lo Spirito Santo, che ci viene da Gesù Risorto, dispensa “tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi vari incarichi e uffici utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa”, la citazione del documento conciliare. “Una dimostrazione peculiare di tale vitalità carismatica è offerta dalla vita consacrata, che continuamente germoglia e fiorisce per opera della grazia”, ha osservato il Papa, secondo il quale “anche le forme associative ecclesiali sono esempio luminoso della varietà e della fecondità dei frutti spirituali per l’edificazione del Popolo di Dio”. “Risvegliamo in noi la consapevolezza e la gratitudine di aver ricevuto il dono di far parte del popolo di Dio, e anche la responsabilità che questo comporta”, l’esortazione finale. Sir 18

 

 

 

 

Chiesa cattolica in Germania: i nuovi dati

 

«Siamo sempre meno cristiani in Germania, ma questo non ci impedisce – nonostante tutte le misure necessarie che ciò comporta – di testimoniare con grande impegno personale la nostra fede. Per questo colgo oggi l’occasione per rivolgere un ringraziamento a tutti i volontari della nostra Chiesa, che non compaiono nelle statistiche. Sono circa 600.000 persone che rendono possibile la presenza della Chiesa nella società con le sue molteplici attività. Nonostante tutti i cambiamenti, incoraggio a non nascondere la testa sotto la sabbia, ma a guardare avanti e a cercare insieme – anche in spirito ecumenico – vie attraverso cui l’essere cristiani possa trovare maggiore accoglienza nella società di oggi.» (vescovo Heiner Wilmer, presidente della DBK).

* La quota dei cattolici nella popolazione tedesca rimane al 23 per cento, pari a 19,2 milioni di membri.

* Prosegue la riorganizzazione territoriale delle diocesi: il numero delle parrocchie scende a 8.997.

* 25 sono state le ordinazioni presbiterali nel 2025.***

I dati per diocesi e per Land:Eckdaten des kirchlichen Lebens in den Bistümern Deutschlands 2025 Eckdaten des kirchlichen Lebens nach Bundesländern 2025

La Conferenza Episcopale Tedesca ha pubblicato il 16 marzo 2026 i dati provvisori relativi alla vita della Chiesa cattolica in Germania per l’anno 2025. Il quadro che emerge è articolato: alcuni indicatori mostrano stabilità o lievi incrementi, mentre altre tendenze confermano un calo  strutturale.

Particolarmente evidente è la diminuzione nella celebrazione dei sacramenti, dell’iniziazione alla fede nella vita familiare: i battesimi scendono a 109.028 (2024: 116.274), mentre i matrimoni in chiesa si attestato a 19.478 (2024: 22.513). Restano invece stabili le Prime Comunioni (152.357) e le Cresime (105.334). Anche le esequie ecclesiastiche registrano un calo, attestandosi a 203.496 (2024: 213.046).

Un segnale incoraggiante proviene invece dalla partecipazione alla Messa domenicale, che per il terzo anno consecutivo cresce leggermente, raggiungendo il 6,8 per cento.

Prosegue intanto la riorganizzazione territoriale delle diocesi: il numero delle parrocchie scende a 8.997. Nel 2025 si contano inoltre 25 ordinazioni sacerdotali a livello nazionale.

Per quanto riguarda i movimenti di appartenenza ecclesiale, i dati mostrano un quadro misto: 2.269 persone sono entrate nella Chiesa cattolica (2024: 1.839) e 5.443 sono state riammese. Rimane elevato, pur in lieve diminuzione, il numero delle uscite: 307.117 fedeli hanno lasciato la Chiesa (2024: 321.659).

Commentando i dati, il presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, il vescovo Heiner Wilmer SCJ, ha definito la statistica «uno specchio della nostra Chiesa». Ha espresso gratitudine per l’impegno degli operatori pastorali e dei numerosi volontari, sottolineando il lieve aumento della partecipazione liturgica come segno positivo. Allo stesso tempo ha manifestato preoccupazione per l’alto numero di abbandoni: ogni uscita, ha affermato, «ci addolora, perché siamo una comunità di battezzati e cresimati». Wilmer ha invitato a guardare avanti con realismo e speranza, cercando insieme – anche in spirito ecumenico – nuove vie per rendere la testimonianza cristiana più comprensibile e accolta nella società di oggi“ (dal comunicato della Conferenza episcopale tedesca). Del.-mci.de 17

 

 

 

 

 

La carità può diventare patrimonio dell'UNESCO?

 

Torino ci prova con il "Chilometro quadrato della carità" - Di Angela Ambrogetti

Torino. La carità può diventare patrimonio dell'UNESCO? Ci prova la città di Torino che nei giorni scorsi ha messo al centro delle consultazioni delle autorità civili e religiosi la proposta del “chilometro quadrato della carità” di Torino come Patrimonio dell’Unesco appunto.

Si tratta del quartiere nel quale operarono i grandi Santi dell’Ottocento, da Giovanni Bosco a Giuseppe Cottolengo, Leonardo Murialdo, Giuseppe Allamano, Giulia e Tancredi di Barolo, Giuseppe Cafasso. 

Il cardinale Roberto Repole, il 17 gennaio 2026, a Palazzo Barolo, alla cerimonia inaugurale della scultura dedicata alla venerabile marchesa Giulia di Barolo, aveva lanciato la proposta di lavorare a un progetto di candidatura, a patrimonio dell’Umanità Unesco, del “chilometro quadrato della carità”, l’area della città che comprende, tra gli altri, il Distretto Sociale Barolo, il Cottolengo, Valdocco e il Sermig.

"Mi piace pensare che questa statua sia un faro posto in una piccola cittadella – ha detto il cardinale Repole – Un chilometro quadrato che è una città nella città, un’area di una grandezza spettacolare per le vicende di Torino, italiane e dell’umanità. Qui abbiamo Palazzo Barolo, poco distante la Consolata, il Valdocco di Don Bosco, il Cottolengo e il Distretto Sociale Barolo e poi ancora il Sermig. Tutti più o meno in un chilometro quadrato(...) Da arcivescovo ho sognato di rendere questa “cittadella della carità” un patrimonio dell’umanità. Perché? Perché viviamo tempi in cui tutto diventa patrimonio dell’umanità, ma il pericolo è che si stia perdendo l’umanità.

Ora si è costituito un primo gruppo tecnico con gli Enti locali per avviare l’iter di candidatura. Nelle prossime settimane la Diocesi, rappresentata dalla referente della Caritas Elide Tisi, avvierà il coinvolgimento degli Istituti religiosi che discendono dai Santi fondatori ed altri enti del territorio, fra essi le Fondazioni bancarie.

"I Santi che operarono nell’Ottocento – osserva Repole – mobilitarono la città nella lotta alle grandi sofferenze dei poveri, realizzarono in pochi decenni opere di avanguardia sul fronte della cura dei malati (Piccola Casa del Cottolengo), dei giovani (Salesiani, Giuseppini del Murialdo), dei carcerati (le opere dei Marchesi di Barolo e di Cafasso), della mondialità (Missionari della Consolata, ma anche Salesiani, Cottolenghini, Murialdini, Suore di Sant’Anna). Ulteriori figure si muovevano attivamente in quegli stessi anni in Torino, dal beato Faà di Bruno ai beati fratelli Boccardo. Nel piccolo quartiere alle spalle di Porta Palazzo l’ispirazione alla carità e alla solidarietà sociale mise particolari radici. Fu un’esperienza unica, oggi diremmo che fu una esperienza ‘di rete’, che sta continuando ad animare Torino con iniziative religiose e laiche, antiche e nuove, ultimo in ordine di tempo il Museo Frassati dedicato alla memoria storica: ci sembra possibile che l’Unesco ne valuti l’eccezionale messaggio universale".

Aci 17

 

 

 

 

Papa Leone XIV in Africa, il 13-23 aprile 2026. Il programma

 

Città del Vaticano. E' stato reso noto oggi, dalla Sala Stampa vaticana, il programma del prossimo viaggio apostolico di papa Leone XIV. Un viaggio fitto di impegni che vedrà il pontefice in Africa dal prossimo 13 aprile fino al 23 aprile prossimo. 

La partenza, lunedì 13 aprile 2026 alle 8.00 da Roma per Algeri. Arrivo previsto per le 9.00 con cerimonia di benvenuto. Alle 09:45, la visita al monumento dei martiri di Maqam Echaid con saluto del pontefice. Alle 10:15, la visita di cortesia al presidente della Repubblica nel VISITA AL Palazzo Presidenziale e successivamente l'incontro con la società civile e con il corpo diplomatico alle 11:00 nel Centro Convegni “Djamaa el Djazair” (previsto un discorso del pontefice). Nel pomeriggio visita alla grande moschea d'Algeri e alle 16:!5 visita provata al centro di accoglienza dei amicizia delle suore agostiniane missionarie aa Bab El Oued. Per le 16:40 l'incontro con la comunità algerina nella basilica di Nostra Signora d'Africa. Qui il pontefice pronuncerà un discorso. 

Secondo giorno di visita, martedì 14 aprile 2026. Alle 09:20, la partenza in aereo dall'Aeroporto Internazionale di Algeri “Houari Boumédiène” per Annaba con arrivo alle 10:30. Visita al sito archeologico di Ippona alle 11 per poi visita alla casa di accoglienza per anziani delle piccole sorelle dei poveri con saluto di papa Leone XIV: Termina la mattinata, alle 12:10 l'incontro privato con i membri dell'ordine agostiano. Al pomeriggio, alle 18:00, Santa Messa nella Basilica di Sant'Agostino. 

Mercoledì 15 aprile 2026, alle 9:40 congedo dall'Aeroporto Internazionale di Algeri “Houari Boumédiène” per arrivare a Yaoundé, qui la cerimonia di benvenuto alle 15,20 e la visita di cortesia al Presidente della Repubblica alle 16:20 nel Palazzo Presidenziale. Alle 17:05, incontro con le autorità, con la società civile e con il corpo diplomatico nel Palazzo dei Congressi: in questa occasione papa Leone XIV, terrà un discorso. Alle 17:45 l'orfanotrofio Ngul Zamba con saluto del pontefice. E incontro privato con i vescovi del Camerun nella sede della Conferenza Episcopale.  

Giovedì 16 aprile 2026, nella mattinata partenza dall'Aeroporto Internazionale di Yaoundé-Nsimalen per Bamenda con le 11:30 l'incontro per la pace con la comunità nella Cattedrale di San Giuseppe. Alle 15:15 Santa Messa all'Aeroporto Internazionale di Bamenda con Omelia del papa. Alle ore 17:25 Partenza dall'Aeroporto di Bamenda per Yaoundé con arrivo all'Aeroporto Internazionale di Yaoundé-Nsimalen alle 18:20. 

Venerdì 17 aprile 2026, partenza dall'Aeroporto di Yaoundé-Nsimalen per Douala. Ore 11:00, Santa Messa nel “Japoma Stadium”. Alle 13:20 visita provata all'ospedale Sani Paul e partenza nel pomeriggio per Yaoundé-Nsimalen dove ci sarà alle 17:30 l'incontro con il mondo universitario all'Università Cattolica dell'Africa Centrale. 

Il Papa saluterà poi il Camerun sabato 18 aprile, celebrando la Messa, alle 9.30, nell'Aeroporto di Yaoundé-Ville. Seguirà la cerimonia di congedo, ma nell'Aeroporto internazionale di Yaoundé-Nsimalen. Il Papa partirà alle 12.30 e dopo due ore e mezza arriverà in Angola, terza tappa del viaggio apostolico. Nell'Aeroporto Internazionale di Luanda “4 de Fevereiro” il Papa verrà accolto dai rappresentanti del Paese dell'Africa meridionale. Poi, la visita di cortesia al presidente Gonçalves Lourenço nel Palazzo presidenziale e l'incontro con autorità. Previsto un discorso. In serata, invece, l'incontro privato coi vescovi angolani.

Domenica 19 aprile, si sposterà a Muxima, nella provincia del Bengo. Prima della partenza, il Papa ancora a Luanda, celebrazione della Messa nel quartiere di Kilamba alle ore 10. Il pomeriggio alle 15.40, il Pontefice si sposterà quindi in elicottero a Muxima. Alle 16:30 la preghiera del Rosario nella spianata antistante il Santuario di “Mama Muxima”. Già alle 17.45 è previsto il ritorno, ancora in elicottero, a Luanda.

A Saurimo giungerà il 20 aprile alle 9.20 in aereo e, come primo appuntamento, si recherà nella Casa di accoglienza per anziani. Poi il papa celebrerà la Messa nella spianata di Saurimo. Subito dopo pranzo, alle 13.45, lascerà la città per fare ritorno a Luanda. E lì, nella capitale, dove arriverà alle 15.15, vedrà vescovi, sacerdoti, consacrati e consacrati, operatori pastorali nella Parrocchia di Nostra Signora di Fatima. Sarà questo l'ultimo appuntamento della visita in Angola, terra dalla quale Leone si congederà martedì 21 aprile per volare verso la Guinea Equatoriale.

Mercoledì 22 aprile 2026 alle 08:10 Partenza in aereo da Malabo per Mongomo con Arrivo all'Aeroporto Internazionale di Mengomeyén “Presidente Obiang Nguema”. Alle 10:30 Santa Messa nella Basilica dell'Immacolata Concezione con Omelia del Santo Padre e poi visita alla “Escuela tecnologica Papa Francesco” per partire nel pomeriggio dall'Aeroporto Internazionale di Mengomeyén “Presidente Obiang Nguema” per Bata. Qui, la visita alla progione di Bata e un momento di preghiera al monumento commemorativo delle vittime dell'esplosione del 7 marzo 2021. Incontro nel pomeriggio, alle 18:10, con i giovani e le famiglie. 19:40 Partenza dall'Aeroporto di Bata per Malabo e alle 20:30 Arrivo all'Aeroporto Internazionale di Malabo

Ultimo giorno, il 23 aprile. Alle 10:00, Santa Messa nello Stadio di Malabo Omelia e alle 12:45 Partenza dall'Aeroporto di Malabo per Roma con arrivo previsto per le 19:55. 

Oltre al programma, la Sala Stampa della Santa Sede ha diffuso oggi i loghi ei motti delle quattro tappe africane del viaggio di Papa Leone. Il logo dell'Algeria,  presenta due colombe che bevono dalla stessa coppa, simbolo di pace e comunione. Al centro e in basso, il motto in arabo, amazigh e francese: “La paix soit avec vous”, reso in arabo con il saluto “Assalamu Alaykom”. Rappresenta il dialogo e l'incontro tra cristiani e musulmani. Il logo del viaggio in Camerun: una Bibbia aperta, fondamento della vita cristiana, sulla quale poggia la sagoma del Paese, colorata con le bande verde, rosso e giallo della bandiera nazionale. Sulle pagine della Bibbia è riportato il motto “Que tous soient un / Che tutti siano uno” (Gv 17,21), che richiama il tema dell'unità in Cristo e si collega al motto episcopale del Papa, “In Illo uno unum”. Il logo dell'Angola: al centro, un semicerchio giallo contornato come da petali allude alla ruota dentata, allegoria del lavoro, della bandiera nazionale, mentre, unito alla croce, rappresenta l'Eucaristia. Il Motto, a destra in basso: “Papa Leone XIV, pellegrino di speranza, riconciliazione e pace, benedice l'Angola”. Il logo per la Guinea Equatoriale:  la mappa e la bandiera del Paese, una famiglia. Sotto, un uomo in barca con un libro tra le mani richiama l'arrivo dei primi evangelizzatori via mare 170 anni o sono. Il motto “Cristo, luce della Guinea Equatoriale, verso un futuro di speranza” dice la memoria del passato e la fiducia in un cammino di fede e speranza verso il futuro. Aci 16.3.

 

 

 

 

Terra Santa, l'appello del Cardinale Gugerotti per la Colletta

 

Il porporato: senza un sacrificio, senza un mutamento nella nostra esistenza restiamo inerti in questo mondo in fiamme e quindi complici di chi gli dà fuoco - Di Marco Mancini

Città del Vaticano. "Noi cristiani non possiamo che sperare, perché Dio è la nostra speranza, e Dio non tradisce. Non dimentichiamoci mai di pregare, perché Dio è la nostra speranza. Ma ora ecco che vengo a proporti un gesto piccolo, che però va proprio nel senso di questa conversione, di questo cambiamento: dare un po’ del nostro denaro per aiutare i fratelli e le sorelle in estremo pericolo a vivere un giorno di più, a trovare la possibilità di sperare e di ricominciare. Un gesto importante per loro, fondamentale per la Custodia di Terra Santa". Lo scrive il Cardinale Claudio Gugerotti, Prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, nell'appello per la Colletta per i Cristiani di Terra Santa.

"Si tratta di un gesto importante anche per noi, perché - sottolinea il porporato - ci aiuta a pensare che senza un sacrificio, senza un mutamento nella nostra esistenza restiamo inerti in questo mondo in fiamme e quindi complici di chi gli dà fuoco. Un gesto che si concretizzerà nel mondo quasi dovunque proprio nel Venerdì santo".

"Per vivere - è l'appello del Cardinale Prefetto - c’è bisogno anche del vostro contributo. Moltissimi cristiani di Terra Santa hanno perso tutto, compreso quel lavoro che veniva dal servizio ai pellegrini. Ora la quasi totalità di questi tende, impaurita, a non avventurarsi più in quelle terre. I nostri fratelli e sorelle nella fede che abitano i Luoghi Santi sanno che con il vostro contributo, e forse solo con esso, se la loro incolumità non potrà essere garantita, tuttavia almeno le loro scuole potranno riprendere a funzionare, qualche nuova casa potrà essere costruita e, laddove la distruzione è totale, qualche cura sarà garantita".

"Cerchiamo di fare in modo che la nostra gente arrivi alla Colletta cosciente che dare è un forte segno di fede, che una Terra Santa senza credenti è una terra perduta, perché si smarrisce la memoria viva, che è la continuità con la fonte della salvezza che ci ha rigenerati in Cristo. Esorta, convinci, risveglia le coscienze, richiamale alla solidarietà di quest’unico Corpo di Cristo che è la Chiesa, estesa su tutte le terre del mondo".

"La Colletta per la Terra Santa - ha concluso il Cardinale Gugerotti - con l’inestimabile aiuto quotidiano dei nostri francescani e di quanti animano e lavorano nelle comunità sul posto, sarà una goccia nell’oceano, ma l’oceano, a forza di perdere gocce, sta diventando un deserto". Aci 16

 

 

 

 

Accogliendo il Signore il cammino diventa più chiaro

 

Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons. Francesco Cavina

Carpi. Il Vangelo della quarta domenica di Quaresima ci presenta una delle pagine più luminose del Vangelo di Giovanni: il racconto del cieco nato che viene guarito da Gesù (Gv 9). È una storia che non parla soltanto di un miracolo straordinario, ma di un cammino interiore che conduce dal buio del peccato alla luce della fede. All’inizio del racconto, l’uomo guarito conosce appena Colui che lo ha liberato dalla sua cecità. Sa soltanto che è “un uomo che si chiama Gesù”. Ma, passo dopo passo, attraverso domande, contestazioni e incomprensioni, la sua conoscenza cresce. Quando, finalmente, Gesù gli si rivela apertamente, il cieco guarito giunge a dire: «Credo, Signore!» e si prostra davanti a Lui. Il cieco guarito riconosce che Gesù non è soltanto un uomo straordinario o un maestro spirituale: egli è il Figlio di Dio.

Questo episodio ci ricorda una verità essenziale della fede cristiana: credere non significa aderire a una vaga idea di divinità, né lasciarsi guidare da semplice sentimento religioso o da una emozione interiore. La fede cristiana ha un contenuto preciso e concreto: è fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio e figlio di Maria, vero Dio e vero uomo. Per questo la Chiesa, fin dalle sue origini, ha custodito con grande cura questa verità. La catechesi e la predicazione della Chiesa, se non vogliono venire meno al loro compito, devono conservare la vera identità di Gesù, non possono, cioè, limitarsi a presentare o la sua umanità o la sua divinità. Un Gesù “dimezzato”, per quanto grande e affascinante possa apparire, non può salvare l’uomo dal peccato e dalla morte.                       

Davanti alla rivelazione che Gesù fa di sè entra sempre in gioco la libertà dell’uomo. L’uomo può aprirsi al mistero di Dio che si manifesta, come ha fatto il cieco guarito, oppure può rifiutarlo, chiudendosi nell’orgoglio e nella presunzione,  come hanno fatto i farisei del racconto evangelico. Ed è proprio qui che nasce il grande dramma spirituale dell’umanità. Quando l’uomo, affascinato dalle proprie capacità e dalle conquiste della sua intelligenza, pensa di poter fare a meno di Dio; quando crede di poter costruire il proprio destino contando soltanto sulle proprie forze e considera Dio come il residuo di un’epoca ormai superata, allora lentamente la notte scende sul mondo.

È innegabile:  l’uomo è capace di realizzare cose straordinarie. La scienza, la tecnica, la cultura hanno raggiunto progressi impressionanti e continuano a svilupparsi anche senza un riferimento esplicito alla fede. Tuttavia, questo “rifiuto-dimenticanza” di Dio ha ridotto l’uomo dentro gli spazi angusti del tempo e della contingenza, provocando una sensazione diffusa di inquietudine e di vuoto. L’uomo contemporaneo possiede molti mezzi, ma spesso non sa più perché vivere. Ha moltiplicato le possibilità della vita, ma ha smarrito il senso dell’esistenza.

L’amicizia di Gesù, invece, depone l’eternità dentro i nostri giorni, e ci fa entrare in un mondo di umana e spirituale ricchezza, di novità e di sorprese che hanno portato un santo spagnolo a testimoniare che: “In Dio si scoprono nuovi mari quanto più si naviga”.  Se anche noi, come il cieco guarito, arriviamo a riconoscere in Lui il Signore e lo accogliamo nella nostra esistenza, allora tutto cambia. La vita trova una direzione, il cammino diventa più chiaro, le prove e le fatiche trovano un senso, e soprattutto nasce nel cuore la certezza consolante che non siamo soli. Ciò che manca all’uomo, dunque, non è qualcosa, ma Qualcuno: gli manca Dio. Aci 15

 

 

 

 

San Francesco: l’ostensione come lezione di leadership per il nostro tempo

 

In occasione dell’VIII centenario della morte di san Francesco, ad Assisi si sta svolgendo la prima ostensione pubblica delle sacre spoglie del Poverello. In questi giorni migliaia di pellegrini, provenienti da contesti culturali e geografici differenti, stanno attraversato la basilica di San Francesco d’Assisi per sostare davanti a un corpo che, otto secoli dopo, continua ad attrarre – di  Marco Valeri

In occasione dell’VIII centenario della morte di dan Francesco, ad Assisi si sta svolgendo la prima ostensione pubblica delle sacre spoglie del Poverello. In questi giorni migliaia di pellegrini, provenienti da contesti culturali e geografici differenti, stanno attraversando la basilica di San Francesco d’Assisi per sostare davanti a un corpo che, otto secoli dopo, continua ad attrarre. Francesco continua a generare mobilitazione, consenso diffuso, partecipazione trasversale. Questo fenomeno merita un’attenta analisi. L’ostensione non è soltanto un evento religioso. È la manifestazione concreta di un capitale simbolico costruito attraverso coerenza, visione e credibilità. In un’epoca segnata dalla volatilità della reputazione e dalla fragilità della fiducia, la figura di Francesco offre un modello di leadership sorprendentemente attuale.

Leadership per attrazione: il potere dell’esempio

Francesco non ha mai detenuto un potere formale nel senso moderno del termine. Non era un capo politico, non era un imprenditore, non era un amministratore di strutture complesse. Eppure, è riuscito a fondare un movimento globale che, nel giro di pochi anni, si è diffuso nel Mondo.

Il primo tratto distintivo della sua leadership è l’attrazione. Francesco non impone ma ispira. Non convince con argomentazioni sofisticate, ma con la coerenza radicale tra ciò che proclama e ciò che vive. In termini organizzativi, potremmo parlare di leadership esemplare: l’autorità deriva dalla credibilità personale.

Oggi, molte organizzazioni soffrono di un deficit di fiducia interna. I collaboratori percepiscono una distanza tra i valori dichiarati e le pratiche effettive. Francesco, al contrario, riduce al minimo questa distanza. Quando sceglie la povertà, la vive personalmente. Quando parla di fraternità, si pone realmente come fratello tra fratelli. La coerenza diventa la principale leva di influenza.

Visione chiara e proposta semplice

Ogni leadership efficace si fonda su una visione.

La visione di Francesco è sintetica ma potentissima: vivere il Vangelo in forma radicale, nella minorità e nella fraternità. Non si tratta di un piano strategico complesso, ma di un orientamento limpido, facilmente comunicabile e comprensibile.

Nelle organizzazioni contemporanee, la complessità spesso offusca la direzione. Francesco, invece, offre una proposta semplice, replicabile, centrata su pochi principi non negoziabili. Questa chiarezza riduce l’ambiguità interna e facilita l’allineamento dei membri.

Leadership inclusiva: attrarre anche chi non crede

L’ostensione delle sacre spoglie offre un dato interessante: non tutti i visitatori sono credenti praticanti. Eppure, tutti si sentono legittimati ad accostarsi. Questa inclusività è parte integrante della leadership francescana.

Francesco costruisce una proposta non esclusiva. La sua attenzione ai poveri, al creato, alla pace costituisce un terreno comune su cui possono incontrarsi sensibilità diverse.

Tale aspetto è particolarmente rilevante in contesti organizzativi complessi, caratterizzati da pluralità culturale e valoriale. La capacità di Francesco di mantenere saldo il centro – il Vangelo – e, al tempo stesso, di dialogare con tutti rappresenta una competenza strategica.

Autorità come servizio: il paradigma della minorità

Il cuore della leadership francescana è la minorità. Francesco rifiuta il linguaggio del dominio e adotta quello del servizio. In un contesto aziendale, questo approccio richiama il modello della servant leadership: il leader è al servizio della crescita degli altri. Ma nel caso di Francesco non si tratta di una tecnica gestionale. È una scelta antropologica.

L’autorità è legittima solo se genera sviluppo, responsabilità, maturità nei membri della comunità. Egli non crea dipendenza, ma autonomia, non concentra potere, ma distribuisce fiducia.

In tempi in cui molte organizzazioni sono attraversate da crisi di leadership, scandali reputazionali e conflitti interni, il paradigma francescano suggerisce una via alternativa: ridurre l’ego del leader per aumentare la coesione del gruppo.

Capitale simbolico e sostenibilità nel lungo periodo

L’VIII centenario mette in luce, con particolare evidenza, la straordinaria resilienza del modello francescano. A ottocento anni dalla scomparsa del fondatore, il movimento rimane presente, capillare, socialmente riconosciuto. Un simile dato apre una riflessione sulla sostenibilità della leadership nel tempo.

Francesco, infatti, non fonda il consenso attorno alla propria persona come figura carismatica isolata; dà forma, invece, a una cultura condivisa. È la cultura della fraternità, radicata in pratiche e significati, che continua a vivere oltre il leader. Egli riesce a trasformare il carisma personale in patrimonio collettivo.

La sostenibilità di un’organizzazione dipende proprio da questo passaggio: dal leader al sistema, dalla figura alla cultura. In questa prospettiva, l’ostensione delle spoglie non appare come un tributo a un’autorità del passato, ma come il segno concreto di un’eredità resa stabile, capace di generare nel tempo orientamento e appartenenza.

Conclusione: una lezione per la società di oggi

 L’ostensione pubblica delle spoglie del Poverello di Assisi non va letta soltanto come un momento di devozione. Essa va vista come un richiamo forte, per il presente, sulla leadership.

A distanza di ottocento anni, Francesco non guida più attraverso la parola ma attraverso la testimonianza.

Le persone che in queste ore si accostano alla venerazione delle reliquie riconoscono, ciascuna secondo la propria sensibilità, la forza di un’autorevolezza che non dipende dalla posizione, bensì dalla coerenza. In una società come l’attuale, attraversata da cambiamenti accelerati e da una crescente crisi di fiducia, la figura di Francesco continua a suggerire che la leadership più solida si fonda non sul dominio, bensì sulla credibilità e sulla capacità di orientare comportamenti. Ed è forse proprio questa, oggi, la forma più elevata e più attuale di leadership. Sir 14

 

 

 

 

 

Odio anticristiano, fenomeno in aumento nei Paesi Ue

 

Attacchi ai luoghi di culto, aggressioni a sacerdoti, discriminazioni e denigrazione pubblica: il fenomeno dell’odio anticristiano cresce in Europa e resta spesso sottovalutato. Alessandro Calcagno, vicesegretario generale della Comece, spiega al Sir perché sono urgenti un Coordinatore Ue dedicato e una protezione realmente paritaria per tutte le comunità religiose, superando logiche distorte su maggioranze e minoranze - di M. Chiara Biagioni

“Il messaggio che riceviamo da numerose Conferenze episcopali è quello di un fenomeno in aumento”. Attacchi ai luoghi di culto, aggressioni ai danni di sacerdoti, varie forme di discriminazione, fino ad arrivare a discorsi di odio unicamente per aver espresso un’opinione.

Parte da qui Alessandro Calcagno, vicesegretario Generale della Comece e consigliere per gli affari giuridici. Il Sir lo ha intervistato dopo che i vescovi Ue hanno espresso il loro plauso per la recente risoluzione del Parlamento di Strasburgo che esorta la Commissione europea a nominare un Coordinatore per la lotta all’odio anticristiano in tutta l’Unione. “Si tratta di un fenomeno da vedere in chiave pluriennale, per avere un quadro chiaro dei trend in evoluzione”, spiega Calcagno. “Gli attacchi ai luoghi di culto sono un problema ben presente nei paesi dell’Unione europea ed è per questo che persino la Commissione Europea ha deciso negli ultimi anni di dedicare finanziamenti Ue a questo specifico problema. Tali fondi finanziano iniziative e consorzi di vario tipo, coinvolgenti vari attori religiosi e autorità pubbliche, per rispondere al fenomeno in maniera efficace. Inoltre, anche la recente Agenda Ue per la prevenzione e la lotta al terrorismo sottolinea che proteggere tutte le comunità religiose dall’odio, dalla discriminazione e dalla violenza rimane un impegno fondamentale dell’Europa”.

Può fare qualche esempio concreto?

C’è il problema degli attacchi alle scene di natività, in paesi come Francia e Italia è un problema messo in evidenza, anche a Bruxelles è accaduto l’anno scorso.

In vari paesi vi sono stati casi di membri del clero incriminati per discorsi di odio unicamente per aver espresso o diffuso insegnamenti cristiani o fornito assistenza pastorale.

Si registrano aggressioni nei confronti di sacerdoti in vari paesi, incluso in Polonia. Anche l’esclusione delle Chiese dall’accesso a fondi pubblici per il finanziamento di progetti è un fenomeno preoccupante emergente. In alcuni casi si va oltre la discriminazione e si arriva a vere e proprie violazioni delle libertà di religione dei cristiani. A volte emergono proposte molto allarmanti sotto tale aspetto, ad esempio, quella di vietare l’accesso alla confessione per i minori. Gli episodi sono molti e di vario tipo, livello e ambito. Va detto che ci sono Rapporti annuali che attestano il fenomeno, come quello dell’Osservatorio sull’Intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa (Oidac), e che l’Osce ha recentemente pubblicato un ottimo documento intitolato “Comprendere i crimini di odio anti-Cristiano e affrontare le esigenze in tema di sicurezza delle comunità cristiane”.

Dunque, un fenomeno presente. Ma perché sottovalutato?

Un problema da considerare è anche quello dell’under-reporting: molti casi, per svariate ragioni, non vengono denunciati o riportati alle autorità competenti dalle vittime. Inoltre, una serie di organismi deputati a lottare contro la discriminazione senza distinzioni, come ad esempio l’Agenzia per i Diritti fondamentali Ue (Fra), non considerano il fenomeno in questione, e si concentrano unilateralmente sulle minoranze. Si tratta di un problema che la Comece ha sollevato più volte a livello Ue: occorre rompere la dinamica “majorities vs. minorities”, assicurando protezione a ciascun credente e a ciascuna comunità senza tralasciare l’attenzione per le specificità delle singole comunità.

Con l’eccezione di cui si è detto sopra rispetto ai luoghi di culto, si nota una certa reticenza nell’ambito dei fondi Ue. L’attuale Fondo ‘Cerv’ e il futuro Fondo ‘AgoraEU’ si concentrato sul tema dell’odio solo per le comunità Musulmane ed Ebraiche ma non per i Cristiani. La Comece è impegnata a fare in modo che tale tendenza, francamente incomprensibile, venga superata.

Rispetto ad altri paesi del mondo quale forme di “violenza” si manifestano nei paesi europei verso il pensiero, la presenza e l’azione dei cristiani?

Personalmente ritengo sia opportuno operare una sorta di distinzione tra la dimensione esterna all’Unione Europea e quella interna ad essa. Come detto in precedenza, nell’Ue i casi sono molti, ma insistere eccessivamente sul termine ‘persecuzione’ all’interno dell’Ue comporta un rischio: quello di fornire argomenti a coloro che intendono bollare le relative richieste come esagerate e pertanto da non prendere con particolare attenzione. Il Papa stesso nel suo discorso al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, nel gennaio scorso, ha parlato di “sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani” per quanto riguarda l’Europa. Nella sua recente reazione alla richiesta del Parlamento Ue di nominare un Coordinatore per questo ambito, la Comece ha sottolineato l’opportunità di evitare riferimenti a termini legati al controverso concetto di ‘fobia’. Ciò circoscriverebbe il problema ad un livello mentale/psicologico/patologico, sottraendo attenzione a quelli che sono reali e concreti casi di discriminazione, di violazione del diritto fondamentale alla libertà di pensiero, coscienza e religione. Le parole che si scelgono contano anche in questo contesto.

Cosa si cela dietro questa insofferenza per le fedi religiose? E in particolare per la Chiesa cattolica?

Si tratta di un fenomeno complesso come complesse sono le società del nostro continente.

È a tutti evidente che i paesi europei stanno attraversando una fase di secolarizzazione aggressiva, che tende ad escludere la religione dallo spazio pubblico.

Da un certo numero di anni, in Europa ci si è focalizzati sulle minoranze di ogni tipo e sulla loro protezione. Purtroppo, però le ‘maggioranze’ – peraltro riconosciute come tali solo quando ciò si rivela conveniente – sono state in ultima analisi trascurate. Le Chiese Cristiane hanno finito per diventare spesso un “obiettivo legittimo” per campagne pubblicitarie, espressioni online, gratuita denigrazione dei loro simboli o riti religiosi, in alcuni casi con una sorta di garanzia di benevola impunità. Occorre infine ricordare che la Chiesa Cattolica è particolarmente esposta, essendo una delle poche istituzioni rimaste ad assumere, con coraggio, posizioni chiare e decise su temi eticamente sensibili, attirandosi l’astio del mainstream e di chi è disposto ad accettare solo ciò che politically correct.

Quale ruolo dovrebbe svolgere il coordinatore e perché i vescovi europei hanno preso a cuore la sua istituzione?

Il mandato del nuovo Coordinatore per l’odio contro i Cristiani nell’Ue dovrebbe coprire la lotta all’incitamento all’odio, ai crimini d’odio e alla discriminazione contro di essi, oltre che le violazioni della loro libertà di religione. Un altro tema che occorre includere è quello della lotta all’analfabetismo religioso, necessaria anche all’interno di molte istituzioni pubbliche, come spesso da noi sottolineato. Anche il tema della sicurezza è fondamentale, per i luoghi di culto, ma anche per le persone: pensiamo ad esempio alle processioni religiose, ma in generale a tutto ciò che è manifestazione della fede cristiana nello spazio pubblico. All’interno della Commissione europea, il Coordinatore sarebbe tenuto a consigliare il Commissario responsabile su tutte le suddette questioni nelle politiche Ue ove rilevante, oltre che più in generale a favorire la sensibilizzazione sul tema. Occorrerà poi prevedere la cooperazione del Coordinatore con le Chiese cristiane, per raccogliere casi, preoccupazioni, raccomandazioni, così come il sostegno agli sforzi degli Stati membri in materia. I vescovi della Comece hanno il polso della situazione nei rispettivi paesi Ue e negli ultimi anni la loro voce in merito si è fatta più intensa.

La risposta del Segretariato della Comece a tale impulso non viene formulata “contro” nessuno e non intende colpevolizzare alcuno, né deve essere vista come polarizzante.

Essa tende anzi di eliminare tale rischio attraverso un’equa protezione per tutte le principali fedi del continente. Siamo, inoltre, di fronte ad un dato politico rilevante: il fatto che in Parlamento Ue sono ora presenti maggioranze a sostegno di tale proposta, rende scarsamente credibili le critiche di chi continua. Sir 14

 

 

 

 

 

Card. Zuppi: “Pace è il nome di Dio”

 

L'omelia del cardinal Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, in occasione della Giornata di preghiera e digiuno per la pace

Roma. “Papa Leone ha chiesto di «fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile». Per questo preghiamo e invochiamo perché la sua richiesta accorata venga accolta. Una spirale diviene un meccanismo di cause e di effetti che nessuno riesce a controllare anche se può fare credere di esserne in grado. La spirale rivela che la guerra ha solo una terribile logica, geometrica, che una volta liberata condiziona anche chi l’ha innescata, costringendolo a fare quello che forse non vorrebbe”, queste le parole del cardinal Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, pronunciate nella Collegiata di San Biagio di Cento (Ferrara) in occasione  della Giornata di preghiera e digiuno promossa dalla Conferenza Episcopale Italiana. Zuppi ha celebrato i Vespri, ricordando l’importanza della pace. 

Giudica importante il ruolo della diplomazia che “non è illusione, anzi è lucida comprensione che, se ascoltata, può permettere di fermare la terribile illusione della forza”. Mette in campo l’importanza della conoscenza della storia: “Ad esempio, la non applicazione degli accordi di Minsk II è motivo importante nel conflitto in Ucraina, come la non applicazione della Risoluzione 1701 in Libano è una delle cause per la non-soluzione della contesa tra Hezbollah e Israele” cita il porporato. 

“Non ci stanchiamo di dire che la guerra è inutile. È sempre una sconfitta per tutti. Anche chi vince è uno sconfitto. Chi può credere di vincere o distruggere completamente l’altro? Solo un accordo potrà mettere la situazione in equilibrio. Chi pensa che la guerra sia un ordine non conosce la storia e ha perso la memoria. Cosa resta dopo una guerra? La distruzione, danni ambientali, odi, povertà che preparano quella successiva” continua. E ribadisce che in questi tempi bui che stiamo vivendo, “vogliamo che brilli la luce di uomini e donne che scelgono di essere artigiani di pace cominciando a disarmare il loro cuore convinti che solo così si può disarmare il mondo dal pregiudizio, dall’odio, dalla vendetta. Dipende da noi”.

Infine, pone l’attenzione sul ruolo dell’Europa: “Lo spirito religioso può consentire di lavorare per l’unità. Quei cristiani, che coraggiosamente costruirono l’architettura dell’Europa e che lo fecero da cristiani per tutti e insieme a tutti, ispirino altri a cercare con audacia soluzioni per imparare a rendere la pace possibile, a costruire ponti quando ancora c’è il vuoto e muri da oltrepassare, a preparare tavoli di dialogo per studiare garanzie e diritti e doveri convincenti e garantiti, a farlo con visione e responsabilità”.

E conclude: “Non rendiamo la pace una tregua. Sant’Agostino dice che «sono degni di maggiore gloria quanti invece di uccidere gli uomini con la spada uccidono la guerra con le parole e ottengono e conservano la pace attraverso la pace piuttosto che fare ricorso alla guerra». Solo insieme se ne esce. Troviamo i meccanismi capaci di garantire questa interdipendenza che sfugga alla terribile e distruttiva logica della forza. I nazionalismi, nelle varie edizioni, e i totalitarismi che rovinano le appartenenze siano superati dalla visione di pensarsi insieme e non contro gli altri. E Dio, che ci ricorda che la guerra è un omicidio perché uccide l’uomo, suicidio perché uccide quel corpo cui l’uccisore fa parte e deicidio perché uccide l’immagine e la sua stessa somiglianza, ci aiuti a sentirci parte della stessa famiglia umana e a combattere la vergogna e il disonore di un fratello che alza le mani contro suo fratello. Il giudizio di Dio ci ispiri a dominare l’istinto o il calcolo, le convenienze, e ci aiuti a essere operatori di pace a cominciare da noi stessi, ovunque e dove si scavano le trincee della violenza e dell’odio". Aci 13

 

 

 

 

"La giustizia sia sempre illuminata dalla verità e accompagnata dalla misericordia"

 

ll Pontefice stamane è intervenuto alla cerimonia per l’apertura dell’Anno giudiziario del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano - Di Marco Mancini

Città del Vaticano. “La giustizia autentica non può essere compresa soltanto nelle categorie tecniche del diritto positivo. Alla luce della missione che orienta l’azione della Chiesa, essa appare anche come esercizio di una forma ordinata di carità, capace di custodire e promuovere la comunione”. Lo ha detto stamane Papa Leone XIV intervenendo alla cerimonia per l’apertura dell’Anno giudiziario del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano.

“La tradizione cristiana – ha sottolineato il Papa - ha sempre riconosciuto nella giustizia una virtù fondamentale per l’ordine della vita personale e comunitaria. Quando l’amore è rettamente ordinato, quando Dio è posto al centro e il prossimo è riconosciuto nella sua dignità, allora l’intera vita personale e sociale ritrova il suo giusto orientamento. Da questo ordine dell’amore nasce anche l’ordine della giustizia. L’amore autentico  non è mai arbitrario o disordinato, ma riconosce la verità delle relazioni e la dignità di ogni persona. Per questo la giustizia non è soltanto un principio giuridico, ma una virtù che contribuisce a edificare la comunione e a rendere stabile la vita della comunità”.

San Tommaso d’Aquino – ha aggiunto Leone XIV – “mette in luce il carattere stabile e oggettivo della giustizia, che non dipende da interessi contingenti, ma si radica nella verità di ciascuna persona e nella ricerca del bene comune.  Alla luce di questa tradizione si comprende anche il legame profondo tra giustizia e carità.  Nella pienezza della carità la giustizia trova il suo compimento più autentico. Ne consegue che, laddove non vi sia una vera giustizia, non può sussistere neppure un autentico diritto, poiché il diritto stesso nasce dal riconoscimento della verità dell’essere e della dignità di ogni persona. L’amore e la verità non possano essere separati: solo amando si conosce la verità, e l’amore della verità conduce a scoprire la carità come suo compimento”.

“La giustizia, quando è esercitata con equilibrio e fedeltà alla verità, diventa – ha proseguito Papa Leone - uno dei più solidi fattori di unità nella comunità. Essa non divide, ma rafforza i legami che uniscono le persone e contribuisce a edificare quella fiducia reciproca che rende possibile la convivenza ordinata”.

Nello specifico dello Stato della Città del Vaticano,” il compito di amministrare la giustizia assume un significato particolarmente rilevante. L’amministrazione della giustizia non si limita infatti alla risoluzione delle controversie, ma contribuisce alla tutela dell’ordine giuridico e alla credibilità delle istituzioni.  In un ordinamento come quello dello Stato della Città del Vaticano, strumentale alla missione del Successore di Pietro in quanto sorregge l’indipendenza alla Santa Sede anche nel campo internazionale , tale funzione assume una valenza ancora più significativa. L’amministrazione della giustizia, infatti, contribuisce anche alla tutela di quel valore di unità che costituisce un elemento essenziale della vita ecclesiale”.

Così – ha ancora spiegato il Papa – “il processo non rappresenta semplicemente il luogo del conflitto tra pretese contrapposte, ma diventa uno spazio ordinato nel quale, mediante il confronto regolato tra le parti e l’intervento imparziale del giudice, il dissenso viene ricondotto entro un orizzonte di verità e di giustizia”.

Il servizio del Tribunale SCV – secondo il Pontefice – “assume dunque un valore, oltre che istituzionale, profondamente ecclesiale. Attraverso il discernimento attento dei fatti, l’ascolto rispettoso delle persone coinvolte e l’applicazione corretta delle norme per rappresentare fedelmente i principi dell’ordinamento, voi partecipate a una missione che è insieme giuridica e spirituale. La giustizia nella Chiesa non è mero esercizio tecnico della norma, ma ministero al servizio del Popolo di Dio. Essa richiede, oltre che competenza giuridica, anche sapienza, equilibrio e una costante ricerca della verità nella carità. Ogni decisione, ogni processo e ogni giudizio sono chiamati a riflettere quella ricerca della verità che sta al cuore della vita della Chiesa”.

“ Quando la giustizia – ha concluso - è esercitata con integrità e fedeltà alla verità, essa diventa un fattore di stabilità e di fiducia all’interno della società, generando come naturale conseguenza l’unità. La giustizia sia sempre illuminata dalla verità e accompagnata dalla misericordia, poiché entrambe trovano la loro pienezza in Cristo. Così il diritto, applicato con rettitudine e spirito ecclesiale, diventa uno strumento prezioso per edificare la comunione e rafforzare l’unità del Popolo di Dio”. Aci 14

 

 

 

 

 

L'importanza di tutelare le persone più vulnerabili

 

Stamane l'incontro con il consiglio direttivo della Fondazione Cattolica

Città del Vaticano. “La vostra visita mi offre l’occasione di sottolineare quanto sia importante, nel nostro tempo, studiare e valorizzare la storia del movimento cattolico in Italia, per trarne ispirazione e tradurre nell’oggi le intuizioni e le esperienze di uomini e donne che nella loro vita hanno unito fede e impegno per la giustizia. Centinaia di cooperative, casse rurali e società di mutuo soccorso furono la risposta concreta all’invito rivolto da Papa Leone XIII con l’Enciclica Rerum novarum, ad organizzarsi anche a livello economico per affrontare la questione sociale”. Lo ha detto Papa Leone XIV, stamane, incontrando il consiglio direttivo della Fondazione Cattolica.

“Vent’anni fa – ha ricordato il Papa - è nata la Fondazione Cattolica, riconoscendo il ruolo fondamentale del Terzo Settore nel sostegno alle comunità, alle persone e alle famiglie che vivono condizioni di maggiore fragilità e di emarginazione sociale. In questo modo, favorendo le iniziative di tante associazioni e imprese sociali, fondazioni ed enti religiosi, avete dato un contributo importante alla coesione sociale e alla tutela delle persone più vulnerabili”.

“Vi incoraggio – è stato l’invito di Leone XIV -a proseguire in questo impegno, anche adoperandovi, come già fate, per promuovere la formazione dei giovani attraverso percorsi educativi, culturali e di partecipazione. In questo campo l’ultima nata è l’Academy per il Terzo Settore, in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che volete estendere anche alla LUMSA a Roma .Vi raccomando di coltivare sempre lo spirito che la anima e lo stile evangelico, perché vi sia coerenza tra i fini che vi proponete e i mezzi e gli strumenti con cui li perseguite”. Aci 13

 

 

 

 

 

“Le relazioni, il creato, la vita delle sorelle e dei fratelli”

 

L'Udienza ai partecipanti alla IV “Cattedra dell’accoglienza” - Di Antonio Tarallo

Città del Vaticano. “Queste vostre giornate sono animate dalla consapevolezza che la vocazione cristiana è orientata a generare comunione tra le persone, e la comunione nasce dalla capacità di accogliere gli altri, offrendo ascolto, ospitalità e assistenza” con queste parole papa Leone XIV ha salutato i partecipanti alla IV “Cattedra dell'accoglienza” (promossa dalla Fraterna Domus di Sacrofano), ricevuti in udienza stamane in Vaticano. Si concentra, papa Leone XIV, sul termine “accoglienza” che “nasce dalla grazia di un incontro” sottolinea: "Facciamo esperienza di tanti tipi di incontro e quindi di accoglienza: l'incontro con le persone che ci amano, con i familiari, con i colleghi, e anche con persone estranee, a volte ostili. Quando un incontro è vero, da esperienza personale può trasformarsi e, progressivamente, diventare capace di coinvolgere gli altri dando vita a un'esperienza comunitaria".

Lo sguardo poi si concentra sui giovani, "che sono naturalmente il futuro della società e della Chiesa, in realtà ne costituiscono già il presente vivo e generativo. Le loro domande e le loro inquietudini, infatti, invitano a rinnovare lo stile dei nostri rapporti. Accogliere persone giovani significa, anzitutto, stare in ascolto delle loro voci, incrociare i loro sguardi e riconoscere che, nelle loro esistenze e nei loro linguaggi, lo Spirito continua a operare ea suggerirci percorsi rinnovati di presenza e custodia" afferma il pontefice.

Poi si sofferma su due parole: presenza e custodia. Sulla prima, dice: “Essere presenti nella vita degli altri significa condividere tempo, esperienze, significati, offrendo punti di riferimento stabili nei quali gli altri possano riconoscersi e crescere”. Guarda alla Sacra Famiglia di Nazaret, al cui modello di ispira la Fraterna Domus: esempio per tutti. Si rifà al Vangelo dello smarrimento di Gesù e - sottolinea - come può essere "accaduto a ciascuno di noi di smarrire qualcuno o qualcosa a cui eravamo molto legati. In quel momento ci siamo accorti di quanto quella presenza fosse preziosa. Così succede anche nella vita di fede: diamo per scontata la presenza di Gesù nella nostra esistenza, finché all'improvviso sembra che Egli non sia più dove lo abbiamo lasciato". E aggiunge: “In realtà, non è Lui che si è perso, ma noi che ci siamo allontanati”. Ed è allora che è importante cercare Gesù con fiducia, con “il coraggio di percorrere strade inesplorate, guardando il mondo con occhi nuovi, carichi di speranza”. 

Il secondo termine che il pontefice tiene ad approfondire è "custodia": e pensa, naturalmente, a san Giuseppe che ha custodito "la famiglia affidatagli dal Signore": "In lui riconosciamo che accogliamo, oltre che presenza, è anche custodia. Custodire significa stare accanto all'altro con attenzione, rispettarne le scelte e prendersene cura". E in questa maniera che Giuseppe ci dimostra che “presenza e custodia sono dimensioni inseparabili: non si custodisce senza esserci, e non si è presenti senza assumersi la responsabilità dell'altro” concluse papa Leone XIV. Aci 12

 

 

 

 

“Ciò che conta davvero nella Chiesa è l’essere innestati in Cristo”

 

Costituzione dogmatica Lumen gentium, oggi il Papa si sofferma sul suo secondo capitolo - Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano. In Piazza San Pietro il Papa riprende il ciclo di catechesi su “I Documenti del Concilio Vaticano II” e questo mercoledì incentra la sua meditazione del Mercoledì sul tema della Costituzione dogmatica Lumen gentium “La Chiesa popolo di Dio”, ovvero il secondo capitolo.

“Dio, che ha creato il mondo e l’umanità e che desidera salvare ogni uomo, compie la sua opera di salvezza nella storia scegliendo un popolo concreto e abitando in esso. Per questo, Egli chiama Abramo e gli promette una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia del mare. Con i figli di Abramo, dopo averli liberati dalla condizione di schiavitù, Dio stringe un’alleanza, li accompagna, se ne prende cura, li raccoglie ogni volta che si smarriscono. Perciò, l’identità di questo popolo è data dall’azione di Dio e dalla fede in Lui”, spiega subito il Papa in Piazza San Pietro.

“È infatti Cristo che, nel dono del suo Corpo e del suo Sangue, raccoglie in sé stesso e in modo definitivo questo popolo. Esso è fatto ormai di gente proveniente da qualunque nazione; è unificato dalla fede in Lui, dall’adesione a Lui, dal vivere della sua stessa vita animati dallo Spirito del Risorto. Questa è la Chiesa: il popolo di Dio che trae la propria esistenza dal corpo di Cristo”, continua il Papa.

Ma non un popolo qualunque, ma “il popolo di Dio, convocato da Lui e fatto di donne e uomini provenienti da tutti i popoli della Terra”. “Si tratta di un popolo messianico, proprio perché ha per capo Cristo, il Messia. Quanti ne fanno parte non vantano meriti o titoli, ma solo il dono di essere, in Cristo e per mezzo di Lui, figlie e figli di Dio. Prima di qualunque compito o funzione, dunque, ciò che conta davvero nella Chiesa è l’essere innestati in Cristo, essere per grazia figli di Dio. Questo è anche l’unico titolo onorifico che dovremmo ricercare come cristiani. Siamo nella Chiesa per ricevere incessantemente la vita dal Padre e per vivere come suoi figli e fratelli tra di noi”, spiega ancora il Pontefice.

“Unificata in Cristo, Signore e Salvatore di ogni uomo e donna, la Chiesa non può mai essere ripiegata in sé stessa, ma è aperta a tutti ed è per tutti. In questo senso, la Chiesa è una ma include tutti. È un grande segno di speranza – soprattutto ai nostri giorni, attraversati da tanti conflitti e guerre – sapere che la Chiesa è un popolo in cui convivono, in forza della fede, donne e uomini diversi per nazionalità, lingua o cultura: è un segno posto nel cuore stesso dell’umanità, richiamo e profezia di quell’unità e di quella pace a cui Dio Padre chiama tutti i suoi figli”, conclude infine il Papa. Aci 11

 

 

 

L'occultismo e le credenze magiche in Italia

 

Una mappatura necessaria per studiare il fenomeno- Di Angela Ambrogetti

Roma. Qual è la situazione sul fenomeno dell'occultismo e delle credenze magiche in Italia?

A cercare di fare il punto della situazione una ricerca di indagine e mappatura che Marco Garofalo a fatto a nome del GRIS il Gruppo di Ricerca e Informazione Socio-religiosa.

La base dati ricostruita include 263 aggregazioni diverse, ottenute da una ricognizione bibliografica soprattutto sui testi di Cecilia Gatto Trocchi e Massimo Introvigne e dall’integrazione di tre canali: Relazione del Dipartimento di Pubblica Sicurezza (1998), CESNUR e GRIS, distribuite in 602 sedi dislocate in tutta Italia. 

Dalla mappa emerge una presenza nazionale, con maggiore concentrazione al Nord e nei grandi centri (come Milano e Roma). Lo spiritismo risulta la componente più omogeneamente diffusa; i movimenti magici appaiono numerosi e frammentati con la Società Archeosofica evidenziata soprattutto in area tirrenica/Toscana.

Il satanismo è riportato senza indirizzi puntuali ma ricorrente in grandi capoluoghi e il mondo New Age comprende reti di spiritualità/terapie e filoni successivi con richiamo al Piemonte e al caso Damanhur. Infine teosofia/antroposofia mostrano concentrazioni a Roma e nel Nord nella fascia Piemonte–Friuli Venezia Giulia.

Il campo dell’esoterismo e dell’occulto è un terreno ancora poco esplorato nel mondo della ricerca, da qui la necessità della mappatura come punto di partenza e input preliminare per ulteriori studi geografici considerando la velocità con cui nascono e muoiono i gruppi settari.

La ricerca è stata presentata in occasione della presentazione del corso sull'esorcismo che per il ventesimo anno viene proposto dall’Istituto Sacerdos dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e dal GRIS aci 11

 

 

 

 

Vienna, un patto tra dieci confessioni religiose per la pace

 

Lo scorso 8 marzo, firmata la “Dichiarazione di Vienna. Religioni per la pace”. In vista la nascita di un “Campus delle Religioni” - Di Andrea Gagliarducci

Vienna. Lo scorso 8 marzo, in vista della nascita di un “Campus delle Religioni” a Vienna, i rappresentanti di dieci confessioni religiose del Paese hanno firmato la “Dichiarazione di Vienna – Religioni per la Pace”. Nella dichiarazione, i rappresentanti religiosi riaffermano il loro impegno a lavorare insieme per la pace, e condannano qualsiasi “abuso della religione per incitare o giustificare il terrore e la violenza” e qualsiasi “discriminazione e minaccia alla vita religiosa”, allo stesso tempo impegnandosi a rafforzare la comprensione reciproca all’interno delle rispettive comunità religiose”.

La dichiarazione è stata inizialmente firmata il 9 gennaio 2025 dal Cardinale Christoph Schönborn, dal Rabbino Capo Jaron Engelmayer e dal Presidente della Comunità Religiosa Islamica in Austria, Ümit Vural, mentre le altre comunità religiose vi hanno aderito l’8 marzo in una cerimonia presso il Campus delle Religioni.

In particolare, la dichiarazione è stata firmata domenica dal rabbino capo Jaron Engelmayer, dal sovrintendente Matthias Geist (Chiesa evangelica della Confessione di Augusta), da Walter Hessler (Chiesa Neo-Apostolica in Austria), da Gursharan Singh Mangat (Comunità sikh austriaca), da Sunil Narula (Comunità indù austriaca), dall'archimandrita Ilias Papadopoulos (Patriarcato ecumenico metropolita d'Austria), dal sovrintendente Stefan Schröckenfuchs (metodista evangelico Chiesa), Vicario generale Dariusz Schutzki, Imam Ermin Ehic (Comunità religiosa islamica in Austria), Gerhard Weissgrab (Società religiosa buddista austriaca) e Harald Gnilsen (Associazione Campus delle Religioni).

Parlando con Kathpress, Dariusz Schutzki, vicario generale di Vienna, ha detto che la dichiarazione è ”un segno per il mondo intero”.

Si legge nella dichiarazione che “a Vienna esiste una cooperazione positiva, sostenibile e costruttiva tra le comunità religiose. È anche il frutto di molti anni di dialogo nella nostra città. Sulla base di questa esperienza e della nostra responsabilità condivisa, ci impegniamo per la pace, nella convinzione che la fede possa costituire un fondamento solido per una convivenza pacifica”.

La dichiarazione sottolinea che le confessioni religiose, a un anno dalla prima firma, inviano “un segnale congiunto per una convivenza pacifica, costruttiva e rispettosa, che dovrebbe essere sostenuta da tutte le religioni e da tutte le persone all'interno delle singole comunità religiose”. Aci 10

 

 

 

 

Mojtaba Khamenei è la nuova guida suprema iraniana

 

Farian Sabahi, giornalista e scrittrice iraniana, oggi docente universitaria, tratteggia per il Sir il profilo di Mojtaba Khamenei. Sugli scenari che si aprono, l’esperta risponde: “Dipende da come agirà e da chi ha al suo fianco, ovvero dai suoi consiglieri. Dobbiamo augurarci che siano persone sagge”. Di M. Chiara Biagioni

Dopo giorni di voci e speculazioni, la notizia è stata ufficializzata: Mojtaba Khamenei, figlio di Ali Khamenei ucciso negli attacchi degli Stati Uniti e di Israele del 28 febbraio, è stato scelto come nuova Guida suprema iraniana dall’Assemblea degli esperti, il gruppo di religiosi sciiti responsabile, secondo la legge iraniana, della scelta del leader supremo del Paese. La nomina di Mojtaba Khamenei a terzo leader della Repubblica Islamica è stata annunciata dalla tv di Stato iraniana. Il Sir ha chiesto a Farian Sabahi, giornalista e scrittrice iraniana, professoressa associata all’Università Insubria e visiting senior fellow alla London School of Economics, di tratteggiare il profilo della nuova guida suprema e quali scenari può aorire questa nomina.

Professoressa, chi è Mojtaba Khamenei?

56 anni, Mojtaba Khamenei è il secondogenito di Ali Khameneì, leader supremo della Repubblica islamica dal 1989, ucciso dalle bombe americane e israeliane il 28 febbraio scorso.

Mojtaba è una delle figure più influenti dietro le quinte.

Dopo la scuola secondaria, entra nei pasdaran, partecipa negli ultimi anni alla guerra contro l’Iraq, per poi intraprendere studi religiosi in un seminario sciita nella città santa di Qom. Dal 1997 è operativo nell’ufficio del padre con funzioni politiche e di sicurezza. A differenza di molti politici, ha sempre mantenuto un profilo pubblico basso, ma ha avuto un peso rilevante. Ha costruito una rete di relazioni tra i vertici religiosi e i servizi di sicurezza, è ritenuto molto vicino ai pasdaran e ai miliziani basij. Di fatto, ha sempre esercitato potere senza avere incarichi pubblici. La sua figura è controversa, tant’è che è stato accusato da esponenti dell’opposizione di aver influenzato le elezioni presidenziali del 2009 a favore di Mahmoud Ahmadinejad. Le proteste che seguirono, note come Onda verde, furono represse con durezza e Mojtaba è stato indicato come uno dei coordinatori della repressione di regime. Nel 2019 il Dipartimento del Tesoro US lo ha inserito tra le persone sanzionate per il suo ruolo nel sistema politico e repressivo.

Quale messaggio lancia l’Iran al mondo e soprattutto agli Stati Uniti questa scelta?

Se l’Assemblea degli Esperti avesse scelto l’ex presidente moderato Hassan Rohani, si poteva sperare in un compromesso. Mojtaba, secondogenito di Khamenei è invece ritenuto più radicale del padre, più militare che militante religioso.

Il presidente Trump ha già detto: “Chiunque sia scelto senza consenso americano non durerà”. Cosa potrebbe succedere? Questa nomina favorirà un processo di pace oppure peggiorerà la situazione?

Dipende da come agirà Mojtaba e da chi ha al suo fianco, ovvero dai suoi consiglieri.

Dobbiamo augurarci che siano persone sagge. Potrebbero cercare un compromesso con l’Occidente in cambio del cessate il fuoco. Oppure Mojtaba potrebbe continuare la politica del padre. Nel terzo scenario, il nuovo leader supremo potrebbe dimostrarsi ancora più duro. Se in una fatwa (editto religioso) il padre aveva dichiarato haram (illecito) il possesso e l’uso dell’atomica dal punto di vista religioso, il figlio non esiterebbe a reinterpretare le scritture: quando la fede e la vita dei credenti sono in grave pericolo, mentire diventa verità.

Il popolo iraniano come vede questa nomina? Mojtaba Khamenei favorirà il rispetto dei diritti umani e delle libertà in Iran?

Non credo che Mojtaba favorirà il rispetto dei diritti umani e delle libertà, anche perché è la rappresentazione politica e religiosa dei pasdaran e dei miliziani basiji. In un contesto di guerra, in cui Israele e gli Stati Uniti hanno decapitato la leadership e stanno distruggendo le infrastrutture dell’Iran, i diritti umani e le libertà passano purtroppo in secondo piano.

Ha notizie dall’Iran? Noi non riusciamo a entrare in contatto con le comunità cattoliche presenti a Teheran. Lei ha notizie dirette da lì?

Internet funziona a intermittenza, amici e parenti comunicano con la linea fissa, per pochi secondi giusto per dire che sono ancora vivi. Nei giorni scorsi ho avuto notizia da una coppia mista, lui italiano e lei iraniana, abitano a Teheran vicino a quella che era l’abitazione di mia nonna e di mia zia. Stanno bene e non hanno intenzione di lasciare Teheran. Mio cugino Davood è anche lui a Teheran. È cittadino statunitense e iraniano, sta sbrigando alcune cose per poi tornare dai figli a New York, dove vive da quando ha vent’anni e dove lavora come fotografo. Durante la guerra dei 12 giorni era scappato dal confine con la Turchia e poi era venuto a Torino, a casa mia, un mese e mezzo in attesa di capire se c’erano le condizioni per rientrare a Teheran. Di mio zio Nasser, fratello minore di mio padre, e dei suoi figli ho notizie tramite le mie cugine che vivono in California: a causa delle mie attività in difesa dei diritti umani alcuni parenti in Iran hanno preferito non avere più rapporti diretti con me, per evitare ripercussioni da parte del regime.

Ogni mattina mi sveglio chiedendomi se sono ancora vivi. Sir 9

 

 

 

 

“Non c’è energia spesa meglio di quella che dedichiamo a liberare il cuore”

 

L'Angelus di oggi. L'appello per la pace e il ricordo della giornata della donna - Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano. “Il dialogo fra Gesù e la donna samaritana, la guarigione del cieco nato e la risurrezione di Lazzaro, fin dai primi secoli della storia della Chiesa, illuminano il cammino di chi, a Pasqua, riceverà il Battesimo e inizierà una vita nuova. Queste grandi pagine evangeliche, che leggiamo a partire da questa domenica, sono donate ai catecumeni, ma nello stesso tempo vengono riascoltate da tutta la comunità, perché aiutano a diventare cristiani oppure, se lo si è già, a esserlo con più autenticità e più gioia”. Papa Leone XIV recita l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.

Prima della preghiera mariana commenta il Vangelo odierno. “Come Gesù suggerisce alla Samaritana, l’incontro con Lui attiva nel profondo di ciascuno «una sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna. Quante persone, in tutto il mondo, cercano anche oggi questa sorgente spirituale! «A volte riesco a raggiungerla – scriveva la giovane Etty Hillesum nel suo diario –, più sovente essa è coperta da pietre e sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo. Carissimi, non c’è energia spesa meglio di quella che dedichiamo a liberare il cuore. Per questo, la Quaresima è un dono: entriamo nella terza settimana e possiamo ormai intensificare il cammino!”, dice il Papa.

Poi il Pontefice aggiunge: “Nei campi, quattro mesi prima della mietitura, non si vede quasi nulla. Ma là dove noi non vediamo nulla, la Grazia è già in azione e i frutti sono pronti da raccogliere. La messe è molta: forse gli operai sono pochi, perché distratti da altre attività. Gesù, invece, è attento. Quella donna samaritana, stando alle consuetudini, avrebbe dovuto semplicemente ignorarla; invece Gesù le parla, la ascolta, le dà credito senza secondi fini e senza disprezzo. Quante persone cercano nella Chiesa questa stessa delicatezza, questa disponibilità!”.

“E come è bello quando perdiamo il senso del tempo per dare attenzione a chi incontriamo, così com’è. Gesù dimenticava persino di mangiare, tanto lo nutriva la volontà di Dio di raggiungere tutti nel profondo. Così la Samaritana diventa la prima di tante evangelizzatrici. Dal suo villaggio di disprezzati e reietti, molti, per la sua testimonianza, vengono incontro a Gesù, e anche in loro la fede sgorga come acqua pura”, conclude infine il Pontefice.

Subito dopo la preghiera mariana il Papa passa ai consueti saluti e appelli. Il primo forte appello è per la pace. “Da Iran, da tutto il Medio Oriente continuano a giungere notizie che destano profonda costernazione, agli episodi di violenza e devastazione, il clima di odio e paura si aggiunge il timore che il conflitto si allarghi”. Il Papa ricorda “il caro Libano”, la paura che “possa sprofondare nuovamente nell’instabilità”, per questo “eleviamo la nostra preghiera al Signore perché tacciano le armi” e si apra al dialogo “nel quale si possano sentire le voci dei popoli”. Infine la supplica a Maria affinché interceda per coloro che soffrono a causa della guerra.

Poi il pensiero per oggi, 8  marzo, ricorre giornata della donna.  “Rinnoviamo l’impegno che per noi cristiani è fondato sul Vangelo per il riconoscimento della pari dignità tra uomo e donna, purtroppo molte donne fin dall’infanzia sono ancora discriminate , a loro va la mia solidarietà e preghiera”, dice infine il Papa. Aci 8

 

 

 

 

Leone XIV incontra cappellani e officiali dell’Ordinariato Militare per l’Italia

 

"Difendere i deboli, tutelare la convivenza pacifica, intervenire nelle calamità" - Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano. Papa Leone XIV riceve in Udienza questa mattina i membri dell’Ordinariato Militare per l’Italia in occasione del Centenario di fondazione (1926-2026) dal tema: “Inter Arma, Caritas”. L’assistenza spirituale dell’Ordinariato Militare tra memoria e profezia. “Queste sono le parole che stanno orientando il cammino del Centenario dell’Ordinariato Militare per l’Italia, un evento che custodisce memoria, attualità e profezia”, dice subito il Papa ricevendo in Sala Clementina i 350 ospiti tra autorità politiche e militari.

Perché “per i cristiani la memoria ha un carattere unico: è celebrazione di Dio che entra nella storia, perché la fede cristiana si fonda su un fatto storico e la salvezza non è un’idea, ma la persona vivente del Signore Gesù Cristo”.

“In questo orizzonte si colloca la missione del militare cristiano. Difendere i deboli, tutelare la convivenza pacifica, intervenire nelle calamità, operare nelle missioni internazionali per custodire la pace e ristabilire l’ordine”, dice il Papa nel suo discorso.

Per il Papa l’ordinariato “vuole essere un laboratorio efficace dell’agire di Dio in favore dell’uomo, uno spazio di formazione per il passaggio dall’amor sui all’amor Dei”.

“Nel pascere le sue pecore, non cerchiamo i nostri interessi, ma i suoi”. E poi il Pontefice ricorda come “tanti Cappellani Militari hanno incarnato queste parole e hanno reso visibile la carità pastorale fino all’eroismo delle virtù, talvolta fino al martirio”.

Per il Papa il cappellano “si pone anche al servizio del dialogo tra i popoli, le culture e le religioni, testimoniando una Chiesa che si fa strumento di unità”, con un’azione di promozione “del bene comune e della pace sociale”.

Nel pomeriggio la celebrazione in occasione della riapertura, dopo il restauro, della chiesa di Santa Caterina da Siena a Magnanapoli, (chiesa principale della chiesa castrense) presieduta dall’ordinario militare Gian Franco Saba. aci 7

 

 

 

 

Il Papa affida alla preghiera per tutto marzo la supplica per la pace nel mondo

 

La presidenza della Cei indice una giornata di preghiera e digiuno il 13 marzo

Città del Vaticano. Il Papa affida alla preghiera per tutto il mese di marzo la supplica per la pace nel mondo, "chiedendo che le nazioni rinuncino alle armi e scelgano la via del dialogo e della diplomazia".

Nel video messaggio Leone XIV dice: " Disarma i nostri cuori dall’odio, dal rancore e dall’indifferenza, perché possiamo diventare strumenti di riconciliazione.

Aiutaci a comprendere che la vera sicurezza non nasce dal controllo alimentato dalla paura, ma dalla fiducia, dalla giustizia e dalla solidarietà tra i popoli. Signore, illumina i leader delle nazioni, affinché abbiano il coraggio di abbandonare i progetti di morte, fermare la corsa agli armamenti e mettere al centro la vita dei più vulnerabili. Fa’ che la minaccia nucleare non condizioni mai più il futuro dell’umanità. Spirito Santo, rendici costruttori fedeli e creativi di pace quotidiana: nei nostri cuori, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità e nelle nostre città. Che ogni parola gentile, ogni gesto di riconciliazione e ogni scelta di dialogo siano semi di un mondo nuovo".

E intanto la Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana promuove una Giornata di preghiera e digiuno per venerdì 13 marzo. L’invito è rivolto a tutte le comunità ecclesiali affinché chiedano al Re della Pace di salvare l’umanità dagli orrori e dalle lacrime di tutti i conflitti in corso.

La Giornata del 13 marzo vuole essere un’ulteriore occasione per implorare il dono della pace in Medio Oriente e in tutti gli angoli della terra devastati dalla divisione, dalla distruzione e dalla morte. Per questo, l’Ufficio Liturgico Nazionale ha offerto alcune indicazioni e proposte per la Celebrazione Eucaristica, la Via Crucis e il digiuno. In particolare, si pregherà perché “si apra presto un cammino di pace stabile e duratura” e perché “quanti soffrono a causa della violenza e dell’odio, le vittime dei bombardamenti, i profughi, i feriti e le famiglie nel lutto trovino conforto nella solidarietà della comunità cristiana e nella speranza che viene da Dio”. Aci 6

 

 

 

 

Guerra in Iran: tutti i vescovi cattolici chiedono diplomazia e condannano

 

Dal Golfo Persico all'Australia, dagli Stati Uniti all'America Latina, vescovi e conferenze episcopali di ogni continente hanno risposto in modo convergente all'attacco militare contro l'Iran. Con molte voci ma una stessa grammatica: fermare l'escalation, proteggere i civili, restituire alla diplomazia il suo ruolo. Sullo sfondo, il magistero di Papa Leone XIV e la denuncia della Santa Sede – di Riccardo Benotti

 “La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile”. Le parole pronunciate da Leone XIV all’Angelus del 1° marzo, il giorno successivo all’avvio dell’offensiva su Teheran, hanno offerto il punto di riferimento entro cui si è articolata la risposta ecclesiale internazionale. Il card. Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, è tornato sulla crisi il 4 marzo denunciando i “doppi standard” nella comunità internazionale, dove alcune vittime civili rischiano di essere considerate semplici “danni collaterali”. Nel giro di pochi giorni si è delineato un quadro di prese di posizione provenienti da episcopati, organismi ecclesiali e realtà cattoliche di diversi continenti, accomunate da un richiamo insistente alla responsabilità politica e alla priorità della diplomazia.

Una grammatica comune per voci geograficamente lontane

Il tratto più significativo della risposta ecclesiale è la sua sorprendente convergenza. Nonostante le differenze di contesto – vescovi statunitensi chiamati a commentare un’operazione militare del proprio governo, episcopati europei preoccupati per la stabilità dell’ordine internazionale, presuli asiatici attenti alla sorte dei migranti nel Golfo – il nucleo del messaggio resta identico: la guerra non può essere considerata uno strumento legittimo della politica. Negli Stati Uniti, l’arcivescovo Paul Coakley, presidente della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti, ha avvertito del “rischio di trasformare il conflitto in una guerra regionale più ampia”, chiedendo “un ritorno all’impegno diplomatico multilaterale”. In Europa, la Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea (Comece) ha messo in guardia contro “un indebolimento dell’ordine internazionale basato su regole”, invitando l’Ue a riscoprire la propria “vocazione originaria di progetto di pace”. In Germania, mons. Heiner Wilmer, presidente della Conferenza episcopale tedesca, ha espresso “profonda preoccupazione” per i nuovi combattimenti, ricordando che la sicurezza di Israele resta un bene fondamentale ma interrogandosi se l’escalation militare possa davvero portare più pace e libertà nella regione. La Conferenza episcopale irlandese ha ribadito questo principio senza ambiguità: “La guerra non è la risposta. Nessun leader politico ha l’autorità di scatenarla a proprio piacimento”.

Dai bunker del Golfo all’angoscia dei migranti asiatici

Lontano dai centri del potere geopolitico, la risposta ecclesiale ha assunto toni più pastorali e immediati. Nei Vicariati apostolici del Golfo Persico – dove la rappresaglia iraniana ha colpito installazioni militari negli Emirati Arabi Uniti, in Bahrein, in Qatar e in Kuwait – i pastori cattolici si sono trovati a gestire comunità di fedeli direttamente esposte alle tensioni. mons. Paolo Martinelli, vicario apostolico dell’Arabia del Sud, ha invitato i fedeli a “rimanere calmi e sereni”, chiedendo la recita del rosario per la pace, mentre mons. Aldo Berardi, vicario apostolico dell’Arabia del Nord, ha espresso la speranza che “si stabilisca un cessate il fuoco” e ha invitato i cristiani a “pregare incessantemente”, rivolgendo inoltre un appello ai leader politici e alla comunità internazionale perché coltivino “una prospettiva politica chiara ed equa” e aprano cammini di riconciliazione. Anche l’Asia ha espresso forte preoccupazione: la Federazione delle Conferenze episcopali asiatiche (Fabc), riunita a Bangkok, ha chiesto la cessazione immediata delle ostilità, ricordando che “la guerra ferisce in modo sproporzionato i più vulnerabili: i poveri, gli sfollati, i bambini e le generazioni future”. Il timore riguarda i milioni di lavoratori migranti provenienti da India e Filippine presenti nel Golfo. Dall’India, il card. Filipe Neri Ferrão, presidente della Conferenza dei vescovi cattolici dell’India, ha invitato i fedeli a vivere domenica 8 marzo come giornata di preghiera per la pace in Medio Oriente, esprimendo particolare preoccupazione per gli indiani che lavorano nella regione.

Dal Pacifico all’America Latina: un coro globale contro la guerra

Mons. Timothy Costelloe, arcivescovo di Perth e presidente della Conferenza episcopale australiana, ha riaffermato lo stesso giudizio morale: “La violenza moltiplica solo la sofferenza; la guerra non è la risposta ed è sempre una sconfitta per l’umanità”. I vescovi australiani hanno espresso “profonda preoccupazione” per le vittime civili, ricordando gli australiani presenti nell’area “in missioni di peacekeeping e in attività umanitarie”. Pax Christi International ha denunciato i “recenti attacchi militari” chiedendo un immedia

to ritorno al negoziato, mentre la Conferenza episcopale del Cile e la Conferenza episcopale argentina hanno invitato a intensificare la preghiera per la pace e il dialogo. Ne emerge un coro che attraversa continenti e contesti ecclesiali diversi: da Washington a Manila, da Bruxelles a Buenos Aires, la risposta della Chiesa converge su un punto essenziale. La pace non è un’utopia morale, ma una responsabilità politica e spirituale. dip

 

 

 

 

 

Kirchen-Studie aus Fulda: Gemeinsam lebendig bleiben

 

Wie kann Kirche in Zukunft wieder mehr Menschen erreichen? Welche Formen von Gemeinschaft, Gottesdienst und Engagement tragen wirklich? Mit diesen Fragen beschäftigt sich die Studie „Gemeinsam lebendig bleiben – Ökumenische Impulse für eine Kirche mit Zukunft“, die im Bistum Fulda entstanden ist. Herausgeber der Studie ist Christian Hümpfner, der die Ergebnisse nun auch im Vatikan vorstellen konnte.

Ausgangspunkt der Untersuchung, aus der auch ein Buch entstand, das bei Herder erschienen ist, war eine grundlegende Frage: Was erwarten Menschen eigentlich von der Kirche? – mit Fokus auf die Vitalität christlicher Gemeinden in Fulda.

Dazu entwickelte das Forschungsteam einen Fragebogen mit 15 offenen Fragen, der sich an Gemeindeleitungen und Mitglieder richtete. Insgesamt arbeiteten über tausend Menschen aus unterschiedlichen Konfessionen mit. Im Fokus standen zentrale Dimensionen kirchlichen Lebens – von Diakonie und Nächstenliebe über Verkündigung und Predigt bis hin zu Gottesdienst und Gemeinschaft.

Wie die qualitative Auswertung deutlich gezeigt habe, erreiche nicht alles, was traditionell angeboten werde, die Menschen gleichermaßen, erörterte Christian Hümpfner im Gespräch mit Radio Vatikan. In der Studie konnten neben den Schwachstellen auch konkret Beispiele identifiziert werden, die vor Ort jeweils gut funktionieren und als Vorbild für andere Gemeinden dienen könnten.

Freikirchen oft näher an den Bedürfnissen

Ein zentrales Ergebnis der Studie: In vielen Bereichen schnitten Freikirchen besser ab als katholische und evangelische Gemeinden, was besonders deutlich beim Thema Gemeinschaft werde, so Hümpfner. Denn während Freikirchen stark auf persönliche Beziehungen und eine ausgeprägte Willkommenskultur setzten, bleibe dieses Bedürfnis in den großen Kirchen häufig unerfüllt. Auch in der Gestaltung von Gottesdiensten sehen die Forschenden Unterschiede: Freikirchliche Formate, die stärker auf Beteiligung und verständliche Vermittlung setzen, werden oft als zugänglicher wahrgenommen.

Ein weiterer wichtiger Punkt der Studie ist die Diakonie. Hier zeigt sich laut den Autoren, dass Hilfe nicht nur institutionell organisiert sein sollte. Vielmehr wünschten sich viele Menschen konkrete Unterstützung innerhalb der Gemeinde – von Gemeindemitgliedern für Gemeindemitglieder.

Ökumene neu denken

Die Studie plädiert darüber hinaus für ein erweitertes Verständnis von Ökumene. Ausdrücklich christlich verfasste Freikirchen sollten nicht länger als Randerscheinung betrachtet werden, sondern als Teil der gemeinsamen Landschaft. Mehr Zusammenarbeit – insbesondere in Mission und Evangelisation – könnte neue Dynamiken schaffen, so die Autoren, die den Blick über die eigenen konfessionellen Grenzen hinaus als entscheidenden Zukunftsfaktor identifizieren.

Grundsätzliches Ergebnis der Studie: Kirche kann lebendig sein – wenn sie sich stärker an den Bedürfnissen der Menschen orientiert, Gemeinschaft ernst nimmt und ökumenisch offener denkt.

Positive Resonanz aus dem Vatikan

Die Ergebnisse der zunächst lokal angelegten Studie wurden in Rom unter anderem Kardinal Kurt Koch vorgestellt, der im Vatikan für ökumenische Fragen zuständig ist. Der Schweizer Kardinal habe interessiert reagiert und ihnen seine ideelle Unterstützung zugesichert, so die Autoren – ein wichtiger Schritt für die weitere Verbreitung der Erkenntnisse.

Forschung geht weiter – mit Praxisbezug

Hümpfner, der in Paderborn Theologie studiert, will das Projekt nun im Rahmen einer Promotion weiterführen. Geplant ist eine deutschlandweite Untersuchung, die Theorie und Praxis enger verbindet.

Einen innovativen Ansatz stellen dabei sogenannte „One Heart Vision“-Gottesdienste und deren Soultruck-Projekt dar. Mit mobilen Bühnen sollen Gemeinden im gesamten deutschsprachigen Raum besucht werden. Bereits Monate vor solchen Veranstaltungen werden die Gemeinden analysiert und begleitet – ähnlich einer Beratung, um herauszufinden, was vor Ort gut funktioniert und wo es eventuellen Verbesserungsbedarf gebe. Besonders im Fokus steht dabei die Frage, ob große Events tatsächlich langfristige Effekte auf Gemeindeleben und Gottesdienstbesuch haben könnten.

Wissenschaftliche Begleitung und neue Perspektiven

Begleitet wird die Studie unter anderem von dem Paderborner Liturgiewissenschaftler Stephan Wahle. Für ihn hat die Untersuchung einen wichtigen eigenen „blinden Fleck“ sichtbar gemacht: Konzentriere sich die Ökumene doch oft zu stark auf katholische und evangelische Kirchen, während Freikirchen bislang zu wenig beachtet würden, räumt der Professor ein. Gerade hier sehen er jedenfalls großes Potenzial – sowohl für die Praxis als auch für die theologische Forschung. Insgesamt gelte es, diese Erkenntnisse nicht nur zu diskutieren, sondern konkret in die Praxis umzusetzen.

Ein Buch mit breiter Perspektive

Aus der Studie ist inzwischen auch ein Sammelband entstanden, an dem zahlreiche Autorinnen und Autoren aus unterschiedlichen Konfessionen mitgewirkt haben. Ziel war es, bewusst verschiedene Perspektiven zusammenzubringen – aus Wissenschaft und Praxis gleichermaßen. Das Interesse ist jedenfalls groß: Das im Herder-Verlag erschienene Buch war zeitweise bereits vergriffen. Inzwischen ist es wieder erhältlich.

Einzelheiten zur Publikation: Christian Hümpfner (Hg.): Gemeinsam lebendig bleiben - Ökumenische Impulse für eine Kirche mit Zukunft. Erschienen im Herder-Verlag, Preis etwa 24 Euro  (vn 30)

 

 

 

 

10 Jahre „Amoris laetitia“: Schönborn würdigt „Durchbruch“ in der Seelsorge

 

Vor zehn Jahren, am 8. April 2016, veröffentlichte Papst Franziskus das Schreiben „Amoris laetitia“ (Die Freude der Liebe). Das Dokument löste eine anhaltende Debatte innerhalb der katholischen Kirche aus. Kardinal Christoph Schönborn, der das Schreiben damals im Vatikan vorstellte, bezeichnete es in einem Interview mit der Nachrichtenagentur Kathpress als einen entscheidenden „Durchbruch“.

Papst Franziskus hatte in dem Dokument festgelegt, dass geschiedene Wiederverheiratete nicht mehr kategorisch von den Sakramenten Beichte und Kommunion ausgeschlossen sein müssen. Stattdessen erhielten Seelsorger die Möglichkeit, in Einzelfallprüfungen über den Zugang zu entscheiden. Schönborn wies den Vorwurf zurück, damit sei die kirchliche Lehre relativiert worden. Vielmehr spreche das Dokument „vom Leben“ und nehme die „Heldenhaftigkeit“ jener Menschen in den Blick, die unter schwierigsten Bedingungen versuchen, Familie zu leben.

 „Diese Menschen darf man nicht knebeln und nach rigorosen Kriterien bemessen“, so der emeritierte Wiener Erzbischof. Besonders die Passage, in der der Papst dazu aufruft, Kinder niemals in „Geiselhaft“ für die persönlichen Konflikte der Eltern zu nehmen, hob Schönborn als zentral hervor. Er betonte zudem, dass das Dokument keine „Sakramente zum Nulltarif“ eingeführt habe, sondern zu einer tiefgehenden Gewissenserforschung aufrufe.

Kontinuität statt Bruch

Schönborn widersprach der Ansicht, „Amoris laetitia“ stehe im Widerspruch zu früheren Dokumenten wie „Familiaris consortio“ (1981) von Papst Johannes Paul II. Er sehe darin vielmehr eine organische Fortentwicklung. Während Johannes Paul II. das Fundament und die Unauflöslichkeit der Ehe gesichert habe, biete das Schreiben von Franziskus nun den notwendigen „Lektüre-Schlüssel“, um die konkreten Lebensumstände der Gläubigen miteinzubeziehen.

Die oft kritisierte Fußnote Nr. 351, die den Kommunionempfang für Wiederverheiratete unter bestimmten Voraussetzungen ermöglicht, müsse laut Schönborn im Gesamtkontext des Dokuments gelesen werden. Es gehe nicht um neue Normen oder eine neue Lehre, sondern um „genaueres Hinschauen und Unterscheiden“.

Papst Leo XIV. setzt den Reformkurs fort

Die Debatte um die Ausrichtung der Familienpastoral wird im Herbst 2026 eine neue Stufe erreichen. Papst Leo XIV. hat angekündigt, im Oktober 2026 mit den Vorsitzenden aller weltweiten Bischofskonferenzen über die Inhalte von „Amoris laetitia“ zu beraten. Solche Treffen des Papstes mit allen Konferenzvorsitzenden gelten als seltene und kirchenpolitisch bedeutsame Ereignisse.

In einer aktuellen Botschaft unterstrich Papst Leo XIV., dass er den Ansatz seines Vorgängers vertiefen wolle. Die Kirche sei aufgerufen, „die Zerbrechlichkeit zu begleiten, zu unterscheiden und einzugliedern“. Ziel sei es, ein verkürztes Verständnis von Normen zu überwinden und die biblische Hoffnung auch in Krisensituationen erfahrbar zu machen. (kap 30)

 

 

 

 

Papst an US-Lokalpolitiker: „Dienst als Kern authentischer Autorität“

 

Papst Leo XIV. hat am Montag eine Delegation der Illinois Municipal League (IML) im Vatikan empfangen. Die Organisation mit Sitz in Springfield vertritt die Interessen von rund 1.300 Kommunen des US-Bundesstaates Illinois gegenüber der einzelstaatlichen und föderalen Ebene. Mario Galgano - Vatikanstadt

In seiner Ansprache schlug der Papst eine Brücke von der Liturgie der Karwoche zur Verantwortung politischer Entscheidungsträger. Er betonte, dass der Kern „authentischer Autorität“ im Dienst liege. Das österliche Geheimnis zeige, dass selbst schwierigste Umstände durch die Kraft der Liebe von innen heraus transformiert werden könnten.

An die anwesenden Bürgermeister und Verwaltungsvertreter gerichtet, erklärte er: „Als Männer und Frauen, die mit der Regierungsverantwortung betraut sind, sind auch Sie gerufen, das Geschenk des Dienstes zu entdecken und vorzuleben.“ Insbesondere gelte es, auf die Bedürfnisse der schwächsten und am meisten gefährdeten Mitglieder der Gesellschaft zu achten, um deren ganzheitliche menschliche Entwicklung zu fördern.

Kommunen als Orte der Begegnung

Unter Bezugnahme auf den ehrwürdigen Diener Gottes Giorgio La Pira, den ehemaligen Bürgermeister von Florenz, erinnerte der Papst daran, dass lokale Amtsträger das Leid ihrer Bürger mit allen Maßnahmen lindern sollten, die „die Liebe nahelegt und das Gesetz vorsieht“. Er mahnte an, dass Kommunen keine „anonymen Orte“ seien, sondern aus Gesichtern und Geschichten bestünden, die als „kostbare Schätze“ zu achten seien.

„Ich ermutige Sie, weiterhin den Armen, den Migranten und den Geringsten unter Ihnen zuzuhören“, so der Papst weiter. Ziel müsse es sein, jede Gemeinde zu einem Ort der „echten Begegnung“ zu machen, der jedem Individuum die Möglichkeit zur Entfaltung bietet.

Bezug zu Chicago und lokaler Geschichte

Zum Abschluss seiner Rede stellte Papst Leo XIV. den Dienst der Delegation unter den Schutz der heiligen Franziska Xaveria Cabrini. Er verwies dabei explizit auf ihr langjähriges Wirken in Chicago, der bevölkerungsreichsten Stadt des Bundesstaates Illinois, wo sie sich mit großem Einsatz den am meisten gefährdeten Menschen gewidmet hatte.

Der Papst drückte seine Dankbarkeit für den täglichen Dienst der Mandatsträger aus und versicherte sie seines Gebets, bevor er der Delegation und deren Angehörigen den Segen erteilte. (vn 29)

 

 

 

 

COMECE zu Migrantenrückführungen: „EU muss Schwächste schützen"

 

Die Kommission der Bischofskonferenzen der Europäischen Union (COMECE) hat sich in einer Stellungnahme zur Abstimmung des Europäischen Parlaments vom 26. März über die neue EU-Politik zur Migrationsrückführung geäußert. Giovani Zavatta

Maßnahmen, die Rückführungen erleichtern, die Inhaftierung ausweiten oder die Verantwortung an Drittstaaten delegieren, würfen „ernsthafte Fragen hinsichtlich des wirksamen Schutzes der Menschenrechte und der Achtung der Würde jedes Menschen“ auf, heißt es in der COMECE-Stellungnahme zur Abstimmung des Europäischen Parlaments vom vergangenen Donnerstag über die neue EU-Politik zur Migrationsrückführung.

Der vom Europäischen Parlament verabschiedete Text priorisiert die erzwungene Rückführung gegenüber der freiwilligen Ausreise und erweitert die Möglichkeiten zur Abschiebung irregulärer Migranten, einschließlich Drittstaaten als mögliche Zielländer.

Für die Bischöfe signalisiert diese Abstimmung „einen besorgniserregenden politischen Wandel im Parlament, der es ermöglicht, dass sich in Fragen von grundlegender Bedeutung neue Mehrheiten herausbilden“. Diese Entwicklung berge die Gefahr, „dass der Ansatz der Europäischen Union in Schlüsselbereichen wie Migration und dem Schutz unseres gemeinsamen Hauses so umgestaltet wird, dass er von ihren Gründungsprinzipien abweicht“.

Bekräftigung europäischer Werte

Die COMECE ist besonders besorgt über die potenziellen Folgen ihrer Position hinsichtlich der Würde und der Grundrechte schutzbedürftiger Menschen: „Das europäische Projekt gründet sich seit jeher auf die Prinzipien der Solidarität, der menschlichen Brüderlichkeit und des Schutzes der Schwächsten. Diese Prinzipien sind nicht optional; sie bilden das Herzstück der Identität der Union, und jede politische Entwicklung, die diese Prinzipien zu gefährden droht, erfordert sorgfältige Überlegung und ein erneutes Engagement.“

Die Abstimmung des Parlaments, so die Bischöfe, „verdeutlicht daher eine tiefere Besorgnis: eine potenzielle Identitätskrise innerhalb der Europäischen Union. In Zeiten globaler Unsicherheit ist Europa aufgerufen, seine Werte nicht zu verleugnen, sondern sie mit Klarheit und Mut zu bekräftigen.“

Migrationspolitik im Mittelpunkt der nächsten Versammlung

Die Erklärung fordert die Europäische Union und ihre Mitgliedstaaten nachdrücklich auf, in den anstehenden Verhandlungen sicherzustellen, dass die Migrationspolitik weiterhin fest in der Achtung der Menschenwürde, der Grundrechte und der Gründungswerte der EU verankert bleibt.

Die COMECE beteilige sich weiterhin an dieser Debatte und fördere eine Politik, die Gerechtigkeit und Mitgefühl gleichermaßen wahre. Ihre nächste Generalversammlung will die COMECE Mitte April in Zypern abhalten. Migration und Asyl werden dabei zu den Hauptthemen gehören. Die Bischöfe werden sich bei dieser Gelegenheit mit den jüngsten Entwicklungen in diesen Bereichen auseinandersetzen. (vn 29)

 

 

 

 

Leo XIV. in Monaco: Nein sagen zu den Götzen von Reichtum und Macht

 

Papst Leo XIV. hat von Monte Carlo aus Nein zu den Götzen des Reichtums und der Macht gesagt. „In der langen Fastenzeit der Welt, gerade jetzt, wo das Böse wütet und der Götzendienst die Herzen gleichgültig macht“, sollten die Menschen sich für Befreiung einsetzen.

„Die Befreiung von den Götzen ist das Freiwerden von einer Macht, die zu etwas Beherrschendem geworden ist, vom Reichtum, der zur Gier verkommen ist, von der Schönheit, die zur Eitelkeit verzerrt wurde.“ Das sagte Leo in der Predigt bei seiner Messfeier im Fußballstadion von Monaco am Samstagnachmittag.

Die Messfeier bei strahlendem Sonnenschein war Höhe- und Schlusspunkt einer eintägigen Reise des Papstes ins Fürstentum Monaco. Über 15.000 Menschen, darunter viele aus den Nachbarländern Italien und Frankreich, nahmen an der Eucharistiefeier teil. Der aus den USA stammende Papst, für den es die zweite Auslandsreise seines Pontifikats war, zeichnete die heutige Welt als von zwei gegenläufigen Bewegungen gezeichnet: „einerseits die Offenbarung Gottes, der sein Antlitz als allmächtiger Herr und Heiland zeigt, und andererseits das verborgene Wirken mächtiger Autoritäten, die bereit sind, ohne Skrupel zu töten“. Wo sich diese zwei Kurven kreuzten, erhebe sich das Kreuz, also „das Zeichen Jesu, das darin besteht, das Leben hinzugeben“.

„Jesus verändert die Weltgeschichte, indem er uns vom Götzendienst zum wahren Glauben, vom Tod zum Leben ruft“

„Auch heute noch werden weltweit so viele Pläne geschmiedet, um Unschuldige zu töten. Wie viele falsche Gründe werden vorgebracht, um sie aus dem Weg zu räumen! Doch der Hartnäckigkeit des Bösen steht die ewige Gerechtigkeit Gottes gegenüber, die uns stets aus unseren Gräbern erlöst.“ Gott erweiche die verhärteten Herzen durch seine Barmherzigkeit, die der „wahre Name seiner Allmacht“ sei. Der Papst drängte die Teilnehmenden an der Messfeier dazu, sich auf einen „Weg der Bekehrung“ zu machen, zu dem die Absage an die Götzen gehöre, also an „all jene Dinge, die das Herz versklaven, es kaufen und verderben“. Jesus verändere die Weltgeschichte, indem er uns vom Götzendienst zum wahren Glauben, vom Tod zum Leben rufe.

Frieden ist nicht bloß ein Kräftegleichgewicht

„Die Reinigung vom Götzendienst, der die Menschen zu Sklaven anderer Menschen macht, vollendet sich als Heiligung, als Gnadengabe, die die Menschen zu Kindern Gottes und zu Brüdern und Schwestern untereinander macht. Dieses Geschenk erhellt unsere Gegenwart, denn die Kriege, die sie mit Blut beflecken, sind Frucht des Götzendienstes der Macht und des Geldes. Jedes zerbrochene Leben ist eine Wunde am Leib Christi. Gewöhnen wir uns nicht an den Lärm der Waffen, an die Bilder des Krieges! Frieden ist nicht bloß ein Kräftegleichgewicht, sondern das Werk gereinigter Herzen, von Menschen, die im anderen einen Bruder und eine Schwester sehen, die es zu behüten gilt, nicht einen Feind, der vernichtet werden muss.“

Die Gläubigen in Monaco sollten „viele Menschen mit ihrem Glauben glücklich machen“ und „echte Freude“ verbreiten, wünschte sich Papst Leo. „Quelle dieser Freude ist die Liebe Gottes: die Liebe für das ungeborene und hilfsbedürftige Leben, das es stets anzunehmen und zu umsorgen gilt; die Liebe zum jungen und zum alten Leben, das in den Prüfungen jedes Alters gefördert werden muss; die Liebe zum gesunden und zum kranken Leben, das manchmal einsam ist und immer fürsorglichen Beistands bedarf.“ (vn 28)

 

 

 

 

 

 

Jahresempfang der Deutschen Bischofskonferenz für die Partner im christlich-islamischen Dialog

 

„Dem Frieden Raum geben“

Zum siebten Mal hat heute (27. März 2026) der Jahresempfang der Deutschen Bischofskonferenz für die Partnerinnen und Partner im christlich-islamischen Dialog stattgefunden. Rund 120 Gäste folgten der Einladung des Vorsitzenden der Unterkommission für den Interreligiösen Dialog, Bischof Dr. Bertram Meier (Augsburg), nach Frankfurt am Main.  Im Fokus des Empfangs stand die Verantwortung der Religionsgemeinschaften für ein friedliches Zusammenleben – in Deutschland und weltweit.

Eröffnet wurde der Abend mit einem Gebet im Dom St. Bartholomäus. Bischof Meier betonte dabei, dass Christen und Muslime trotz Unterschieden in der Glaubenslehre auch geistliche Berührungspunkte teilen. Er nannte dabei vor allem „das Bewusstsein, dass wir auf eine Wirklichkeit verwiesen sind, die größer ist als wir selbst – auf Gott, den barmherzigen Schöpfer. Im Gebet wenden wir uns an ihn, in unterschiedlichen Formen und Worten, aber mit einer ähnlichen Haltung: in dem Vertrauen, dass Gott es gut mit uns meint; in der Gewissheit, dass wir seiner Vergebung bedürfen und diese auch erlangen können.“ Das Gebet leiste dabei auch einen wirksamen Beitrag zum Frieden: „Gebet ist keine Flucht aus der Verantwortung. Es ist vielmehr eine Schule der Aufmerksamkeit. Wer Versöhnung erlangen will, muss selbst versöhnungsbereit werden. Wer Gerechtigkeit fordert, muss sie im eigenen Handeln verwirklichen. Wer den Frieden erbittet, muss dem Frieden Raum geben. Denn Frieden ist mehr als das Schweigen der Waffen – er beginnt im Herzen der Menschen.“  

Beim anschließenden Empfang im Haus am Dom griff Bischof Meier in seiner Eröffnungsansprache das Weltgebetstreffen für den Frieden auf, zu dem Papst Johannes Paul II. vor knapp 40 Jahren nach Assisi eingeladen hatte: „In einer Zeit, in der noch nicht abzusehen war, ob die Großmächte einen Ausweg aus der Logik des Wettrüstens finden würden, kamen in der Stadt des hl. Franziskus die Repräsentanten der großen Religionen zusammen. […] Als gläubige Menschen wissen wir, dass Frieden letztlich immer ein Geschenk Gottes ist. Damit jedoch der Friede, den Gott gibt, in dieser Welt wirksam wird, bedarf es unserer Mitwirkung. […] So war auch die Botschaft des historischen Treffens von 1986 eine zweifache: Wir beten für den Frieden – und wir handeln für den Frieden.“ Mit Blick auf die Lage in Deutschland unterstrich Bischof Meier: „Als Menschen des Dialogs müssen wir daher den Schulterschluss mit all jenen suchen, die das Anliegen teilen, einer Vereinnahmung von Religion durch radikale Kräfte entgegenzuwirken. Und: Wir brauchen echte Solidarität, wenn Menschen aufgrund ihrer Religionszugehörigkeit Anfeindungen und Übergriffe erfahren. Deshalb sage ich in aller Klarheit: Für Antisemitismus, Islamfeindlichkeit und jede Form der Menschenfeindlichkeit ist in unserer offenen Gesellschaft kein Platz!“

Die Vorsitzende der Christlich-Islamischen Gesellschaft, Dunya Elemenler, fasste in ihrem Grußwort die gemeinsame Aufgabe von Christen und Muslimen wie folgt zusammen: „Nicht nur über Dialog zu sprechen, sondern ihn zu leben. Nicht nur Strukturen zu schaffen, sondern Beziehungen zu stärken. Nicht nur Unterschiede zu benennen, sondern vor allem Vertrauen wachsen zu lassen. Denn am Ende entscheidet sich die Zukunft des interreligiösen Dialogs nicht auf dem Papier, sondern im Miteinander der Menschen. Wenn es uns gelingt, Dialog als echte Beziehungsarbeit zu verstehen und zu leben, dann kann daraus mehr entstehen als Verständigung: nämlich gegenseitige Wertschätzung, Vertrauen – und vielleicht sogar Freundschaft.“

Wie sich Ressentiments überwinden lassen und sich eine Kultur der Gewaltfreiheit entfalten kann, bildete im weiteren Verlauf des Abends einen Schwerpunkt des Gesprächs zwischen dem katholischen Künstler und Bischof Hermann Glettler (Innsbruck) und dem muslimischen Religionspädagogen und Imam Dr. Abualwafa Mohammed (Wien und Freiburg i. Br.). Beide verbindet eine langjährige Freundschaft. Als wichtige Voraussetzung für gelingende Dialogbeziehungen beschrieb Bischof Glettler eine Haltung der Offenheit: „Fruchtbare Dialoge gelingen nur, wenn wir uns selbst verletzlich machen und uns aus der Sicherheitszone der eigenen Positionen herauslocken lassen – hin zu einer beglückenden Erfahrung des Menschseins.“ Imam Mohammed wiederum bekräftigte: „Jede Art von Dialog lebt von Menschen, die einander wirklich zuhören und begegnen wollen.“ Gleichzeitig warb er für einen Perspektivwechsel, der das Freund-Feind-Denken überwindet: „Wahre Freiheit beginnt dort, wo ein Mensch sich nicht mehr vom Hass, von Angst oder von ideologischen Vereinfachungen bestimmen lässt. Sei es bei Rassisten, Weltverschwörern oder radikalen Islamisten – Hass folgt meist einem dualistischen Weltbild mit demselben Muster: Hier sind die Guten, dort die Bösen. Einen Ausweg gibt es nur, wenn wir versuchen, in jedem einen Menschen zu sehen.“ Bischof Glettler ermutigte dabei die Religionsgemeinschaften auch zu einer selbstreflexiven und veränderungsbereiten Haltung: „Wir können nur dann glaubwürdig für Menschenrechte und eine liberale Demokratie einstehen, wenn wir unsere eigene Geschichte reflektieren und benennen, wo wir die Freiheit von Menschen eher verhindert als gefördert haben. Jede Religionsgemeinschaft und Kirche verliert an Glaubwürdigkeit, wenn sie nicht auch selbst zur inneren Erneuerung bereit ist.“

Bischof Glettler und Imam Mohammed haben im vergangenen Jahr auch ein Buch zu ihren Dialogerfahrungen veröffentlicht. Es trägt den Titel: Nicht den Hass, die Liebe wählen: Ein Bischof und ein Imam über Spuren der Hoffnung in einer verwundeten Gesellschaft.

Hintergrund- Im Jahr 2018 hat die Deutsche Bischofskonferenz zusammen mit ihrer Fachstelle CIBEDO (Christlich-islamische Begegnungs- und Dokumentationsstelle) erstmals zu einem bundesweiten Jahresempfang für die Partnerinnen und Partner im christlich-islamischen Dialog eingeladen. Ziel des Empfangs ist es, unterschiedliche Dialog-Akteure zusammenzubringen, geistliche und theologische Perspektiven der christlich-muslimischen Begegnung zu stärken und ein Zeichen des geschwisterlichen Miteinanders zu setzen. Die Begegnung findet jeweils in zeitlicher Nähe zum Hochfest „Mariä Verkündigung“ statt, das neun Monate vor Weihnachten gefeiert wird (25. März). Maria erfährt als Mutter Jesu sowohl unter Christen als auch unter Muslimen große Wertschätzung und kann deshalb als verbindende Figur zwischen beiden Religionsgemeinschaften gelten. Dbk 27

 

 

 

 

Libanon: „Kein gerechter Krieg“ – Bischof warnt vor Verschärfung der humanitären Lage

 

Die anhaltenden Angriffe im Libanon treffen nach Einschätzung eines Ortsbischofs nicht mehr nur militärische Ziele, sondern die gesamte Bevölkerung. „Das ist kein gerechter Krieg, es ist eine Niederlage für uns alle“, sagte der syrisch-katholische Bischof Jules Boutros dem päpstlichen Hilfswerk „Kirche in Not“ (ACN). Boutros ist seit 2022 Kurienbischof des syrisch-katholischen Patriarchats von Antiochia.

Aus Beirut berichtete der 43-jährige von einer zunehmend katastrophalen Lage im Land. Die israelischen Angriffe richteten sich offiziell gegen die vom Iran unterstützte Hisbollah, tatsächlich seien jedoch immer wieder zivile Einrichtungen betroffen. So seien zuletzt auch Gebäude in Wohngebieten getroffen worden, darunter Hotels – eines davon in einem überwiegend christlichen Viertel. „Niemand weiß, wer sich im selben Gebäude aufhält. Diese Unsicherheit betrifft jeden Libanesen. Das Risiko ist überall“, erklärte der Bischof.

Umdenken in Sachen Hisbollah?

Mit Interesse registriert Boutros, dass angesichts der jüngsten Eskalation auch ein Umdenken unter schiitischen Muslimen einsetze. „Früher hörte man aus der schiitischen Gemeinschaft kaum Kritik an der Hisbollah. Jetzt ist das anders.“ Besonders die Äußerung eines ranghohen schiitischen Geistlichen, wonach religiöse Gebäude nicht als Flüchtlingsunterkünfte dienen sollten, habe Empörung ausgelöst. Sunnitische Muslime, Christen und Drusen seien sich in der Ablehnung des Krieges ohnehin einig, sagte Boutros.

Besonders dramatisch sei die Situation im Süden des Libanon nahe der Grenze zu Israel. „Der gesamte Süden ist weitgehend entvölkert. Wir sprechen von hunderten von Dörfern“, sagte Boutros. Auch mehrheitlich von Christen bewohnte Ortschaften seien von Angriffen betroffen. Viele Menschen seien geflohen und wüssten nicht, ob sie jemals zurückkehren könnten. Internationale Beobachter gehen von rund einer Million Binnenflüchtlinge im Libanon aufgrund der jüngsten Eskalation aus.

„Jede noch so kleine Spende bedeutet sehr viel“

Die humanitäre Lage verschärfe sich dramatisch, so der Bischof. Die Kirche im Libanon spiele eine zentrale Rolle bei der Versorgung der Vertriebenen: „Christliche Gemeinden haben ihre Türen weit geöffnet.“ Gleichzeitig stoßen viele Einrichtungen an ihre Grenzen. Die Bedürfnisse seien vielfältig und reichten von Treibstoff für Generatoren über Lebensmittel bis hin zu psycho-spiritueller Begleitung.

Besonders schwierig sei die Situation für Familien, die Angehörige aufgenommen haben und von öffentlicher Hilfe nicht erfasst würden. In manchen Regionen sei es zudem zu gefährlich, Hilfsgüter direkt zu verteilen. „Deshalb ist finanzielle Unterstützung oft die einzige Möglichkeit, zu helfen“, erklärte Boutros.

„Kirche in Not“ unterstützt die Kirche im Libanon seit Jahrzehnten und hat seine Hilfe angesichts der aktuellen Krise weiter verstärkt. Bischof Boutros dankte ausdrücklich für diese Unterstützung: „Aus dem Libanon danken wir Ihnen für alles, was Sie für unsere Kinder, Familien und besonders für die Vertriebenen tun.“ Zugleich richtete er einen dringenden Appell an das Ausland: „Wir brauchen noch mehr Hilfe. Jede noch so kleine Spende bedeutet sehr viel.“

Unterstützen Sie die kirchliche Nothilfe im Libanon mit Ihrer Spende – online unter: www.spendenhut.de oder auf folgendes Konto:

Empfänger: KIRCHE IN NOT, LIGA Bank München

IBAN: DE63 7509 0300 0002 1520 02

BIC: GENODEF1M05 Verwendungszweck: Libanon    KiN 27

 

 

 

 

EU: McGuinness ist neue Sonderbeauftragte für Religionsfreiheit

 

Die EU-Kommission hat am Donnerstag die Irin Mairead McGuinness zur neuen Sonderbeauftragten für Religions- und Glaubensfreiheit außerhalb der Europäischen Union ernannt. In dieser Funktion soll sie Dialogprozesse sowohl mit staatlichen Stellen als auch mit Organisationen und Vertretern verschiedener Glaubensrichtungen unterstützen.

Die Position war nach dem Ausscheiden des vorherigen Amtsinhabers Franciscus Van Daele im Jahr 2024 über ein Jahr lang unbesetzt geblieben.

Aufgabenprofil und politischer Hintergrund

Die Kommission begründete die Ernennung mit dem Ziel, den Schutz der Religionsfreiheit und der Menschenwürde international zu stärken. „Die anhaltende Verfolgung von Einzelpersonen und Minderheiten aus religiösen, weltanschaulichen und ethnischen Gründen macht den Schutz und die Förderung dieser Freiheit außerhalb der EU umso wichtiger“, hieß es in einer Mitteilung der Brüsseler Behörde. Zu den Kernaufgaben der 66-Jährigen gehört künftig die Koordinierung diplomatischer Dialoge mit Nicht-EU-Staaten sowie die Förderung von religiöser Vielfalt und Toleranz.

McGuinness verfügt über langjährige Erfahrung in den europäischen Institutionen. Von 2020 bis 2024 war sie EU-Kommissarin für Finanzdienstleistungen, Finanzstabilität und Kapitalmarktunion. Zuvor gehörte sie ab 2004 dem Europäischen Parlament für die christdemokratische EVP-Fraktion an, zeitweise als dessen Vizepräsidentin. In dieser Funktion war sie bereits für den Dialog des Parlaments mit den Religionen zuständig und verfolgte das Ziel, Religionsgemeinschaften strukturierter in Gesetzgebungsprozesse einzubinden.

Werdegang und Reaktionen

Die Politikerin wuchs in einem katholischen Elternhaus mit sieben Geschwistern auf. Sie studierte Agrarökonomie am University College Dublin sowie Buchhaltung und Finanzwesen. Vor ihrer politischen Karriere war sie von 1980 bis 2004 als Journalistin tätig.

Anlässlich ihrer früheren Ernennung zur Kommissarin verwies der damalige Vizepräsident der EU-Bischofskommission COMECE, Bischof Noel Treanor, auf ihre Fähigkeit, Kompromisse zu finden. McGuinness selbst bezeichnete Religion in einem Interview mit der Katholischen Nachrichten-Agentur (KNA) im Jahr 2017 als festen Bestandteil ihres Lebens und gab an, den Glauben von ihrer Mutter geerbt zu haben.

Das Amt des Sonderbeauftragten für Religionsfreiheit wurde 2016 geschaffen, um die diplomatischen Bemühungen der EU in diesem Bereich zu bündeln und den Schutz verfolgter Gruppen weltweit zu intensivieren. (kna 26)

 

 

 

 

Kardinal Parolin: „Die Liturgie darf kein Schlachtfeld werden“

 

Am Rande eines Studientages über den Staatsmann Alcide De Gasperi in der Vatikanischen Apostolischen Bibliothek hat Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin Stellung zu mehreren aktuellen Themen bezogen. Vor Journalisten äußerte er sich zur liturgischen Debatte, zur Lage im Heiligen Land und zum politischen Erbe De Gasperis. Mario Galgano

In Bezug auf eine aktuelle Botschaft von Papst Leo XIV. an die französischen Bischöfe betonte Parolin die Notwendigkeit, Spaltungen innerhalb der Kirche zu vermeiden. „Die Liturgie darf nicht zu einem Grund für Konflikte und Spaltungen zwischen uns werden“, erklärte der Kardinal. Ziel müsse es sein, eine Formel zu finden, die „legitimen Bedürfnissen“ entgegenkomme, ohne die Liturgie zu einem „Schlachtfeld“ zu machen. Er unterstrich, dass diese Besorgnis in der Kirchenleitung geteilt werde.

Ostern und die Lage im Heiligen Land

Mit Blick auf das bevorstehende Osterfest erneuerte der Kardinalstaatssekretär den Appell zur Beendigung bewaffneter Konflikte. „Ostern ist das Fest des Friedens, des Friedens des auferstandenen Herrn. Es ist ein besonderer Anlass, die Einladung zu erneuern, dieser Torheit des Krieges ein Ende zu setzen“, so Parolin.

Zur Situation in Jerusalem, insbesondere zur ersten Schließung der Grabeskirche seit der Pandemie, bezeichnete er die Lage in der Region als „sehr schwierig“. Er äußerte jedoch die Hoffnung, dass die Riten der Karwoche zumindest im Inneren der Basilika gefeiert werden könnten. Auf die Frage nach einem offiziellen Friedensappell des Vatikans zu Ostern antwortete er: „Ich gehe davon aus, dass der Papst dies tun wird.“

Das Erbe von Alcide De Gasperi

Der Studientag, der im Sixtinischen Saal der Apostolischen Bibliothek stattfand, befasste sich mit der Zeit, die der spätere italienische Ministerpräsident Alcide De Gasperi während des Faschismus als Bibliothekar im Vatikan verbrachte. Auf die Frage, was heutige Politiker von De Gasperi lernen könnten, antwortete Parolin lakonisch: „Das Schweigen.“

An der wissenschaftlichen Veranstaltung nahmen unter anderem Experten wie Agostino Giovagnoli (Università Cattolica del Sacro Cuore), Paolo Vian (Vatikanisches Apostolisches Archiv) und Philippe Chenaux (Pontificia Università Lateranense) teil. Begleitend zur Konferenz wurde eine Ausstellung mit Originalmanuskripten und Dokumenten aus der Zeit De Gasperis im Vatikan präsentiert. (vn/sir 26)

 

 

 

 

Bischof Dr. Heiner Wilmer SCJ wird neuer Bischof von Münster

 

Papst Leo XIV. hat heute (26. März 2026) den bisherigen Bischof von Hildesheim, Dr. Heiner Wilmer SCJ, zum neuen Bischof von Münster ernannt. Er wird die Nachfolge von Bischof em. Dr. Felix Genn antreten, der am 9. März 2025 in den Ruhestand getreten ist. Erst vor wenigen Wochen wurde Bischof Wilmer zum Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz gewählt.

Der stellvertretende Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Michael Gerber, gratuliert dem neuen Münsteraner Bischof und schreibt in einem Brief: „Eine große Aufgabe liegt vor Dir und ich wünsche Dir die Kraft und den Beistand Gottes. Die Teams in Bonn und Münster werden dich tatkräftig unterstützen, damit Du Deine beiden neuen Ämter in guter Weise bewältigen kannst. Ausdrücklich schließe ich auch das Team in Hildesheim mit ein, das ich bei meinen Besuchen dort kennen- und schätzen lernen durfte und das Dich in dieser Phase des Übergangs begleiten wird.“

Es seien bewegte Zeiten für Gesellschaft und Kirche und nun auch für den neuen Bischof von Münster, so Bischof Gerber: „Flächenmäßig ausgedehnt, beherbergt das Bistum Münster nunmehr die größte Zahl von Katholikinnen und Katholiken in Deutschland. Ich bin davon überzeugt: Deine bisherigen Wegstationen haben Dir viel an Kenntnis und Erfahrung für diese neue Aufgabe mitgegeben. Ich wünsche Dir sehr, dass Du die Zeit findest, mit möglichst vielen Menschen zusammenzutreffen und bald in Münster heimisch zu werden.“ Es sei zu erahnen, was die doppelte Aufgabe – ein Bistum neu kennenzulernen und Vorsitzender der Bischofskonferenz zu sein – bedeutet. „Aber ich bin mir sicher, dass Du mit Perspektive und Geschick, mit Positionierung und klaren Worten, mit dem mutigen Blick nach vorne und dem gleichzeitigen Blick für das Ganze die vor Dir liegenden Aufgaben gut bewältigen wirst. Dazu biete ich Dir selbstverständlich meine ganze Unterstützung an. Wer Deine Wortmeldungen und Deine Veröffentlichungen studiert, der stellt fest, dass Dich eine tiefe geistliche Grundhaltung prägt. Das ist ein großer Schatz und ich bin überzeugt: Dies wird Deinen Weg in und mit dem Bistum Münster und mit unserer Bischofskonferenz entscheidend prägen“, so Bischof Gerber. Er fügt in seinem Brief hinzu: „Mit den Menschen zwischen Harz und Nordsee verbinden Dich viele prägende gemeinsame Erfahrungen der vergangenen Jahre. Oft waren es herausfordernde Zeiten, wenn ich an die Bewältigung der Corona-Pandemie denke oder an die Aufarbeitung des Umgangs mit sexuellem Missbrauch. Mit Umsicht und Weitsicht bist Du das angegangen und ich bin mir sicher, dass Du genau mit diesem Blick die Aufgaben angehen wirst.“

Heiner Wilmer wurde am 9. April 1961 in Schapen (Emsland) geboren. Im August 1980 trat er in die Ordensgemeinschaft der Herz-Jesu-Priester ein und legte 1985 die Ewige Profess ab. Am 31. Mai 1987 wurde Wilmer in Freiburg zum Priester geweiht. Von 1987 bis 1993 studierte er in Rom und Freiburg. Nach verschiedenen Stationen als Referendar und Lehrer in Meppen, Vechta und der New Yorker Bronx wurde er Schulleiter des Gymnasiums Leoninum in Handrup. Von 2007 bis 2015 war Wilmer Provinzial der Deutschen Ordensprovinz der Herz-Jesu-Priester in Bonn und im Anschluss bis 2018 Generaloberer der Herz-Jesu-Priester in Rom. Am 6. April 2018 wurde Heiner Wilmer von Papst Franziskus zum 71. Bischof von Hildesheim ernannt, am 1. September 2018 wurde er zum Bischof geweiht und in sein Amt eingeführt. In der Deutschen Bischofskonferenz ist er seit September 2021 Vorsitzender der Kommission für gesellschaftliche und soziale Fragen. Er war von 2019 bis 2024 Vorsitzender der Deutschen Kommission Justitia et Pax. Bischof Dr. Heiner Wilmer SCJ wurde am 24. Februar 2026 zum neuen Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz gewählt. Dbk 26

 

 

 

 

„Hierarchische Struktur der Kirche ist kein menschliches Konstrukt“

 

Der hierarchische Aufbau der katholischen Kirche ist nichts Menschengemachtes, sondern kommt von Gott. Das hat Leo XIV an diesem Mittwoch betont.

In der Ansprache bei seiner Generalaudienz auf dem Petersplatz beschäftigte sich der Papst mit der Frage, warum die Kirche so ist, wie sie ist. Ausgangspunkt für seine Gedanken war der Text „Lumen Gentium“ des Zweiten Vatikanischen Konzils (1962-65).

„Die katholische Kirche hat ihr Fundament in den Aposteln, die Christus als lebendige Säulen seines mystischen Leibes bestimmt hat, und sie besitzt eine hierarchische Dimension, die im Dienst der Einheit, der Mission und der Heiligung aller Glieder wirkt. Diese heilige Ordnung gründet sich dauerhaft auf die Apostel (vgl. Eph 2,20; Offb 21,14), da sie maßgebliche Zeugen der Auferstehung Jesu sind (vgl. Apg 1,22; 1 Kor 15,7) und vom Herrn selbst in die Welt gesandt wurden (vgl. Mk 16,15; Mt 28,19).“

Bis zur Wiederkunft Jesu

Mit der Absicht, die Heilslehre Jesu treu zu bewahren, hätten die Apostel ihren Dienst an Männer übertragen, die die Kirche nach ihrem Ableben „weiterhin heiligen, leiten und unterweisen“ sollten, so der Papst. Und dieser Prozess – Theologen nennen das „apostolische Sukzession“ – sei immer noch im Gang und gehe weiter bis zur Wiederkunft Jesu.

„Diese apostolische Sukzession, die auf dem Evangelium und der Tradition gründet, wird in Kapitel III von Lumen Gentium … vertieft. Das Konzil lehrt, dass die hierarchische Struktur kein menschliches Konstrukt ist, das der inneren Organisation der Kirche als gesellschaftlichem Körper dient, sondern eine göttliche Einrichtung, die darauf abzielt, den Auftrag, den Christus den Aposteln gegeben hat, bis zum Ende der Zeiten fortzuführen.“

„Das dienende oder hierarchische Priestertum unterscheidet sich wesentlich und nicht nur dem Grad nach vom gemeinsamen Priestertum der Gläubigen“

Leo XIV. führte aus, dass es dem Konzil nicht darum gegangen sei, die institutionellen Elemente der Kirche darzustellen. Vielmehr habe es sich auf das „dienende oder hierarchische Priestertum“ konzentriert, das sich „wesentlich und nicht nur dem Grad nach“ vom gemeinsamen Priestertum der Gläubigen unterscheide. Über dieses gemeinsame Priestertum aller Getauften hatte der Papst bei seiner letzten Generalaudienz vor einer Woche gesprochen.

Das hierarchische und das allgemeine Priestertum seien – so zitierte Leo aus „Lumen Gentium“ – „miteinander verbunden, da beide, jedes auf seine Weise, am einzigen Priestertum Christi teilhaben“. „Das Konzil befasst sich also mit dem Dienst, der an Männer weitergegeben wird, die mit sacra potestas für den Dienst in der Kirche ausgestattet sind: Es geht insbesondere auf das Bischofsamt ein, dann auf das Priesteramt und auf den Diakonat als Stufen des einzigen Sakraments der Weihe.“

Dienst (und nicht Macht)

Mit dem Adjektiv „hierarchisch“ zeige das Konzil den „heiligen Ursprung des apostolischen Dienstes im Wirken Jesu“ auf. „Zunächst die Bischöfe und durch sie die Priester und Diakone haben Aufgaben (lateinisch: munera) erhalten, die sie in den Dienst ‚aller, die zum Volk Gottes gehören‘, führen… Lumen Gentium erinnert mehrfach und eindringlich an den kollegialen und gemeinschaftlichen Charakter dieser apostolischen Sendung…“

In dieser Optik sei das Amt, das in der Kirche den Geweihten anvertraut werde, ein Dienst. Unausgesprochen hieß das: Es geht beim Priester- und Bischofsamt, und bei der Hierarchie überhaupt, nicht um Macht. (vn 25)

 

 

 

 

Vatikan-Auswahl gastiert in Schwaben

 

Die inoffizielle Fußball-Nationalmannschaft des Vatikans bestreitet am Freitag, den 17. April, ein Benefizspiel in Dillingen an der Donau. Im dortigen Donaustadion trifft die Auswahl ab 18.00 Uhr auf die „Charity World Squad“, ein Team aus ehemaligen Profifußballern. Die Schirmherrschaft für die Begegnung haben der bayerische Ministerpräsident Markus Söder und der Augsburger Bischof Bertram Meier übernommen. Mario Galgano - Vatikanstadt

Die Mannschaft des Vatikans setzt sich primär aus Mitgliedern der Schweizer Garde, Mitarbeitern der Kurie sowie Wachpersonal der Vatikanischen Museen zusammen. Da der Stadtstaat weder der FIFA noch der UEFA angehört, nimmt das Team nicht an regulären Qualifikationsturnieren teil.

Ihnen gegenüber steht bei dem Benefiz-Spiel eine internationale Auswahl ehemaliger Lizenzspieler. Angeführt wird die „Charity World Squad“ von Kapitän und Ex-Nationaltorhüter Tim Wiese. Zum Kader gehören unter anderem Timo Gebhart, Andreas Ibertsberger, Slobodan Komljenovi? und Karim Matmour sowie die regionalen Akteure Ingo Feistle und Andreas Mayer. Trainiert wird die Auswahl von Armin Veh, dem Meistertrainer des VfB Stuttgart von 2007, unterstützt von Castro Dokyi Affum.

Erlöse für den guten Zweck

Laut dem Cheforganisator der SSV Dillingen, Christoph Nowak, befinden sich weitere prominente Namen wie Ailton oder Halil Altintop in der Abstimmung. „Wir werden den Zuschauern auf jeden Fall eine tolle Mannschaft bieten“, so Nowak. Geleitet wird die Partie vom ehemaligen FIFA-Schiedsrichter Felix Brych.

Die Einnahmen der Veranstaltung generieren sich aus dem Eintrittspreis von 5 Euro sowie Sponsorengeldern. Die Gelder werden zu gleichen Teilen an zwei Organisationen ausgeschüttet und zwar der Stiftung „Hilfe für kranke Kinder“ (Universitäts-Kinderklinik Tübingen), sowie „Olis Kinderwelt e.V.“ (Charityprojekt von Nationaltorwart Oliver Baumann). (pm 24)

 

 

 

 

Rom: 600 Jahre „Anima“ in Stein und Latein

 

Santa Maria dell’Anima, die Kirche der deutschsprachigen Gemeinde in Rom, ist reich an Inschriften wie kaum eine andere Kirche der Ewigen Stadt. Der Historiker Eberhard Nikitsch hat die steinernen Zeugen aus 600 Jahren Geschichte auf Marmorplatten, Gräbern, Kelchen, Glocken, Wandmalereien und Fenstern erfasst, übersetzt und kommentiert. Das Ergebnis liegt nun vor – gedruckt und online.

Altar und Tabernakel, kostbare Kruzifixe und Monstranzen, Gemälde, Kubaturen, Glanz und Licht: Das alles macht eine Kirche einzigartig und spricht unmittelbar zu den Gläubigen. Inschriften wirken zurückhaltender, weil starke visuelle Reize das Bild des Kultortes bestimmen. Zugleich kommt keine Kirche ohne Inschriften aus. Rund 350 davon zählt Santa Maria dell’Anima, die prachtvolle Kirche der deutschsprachigen Gemeinde in Rom zwei Schritte von der Piazza Navona.

„Inschriften sind eine ganz besondere historische Quelle. Normalerweise arbeiten Historiker mit Urkunden, mit Briefen, mit Chroniken. Das sind alles Quellen, die nur für wenige Leute bestimmt sind“, erklärt der Mainzer Historiker Eberhard Nikitsch. Anders Inschriften: Sie stehen auf Denkmälern, die öffentlich sind, und wollen gelesen werden. „Das ist der springende Punkt. Öffentlich heißt: Man will etwas aussagen, man will zeigen, wer man ist oder auch nicht ist. Man will das, was man im Leben war, eben auch als Denkmal in der Kirche noch einmal zeigen. Das ist das Spezielle.“

Inschriften sind Selbstaussagen

Die „Anima“ besteht aus einer Kirche mit Priesterkolleg und Gemeindesälen, ein geräumiges Haus. Die meisten Inschriften bietet naturgemäß die Kirche, denn sie ist für alle zugänglich „Wenn Sie da einmal waren, sind Sie überrascht, wenn Sie reinkommen: alles voll mit Denkmälern. Wenn Sie genau hinschauen, sind überall Inschriften dabei. Bei den Grabdenkmälern ist das völlig klar.“ Mit Hadrian VI. ist übrigens auch ein Papst in der Anima begraben – aber bei Wandmalereien muss man schon genauer hinschauen. „Die Anima ist groß und hoch, die Wandmalereien zum Beispiel oben im Schiff sehen Sie kaum, und die Inschriften dazu auch nicht. Aber es ist alles voll damit.“ Weiter geht es mit den Inschriften in der Krypta, im Hof und in der Sakristei, und es wird noch kleinteiliger: „Auf Kelchen, Monstranzen, Wandmalereien, Glasmalereien, Glocken – alles, was Sie im Prinzip beschriften können, wird beschriftet.“

„Es waren hochrangige Leute, die gut Latein konnten“

Die Inschriften sind alle auf Latein. Was aber erzählen sie? Die „Anima” entstand im späten Mittelalter und war bis ins 18. Jahrhundert die Begräbnisstätte der an der römischen Kurie beschäftigten Kleriker aus dem Heiligen Römischen Reich deutscher Nation, erklärt Nikitsch. „Das heißt: Es waren hochrangige Leute, die gut Latein konnten, oft Juristen waren und an der Anima als Richter oder als Notare gearbeitet haben und viel Geld verdient haben. In der Regel ehelos und ohne Kinder. Und wenn das Ende naht, geht man dorthin, wo man sich zu Hause fühlt – nämlich in die deutschsprachige Gemeinschaft der Anima – und vermacht der Kirche alles: die Häuser, den Schmuck, das Geld, die Weinberge, was Sie wollen. Gleichzeitig bittet man um ein Grabdenkmal.“ Aber auch in Rom gestrandete oder verstorbene deutsche Adelige, zum Beispiel solche auf Grand Tour, wurden in der „Anima“ beigesetzt und ihre Grabmäler entsprechend ihres Ranges dekoriert und beschriftet.

Nikitsch ist eigentlich Mittelalter-Spezialist. Doch auch aus dem 20. Jahrhundert haben sich in der „Anima“ reichlich Inschriften erhalten. Besonders solche aus der Zeit des berühmt-berüchtigten Rektors Alois Hudal. Der Österreicher leitete die „Anima“ 1923 bis 1952, also in der Zeit des Faschismus, Nationalsozialismus, des Kriegs und danach. „Heute ist er nur noch bekannt als Nazibischof. In Wirklichkeit war er von Anfang an ein hochengagierter Kleriker, der alles für die Anima getan hat – in einer Zeit, in der es große Probleme gab“, so Nikitsch.

Als Hudal 1923 nach Rom geschickt wurde, hatte der Erste Weltkrieg Österreich auf einen fragilen Rumpfstaat reduziert, die Kaiserzeit war dahin, die „Anima“ desolat und ohne Protektor und ihre Zukunft ungewiss. „Hudal hat von Anfang an begonnen, das wieder aufzubauen“ – und dabei reichlich Inschriften produziert, so Nikitsch. „Das sind hauptsächlich Bau- und Renovierungsinschriften, aber auch Inschriften auf Geräten, auf Monstranzen, auf allen möglichen Dingen. In den Fenstern, die er hat einbauen lassen, sind seine Inschriften drin. Er hat einige Grabdenkmäler für ihm vertraute Leute gestiftet und gespendet. Und das ist ein Teil seiner Geschichte, der oft vernachlässigt und unterschlagen wird.“

Gedruckt und online: alle Inschriften der „Anima“

Mit einer gewissen Akribie hat Nikitsch auch über die Jahrhunderte verschollene Inschriften der „Anima“ rekonstruiert – gar nicht wenige. „Also Inschriften etwa auf Reliquiaren, die irgendwann verschwunden sind, entweder verkauft oder geklaut oder versteigert worden sind. Das ist ungefähr halb und halb. Die Hälfte dieser alten Inschriften ist weg“  - die andere Hälfte ist vorhanden. Und alle 350 zusammen hat Nikitsch in den vergangenen fünf Jahren im Auftrag der „Anima“ entziffert, übersetzt und kommentiert. Die Arbeit liegt nicht nur in zwei schönen gedruckten Bänden vor, sondern auch online, auf der Homepage der „Anima“ (Teil 1 und Teil 2). (vn 24)

 

 

 

 

Vatikan veröffentlicht synodalen Bericht zu Armut und Ökologie

 

„Den Schrei der Armen hören“: Mit diesem Thema hat sich im Prozess der Weltsynode eine eigene Studiengruppe beschäftigt. Den Bericht dieser Studiengruppe hat das vatikanische Synodensekretariat nun vorgelegt.

23 Mal hat sich die Studiengruppe 2 bis Oktober 2025 via Zoom zusammengeschaltet, um über Entwicklung, soziale Gerechtigkeit und die Bewahrung der Schöpfung nachzudenken. Die Teilnehmenden: Kleriker wie Laien, Theologen und Seelsorgende aus dem globalen Süden und den reicheren Ländern, angeleitet von Kardinal Michael Czerny. Der kanadische Jesuit steht der vatikanischen Behörde für die ganzheitliche Entwicklung des Menschen vor.

Den Mitgliedern des Gremiums waren die Grenzen ihres Projekts eigener Aussage nach durchaus bewusst: So war beispielsweise kein Vertreter aus dem Nahen Osten dabei, und um auf die Anliegen indigener Gemeinschaften einzugehen, fehlten die Zeit und die Ressourcen. Dennoch fand die Studiengruppe zu einer Reihe von Vorschlägen und Empfehlungen, die – nach einem ersten Kapitel zur Methodologie – im zweiten Kapitel des Papiers ausgebreitet werden.

Für Gründung einer kirchlichen Behörde für Seelsorge und Teilhabe von Menschen mit Behinderungen

Konkret schlägt das Dokument der Studiengruppe 2 Online-Plattformen vor, auf denen best-practice-Beispiele gesammelt werden, nach dem Vorbild der „Laudato si‘ Action Platform“. „Vertreter vulnerabler Gruppen, Frauen und Persons of color“ sollen stärker in kirchlichen Gremien vertreten sein, und für die Unterstützung indigener Völker und von Menschen, die aufgrund des Kastensystems diskriminiert werden, wird der Aufbau „regionaler und internationaler Strukturen“ vorgeschlagen. Für Mitarbeiter in der Seelsorge soll es in Fragen sozialer und ökologischer Gerechtigkeit ständige Fortbildungen geben.

Das Papier spricht sich auch für die Gründung einer zentralen kirchlichen Behörde (Observatory) für die Seelsorge und Teilhabe von Menschen mit Behinderungen aus; dafür wird eine Struktur skizziert. Aus ihr ergibt sich, dass die Behörde, für die sich auch die Synodalversammlung vom Oktober 2024 ausgesprochen hat, gemeinsam von einem Bischof und einer Person mit Behinderung geleitet werden soll.

„Der Schrei der Armen und der Schrei der Erde müssen gemeinsam, nicht getrennt voneinander angegangen werden“

Was die kirchliche Menschenrechtsarbeit betrifft, betont das Schlussdokument der Studiengruppe, dass diese mit dem Einsatz für die Umwelt zusammengedacht werden sollte. „Der Schrei der Armen und der Schrei der Erde müssen gemeinsam, nicht getrennt voneinander angegangen werden.“ Im Übrigen sei die „gelebte Erfahrung der Armen und der Erde ein locus theologicus“, mit dem sich also auch die Theologen beschäftigen müssen.

Das Papier spricht von der „Vision einer synodalen Theologie, die auf der Begegnung mit verarmten und ökologischen Gemeinschaften gründet“. Es müsse in kirchlichen Beratungsgremien auf allen Niveaus mehr Theologen geben, die aus armen, marginalisierten oder generell unterrepräsentierten Gemeinschaften stammen, und der Zugang zu theologischer Bildung für Laien, speziell für Frauen aus marginalisierten Kontexten, sei zu erleichtern. Manches von dem, was die Studiengruppe in dieser Hinsicht schreibt, erinnert an die lateinamerikanische Erfahrung mit befreiungstheologischen Basisgemeinschaften.

Für stärkere Zusammenarbeit von Laien, Ordensleuten und Geweihten

Der Bericht der Studiengruppe setzt generell auf eine stärkere Zusammenarbeit von Laien, Ordensleuten und Geweihten. Arme Menschen dürften nicht als Objekte, sondern sollten als „aktive Subjekte der Evangelisierung“ gesehen werden. Die Rolle des Zuhörens müsse im kirchlichen Einsatz auf sozialem und ökologischem Gebiet viel wichtiger genommen werden als bisher; und dazu seien persönliche Begegnungen entscheidend.

Die katholische Weltsynode war 2021 vom damaligen Papst Franziskus auf den Weg gebracht worden. Ihr Motto: „Gemeinschaft, Teilhabe, Sendung“. Ziel des Prozesses war es, ein neues Miteinander in der Kirche zu entwickeln. Die zweite große Vollversammlung des synodalen Prozesses fand im Oktober 2024 im Vatikan statt. Derzeit läuft die Umsetzungsphase des Beschlossenen. Sie soll im Herbst 2028 in eine „Kirchliche Versammlung“ münden. Der synodale Prozess wird auch nach dem Tod von Papst Franziskus 2025 von seinem Nachfolger Leo XIV. fortgesetzt.

Zuletzt war am 10. März der Bericht der Studiengruppe 5 zur Rolle von Frauen in der Kirche veröffentlicht worden. In den an diesem Dienstag vorgelegten Bericht „Den Schrei der Armen hören“ sind nicht nur die Ergebnisse der Synodenberatungen eingegangen, sondern auch Beiträge, die an das Synodensekretariat geschickt worden waren. Die Studiengruppe hatte mit Fragebögen in fünf Sprachen um Beiträge und Ideen gebeten. Der Bericht soll als Arbeitsgrundlage für die weiteren synodalen Prozesse dienen. Er ist in mehreren Sprachen auf der offiziellen Webseite des Synoden-Sekretariats zugänglich.

(vn 24)

 

 

 

 

 

Palmsonntagskollekte am 29. März 2026

 

Bischof Meier fordert deutliches Zeichen der Solidarität

Der aktuelle Krieg im Iran schlägt ein weiteres leidvolles Kapitel in einer Region auf, die ohnehin von Terror und Krieg – insbesondere seit dem 7. Oktober 2023 – tief gezeichnet ist. Die Folgen sind auch für die Menschen im Heiligen Land unmittelbar zu spüren. Die Hoffnung auf Frieden rückt damit einmal mehr in weite Ferne und weicht der Sorge vor einem Flächenbrand, der die gesamte Region zu erfassen droht. Vor diesem Hintergrund rufen die deutschen Bischöfe im Rahmen der jährlichen Kollekte am Palmsonntag (29. März 2026) zur Unterstützung der Christen im Heiligen Land auf. Sie steht in diesem Jahr unter dem Motto „Hoffnung säen“. Dazu schreiben die Bischöfe: „Die andauernde Gewalt im Nahen Osten fordert nicht nur zahllose Menschenleben. Sie reißt auch die ohnehin tiefen gesellschaftlichen Gräben immer weiter auf. Die politische Realität scheint die Hoffnung auf Frieden und Versöhnung erstickt zu haben.“

„Doch inmitten von Resignation und Polarisierung“, so der Aufruf der Bischöfe weiter, „gibt es Juden, Christen und Muslime, die unbeirrt an der Vision eines friedlichen Miteinanders festhalten.“ Die Palmsonntagskollekte leistet dazu einen wichtigen Beitrag: Sie fördert Projekte und Initiativen des Deutschen Vereins vom Heiligen Lande und der Franziskaner im Heiligen Land, die sich insbesondere in der Dialog- und Versöhnungsarbeit engagieren und so die Hoffnung auf Frieden und eine bessere Zukunft stärken. Wie notwendig derartige Initiativen sind, betont auch der diesjährige Aufruf des Vatikans zur Kollekte für die Christen im Heiligen Land. Viele hätten durch Krieg, Gewalt und das Ausbleiben der Pilger alles verloren. Gerade die Christen, die trotz schwierigster Umstände vor Ort blieben, seien inmitten der Dunkelheit Zeugen der Hoffnung.

Bischof Dr. Bertram Meier, Vorsitzender der Kommission Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz, unterstreicht die dramatische Lage, in der sich die Christen in der Region befinden: „Unsere Schwestern und Brüder in dieser Weltgegend brauchen heute mehr denn je unser Gebet und unsere Unterstützung. Setzen wir ein deutliches Zeichen der Solidarität am diesjährigen Palmsonntag! Gerne mache ich mir das Wort von Papst Leo XIV. vom vergangenen Sonntag zu eigen, der sagte, dass dieser Konflikt im Nahen und Mittleren Osten ‚ein Skandal für die gesamte Menschheitsfamilie und ein Schrei im Angesicht Gottes‘ sei. Vergessen wir unsere Schwestern und Brüder nicht. Wir sind es ihnen schuldig.“Hinweise. Der Aufruf zur Palmsonntagskollekte ist als PDF-Datei auf www.dbk.de unter Aufrufe der deutschen Bischöfe verfügbar.

Die Botschaft des Vatikans zur Heilig-Land-Kollekte finden Sie unter: Appello per la Colletta dei Cristiani in Terra Santa.

 

Die Kollekte für die Christen im Heiligen Land wird weltweit – allerdings nicht an einem einheitlichen Termin – durchgeführt. In Deutschland findet die Kollekte in allen Gottesdiensten am Palmsonntag statt.

Schweiz: Bischöfe konkretisieren psychologische Eignungsprüfung

Knapp ein Jahr nach dem Erlass des Grundsatzdekrets vom 11. März 2025 hat die Schweizer Bischofskonferenz (SBK) nun die detaillierten Ausführungsbestimmungen für die psychologische Eignungsprüfung künftiger Seelsorgerinnen und Seelsorger verabschiedet. Die Regelungen definieren den Prozess von der Datenerhebung bis zur vertraulichen Aufbewahrung der Ergebnisse.

Das Assessment umfasst Berichte von drei Fachpersonen zu den Bereichen Testing, kompetenzorientiertes Gespräch sowie forensisch-klinisches Gespräch. Die Ergebnisse werden in einem sogenannten „diözesanen Abklärungsnachweis“ zusammengefasst. Während dieses summarische Dokument im regulären Ausbildungsdossier verbleibt, unterliegen die detaillierten Fachberichte einer strengeren Geheimhaltung.

Zur Koordination zwischen den Diözesen führt das Generalsekretariat der SBK künftig ein schweizweites Verzeichnis. Dieses enthält die Namen der Kandidatin oder des Kandidaten, Ort und Datum des Assessments sowie die auftraggebende Diözese oder Ordensgemeinschaft.

Das Verzeichnis dient dazu, den Diözesen und Ordensverantwortlichen Auskunft darüber zu geben, ob eine Person bereits ein Verfahren durchlaufen hat.

Fokus auf Persönlichkeitsmerkmale und Belastbarkeit

Vor der Zulassung zum pastoralen Dienst werden die Ergebnisse im Bischofsrat erörtert. Ziel ist die Evaluation von Merkmalen, die für das seelsorgerliche Wirken relevant sind. Dazu gehören laut Bestimmungen „Charaktereigenschaften, Team- und Kommunikationsfähigkeit, Belastbarkeit, Risikofaktoren und allfällige Einschränkungen“. Empfohlene Auflagen oder Maßnahmen aus dem Assessment müssen während der Ausbildung umgesetzt und deren Ergebnis dokumentiert werden.

Regelungen für Quereinsteiger und bestehendes Personal

Die Bestimmungen weiten die Prüfpflicht auch auf Personen aus, die in ausländischen Strukturen ausgebildet wurden. Während der Integrationsphase in eine Schweizer Diözese ist ein Assessment obligatorisch, wobei in begründeten Ausnahmefällen Abweichungen möglich sind. Die Kosten hierfür trägt das jeweilige Bistum.

Zudem sieht Punkt 7 der Bestimmungen sogenannte „Fokus-Assessments“ für bereits tätige Seelsorgende vor. Zeigen diese im Dienst Auffälligkeiten bezüglich „psychischer Verfasstheit, charakterlicher Ausgeglichenheit oder affektiver Reife“, kann der Diözesanbischof eine gezielte Abklärung anordnen.

Datenschutz und Einsichtsrechte

Den betroffenen Personen werden Kopien der Fachberichte sowie des Abklärungsnachweises ausgehändigt. Die detaillierten Gutachten werden vom Regens oder den Personalverantwortlichen „streng vertraulich an einem sicheren Ort“ verwahrt, zu dem nur die Leitung der Instanz und der Diözesanbischof Zugang haben. Eine Hinterlegung der Vollgutachten im regulären Ausbildungsdossier ist untersagt.

Die Ausführungsbestimmungen sind mit der Unterzeichnung in Fribourg am 19. März 2026 in Kraft getreten, teilte die Bischofskonferenz mit. (pm 23)

 

 

 

 

Information als Instrument des Friedens

 

Anlässlich des 25-jährigen Gründungsjubiläums des italienischen Nachrichtensenders Tgcom24 hat Papst Leo XIV. eine Botschaft an den Direktor und die Redaktion der Mediaset-Gruppe gerichtet. Darin thematisiert das Kirchenoberhaupt die Rolle der Massenmedien in einer Zeit, die von „signifikanten Veränderungen und zu oft im Internet geschrieenen Worten“ geprägt sei. Mario Galgano - Vatikanstadt

In seinem Schreiben weist der Papst auf die Aufgabe der Medien hin, in einem spannungsgeladenen Umfeld „Brücken des Dialogs“ zu bauen. Dies erfordere eine Vertiefung der Inhalte. Leo XIV. erläutert, dass eine Berichterstattung notwendig sei, die „nicht an der Oberfläche der Chronik stehen bleibt“, sondern die „Peripherien des Leidens“ mit Respekt und Solidarität in den Blick nimmt.

Wahrheit gegen Desinformation

Ein zentraler Punkt der päpstlichen Botschaft ist der Aufruf zur Wahrheit und zu einem „tiefen Sinn für ethische Verantwortung“. Ziel müsse es sein, der „Verbreitung von Fake News“ entgegenzuwirken. Medien sollten stattdessen eine „Kultur der Begegnung“ fördern, die in der Lage ist, unterschiedliche gesellschaftliche Strömungen zu verbinden.

Information als Friedenswerkzeug

Der Papst betont, dass eine „freie und die menschliche Würde respektierende Information“ eine Voraussetzung sei, um den Weg zu einem „entwaffneten und beharrlichen Frieden“ zu ebnen. Zum Abschluss seiner Botschaft stellte Leo XIV. die Belegschaft von Tgcom24 unter den Schutz des heiligen Franz von Sales, dem Kirchenlehrer und Patron der Publizisten. (vn 21)

 

 

 

 

Papst Leo XIV. mahnt zu neuem Lebensstil für die Schöpfung

 

Die ökologische Krise der Gegenwart lässt sich nicht allein mit Daten und Algorithmen lösen. Mit dieser Botschaft wandte sich Papst Leo XIV. an die Teilnehmer des XVII. Internationalen Forums der Umweltorganisation Greenaccord, das derzeit in Treviso unter dem Motto „Building Future Together“ stattfindet. Marina Tomarro - Treviso und Mario Galgano - Vatikanstadt

In einem von Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin unterzeichneten Telegramm rief das Kirchenoberhaupt dazu auf, die Bewahrung der Schöpfung als eine Aufgabe zu begreifen, die „Geist, Herz und Hände“ gleichermaßen fordern müsse.

Unter Bezugnahme auf seinen Apostolischen Brief Disegnare nuove mappe di speranza („Neue Karten der Hoffnung zeichnen“) aus dem Jahr 2025 betonte der Papst, dass technische Daten zwar notwendig seien, aber nicht ausreichten. Es bedürfe einer Erziehung zu neuen Gewohnheiten und „tugendhaften Gemeinschaftspraktiken“, um den kommenden Generationen eine inklusive und respektvolle soziale Umwelt zu garantieren.

Der Sonnengesang als „Diplomatie der Kulturen“

Ein zentraler Höhepunkt des Forums war der Beitrag von Kardinal Pietro Parolin, der anlässlich des 800. Jubiläums des „Sonnengesangs“ (Cantico delle Creature) verlesen wurde. Parolin warnte davor, den Umweltschutz zu einer bloßen Ideologie oder einer „herzlosen Verwaltung“ verkommen zu lassen. Er bezeichnete das Erbe des heiligen Franz von Assisi als eine Form der „Diplomatie der Kulturen“.

„Den Sonnengesang als Jubiläum zu feiern, bedeutet nicht, ihn im Archiv der Erinnerung abzulegen“, so Parolin. Vielmehr biete er die Chance, eine Sprache wiederzufinden, die Gemeinschaft stiftet. Indem der Mensch die Natur nicht mehr als „Beute“ oder Eigentum betrachte, sondern als Gegenüber, das er mit „Bruder“ und „Schwester“ anspricht, vollziehe er einen Akt höchster Achtsamkeit.

Ethik im Zeitalter der Künstlichen Intelligenz

Der Kardinalstaatssekretär verknüpfte die franziskanische Spiritualität mit den Herausforderungen der Künstlichen Intelligenz (KI). Die KI sei ein Prüfstein für die „anthropologische Reife“ der Menschheit. Parolin forderte eine „integrale Intelligenz“: Ethische Leitplanken dürften nicht erst nachträglich als Korrektiv gesucht werden, sondern müssten bereits in der Designphase, den Governance-Modellen und der Transparenz der Datenverarbeitung verankert sein.

Frieden mit der Erde ist Frieden unter den Menschen

Der Kern der vatikanischen Botschaft in Treviso blieb die untrennbare Verbindung von Ökologie und sozialer Gerechtigkeit. Wo die Schöpfung verletzt werde, zerbreche auch die Gesellschaft; wo die menschliche Würde gedemütigt werde, verkomme die Natur zur bloßen Ressource.

Parolin schloss mit einem Plädoyer für den „Schutz“ (custodia) in all seinen Facetten: den Schutz des Nächsten, der Wissenschaft als Weisheit und der Technik als bloßes Werkzeug. „Zukunft gemeinsam bauen“ dürfe kein rein operativ-technisches Ziel bleiben, sondern müsse zu einem „Stil der Seele und der Institutionen“ werden – eine Diplomatie des Friedens, die beim Schutz der Schwächsten ihren ultimativen Beweis antritt. (vn 21)

 

 

 

 

 

Dritte Fastenpredigt im Vatikan: Thema Evangelisierung

 

Ist Mission noch zeitgemäß, und wenn ja – wie sollte sie durchgeführt werden? Mit diesem Thema beschäftigte sich an diesem Freitag eine Fastenpredigt im Vatikan.

Benedetta Capelli und Stefan von Kempis – Vatikanstadt

Dabei lauschten Papst Leo  – ein früherer Missionar in Peru – und zahlreiche Vertreter der römischen Kurie dem päpstlichen Hausprediger, dem Kapuziner Roberto Pasolini. Es war seine dritte Fastenpredigt in der laufenden Fastenzeit, und als Schauplatz diente die Audienzhalle im Vatikan.

Pasolini ging von der geistlichen Erfahrung seines Ordensgründers aus, des hl. Franz von Assisi, und destillierte daraus einen vielschichtigen Weg der Evangelisierung: Sich selbst in Demut einbringen. Gleichzeitig bereit sein, sich auf die Sensibilität der anderen einzulassen. Keine Antworten geben, sondern Fragen aufwerfen und einen Dialog in Gang bringen. Und immer bereit sein, in einer „Dynamik der Liebe“ sich auch vom Gegenüber bereichern zu lassen. Auf keinen Fall dürfe die Verkündigung des Evangeliums „aus einer Position der Überlegenheit oder der Kontrolle“ heraus erfolgen, denn dies würde sie verraten.

„Unsere Glaubwürdigkeit entspringt nicht unserer Rolle, sondern einem Leben, das bereit ist, sich auf diese Dynamik der Liebe einzulassen. Das ist es, was Franziskus intuitiv erkannt hat, als er seine Brüder ‚Minoriten‘ nannte: Er gab ihnen keinen Titel, sondern wies ihnen eine konkrete Art und Weise zu, in der Welt zu stehen. Gerade diese Kleinheit, diese gelebte Demut, macht die Verkündigung des Evangeliums fruchtbar.“

Ausgangspunkt jeder Mission sei „der Wunsch, die Erfahrung des Evangeliums mit anderen zu teilen“. Allerdings könne man nicht gut „von dem sprechen, was noch keine Wurzeln im eigenen Leben geschlagen hat“. Darum muss jeder, der das Evangelium weitertragen will, zunächst an sich selbst arbeiten.

„Christus ist keine Information, die weitergegeben werden muss, sondern ein Geheimnis, das im Menschlichen wohnt und darum bittet, erkannt zu werden, damit es im Leben zum Vorschein kommen kann. Das Evangelium wird nicht wie eine einfache Nachricht vermittelt; es schenkt sich wie ein Leben, das langsam Gestalt annimmt.“

Wie eine Geburt

Als Beispiel dafür, wie die Gegenwart Gottes im Herzen des Menschen aufkeimt, bemühte Pasolini die Geburt eines Kindes. „Zuerst nimmt Christus Raum in uns ein, in der Stille, im Gebet, in den täglichen Entscheidungen. Und erst danach kann er nach außen hin sichtbar werden, in der Art und Weise, wie wir mit anderen umgehen.“ Nicht wir selbst seien der Mittelpunkt der Verkündigung, sondern Gott, der durch uns transparent und zugänglich sein wolle für andere. Wichtig sei es in dieser Hinsicht, sein Gegenüber in seiner Menschlichkeit ernstzunehmen und zu schätzen.

„Evangelisieren bedeutet in dieser Perspektive, den anderen – auch ohne etwas zu sagen – zu vermitteln, dass es schön ist, dass sie existieren, dass ihr Leben Wert hat. Nicht, um sie einfach in dem zu bestätigen, was sie sind, sondern um sie dabei zu begleiten, nach und nach die Wahrheit und die Schönheit zu erkennen, die sie in sich tragen, ohne es eilig zu haben, sie auf unsere Vorstellungen hinzuführen.“

Bloß nicht abstrakt werden

Der Kapuziner hatte noch eine ganze Reihe weiterer Tipps in Sachen Evangelisierung parat: Die Gegenwart Gottes im anderen erkennen, vor allem, und sich ihm mit Respekt nähern. Das seien die wesentlichen Voraussetzungen für einen Dialog. Außerdem: Zuhören – und auf keinen Fall irgendwelche abstrakten Theorien äußern.

„Wenn Worte aus einer realen Erfahrung entstehen, erreichen sie die anderen. Wenn sie hingegen abstrakt und unpersönlich bleiben, überzeugen sie niemanden. Nicht einmal uns, die wir sie aussprechen. Das Evangelium zu verkünden bedeutet, sich dem Leben der anderen mit Respekt zu nähern und anzuerkennen, dass in der Komplexität ihres Lebens bereits eine Suche nach Sinn, nach dem Guten, nach der Wahrheit vorhanden ist.“

Die Verschiedenheit bewahren

Der hl. Franziskus sei am Rand des fünften Kreuzzugs dem ägyptischen Sultan Al-Malik al-Kamil einfach und schutzlos gegenübergetreten. Auf den ersten Blick sei dabei wenig passiert: Der Sultan bekehrte sich nicht, und Franziskus finde nicht das Martyrium, das er gesucht habe. Und dennoch sei diese Begegnung ein Moment des Dialogs und des Wachstums gewesen, aus dem sich noch heute lernen lasse. Franz von Assisi habe nicht versucht, dem Sultan seine eigene Vorstellung aufzuzwingen, sondern er habe sich dem anderen so gestellt, wie er war. Das Wunder bestehe darin, dass zwei Männer mitten im Krieg die Menschlichkeit des anderen entdeckt und sich in Frieden getrennt hätten.

„Das Evangelium verkündet man nicht, um zu siegen, sondern um jemandem zu begegnen. Der andere ist kein Ziel, das es zu erreichen gilt, sondern eine Schwelle, vor der man innehält und darauf wartet, aufgenommen zu werden. Evangelisieren bedeutet nicht, die Distanz um jeden Preis zu verkürzen, sondern sie zu durchqueren, ohne sie auszulöschen, und den Unterschied als den Raum zu bewahren, in dem Gott weiterhin im Herzen eines jeden wirkt.“ (vn 20)

 

 

 

 

Monitoring zu den Folgen der Kassenzulassung nichtinvasiver Pränataltests

 

Bischof Overbeck: Einsetzung eines Expertengremiums ist zu begrüßen

Im Deutschen Bundestag ist heute (20. März 2026) ein fraktionsübergreifender Antrag von Abgeordneten eingebracht worden, der sich mit dem Monitoring zu den Folgen der Kassenzulassung nichtinvasiver Pränataltests befasst. Dazu erklärt der Vorsitzende der Glaubenskommission der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Franz-Josef Overbeck:

„Den Antrag einer fraktionsübergreifenden Gruppe von Abgeordneten des Deutschen Bundestages, ein Monitoring zur Umsetzung und zu den Folgen der Kassenzulassung nicht-invasiver Pränataltests (NIPT) einzuführen, begrüße ich ausdrücklich. Die bislang vorliegenden Daten zur Anwendung dieser Tests legen nahe, dass sich NIPT in der Praxis zunehmend als Screening auf Trisomie 13, 18 und 21 etabliert. Damit stellen sich erhebliche ethische, rechtliche und gesundheitspolitische Fragen, die einer sorgfältigen Beobachtung und Bewertung bedürfen.

Vor diesem Hintergrund ist auch die im Antrag vorgesehene Einsetzung eines interdisziplinären Expertengremiums sehr zu begrüßen. Eine vertiefte Prüfung der Folgen der Kassenzulassung von NIPT ist aus meiner Sicht notwendig.

Besonderer Handlungsbedarf besteht weiterhin bei der Beratung betroffener werdender Eltern. Erforderlich ist eine Begleitung, die medizinische, ethische und psychosoziale Aspekte verlässlich einbezieht. Zugleich muss sichergestellt sein, dass werdende Eltern sich angesichts der bestehenden diagnostischen Möglichkeiten nicht unter Druck gesetzt fühlen. Maßstab bleibt eine Gesellschaft, in der auch Menschen mit Einschränkungen selbstverständlich ihren Platz haben und die Unterstützung der Solidargemeinschaft erfahren. Gerade daran wird sich zeigen, ob medizinischer Fortschritt und gesellschaftliche Verantwortung in einem ausgewogenen Verhältnis stehen.Hinweise. Die Deutsche Bischofskonferenz hat zur Zulassung von Bluttests auf Trisomien als Kassenleistung bereits am 19. September 2019 Stellung bezogen. Die Pressemitteilung ist auf www.dbk.de verfügbar. Dbk 20

 

 

 

 

Leo XIV. schreibt Botschaft zum 10. Jahrestag von Amoris laetitia

 

Papst Leo XIV. würdigt in einer Botschaft zum 10. Jahrestag das Nachsynodale Schreiben Amoris laetitia - und beruft eine Bischofsversammlung ein, um über Glaubensweitergabe für Familien zu sprechen. Wir dokumentieren den Wortlaut des Schreibens in der offiziellen Übersetzung.

Botschaft des Heiligen Vaters Leo XIV. anlässlich des zehnten Jahrestags des Nachsynodalen Apostolischen Schreibens Amoris laetitia

Liebe Brüder und Schwestern!

Am 19. März 2016 hat Papst Franziskus der Weltkirche eine leuchtende und hoffnungsvolle Botschaft bezüglich der ehelichen und familiären Liebe geschenkt: das Apostolische Schreiben Amoris laetitia, Ergebnis eines dreijährigen synodalen Unterscheidungsprozesses, der in das Heilige Jahr der Barmherzigkeit mündete. Am zehnten Jahrestag wollen wir dem Herrn für diese Anregung für das Studium und die pastorale Umkehr der Kirche danken, und ihn um den Mut bitten, den Weg weiterzugehen, indem wir das Evangelium stets aufs Neue in der Freude annehmen, es allen verkünden zu dürfen.

Wie das Zweite Vatikanische Konzil lehrt, ist die Familie »das Fundament der Gesellschaft«,[1] ein Geschenk Gottes und »eine Art Schule reich entfalteter Humanität«.[2] Mittels des Sakraments der Ehe bilden christliche Eheleute eine »Art Hauskirche«,[3] die für die Erziehung und Weitergabe des Glaubens von wesentlicher Bedeutung ist. Dem Impuls des Konzils folgend haben die beiden Apostolischen Schreiben Familiaris consortio von Johannes Paul II. aus dem Jahr 1981 und Amoris laetitia (AL) zu einer doktrinalen und pastoralen Schwerpunktsetzung der Kirche im Dienste der jungen Menschen, der Ehepaare und Familien angeregt.

Auf Grund »der anthropologisch-kulturellen Veränderungen« (AL, 32), die über die letzten fünfunddreißig Jahren stärker geworden sind, wollte Papst Franziskus, dass die Kirche engagierter den Weg der synodalen Unterscheidung beschreitet. Mit seiner Ansprache vom 17. Oktober 2015 während der 14. Ordentlichen Vollversammlung der Bischofssynode über die Familie ruft er zu einem gegenseitigen Aufeinanderhören innerhalb des Volkes Gottes auf, »alle im Hinhören auf den Heiligen Geist, den „Geist der Wahrheit“ (Joh 14,17), um zu erkennen, was er „den Kirchen sagt“ (vgl. Offb 2,7)«. Und er präzisiert, dass es nicht möglich ist, »über die Familie zu sprechen, ohne Familien zu Rate zu ziehen und ihre Freuden und Hoffnungen, ihre Leiden und ihre Ängste anzuhören«.[4]

Amoris laetitia sammelt die Früchte der synodalen Unterscheidung und bietet eine wertvolle Lehre, die wir heute weiter vertiefen müssen: die biblische Hoffnung auf die liebevolle und barmherzige Gegenwart Gottes, die es ermöglicht, »Geschichten der Liebe« zu leben, auch wenn man »Familienkrisen« durchlebt (AL, 8); die Einladung, den »Blick Jesu« (AL, 60) anzunehmen und unermüdlich »zum Wachstum, zur Festigung und zur Vertiefung der ehelichen und familiären Liebe« (AL, 89) anzuregen; den Aufruf, zu entdecken, dass die Liebe in der Ehe „immer Leben schenkt“ (vgl. AL, 165) und dass sie gerade in ihrer »begrenzt[en] und irdisch[en]« Art »echt« ist (AL, 113), wie uns das Geheimnis der Menschwerdung zeigt. Papst Franziskus bekräftigt »die Notwendigkeit der Entwicklung neuer pastoraler Methoden« (AL, 199) und »die Erziehung der Kinder [zu] stärken« (AL, 7. Kap.), während er die Kirche auffordert, »die Zerbrechlichkeit [zu] begleiten, [zu] unterscheiden und ein[zu]gliedern« (AL, 8. Kap.), indem sie ein verkürztes Verständnis der Norm überwindet, und »die Spiritualität« zu fördern, »die aus dem Familienleben entspringt« (AL, 313).

Wie ich schon den Jugendlichen sagen konnte, die sich während des Heiligen Jahres der Hoffnung in Tor Vergata versammelt hatten, ist »die Zerbrechlichkeit […] Teil des Wunders, das wir sind«: Wir sind nicht für ein Leben gemacht, »in dem alles selbstverständlich und unveränderlich ist, sondern für ein Dasein, das sich ständig in der Gabe, in der Liebe erneuert«.[5] Um unserem Auftrag nachzukommen, den jungen Generationen das Evangelium der Familie zu verkünden, müssen wir lernen, die Schönheit der Berufung zur Ehe gerade durch die Anerkennung der Zerbrechlichkeit hervorzuheben, um so »das Vertrauen auf die Gnade« (AL, 36) und die christliche Sehnsucht nach Heiligkeit zu wecken. Wir müssen auch die Familien unterstützen, insbesondere diejenigen, die unter den vielfältigen Formen von Armut und Gewalt in der heutigen Gesellschaft leiden.

Danken wir dem Herrn für die Familien, die trotz Schwierigkeiten und Herausforderungen »die Spiritualität der familiären Liebe« leben, die »aus Tausenden von realen und konkreten Gesten« (AL, 315) besteht. Ebenso danke ich den Hirten, den pastoralen Mitarbeitern, den Vereinigungen von Gläubigen und den kirchlichen Bewegungen, die sich in der Familienpastoral engagieren.

Unsere Zeit ist von raschen Veränderungen geprägt, die es mehr noch als vor zehn Jahren erforderlich machen, den Familien besondere pastorale Aufmerksamkeit zu schenken. Ihnen hat der Herr die Aufgabe anvertraut, an der Mission der Kirche mitzuwirken, das Evangelium zu verkünden und zu bezeugen.[6] Es gibt tatsächlich Orte und Umstände, an denen die Kirche nur durch die Laien und insbesondere durch die Familien zum »Salz der Erde werden kann«.[7] Daher muss das Engagement der Kirche in diesem Bereich erneuert und vertieft werden, damit diejenigen, die der Herr zum Ehe- und Familienleben beruft, ihre eheliche Liebe in Christus leben können und die jungen Menschen sich von der Bedeutung der ehelichen Berufung in der Kirche angezogen fühlen.

Angesichts der Veränderungen, die weiterhin Einfluss auf die Familien haben, habe ich beschlossen, im Oktober 2026 die Vorsitzenden der Bischofskonferenzen der ganzen Welt zu versammeln, um im gegenseitigen Aufeinanderhören eine synodale Unterscheidung bezüglich der Schritte vorzunehmen, die unternommen werden müssen, um heute den Familien das Evangelium zu verkünden. Dies soll im Lichte von Amoris laetitia geschehen und unter Berücksichtigung dessen, was in den Ortskirchen bereits getan wird.

Ich vertraue diesen Weg der Fürsprache des heiligen Josef an, des Beschützers der Heiligen Familie von Nazaret.

Aus dem Vatikan, am 19. März 2026, dem Hochfest des Heiligen Josef

LEO PP. XIV

[1] Zweites Vatikanisches Konzil, Pastoralkonstitution Gaudium et spes, 52.

[2] Ebd.

[3] Id., Dogmatische Konstitution Lumen gentium, 11.

[4] Franziskus, Ansprache zur 50-Jahr-Feier der Errichtung der Bischofssynode (17. Oktober 2015).

[5] Homilie bei der Heilig-Jahr-Feier der Jugendlichen (3. August 2025).

[6] Vgl. Apostolisches Schreiben Familiaris consortio (22. November 1981), 17.

[7] Zweites Vatikanisches Konzil, Dogmatische Konstitution Lumen gentium, 33. Vn 19

 

 

 

 

Erneuerung der Ehe- und Familienpastoral als Auftrag und Weg der Kirche

Zehn Jahre Amoris laetitia

 

Vor zehn Jahren hat Papst Franziskus mit dem Nachsynodalen Apostolischen Schreiben Amoris laetitia – Über die Liebe in der Familie ein Grundlagenpapier für die Ehe- und Familienpastoral der Weltkirche vorgelegt. „Die Weltsynoden zur Familie 2014 und 2015 und das daraus hervorgegangene Dokument Amoris laetitia haben die Ehe- und Familienpastoral neu ausgerichtet. Sie ermutigen uns als Kirche, Paare ein Leben lang zu begleiten, angefangen bei der Ehevorbereitung über die Feier des Sakraments bis zur Begleitung in den täglichen Herausforderungen des Zusammenlebens. Diese Begleitung gilt allen Paaren“, so Erzbischof Dr. Heiner Koch (Berlin), Vorsitzender der Kommission für Ehe und Familie der Deutschen Bischofskonferenz.

Amoris laetitia würdigt Ehe und Familie in großer sprachlicher Kraft als fundamentale Orte der Berufung und Teilhabe am Aufbau des kirchlichen und gesellschaftlichen Lebens: „Das Wohl der Familie ist entscheidend für die Zukunft der Welt und der Kirche“ (AL, Nr. 31), betonte der damalige Papst Franziskus. Er rief die Kirche dazu auf, den sakramentalen Charakter der Ehe, ihre unauflösliche Bindung und die reiche spirituelle Dimension des ehelichen Lebens zu verkündigen und zugleich auf die konkrete Lebenswirklichkeit der Menschen zuzugehen. Den Weltbischofssynoden 2014 und 2015 war eine weltweite Umfrage zu Ehe und Familie vorangegangen, die in aller Ehrlichkeit die Lebensrealitäten offenlegte. Papst Franziskus hob hervor: „Die Gegenwart des Herrn wohnt in der realen, konkreten Familie mit all ihren Leiden, ihren Kämpfen, ihren Freuden und ihrem täglichen Ringen.“ (AL, Nr. 315)

Die Deutsche Bischofskonferenz hat im Anschluss an Amoris laetitia im Jahr 2017 ein Dokument zur Erneuerung der Ehe- und Familienpastoral unter dem Titel Die Freude der Liebe, die in den Familien gelebt wird, ist auch die Freude der Kirche vorgelegt. Zudem wurden 2018 Eckpunkte zur Ehevorbereitung und 2021 Eckpunkte zur Ehebegleitung und zur Ehespiritualität veröffentlicht. In zahlreichen (Erz-)Bistümern wurden gemäß dem Dreischritt „Begleiten, Unterscheiden und Eingliedern“ neue Wege der Pastoral, auch mit Paaren in sogenannten irregulären Situationen, eröffnet: „Diejenigen, die zur Kirche gehören, brauchen eine barmherzige und ermutigende seelsorgliche Zuwendung. Denn den Hirten obliegt nicht nur die Förderung der christlichen Ehe, sondern auch die pastorale Unterscheidung der Situationen vieler Menschen, die diese Wirklichkeit nicht mehr leben.“ (AL, Nr. 293) Dieser Ansatz, der die Vielfalt der Lebenswirklichkeiten ernst nimmt, hat in den vergangenen zehn Jahren eine lebendige kirchliche und theologische Diskussion angestoßen und für die Pastoral fruchtbar gemacht.

Anlässlich des zehnjährigen Jubiläums von Amoris laetitia gelte dem verstorbenen Papst Franziskus ein besonderer Dank für dieses richtungsweisende Schreiben. Es habe einen wichtigen Beitrag dazu geleistet, Ehe und Familie in ihrer sakramentalen Bedeutung zu bekräftigen und Pastoral praxisorientiert und barmherzig zu gestalten. Erzbischof Koch hebt hervor: „Amoris laetitia zeigt, dass die Ehe als Sakrament nicht nur ein Moment der Feier am Hochzeitstag ist, sondern ein fortlaufender Weg des Wachstums in Liebe und Treue. Wir wollen Paare stärken und begleiten, diese Dimension im Alltag zu entdecken.“ Über die Ehe- und Familienpastoral hinaus waren die Weltsynoden 2014 und 2015 Ausgangspunkt für den neuen synodalen Stil der Kirche, der durch die Weltsynoden 2023 und 2024 bis hin zur geplanten Kirchenversammlung 2028 zur Erneuerung der Kirche beiträgt. Dbk 19

 

 

 

 

Papst Leo XIV. fordert Ende der medizinischen Ungleichheit

 

In einer Rede vor internationalen Gesundheitsexperten und Kirchenvertretern hat Papst Leo XIV. an diesem Mittwoch gefordert, den Zugang zu medizinischer Versorgung als fundamentales Menschenrecht zu garantieren. Gesundheit dürfe niemals ein „Luxus für wenige“ sein, sondern müsse als Voraussetzung für sozialen Frieden verstanden werden. Mario Galgano - Vatikanstadt

Anlass der Audienz am Vormittag, noch vor der Generalaudienz, war die Fachtagung „Wer ist heute mein Nächster?“, bei der der zweite europäische Bericht der Weltgesundheitsorganisation (WHO) zur gesundheitlichen Chancengleichheit vorgestellt wurde. Der Papst zeigte sich besorgt über die wachsenden Kluften innerhalb Europas: Immer weniger Menschen könnten sich die notwendigen Behandlungen leisten, während Armut und Einsamkeit die Krankheitslast erhöhten.

Fokus auf die „unsichtbaren Wunden“

Besonders hob der Pontifex die Bedeutung der psychischen Gesundheit hervor, insbesondere bei jungen Menschen. „Die unsichtbaren Wunden der Psyche sind nicht weniger schwerwiegend als die sichtbaren“, mahnte Leo XIV. Eine gerechte Gesellschaft müsse sich daran messen lassen, wie sie mit ihren verletzlichsten Mitgliedern umgeht. Eine allgemeine Gesundheitsversorgung sei daher kein rein technisches Ziel, sondern ein „moralischer Imperativ“.

Wer ist mein Nächster?

Der Papst griff die biblische Frage des Gesetzeslehrers aus dem Lukasevangelium auf: „Wer ist mein Nächster?“. Er warnte davor, diese Frage zur Selbstrechtfertigung zu nutzen. Vielmehr müsse jeder Einzelne sich fragen: „Wer ist für mich, in diesem Moment meines Lebens, der Nächste?“ Unter Bezugnahme auf das Gleichnis vom barmherzigen Samariter betonte er, dass jeder Mensch dazu berufen sei, der „Hüter der Menschlichkeit“ seines Bruders und seiner Schwester zu sein.

Warnung vor der „Kultur der Gleichgültigkeit“

Leo XIV. zitierte zudem seinen Vorgänger Papst Franziskus und dessen Enzyklika Fratelli tutti, um vor der Gleichgültigkeit zu warnen. Diejenigen, die „wegschauen“, machten sich zu heimlichen Verbündeten der „Räuber“, die die Schwachen verletzen. „Das Heilen der Menschlichkeit anderer hilft dabei, die eigene zu leben“, so die zentrale Botschaft des Papstes. Er forderte die Kirchen in Europa auf, in Zusammenarbeit mit internationalen Organisationen wie der WHO mutig gegen Ungleichheit vorzugehen und einen „samaritanischen“ Lebensstil zu pflegen. (vn 18)

 

 

 

 

3. Juli: Papst Leo erhält US-Preis für Freiheitsrechte

 

Papst Leo XIV. wird mit der „Liberty Medal“ des US-amerikanischen National Constitution Center ausgezeichnet. Die Verleihung findet am 3. Juli statt – am Vorabend der 250-Jahr-Feier der Gründung der USA am 4. Juli. Der Papst will seine Dankesrede per Videoschalte aus dem Vatikan halten.

Mit der Auszeichnung würdigt das Zentrum das Engagement des Pontifex für Religionsfreiheit, Gewissensfreiheit und Meinungsfreiheit weltweit – Grundrechte, die auch im Ersten Zusatzartikel der US-Verfassung verankert sind. Vatikan-Pressesprecher Matteo Bruni erklärte, Leo XIV. sei für die Ehrung „zutiefst dankbar“.

Die Verleihung der Medaille an den Papst findet in Philadelphia statt, der historisch ersten Hauptstadt der Vereinigten Staaten. Am 4. Juli selbst, der in den USA in diesem Jahr mit besonders aufwändigen Paraden, Konzerten, Feuerwerk und Flugshows begangen wird, besucht Papst Leo die italienische Insel Lampedusa.

Die „Liberty Medal“ geht jährlich an Persönlichkeiten, die sich mit Mut und Überzeugung für Freiheit und Menschenrechte einsetzen. Sie wurde 1988 im Zusammenhang mit dem zweihundertjährigen Jubiläum der US-Verfassung ins Leben gerufen.

Unter den bisherigen Trägern der Liberty Medal sind der südafrikanische Freiheitskämpfer und spätere Präsident Nelson Mandela, die pakistanische Bildungsaktivistin Malala Yousafzai, der ukrainische Präsident Wolodymyr Selenskij sowie die langjährige Richterin am Obersten Gerichtshof der USA Ruth Bader Ginsburg. Darüber hinaus wurden in den vergangenen Jahren unter anderem auch der frühere UN-Generalsekretär Kofi Annan, der britische Ex-Premierminister Tony Blair und der amerikanische Regisseur Steven Spielberg mit der Auszeichnung geehrt. (vn 17)

 

 

 

Europäischer Gerichtshof entscheidet über arbeitsrechtliche Folgen des Kirchenaustritts

 

Der Europäische Gerichtshof (EuGH) hat heute (17. März 2026) entschieden, dass der Kirchenaustritt eines Mitarbeitenden nicht ohne Weiteres eine Kündigung durch einen kirchlichen Arbeitgeber rechtfertigen kann. Er hebt ausdrücklich hervor, dass das Ethos kirchlicher Einrichtungen sowie deren Recht auf Autonomie unionsrechtlich geschützt sind und bei arbeitsrechtlichen Entscheidungen angemessen zu berücksichtigen sind. Zugleich bestätigt er, dass den Mitgliedstaaten ein Beurteilungsspielraum bei der Ausgestaltung dieses Ausgleichs zukommt und dass die Besonderheiten kirchlicher Einrichtungen grundsätzlich anerkannt werden.

Aus Sicht der Deutschen Bischofskonferenz ist besonders bedeutsam, dass der EuGH weiterhin davon ausgeht, dass Loyalitätsanforderungen gegenüber Mitarbeitenden gerechtfertigt sein können, sofern sie im konkreten Einzelfall „wesentlich, rechtmäßig und gerechtfertigt“ sind. Damit wird die Möglichkeit kirchlicher Arbeitgeber bestätigt, ihr Selbstverständnis und ihre Glaubensgrundsätze auch im Arbeitsverhältnis zur Geltung zu bringen. Gleichzeitig stellt der Gerichtshof klar, dass die konkrete Bewertung dieser Voraussetzungen den nationalen Gerichten obliegt. Die abschließende Entscheidung im vorliegenden Fall liegt daher nun beim Bundesarbeitsgericht.

Für die Kirchen in Deutschland ist das verfassungsrechtlich garantierte Selbstbestimmungsrecht von zentraler Bedeutung. Das Bundesverfassungsgericht hat zuletzt im Beschluss vom 29. September 2025 im Verfahren Egenberger noch einmal hervorgehoben, dass dieses Recht bei der Anwendung des europäischen Antidiskriminierungsrechts angemessen zu berücksichtigen ist. Sollte sich im weiteren Verfahren zeigen, dass diese verfassungsrechtlichen Maßstäbe nicht hinreichend beachtet wurden, bleibt eine Überprüfung der Entscheidungen durch das Bundesverfassungsgericht ausdrücklich vorbehalten.

Zum Urteil erklärt die Generalsekretärin der Deutschen Bischofskonferenz, Dr. Beate Gilles: „Die Deutsche Bischofskonferenz bekräftigt ihr Anliegen, die Balance zwischen ihrem kirchlichen Selbstverständnis und den Rechten der Mitarbeitenden weiterhin verantwortungsvoll zu gestalten. Die Entscheidung des Europäischen Gerichtshofs gibt Orientierung für das Verhältnis zwischen europäischem Antidiskriminierungsrecht und dem verfassungsrechtlich geschützten Selbstbestimmungsrecht der Kirchen. Für uns ist entscheidend, dass kirchliche Einrichtungen ihr religiöses Profil wahren können und zugleich die Vorgaben des Grundgesetzes und des europäischen Rechts beachten. Wir werden die Entscheidung sorgfältig auswerten und die weiteren Schritte prüfen.“ Dbk 17

 

 

 

 

Heiliges Land: „Die Christen beginnen, zu verzweifeln“

 

Nahostkrieg trifft christliche Minderheit stark

Der neue Nahostkrieg hat auch für die christliche Minderheit im Heiligen Land schwerwiegende Auswirkungen; noch mehr Christen als bisher denken über Auswanderung nach. Dennoch sieht die Kirche ihre Aufgabe weiterhin darin, den Menschen inmitten der Krise Hoffnung und Würde zu schenken. Darauf hat George Akroush, Leiter des Büros für Projektentwicklung beim Lateinischen Patriarchat von Jerusalem, im Gespräch mit dem weltweiten päpstlichen Hilfswerk „Kirche in Not“ (ACN) hingewiesen.

„So etwas haben wir noch nie erlebt“

Akroush befand sich in München, als der Krieg gegen den Iran begann. Sämtliche Flüge nach Israel waren gestrichen. Der Mitarbeiter des Patriarchats musste daher eine 32-stündige Rückreise antreten, die ihn über Griechenland, Ägypten und schließlich auf dem Landweg nach Jerusalem führte. „Es war eine äußerst belastende und beängstigende Erfahrung“, berichtete Akroush. Zu Hause erwartete ihn seine Familie, die bereits seit drei Tagen unter ständigem Luftalarm lebte. „Ich versuche, vor den Kindern stark zu wirken und meine Angst nicht zu zeigen. Aber das war die schlimmste Erfahrung meines Lebens. So etwas haben wir noch nie erlebt“, stellte Akroush fest.

In Jerusalem und Umgebung besteht ständig die Gefahr durch Raketen oder durch Trümmer abgefangener Geschosse. Splitter gingen zuletzt sogar über der Altstadt von Jerusalem nieder, wo sich zahlreiche Kirchen, Klöster und andere wichtige christliche Einrichtungen befinden, darunter auch der Sitz des Lateinischen Patriarchats. Eine Rakete, die die südisraelische Stadt Be’er Scheva traf, beschädigte mehrere Gebäude, darunter auch das Haus einer christlichen Familie. Weiter im Norden liegen die Regionen Haifa und Galiläa in Reichweite von Raketen proiranischer Milizen aus dem Südlibanon. Besonders bitter sei, dass sich auf beiden Seiten der Grenze christliche Dörfer befinden, sagte Akroush.

Der Krieg hat auch massive wirtschaftliche Folgen. So wurden die Kontrollpunkte zwischen dem Westjordanland und Israel erneut geschlossen. „Vor den Anschlägen vom 7. Oktober 2023 hatten etwa 180 000 Menschen aus dem Westjordanland eine Arbeitserlaubnis in Israel. Danach sank diese Zahl auf 15 000. Jetzt haben auch diese Menschen ihre Arbeit verloren“, erklärte Akroush.

Gaza: Lieferungen vorläufig gestoppt – Gemeinde arbeitet weiter

Auch im Gazastreifen hat sich die Lage weiter verschärft. Seit Beginn des neuen Krieges seien alle humanitären Hilfslieferungen gestoppt worden. „Seit dem 7. März ist keine einzige Lieferung mehr nach Gaza gelangt – keine Medikamente, kein Krankenhausmaterial, nicht einmal Antibiotika“, berichtete Akroush. Die Kirche bemühe sich weiterhin, das einzige christliche Krankenhaus dort zu unterstützen, doch derzeit seien die Kommunikationskanäle blockiert.

Trotz aller Schwierigkeiten setze die Kirche ihre Hilfe fort, so der Koordinator. Rund 200 Menschen leben weiterhin auf dem Gelände der katholischen Pfarrei in Gaza, darunter fast 50 Menschen mit Behinderung, die von den Missionarinnen der Nächstenliebe betreut werden.

Einzige Möglichkeit Auswanderung?

Die Vorstellung, dass der Krieg länger dauern könnte, sei für viele Christen schwer zu ertragen – besonders für jene, deren Lebensunterhalt vom Pilgertourismus abhängt. „Christen, die in Hotels, Restaurants oder Gästehäuser investiert haben, beginnen, zu verzweifeln“, sagte Akroush. Mehrere große Pilgergruppen hätten in den kommenden Wochen ins Heilige Land reisen wollen – das sei jetzt mehr als fraglich.

Viele Christen versuchten angesichts der erneuten Verschlechterung, sich zumindest eine Ausreisemöglichkeit offenzuhalten, erläuterte Akroush. Einige hofften, zunächst nach Jordanien zu gelangen und von dort aus eine Übersiedlung in ein europäisches oder anderes westliches Land zu beantragen.

Gleichzeitig bemüht sich die Kirche, den Menschen neue Perspektiven zu geben. Das Lateinische Patriarchat erhält dabei Unterstützung von „Kirche in Not“, unter anderem durch Nothilfeprogramme, Lebensmittelhilfen und Projekte zur Schaffung von Arbeitsplätzen.

Akroush zitierte den Lateinischen Patriarchen von Jerusalem, Pierbattista Kardinal Pizzaballa. Dieser beschreibe die Aufgabe der Kirche im Heiligen Land oft so: „Unsere Arbeit ist wie ein Presslufthammer, der langsam und beharrlich auf einen harten Felsen trifft, bis dieser zu bröckeln beginnt.“ Jeder Arbeitsplatz, jede unterstützte Familie und jedes Kind, das wieder zur Schule gehen könne, sei ein weiterer kleiner Riss im „Felsen der Verzweiflung“, betonte Akroush.

KiN 17

 

 

 

 

Mainz. Erster Bischof mit außereuropäischen Wurzeln geweiht

 

Der aus Südindien stammende Pater Joshy Pottackal (48) hat am Sonntagnachmittag die Bischofsweihe empfangen und ist damit der erste katholische Bischof in Deutschland mit außereuropäischen Wurzeln. Die Feier stand im Zeichen der Universalität des Glaubens und einer bewusst gewählten Schlichtheit.

 „Ich bin Papst Leo XIV. dankbar für diesen Schritt hier in Deutschland, im Bistum Mainz. Glaube verbindet über alle Grenzen hinweg, die Menschen ziehen können“, betonte der Mainzer Ortsbischof Peter Kohlgraf in seiner Predigt vor zahlreichen Gläubigen, Familienmitgliedern Pottackals und hochrangigen Geistlichen aus Indien. Ein indischer Chor unterstrich mit traditionellen Kirchenliedern die interkulturelle Bedeutung des Ereignisses.

Der Delfin als Symbol der Orientierung

In den bischöflichen Insignien des neuen Weihbischofs finden sich persönliche und theologische Akzente. So zeigt Pottackals Bischofsstab einen Delfin – sein Lieblingstier, das im frühen Christentum als Symbol für Jesus, den „Seelenretter“, galt. „Wir wünschen Ihnen, dass Menschen Sie als Begleiter erfahren und als einen, der Orientierung schenken kann und will“, wandte sich Kohlgraf an seinen neuen Hilfsbischof.

Schlichtheit statt Gold: Insignien aus Holz

Auffällig ist die Materialwahl für Krummstab, Bischofsring und Brustkreuz: Statt des üblichen Goldes sind Teile dieser Insignien aus Holz gefertigt. „Holz steht für Wachstum und Leben. Es war für mich auch wichtig, dass es etwas Schlichtes ist“, erklärte Pottackal gegenüber der Katholischen Nachrichten-Agentur (KNA). Auch sein Wappen schlägt eine Brücke zwischen seinen Heimaten: Es verbindet das traditionelle Mainzer Rad mit Buchstaben der Malayalam-Schrift, der Sprache seiner Geburtsregion Kerala.

Werdegang eines Grenzgängers

Joshy Pottackal wurde 1977 im südindischen Kerala in eine Familie von Thomaschristen geboren. Der Karmelit lebt seit 22 Jahren in Deutschland und besitzt die deutsche Staatsbürgerschaft. Im Bistum Mainz ist er kein Unbekannter: Seit 2004 war er dort unter anderem als Jugendseelsorger tätig und arbeitete zuletzt in der Personalabteilung, bevor ihn Papst Leo XIV. im November zum Weihbischof ernannte. (pm/kna 16)

 

 

 

 

Kirchenstatistik 2025 in Deutschland

 

Die Kirchenstatistik für das Jahr 2025 ist heute (16. März 2026) von der Deutschen Bischofskonferenz und den 27 (Erz-)Diözesen der katholischen Kirche veröffentlicht worden. Wie vor einem Jahr handelt es sich zunächst um vorläufige Zahlen, die noch geringe Abweichungen erfahren können. In Deutschland machen die Katholiken 23 Prozent der Gesamtbevölkerung aus (19.219.601 Kirchenmitglieder).

Die Zahlen zeigen sich bei den Taufen erneut rückläufig, von denen es 2025 109.028 gab (2024: 116.274). Gleiches gilt für die kirchlichen Trauungen, die bei 19.478 lagen (2024: 22.513). Stabil bleiben die Zahlen bei den Feiern von Erstkommunion mit 152.357 (2024: 151.702) und der Firmung mit 105.334 (2024: 105.041). Die Zahl der kirchlichen Bestattungen ist erneut gesunken und liegt bei 203.496 (2024: 213.046). Wie bereits in den zurückliegenden beiden Jahren ist der Gottesdienstbesuch mit 6,8 Prozent erneut leicht gestiegen (2024: 6,6 Prozent). Die Zahl der Pfarreien ist – erneut aufgrund von Strukturmaßnahmen in den Bistümern – auf 8.997 gesunken (2024: 9.291). Bundesweit verzeichnete die katholische Kirche 2025 25 Priesterweihen.

Im Jahr 2025 sind erneut mit einem leichten Anstieg 2.269 Menschen in die katholische Kirche eingetreten (2024: 1.839), es wurden 5.443 Gläubige wieder aufgenommen (2024: 4.743). Die Kirchenaustrittszahl liegt bei 307.117 Menschen (2024: 321.659).

Zur Statistik 2025 erklärt der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer SCJ: „Die Zahlen des Jahres 2025, die wir heute als Kirche in Deutschland veröffentlichen, sind ein Spiegelbild unserer Kirche. Ich bin dankbar für das engagierte Wirken der Hauptamtlichen in unserer Kirche und auch die Qualität in der Seelsorge. Es ist ein schönes Zeichen, dass der Gottesdienstbesuch erneut ganz leicht steigend Zuspruch findet. Und ich empfinde es als positives Zeichen, dass die Zahlen von Erstkommunion und Firmung stabil geblieben sind. Gleichwohl bedauere ich die nach wie vor hohe Anzahl von Kirchenaustritten. Die Beweggründe sind unterschiedlich, und doch sage ich – weil wir eine Gemeinschaft von Gläubigen durch Taufe und Firmung sind –, dass uns jeder Kirchenaustritt schmerzt. Wir werden weniger Christinnen und Christen in Deutschland, was uns nicht davon abhält – bei allen notwendigen Maßnahmen, die damit verbunden sind –, mit hohem persönlichen Einsatz Zeugnis von unserem Glauben zu geben. Deshalb nutze ich heute auch die Gelegenheit, ein Wort des Dankes allen Ehrenamtlichen in unserer Kirche zu sagen, die durch die Statistik nicht erfasst werden. Es sind rund 600.000, die dafür sorgen, dass Kirche mit ihren vielfältigen Angeboten überhaupt erst in der Gesellschaft ermöglicht wird. Trotz aller Umbrüche ermutige ich dazu, dass wir den Kopf nicht in den Sand stecken, sondern nach vorne schauen und gemeinsam – auch in ökumenischer Verbundenheit – nach Wegen suchen, wie Christsein heute in der Gesellschaft zu größerer Akzeptanz führen kann.“ DBK 16

 

 

 

 

Krieg in Nahost: „Beendet die Kämpfe!", fordert Papst Leo

 

Papst Leo XIV. hat beim Angelus an diesem Sonntag neuerlich für diplomatische Lösungen statt Gewalt im Krieg geworben. Er beklagte die „grausame Gewalt der Kriege in Nahost“ und zeigte sich besonders in Sorge um die Lage im Libanon, den er im vergangenen Herbst besucht hatte.

Er wünsche sich für den Libanon „Wege des Dialogs, die die Behörden des Landes dabei unterstützen können, dauerhafte Lösungen für die derzeitige schwere Krise zum Wohl aller Menschen im Libanon umzusetzen“, so der Papst beim Mittagsgebet

„Im Namen der Christen im Nahen Osten und aller Frauen und Männer guten Willens wende ich mich an die Verantwortlichen dieses Konflikts: Beendet die Kämpfe! Lasst die Wege des Dialogs wieder offen!“, sagte der Papst. Gewalt könne „niemals zu der Gerechtigkeit, der Stabilität und dem Frieden führen, auf die die Völker warten“.

„Gewalt kann niemals zu der Gerechtigkeit, der Stabilität und dem Frieden führen, auf die die Völker warten“

Bei dem vor zwei Wochen begonnen Irankrieg seien tausende unschuldige Menschen getötet und viele weitere aus ihren Häusern vertrieben worden, so der Papst. Allen jenen, „die bei den Angriffen auf Schulen, Krankenhäuser und Wohngebiete Angehörige verloren haben“, versicherte er sein Gebet.

Erst vor wenigen Tagen hatte der Papst einen im Südlibanon getöteten Pfarrer gewürdigt, der durch einen israelischen Bombenangriff ums Leben kam. Leo rief bei der Gelegenheit erneut zum Friedensgebet für den gesamten Nahen Osten auf.

Papst Leo XIV. hat beim Angelus die Gläubigen aufgerufen, im Angesicht von Gewalt und Leid der Jetzt-Zeit ihren Glauben wachsam und „prophetisch“ zu leben. Ausgehend vom Sonntagsevangelium über die Heilung eines blind geborenen Mannes betonte er, Christus öffne die Augen für Gott und die Wirklichkeit der Welt.

Der Papst erinnerte an die Symbolik der johanneischen Erzählung. Während die Menschheit in Dunkelheit gelebt habe, habe Gott seinen Sohn als Licht gesandt. Jesus habe die Echtheit seiner Sendung bestätigt, indem er zeigte, „Blinde sehen“. Zugleich habe er von sich gesagt: „Ich bin das Licht der Welt“. Jeder Mensch könne von sich behaupten, „von Geburt an blind“ zu sein, weil er aus eigener Kraft das Geheimnis des Lebens nicht in seiner Tiefe erkenne, so Leo vor den etwa 20.000 Pilgern und Besuchern auf dem Petersplatz.

Der Papst wandte sich gegen die verbreitete Vorstellung, Glaube sei ein „Sprung ins Ungewisse“ oder ein Denken ohne Vernunft. Das Evangelium zeige vielmehr, dass die Begegnung mit Christus die Augen öffne. Die religiösen Autoritäten hätten den geheilten Mann eindringlich befragt: „Wie sind deine Augen aufgetan worden?“ und erneut: „Wie hat er deine Augen aufgetan?“ Diese Fragen verdeutlichten, dass Glaube eine Erfahrung der Erleuchtung sei.

Glaube als Einladung, die Augen zu öffnen

Leo XIV. rief dazu auf, den Glauben mit „offenen Augen“ zu leben. Glaube sei „kein blinder Akt, kein Verzicht auf Vernunft und kein Rückzug in eine Art religiöser Gewissheit“. Er helfe, die Wirklichkeit „so zu sehen, wie Jesus sie selbst sieht, mit seinen eigenen Augen: Er ist eine Teilhabe an seiner Sichtweise“, sagte Leo mit einem Zitat aus der Zwei-Päpste Enzyklika „Lumen Fidei“ von 2013. Darum sei Glaube eine Einladung, „unsere Augen zu öffnen“, besonders für das Leid anderer und die Nöte der Welt.

„Gerade heute braucht es angesichts der vielen Fragen des menschlichen Herzens und der dramatischen Situationen von Ungerechtigkeit, Gewalt und Leid, die unsere Zeit prägen, einen wachen, aufmerksamen und prophetischen Glauben", sagte Leo den Gläubigen. Ein solcher Glaube öffne die Augen für die dunklen Seiten der Welt und bringe ihr „durch den Einsatz für Frieden, Gerechtigkeit und Solidarität das Licht des Evangeliums". (vn 15)

 

 

 

 

Trauer um Philosoph Jürgen Habermas

 

Der Philosoph Jürgen Habermas ist im Alter von 96 Jahren gestorben. Er galt als einer der bedeutendsten Philosophen der Gegenwart und war ein einflussreicher Intellektueller. Die Deutsche Bischofskonferenz kondolierte.

Der Vorsitzende Bischof Heiner Wilmer nannte Habermas einen „Ausnahme-Philosophen". Er erklärte: „Die Weite seines Denkens und die visionäre Kraft Brücken zwischen der Philosophie und Religion zu bauen, werden bleiben." Unvergessen sei sein Dialog mit Joseph Ratzinger, „der gezeigt hat, dass die Theologie nicht ohne die Philosophie und die Philosophie nicht ohne die Theologie bestehen kann."

Geboren wurde Habermas am 18. Juni 1929 in Düsseldorf. Er studierte Philosophie, Geschichte, Psychologie, Deutsche Literatur sowie Ökonomie in Göttingen, Zürich und Bonn. Dort erlangte er 1954 die Doktorwürde. Auf Einladung von Theodor W. Adorno begann er in den 1950er Jahren als Assistent am Institut für Sozialforschung in Frankfurt am Main. Habermas war einer der bekanntesten Vertreter der Kritischen Theorie der Gesellschaft, die aus der „Frankfurter Schule" hervorgangen war.

Im Zuge der Studentenbewegung

Als Universitätsprofessor für Philosophie beziehungsweise Soziologie lehrte Habermas in den 1960er und 1970er Jahren erst in Heidelberg und dann in Frankfurt am Main. Als Wissenschaftler wurde er im Zuge der Studentenbewegung einer breiteren Öffentlichkeit bekannt.

Von 1971 bis 1983 war er Direktor des Max-Planck-Instituts zur Erforschung der Lebensbedingungen der wissenschaftlich-technischen Welt in Starnberg. 1983 kehrte er wieder als Philosophieprofessor an die Frankfurter Universität zurück.

Neben zahlreichen Auszeichnungen - darunter der Heine-Preis - und Ehrendoktorwürden im In- und Ausland erhielt Habermas 2001 den Friedenspreis des Deutschen Buchhandels. Die Jury würdigte ihn als den prägendsten deutschen Philosophen der Gegenwart, der zu den meistübersetzten Autoren des Deutschen gehöre. (kna 14)

 

 

 

 

Pilger bei Franziskus: Samen des Friedens weitertragen

 

Assisi erlebt in diesen Wochen einen außergewöhnlichen Pilgerstrom: Rund 10.000 Menschen kommen im Durchschnitt seit dem 22. Februar täglich, um die Gebeine des heiligen Franziskus zu sehen. Noch gut eine Woche, bis zum 22. März, ist der Besuch möglich. Kollegen und Kolleginnen von Vatican News haben sich an diesem Freitag unter die Pilger gemischt und mit Ordensbrüdern gesprochen.

Eindrücke von Birgit Pottler und Christine Seuss - Assisi

Die Franziskaner hier sprechen von einem Jahrhundertereignis und ihnen ist besonders wichtig, dass die Menschen eine spirituelle Erfahrung machen, die mit ihrem Glaubensweg vorher und idealerweise auch nachher zu tun hat. Franziskus soll Wegbegleiter sein.

Pilger aus vielen Ländern sind hier, unterschiedlichen Alters, viele Familien, oder Jugendgruppen. Manche sind auf der Durchreise, anderen haben vor vielen Monaten die Reise hierher geplant und ihr Zeitfenster gebucht.

Wir hatten spontan auch die Gelegenheit, mit einer deutschsprachigen Gruppe die Unterkirche der Basilika zu betreten. Bruder Thomas Freidel führt hier die Pilger das ganze Jahr - und besonders intensiv auch jetzt in diesen speziellen vier Wochen.

Er führt kurz in den Besuch ein, wobei ihm wichtig ist, dass alle zur Ruhe kommen - auch Fotografieren zum Beispiel ist aus diesem Grund während des Besuchs in der Basilika verboten. Die Gebeine sind in der älteren der beiden Kirchen ausgestellt, in der Unterkirche, gebaut schon kurz nach dem Tod des heiligen Franziskus, von 1228 bis 1230.

Die Franziskaner haben aus dem Anlass der öffentlichen Aufbahrung einen kleinen Pilgerweg auch innerhalb der Kirche gestaltet, an einzelnen Fresken von Cimabue und Giotto wird auf Ereignisse aus dem Leben von Jesus und von Franziskus hingewiesen, es gibt Gebetsimpulse und ein Pilgerheft.

Die Eindrücke von Christine Seuss und Birgit Pottler zum Nachhören

Der Tod ist nicht das Ende

Sonst beten die Menschen am Grab des Heiligen, das unter dem Altar Unterkirche liegt. Jetzt liegen die Gebeine vor dem Altar. Ein Hinweis darauf, dass der Tod nicht das Ende ist.

Ruhig, aber aufgrund des Andrangs natürlich dennoch zügig, werden die Menschen an der Vitrine mit den sterblichen Überresten des Franziskus vorbeigeleitet. Man sieht den Schädel in kleine Teile zerbrochen, die einzelnen Knochen anatomisch angeordnet. 1,39 Meter ist das Skelett groß – also für heutige Verhältnisse sehr klein. Und das bleibt auch bei den Pilgern hängen: Ein so kleiner Mann hat die Welt so nachhaltig verändert, hört man hier des Öfteren.

Was uns die Pilger erzählten...

In der Nähe von Gebeinen und Altar steht eine durchsichtige Truhe – Pilger können hier ihre Briefe an den Heiligen mit Gebetsanliegen und Wünschen einwerfen.

Die Pilgergruppen gehen dann weiter in eine modern gestaltete Kapelle mit Bildern aus dem Leben des Heiligen und einem Weihwasserbecken. Die Franziskaner laden hier ein, an die eigene Taufe zu denken und einen Impuls für den Glauben im Alltag mitzunehmen.

Samen des Friedens säen

Alle bekommen ein Geschenk mit: Weizenkörner und ein Pflanzgefäß, um – das ist die Idee dahinter - wie der Heilige Franziskus den Samen auszusäen, den Samen des Glaubens und vor allem des Friedens.

Das Ereignis findet das erste Mal überhaupt statt, aber es wirkt hier alles ganz selbstverständlich organisiert, von den Anmeldungen über den Einlass, die Treffen mit Gruppen und das Gebet. Dabei sind im Verhältnis zu den gut 27.000 Einwohnern die Pilgerströme wirklich beachtlich. Mehr als 400.000 Menschen wird Assisi in den vier Wochen der Aufbahrung empfangen haben. (vn 13)

 

 

 

 

Papst: Haben Kriegstreiber den Mut zur Gewissensprüfung?

 

Nur ein „versöhnter Mensch“ ist fähig, „unbewaffnet und entwaffnend zu leben“: über den Zusammenhang zwischen Beichte und Frieden hat Papst Leo am Freitag gesprochen. Dabei fragte er, ob Kriegstreiber den Mut und die Demut zur Beichte hätten. Anne Preckel

Leo XIV. äußerte sich am Freitag gegenüber Teilnehmern des 36. internationalen Kurses der Apostolischen Pönitentiarie zum sogenannten „Forum internum“, den inneren Bereich des menschlichen Glaubens und Gewissens, der diese Woche in Rom stattfand.

Nur versöhnter Mensch unbewaffnet und entwaffnend

„Nur ein versöhnter Mensch ist fähig, unbewaffnet und entwaffnend zu leben! Wer die Waffen des Stolzes niederlegt und sich ständig durch die Vergebung Gottes erneuern lässt, wird zu einem Versöhner im täglichen Leben. In ihm oder ihr verwirklichen sich die Worte, die dem heiligen Franz von Assisi zugeschrieben werden: ,Herr, mache mich zu einem Werkzeug deines Friedens‘“, so der Papst in seiner Ansprache, in der er dem Zusammenhang zwischen Beichte, Einheit mit Gott und Frieden nachging.

Wer eigene Sünden erkenne und diese verurteile, sei bereits mit Gott einig“, gab Leo XIV. den heiligen Augustinus wieder. Und er fuhr fort:

„Unsere Sünden zu erkennen, bedeutet daher, insbesondere in dieser Fastenzeit, „uns mit Gott zu versöhnen“, uns mit ihm zu vereinen. Das Sakrament der Versöhnung ist somit eine ,Werkstatt der Einheit‘: Es stellt die Einheit mit Gott wieder her, durch die Vergebung der Sünden und die Einflößung der heiligmachenden Gnade. Dies schafft die innere Einheit des Menschen und die Einheit mit der Kirche; daher fördert es auch den Frieden und die Einheit in der Menschheitsfamilie.“

Es braucht Mut zur Gewissensprüfung

„Haben jene Christen, die eine schwere Verantwortung in bewaffneten Konflikten tragen, die Demut und den Mut, ernsthaft ihr Gewissen zu prüfen und zu beichten?“

Daran an schloss der Papst die provokante Frage: „Haben jene Christen, die eine schwere Verantwortung in bewaffneten Konflikten tragen, die Demut und den Mut, ernsthaft ihr Gewissen zu prüfen und zu beichten?“

Eigentlich sei jeder Christ mindestens einmal im Jahr zur sakramentalen Beichte verpflichtet, erinnerte er (vgl. 4. Laterankonzil von 1215 und KKK, Nr. 1457). Dennoch werde dieses Angebot von vielen Getauften nicht genutzt, bedauerte Leo XIV.:

„Es ist, als bliebe der unendliche Schatz der Barmherzigkeit der Kirche ,unbenutzt‘, aufgrund einer weit verbreiteten Zerstreutheit der Christen, die nicht selten lange Zeit im Zustand der Sünde verharren, anstatt sich mit Einfachheit des Glaubens und des Herzens dem Beichtstuhl zu nähern, um das Geschenk des auferstandenen Herrn anzunehmen.“

Die Beichte zu spenden und damit an der Einheit der Menschen mit Gott zu wirken, sei eine „hohe Aufgabe“, schärfte der Papst den jungen Priestern und Weihekandidaten ein. Im Beichten werde die Kirche durch „erneuerte Heiligkeit ihrer reuigen und vergebenen Kinder bereichert“, formulierte er weiter.

Auf der Suche nach Tiefe

Das Sakrament der Versöhnung schaffe auch eine Voraussetzung für die Einheit der Menschen, fuhr der Papst fort – dies sei in der gegenwärtigen „Zeit der Zersplitterung“ umso notwendiger und „vor allem bei jüngeren Generationen ein echtes Bedürfnis“. Leo XIV. sieht hier den besonderen Auftrag der Kirche, jungen Leuten - angesichts von Kapitalismus und Relativismus - neue Wege aufzuzeigen:

„Die nicht eingehaltenen Versprechen eines zügellosen Konsums und die frustrierende Erfahrung einer von der Wahrheit losgelösten Freiheit können durch die göttliche Barmherzigkeit zu Gelegenheiten der Evangelisierung werden: Indem sie das Gefühl der Unvollständigkeit hervorrufen, ermöglichen sie es, jene existenziellen Fragen zu wecken, auf die nur Christus eine vollständige Antwort geben kann.“

Papst Leo erwähnte, dass der Kurs der Apostolischen Pönitentiarie von den Päpsten Johannes Paul II, Benedikt XVI. und Franziskus unterstützt wurde. Er selbst schließe sich dem an, so Papst Leo, und ermutige zu einer Fortsetzung dieses Dienstes und einer Vertiefung und Erweiterung des Ausbildungsangebotes, damit das Sakrament der Versöhnung „immer tiefer verstanden, angemessen gefeiert und daher vom ganzen heiligen Volk Gottes in Frieden und Wirksamkeit gelebt“ werde. (vn 13)

 

 

 

 

Fastenpredigt: Brüderlichkeit in einer Welt der Konflikte leben

 

Der Prediger des Päpstlichen Hauses, Kapuzinerpater Roberto Pasolini, hat bei der zweiten Fastenmeditation im Vatikan die Brüderlichkeit als konkrete Aufgabe in einer von Kriegen und Spannungen geprägten Welt bezeichnet. Die Betrachtung fand am Freitagmorgen, 13. März, in der vatikanischen Audienzhalle im Beisein von Papst Leo XIV. statt.

Gudrun Sailer - Vatikanstadt

Pasolini stellte gleich zu Beginn den Bezug zur Gegenwart her. Über alle Kulturen hinweg sehnten sich Menschen nach einer versöhnten Gemeinschaft, sagte er. Doch angesichts von Konflikten und Polarisierungen dürfe Brüderlichkeit nicht bloß als fernes Ideal verstanden werden. Christinnen und Christen seien vielmehr aufgerufen, die anderen „als Geschenk zu empfangen und zugleich als sehr ernste und dringende Verantwortung zu übernehmen“. 

Der Prediger erinnerte daran, dass diese Herausforderung nicht nur große politische oder kirchliche Ebenen betreffe. Sie beginne im Alltag – in Familien, am Arbeitsplatz, in Nachbarschaften und Gemeinden. Gerade dort zeige sich, ob der Glaube das Leben tatsächlich verändere. Brüderlichkeit sei „der Ort, wo die Umkehr sich wirklich bewährt: die ernsteste Probe und zugleich das beredteste Zeichen dessen, was das Evangelium in unserem Leben wirken kann“.

Anhand des heiligen Franz von Assisi schilderte Pasolini, dass gemeinschaftliches Leben nicht automatisch Harmonie bedeute. „Sie ist nicht der Ort, an den man sich zurückzieht, um ruhig zu leben“, sagte er über die Brüdergemeinschaft, „sondern der Raum, in dem jeder in die Tiefen seines Herzens zurückgeführt wird – mit all seinen Schatten und Widerständen.“

Die Anderen als Ort, an dem Gott wirkt

Gerade die anderen Menschen seien entscheidend für diesen Prozess. „Die Geschwister sind uns anvertraut, damit sich unser Leben verändern kann“, erklärte Pasolini. Gerade in ihrer Verschiedenheit, ja in ihrem Fehlverhalten würden sie zum konkreten Ort, an dem Gott am Menschen arbeite, „unsere Verhärtungen löst und uns lehrt, mit einem wahrhaftigeren und liebesfähigeren Herzen zu leben“.

Zur Verdeutlichung präsentierte der Prediger die biblische Geschichte von Kain und Abel. Sie zeige, wie schnell Beziehungen scheitern könnten. In jedem Menschen liege die Möglichkeit, sich zu verschließen, „zuzulassen, dass Groll zu Distanz wird und Distanz zu einer Form von Gewalt“. Gewalt beginne oft nicht mit Taten, sondern mit Schweigen, verletzenden Worten oder Gleichgültigkeit. 

„Wer weiß, dass ihm vergeben wurde, lernt, das Böse nicht zurückzugeben“

Gerade deshalb sei echte Brüderlichkeit keine Sache moralischer Perfektion. Sie entstehe dort, wo Menschen ihre eigenen „Schatten“ anerkennen und die Erfahrung von Vergebung zulassen, die Gott schenke. „Wer weiß, dass ihm vergeben wurde, lernt, das Böse nicht zurückzugeben“, so Pasolini.

Wichtig sei es, Konflikten nicht auszuweichen, sondern jeweils neu aufeinander zuzugehen. Das Evangelium lade in solchen Situationen nicht zuerst dazu ein, eigene Rechte zu verteidigen, betonte Pasolini. Es fordere vielmehr heraus, „das größtmögliche und immer mögliche Gute zu suchen: jenes Gute, das erlaubt, im anderen nicht mehr einen Gegner oder Schuldner zu sehen, sondern einen vom Herrn geliebten Bruder“.

Die Auferstehung Christi gebe dafür eine neue Perspektive. Sie nehme die Mühen des Zusammenlebens nicht weg, befreie aber von der Angst, dass diese Mühen sinnlos seien, so der Fastenprediger. „Deshalb können wir die Arbeit der Bruderschaft in einem neuen Stil angehen: mit Sanftmut, mit Respekt und mit dem Vertrauen, dass jede Geste wahrer brüderlicher Liebe – auch die verborgenste – bereits zum ewigen Leben gehört.“ (vn 13)

 

 

 

 

Papst Leo: Mitmenschen auf- und annehmen

 

Andere Menschen aufzunehmen gehört zur DNA des Christentums. Das hat Papst Leo XIV. an diesem Donnerstag betont.

Die Berufung des Christen sei „darauf ausgerichtet, Gemeinschaft zwischen den Menschen zu schaffen“, sagte er bei einer Audienz im Vatikan für die Teilnehmer der IV. „Cattedra dell’accoglienza” (Lehrstuhl für Gastfreundschaft). Und Gemeinschaft entstehe „aus der Fähigkeit, andere aufzunehmen, ihnen zuzuhören, ihnen Gastfreundschaft und Hilfe anzubieten“.

„Im Mittelpunkt jeder authentischen Aufnahme steht eine Beziehung, die aus der Gnade einer Begegnung entsteht. Wir erleben viele Arten von Begegnungen und damit auch von Gastfreundschaft: die Begegnung mit Menschen, die uns lieben, mit Familienangehörigen, mit Kollegen und auch mit Fremden, die uns manchmal feindlich gesinnt sind. Wenn eine Begegnung echt ist, kann sie sich aus persönlicher Erfahrung heraus wandeln und nach und nach andere mit einbeziehen, wodurch eine gemeinschaftliche Erfahrung entsteht.“

Jungen Menschen zuhören

Ganz konkret bat Papst Leo darum, auf junge Leute zuzugehen und ihre Anliegen ernstzunehmen. „In einer Zeit tiefgreifender kultureller und sozialer Veränderungen sind junge Menschen nicht nur die Zukunft der Gesellschaft und der Kirche, sondern in Wirklichkeit schon deren lebendige und schöpferische Gegenwart. Ihre Fragen und ihre Unruhe laden uns dazu ein, den Stil unserer Beziehungen zu erneuern. Junge Menschen aufzunehmen bedeutet vor allem, ihnen zuzuhören, ihnen in die Augen zu schauen und anzuerkennen, dass der Heilige Geist in ihrem Leben und in ihrer Sprache weiterhin wirkt und uns neue Wege der Präsenz und Fürsorge aufzeigt.“

An diese Aussagen schloss Papst Leo noch einige Gedanken zum Thema Präsenz an. Im Leben anderer präsent zu sein sei etwas sehr Wichtiges; das zeige sich ex negativo auch an der hartnäckigen Suche von Joseph und Maria nach dem verschwundenen, zwölfjährigen Jesus, den sie schließlich im Tempel wiederfinden. Daraus lasse sich schließen, dass zur Präsenz ein ständiges Suchen gehöre.

Auf der Suche nach Jesus

„So ist es auch im Glaubensleben: Wir nehmen die Gegenwart Jesu in unserem Leben als selbstverständlich hin, bis es plötzlich so scheint, als wäre er nicht mehr dort, wo wir ihn zurückgelassen haben. Wir verspüren ein Gefühl der Verlorenheit. In Wirklichkeit hat er sich nicht verloren, sondern wir haben uns entfernt. Wenn dies geschieht, sind wir aufgerufen, ihn vertrauensvoll zu suchen, mit dem Mut, unbekannte Wege zu beschreiten und die Welt mit neuen, hoffnungsvollen Augen zu betrachten. Auf diese Weise hören wir auf, einen Gott nach unserem Maß zu suchen, um ihm vielmehr dort zu begegnen, wo er wohnt. Jesus zu suchen bedeutet, von der Sicherheit unserer Überzeugungen zur Verantwortung der Begegnung überzugehen und zu lernen, eine Gegenwart Gottes zu sehen und anzunehmen, die immer ‚jenseits‘ liegt.“

„In Wirklichkeit hat er sich nicht verloren, sondern wir haben uns entfernt.“

Als Papst Franziskus den hl. Augustinus zitierte

Das erinnert ein wenig an das erste große Interview, das der damalige Papst Franziskus 2013, im Jahr seines Amtsantritts, Jesuitenzeitschriften gab. „Die Begegnung mit Gott in allen Dingen ist kein empirisches Heureka“, hatte Franziskus ausgeführt. „Das Risiko beim Suchen und Finden Gottes in allen Dingen ist daher der Wunsch, alles zu sehr zu erklären, etwa mit menschlicher Sicherheit und Arroganz zu sagen: ‚Hier ist Gott‘. Dann finden wir nur einen Gott nach unserem Maß. Die richtige Einstellung ist die von Augustinus: Gott suchen, um ihn zu finden, ihn finden, um ihn immer zu suchen.“

Außer Präsenz gehört zum Aufnehmen aber auch Fürsorge, fuhr Leo XIV. an diesem Donnerstag in seiner Ansprache fort. Fürsorge bedeute, aufmerksam an der Seite eines Mitmenschen zu stehen, sich um ihn zu kümmern, aber auch seine Entscheidungen zu akzeptieren. Diese Haltung habe der hl. Joseph vorgelebt.

„Auch die Menschheitsfamilie ist aufgerufen, das in Fürsorge zu bewahren, was ihr anvertraut wurde: Beziehungen, die Schöpfung, das Leben ihrer Schwestern und Brüder, insbesondere derer, die leiden und besonders schutzbedürftig sind. So zeigt uns Joseph, dass Präsenz und Fürsorge untrennbar miteinander verbunden sind: Man kann nicht bewahren, ohne da zu sein, und man kann nicht da sein, ohne Verantwortung für den anderen zu übernehmen.“ (vn 12)

 

 

 

 

Bischofskonferenz trauert um Bischof em. Dr. Joachim Wanke

 

Bischof Wilmer: „Beeindruckender Seelsorger und ein theologischer Visionär“

Die Deutsche Bischofskonferenz trauert um den heute (12. März 2026) verstorbenen früheren Bischof von Erfurt, Bischof Dr. Joachim Wanke. In einem Beileidsschreiben an den Bischof von Erfurt, Bischof Dr. Ulrich Neymeyr, würdigt der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer SCJ, den Verstorbenen als Seelsorger und Menschenfreund, der nicht nur im Bistum Erfurt prägend war, sondern sichtbare und lebendige Spuren im Leben der katholischen Kirche in der Bundesrepublik Deutschland hinterlässt.

„Mit Bischof Wanke geht ein beeindruckender Seelsorger und ein theologischer Visionär von uns“, schreibt Bischof Wilmer. Die Biografie des Verstorbenen sei ebenso eindrucksvoll wie sein vielfältiges Wirken. „Das friedliche Zusammenwachsen beider deutscher Staaten trägt im kirchlichen Kontext seine Handschrift. Bischof Wanke stand für eine Kirche, die aus dem Glauben heraus handelt und sich dem christlichen Menschenbild verpflichtet sieht. Eine Kirche, die das Unrecht in der DDR benannte und gleichzeitig Perspektiven für ein Zusammenleben aufzeigte. Er war eine entscheidende Figur bei der Zusammenführung der katholischen Kirche in Deutschland nach der Wiedervereinigung.“

In seiner Kondolenz betont Bischof Wilmer den Einsatz von Bischof Wanke in der Deutschen Bischofskonferenz. Zwölf Jahre war er Vorsitzender der Pastoralkommission der Deutschen Bischofskonferenz. Auf ihn gehe das bis heute wegweisende Dokument Missionarisch Kirche sein zurück. Engagiert sei Bischof Wanke auch bei der Revision der Einheitsübersetzung der Heiligen Schrift gewesen, die 2016 veröffentlicht wurde. „Mit seinem wissenschaftlichen Geschick, seiner besonderen Kunst, mit Sprache umzugehen, und seiner theologischen Weite prägte er dieses Projekt als Vorsitzender der Unterkommission Gemeinsames Gebet- und Gesangbuch“, so Bischof Wilmer.

Joachim Wanke spielte als junger Priester eine bedeutende Rolle in der Pastoralsynode der katholischen Kirche in der DDR (1973–1975), die ihren Abschluss in Dresden fand. Er prägte den theologischen Kurs in der ostdeutschen Diaspora entscheidend mit. „Die Kirche im Bistum Erfurt durfte dank seines Engagements viele bis heute prägende Veranstaltungen erleben“, schreibt der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz. Dazu gehörten die großen Wallfahrten im Eichsfeld ebenso wie Pastoralversammlungen der Kirche von Erfurt. 2011 sei Bischof Wanke die zentrale Person gewesen, die einen Papstbesuch in Erfurt möglich gemacht habe. Unvergessen seien die Bilder, wie Benedikt XVI. mit Bischof Wanke durch die Straßen von Erfurt gefahren sei.

In Trauer, aber auch in großer Dankbarkeit schaue die Deutsche Bischofskonferenz zurück auf das bewegte Leben des Bischofs von Erfurt. Bischof Wilmer: „In dieser Stunde des Abschieds denken wir an einen Seelsorger und Menschenfreund, an einen Theologen und Staatsbürger, der für viele Vorbild war – innerhalb der Kirche und außerhalb. Wir verneigen uns vor Bischof Wanke, der nicht nur im Bistum Erfurt prägend war, sondern sichtbare und lebendige Spuren im Leben der katholischen Kirche in der Bundesrepublik Deutschland hinterlässt. Möge er nun in Frieden ruhen.“

Bischof em. Dr. Joachim Wanke wurde am 4. Mai 1941 geboren. 1966 empfing er die Priesterweihe, 1980 wurde er zum Weihbischof in Erfurt geweiht. 1994 wurde er zum Bischof von Erfurt ernannt mit Neugründung des Bistums, wo er bis zu seiner Emeritierung 2012 wirkte. Dbk 12

 

 

 

 

Sozialstaat essentiell für sozialen Zusammenhalt

 

14 zivilgesellschaftliche Organisationen mit gemeinsam über 20 Millionen Mitgliedern haben in Deutschland ein Bündnis für einen starken und zukunftssicheren Sozialstaat gegründet.

Mitglieder sind etwa der Deutsche Caritasverband, die Diakonie Deutschland und die Arbeiterwohlfahrt.

Kritik am Narrativ über den Sozialstaat 

Das Sozialstaatsbündnis kritisiert „die zunehmende Schieflage in der politischen Debatte, in der der Sozialstaat wiederholt als unfinanzierbar oder als reiner Kostenfaktor dargestellt wird“. Immer mehr Menschen verlören das Vertrauen in öffentliche Institutionen, demokratische Parteien und den Sozialstaat. Diese Entwicklung werde „durch Stimmen verstärkt, die den Sozialstaat einseitig als Belastung darstellen, statt seine Rolle für soziale Sicherheit, wirtschaftliche Teilhabe und gesellschaftlichen Zusammenhalt hervorzuheben“, schreibt das Bündnis in einer Presseerklärung.

„Der Sozialstaat ist nicht nur finanzierbar, sondern essentiell für sozialen Frieden, wirtschaftliche Teilhabe und demokratische Stabilität.“

Vor diesem Hintergrund will das Sozialstaatsbündnis dem Narrativ eines problematischen Sozialstaates „eine positive, faktenbasierte Perspektive entgegensetzen: Der Sozialstaat ist nicht nur finanzierbar, sondern essentiell für sozialen Frieden, wirtschaftliche Teilhabe und demokratische Stabilität“, heißt es auf der Internetseite des Deutschen Cariatsverbandes.

Erreichbare Angebote der sozialen Daseinsvorsorge

„Es braucht einen leistungsfähigen Sozialstaat, und das heißt zuallererst: es braucht erreichbare Angebote der sozialen Daseinsvorsorge: in Stadt und Land, in der Schuldner- und Erziehungsberatung, in der ambulanten Pflege und in der Kinderbetreuung“, so Caritas-Präsidentin Eva Welskop-Deffaa: „Wer hier in Zeiten wachsender gesellschaftlicher Anspannungen, ökonomischer Unsicherheiten und demographischer Herausforderungen spart, nimmt der Feuerwehr den Rüstwagen bei akuter Brandgefahr. Einsparungen bei der Feuerwehr des Sozialen verhindern notwendige - präventive - Hilfen. Sie reduzieren zudem Einsatzmöglichkeiten für die vielen Ehrenamtlichen, die bereit sind sich für Menschen in Not zu engagieren und schwächen damit das Netz aus haupt- und ehrenamtlichem Engagement, das unsere Gesellschaft trägt.“

Das Sozialstaatsbündnis fordert von der Bundesregierung unter anderem, mehr für die ökologische Transformation zu leisten und die Armut wirksam zu bekämpfen.

Das Bündnis hat das Meinungsforschungsinstitut YouGov mit einer Umfrage beauftragt, um herauszufinden, wie die Menschen in Deutschland zu den Themen Sozialstaat, Rente, Pflege, Facharzttermine und Wohnen stehen. Zu den wichtigsten Ergebnissen zählt den Angaben nach die breite Unterstützung für einen starken Sozialstaat: 79 Prozent der Befragten sagten demnach, dass ein leistungsfähiger Sozialstaat den gesellschaftlichen Zusammenhalt stärke. (pm 11)

 

 

 

 

Kirche ist Aufruf und Zeichen für Menschheit im Krieg

 

Besonders angesichts der gegenwärtigen Kriege und Konflikte ist die Kirche Aufruf und Zeichen des Friedens im Herzen der Menschheit. Das hat Papst Leo an diesem Mittwoch bei seiner Generalaudienz auf dem Petersplatz hervorgehoben. Anne Preckel – Vatikanstadt

Leo XIV. schlug mit seiner Katechese ein weiteres Kapitel zur Konzils-Konstitution „Lumen gentium“ auf und ging näher auf die Identität des Gottesvolkes ein. Die Kinder Abrahams schlossen mit Gott einen Bund (vgl. Jes 2,1-5), der sich im Wirken Gottes und im Glauben an ihn konstituierte. Das Volk werde damit zum „Licht für die anderen Völker, wie ein Leuchtturm, der alle Völker, die ganze Menschheit, anzieht“, betonte der Papst.

Was eint

Das Konzil habe bekräftigt, dass dieses Bündnis das „Vorausbild jenes neuen und vollkommenen Bundes in Christus“ gewesen sei, so Leo XIV. Der Papst hob hervor, dass nicht Sprache, Kultur oder Ethnie Christi Volk einigten, sondern allein der Glaube an Gott.

„Das ist die Kirche: das Volk Gottes, das seine Existenz aus dem Leib Christi bezieht und selbst Leib Christi ist.“

 „Das ist die Kirche: das Volk Gottes, das seine Existenz aus dem Leib Christi bezieht und selbst Leib Christi ist; kein Volk wie alle anderen, sondern das Volk Gottes, von ihm zusammengerufen und bestehend aus Frauen und Männern aus allen Völkern der Erde. Ihr einigendes Prinzip ist nicht eine Sprache, eine Kultur, eine Ethnie, sondern der Glaube an Christus: Die Kirche ist daher – nach einem schönen Ausdruck des Konzils – ,die Versammlung derer, die zu Christus als dem Urheber des Heils und dem Ursprung der Einheit und des Friedens glaubend aufschauen‘ (LG, 9).“

Offen

Der einzige „Ehrentitel“, den Christen anstreben sollten, sei die „Gnade, Kinder Gottes zu sein“, erteilte der Papst dem Streben nach Verdiensten und Titeln eine Absage – diese Gnade zähle mehr als jede Aufgabe oder Funktion. Das Gesetz, das die Beziehungen in der Kirche belebe, sei die Liebe, betonte er weiter. Die Kirche könne „niemals in sich selbst verschlossen sein“, sondern sei „offen für alle und für alle da“, so Leo XIV.

„Das bedeutet, dass in der Kirche Platz für alle ist und sein muss und dass jeder Christ berufen ist, das Evangelium zu verkünden und in jedem Umfeld, in dem er lebt und wirkt, Zeugnis zu geben. Auf diese Weise zeigt dieses Volk seine Katholizität, indem es den Reichtum und die Ressourcen der verschiedenen Kulturen aufnimmt und ihnen gleichzeitig die Neuheit des Evangeliums anbietet, um sie zu reinigen und zu erheben (vgl. LG, 13).“

Was Hoffnung macht

„Sie ist ein Zeichen im Herzen der Menschheit, ein Aufruf und eine Prophezeiung jener Einheit und jenes Friedens, zu denen Gott Vater alle seine Kinder aufruft.“

Vor allem angesichts der gegenwärtigen Kriege und Konflikte sei die Kirche „ein großes Zeichen der Hoffnung“, so der Papst. Es mache Hoffnung, „zu wissen, dass die Kirche ein Volk ist, in dem aufgrund des Glaubens Frauen und Männer unterschiedlicher Nationalität, Sprache oder Kultur zusammenleben: Sie ist ein Zeichen im Herzen der Menschheit, ein Aufruf und eine Prophezeiung jener Einheit und jenes Friedens, zu denen Gott Vater alle seine Kinder aufruft.“

(vn 11)

 

 

 

 

Ministrantinnen und Ministranten pilgern 2028 wieder nach Rom

XIV. internationale Ministrantenwallfahrt

 

Zehntausende Ministrantinnen und Ministranten aus Europa und aus der ganzen Welt werden vom 31. Juli bis zum 4. August 2028 erneut nach Rom pilgern. Der internationale Ministrantenbund Coetus Internationalis Ministrantium (CIM) hat die Einladung des Heiligen Stuhls zur nächsten internationalen Ministrantenwallfahrt angenommen. Der Präsident des CIM, Bischof Dr. Klaus Krämer (Rottenburg-Stuttgart), zeigte sich erfreut, dass damit der Termin für die nächste große Begegnung der Ministrantinnen und Ministranten in Rom bekannt ist: „Schon jetzt erfüllt mich große Vorfreude auf die nächste Ministrantenwallfahrt nach Rom. Wenn so viele junge Menschen aus Europa und aus vielen anderen Teilen der Welt nach Rom kommen, entsteht eine besondere Atmosphäre. Man begegnet einander über Sprach- und Ländergrenzen hinweg, feiert gemeinsam Gottesdienste und erlebt sehr konkret, dass Kirche eine weltweite Gemeinschaft ist. Für viele Ministrantinnen und Ministranten gehören diese Tage zu den prägendsten Erfahrungen ihres kirchlichen Engagements.“

Bei der Generalversammlung des CIM in Rom wurden die Teilnehmerinnen und Teilnehmer heute (11. März 2026) von Papst Leo XIV. empfangen, der das Engagement der Ministrantinnen und Ministranten in den Gemeinden der Weltkirche würdigte. „Die Begegnung mit dem Heiligen Vater war für uns alle ein sehr bewegender Moment“, so Bischof Krämer. „Papst Leo hat aufmerksam über das Engagement der Ministrantinnen und Ministranten gesprochen. Man konnte spüren, dass ihm junge Menschen in der Kirche am Herzen liegen. Diese Begegnung hat uns ermutigt und darin bestärkt, die internationale Zusammenarbeit in der Ministrantenpastoral weiter auszubauen.“ Auch der Vorsitzende der Jugendkommission der Deutschen Bischofskonferenz, Weihbischof Johannes Wübbe (Osnabrück), freut sich auf die kommende Romwallfahrt und erklärte: „Ministrantinnen und Ministranten übernehmen in ihren Gemeinden Verantwortung und gestalten das Leben der Kirche aktiv mit. Die Wallfahrt nach Rom will zeigen, wie wertvoll dieses Engagement ist, und junge Menschen darin bestärken, ihren Glauben mit Freude zu leben und Verantwortung zu übernehmen.“

Im Jahr 2024 hatten die deutschen (Erz-)Bistümer ein eigenes Pilgerzentrum eingerichtet, das für viele Gruppen zu einem Ort der Begegnung, der Information und auch der Erholung wurde. Mit diesen Erfahrungen wird das Konzept weiterentwickelt und künftig als ein internationales Zentrum des CIM eingerichtet. Hintergrund

Der Coetus Internationalis Ministrantium (CIM) ist der internationale Zusammenschluss der Verantwortlichen für die Ministrantenpastoral in zahlreichen Ländern. Ziel ist, die Zusammenarbeit zwischen den Ländern zu stärken und internationale Begegnungen von Ministrantinnen und Ministranten zu fördern. Präsident des CIM ist Bischof Dr. Klaus Krämer (Rottenburg-Stuttgart). Die jüngste internationale Ministrantenwallfahrt fand im Jahr 2024 statt. Damals kamen rund 50.000 Ministrantinnen und Ministranten nach Rom, darunter etwa 35.000 aus Deutschland. Die internationale Ministrantenwallfahrt wird vom CIM gemeinsam mit den nationalen Verantwortlichen der Ministrantenpastoral in den (Erz-)Bistümern vorbereitet. In den kommenden zwei Jahren werden die Programmstruktur und organisatorische Fragen konkretisiert. Dbk 11

 

 

 

 

Vatikan veröffentlicht Abschlussbericht zur Rolle der Frau

 

Das Generalsekretariat der Synode hat an diesem Dienstag den lang erwarteten Abschlussbericht der Studiengruppe Nr. 5 veröffentlicht. Das Dokument mit dem Titel „Die Teilhabe von Frauen am Leben und an der Leitung der Kirche“ definiert die Frauenfrage als ein „echtes Zeichen der Zeit“, durch das der Heilige Geist die Kirche zur Erneuerung aufrufe. Mario Galgano - Vatikanstadt

Kardinal Mario Grech, Generalsekretär der Synode, betont in dem Bericht, dass die Rolle der Frau in der Kirche primär eine „kulturelle Herausforderung“ darstelle. Er mahnt gleichzeitig zu Mut und Geduld bei der Einführung notwendiger Reformen.

Kulturelle Hürden vs. Evangelium

„In vielen Teilen der Welt gibt es tiefgreifende kulturelle Herausforderungen, die anerkannt und angegangen werden müssen“, so der aus Malta stammende Kardinal Grech. Zu oft werde die gelebte Glaubenspraxis eher von kulturellen Traditionen als von den Werten des Evangeliums bestimmt. Ziel müsse es sein, die Kirche zu einer Kraft zu machen, die das Evangelium verkörpert, indem sie „den Respekt für die Rechte aller und die Mitverantwortung entsprechend der Berufung jedes Einzelnen fördert“.

Dies erfordert laut Grech „Mut, Begleitung und Geduld“, um schrittweise Veränderungen einzuführen. Nur so könnten die kirchliche Gemeinschaft gewahrt, Diskriminierung beseitigt und Gemeinschaften aufgebaut werden, in denen die Gaben aller Menschen – Männer wie Frauen – wertgeschätzt werden.

Ein Blick „von unten“

Der Bericht basiert auf einem breit angelegten Konsultationsprozess und gliedert sich in drei Teile. Der Ansatz der Studiengruppe besteht darin, die Reflexion „von unten“ zu beginnen. Dabei wurden Erfahrungen und Beiträge von Frauen gesammelt, die bereits heute verantwortungsvolle Positionen in der Kirche innehaben.

Zu den Kernpunkten des Berichts gehören Synodalität und Ortskirchen. Es müsse eine stärkere Berücksichtigung der kulturellen Kontexte weltweit gefördert werden. Betont wird auch die sogenannte charismatische Dimension. Die Anerkennung der spezifischen Begabungen von Frauen im kirchlichen Leben gelte jenseits rein administrativen Rollen. Und schließlich sei auch der Modellcharakter der Kurienreform wichtig. Die Entscheidung der Päpste Franziskus und Leo XIV., Frauen mit Regierungsaufgaben in der römischen Kurie zu betrauen, wird als wegweisendes Modell für die gesamte Kirche bezeichnet.

Theologische Neuausrichtung

Im umfangreichen Anhang des Berichts werden zentrale theologische Fragen kritisch beleuchtet. Dazu gehören eine Neubetrachtung des (von Papst Franziskus häufig ins Feld geführten) „marianischen“ und „petrinischen Prinzips“ sowie eine Analyse der kirchlichen Amtsgewalt (potestas). Auch die Rolle weiblicher Figuren im Alten und Neuen Testament sowie in der Kirchengeschichte wird angesprochen, um die biblische Fundierung weiblicher Leitung zu untermauern.

Der Bericht soll nun als Arbeitsgrundlage für die weiteren synodalen Prozesse dienen. Er ist in mehreren Sprachen auf der offiziellen Webseite des Synoden-Sekretariats zugänglich. Der Abschlussbericht in italienischer und englischer Sprache sowie eine kurze Zusammenfassung in fünf Sprachen (jedoch nicht in deutscher Sprache) sind auf www.synod.va  verfügbar. (vn 10)

 

 

 

 

Ausschreibung für den Katholischen Medienpreis 2026

 

Zum 24. Mal sind Journalistinnen und Journalisten aus Fernsehen, Hörfunk und Printmedien eingeladen, sich um den Katholischen Medienpreis zu bewerben. Bis zum 17. April 2026 steht dafür auf der Internetseite der Deutschen Bischofskonferenz eine Onlineplattform zur Verfügung: https://www.dbk.de/themen/auszeichnungen-der-deutschen-bischofskonferenz/katholischer-medienpreis/bewerbungsformular-2026.

Seit 2003 schreibt die Deutsche Bischofskonferenz in Kooperation mit der Gesellschaft Katholischer Publizistinnen und Publizisten Deutschlands e. V. (GKP) und dem KM. katholischermedienverband e. V. den Katholischen Medienpreis aus. Ausgezeichnet werden Beiträge, die die Orientierung an christlichen Werten sowie das Verständnis für Menschen und gesellschaftliche Zusammenhänge fördern. Zudem sollen sie das humanitäre und soziale Verantwortungsbewusstsein stärken und zum Zusammenleben unterschiedlicher Gemeinschaften, Religionen, Kulturen und Einzelpersonen beitragen. Journalistinnen und Journalisten sollen durch den Preis zu einer qualitäts- und wertorientierten Berichterstattung motiviert werden.

Der Katholische Medienpreis wird in den Kategorien „Print“, „Audio“ und „Video“ verliehen. Zusätzlich ist ein Sonderpreis der Jury ausgelobt. Aus allen Kategorien wird eine Hauptpreisträgerin oder ein Hauptpreisträger bestimmt. Die Preissumme von insgesamt 12.500 Euro wird folgendermaßen aufgeteilt: Der Hauptpreis ist mit 5.000 Euro dotiert. Die Preisträgerinnen und Preisträger in den übrigen Kategorien sowie des Sonderpreises erhalten jeweils 2.500 Euro. Die Ausschreibung umfasst Arbeiten, die zwischen dem 12. April 2025 und dem 17. April 2026 in einem journalistischen Medium des deutschen Sprachraums veröffentlicht wurden.

Die Preisträginnen und Preisträger werden von einer Fachjury unter dem Vorsitz von Weihbischof Matthäus Karrer (Rottenburg-Stuttgart) ausgewählt. Die Jury setzt sich aus neun Personen zusammen, die auf Vorschlag der GKP, des KM. und der Deutschen Bischofskonferenz berufen wurden.

Weitere Informationen zur Jury und zu den bisherigen Auszeichnungen sowie den Preisverleihungen finden Sie ebenfalls unter www.dbk.de auf der Themenseite Katholischer Medienpreis. Dbk 9

 

 

 

 

Leo XIV. warnt vor Eskalation im Nahen Osten - Dialog nötig

 

Papst Leo ist besorgt über die Situation im Iran und im gesamten Nahen Osten. Aus der Region erreichten uns „weiterhin Nachrichten, die Bestürzung hervorrufen“, so das Kirchenoberhaupt vom Fenster des Apostolischen Palastes. Er warnte vor einer Ausweitung des Iran-Kriegs, die dazu führen könnte, dass „andere Länder der Region“, darunter auch der Libanon, „erneut in Instabilität versinken“ könnten.

 „Liebe Brüder und Schwestern, aus dem Iran und dem gesamten Nahen Osten erreichen uns weiterhin Nachrichten, die tiefe Bestürzung hervorrufen“, so der Papst im Anschluss an sein Mittagsgebet am 8. März. Mehrfach hatte Leo XIV. schon seine Sorge über eine Eskalation der Kriegshandlungen im Nahen Osten ausgedrückt, so auch an diesem Sonntag: „Zu den Gewalttaten und Zerstörungen sowie dem weit verbreiteten Klima des Hasses und der Angst kommt die Befürchtung hinzu, dass sich der Konflikt ausweiten könnte und andere Länder der Region, darunter auch der liebe Libanon, erneut in Instabilität versinken könnten.“

Krieg hat schon längst die Grenzen übersprungen

Immer mehr Menschen sind im Libanon wegen der Angst vor israelischen Angriffen als Reaktion auf Aktivitäten der Hisbollah auf der Flucht. Von diesem Samstag ist die Nachricht, dass bei einem Flugzeugangriff am frühen Morgen in der Stadt Shamshtar vier Kinder derselben Familie gemeinsam mit ihrer Mutter getötet wurden. Auch im Iran sind zahlreiche zivile Opfer zu beklagen.

„Wir erheben unser demütiges Gebet zum Herrn, damit das Donnern der Bomben verstummt, die Waffen schweigen und ein Raum für den Dialog entsteht, in dem die Stimme der Völker gehört werden kann“, fuhr der Papst in seinem Appell vor rund 15.000 Menschen auf dem Petersplatz fort:

„Ich vertraue diese Bitte Maria, der Königin des Friedens, an: Sie möge für diejenigen Fürsprache einlegen, die unter dem Krieg leiden, und die Herzen auf den Weg der Versöhnung und Hoffnung führen.“ (vn 8)

 

 

 

 

Papst: „Dienst am Nächsten ist ein Akt der Liebe“

 

Anlässlich des 100-jährigen Bestehens des italienischen Militärordinariats hat Papst Leo XIV. an diesem Samstag eine Delegation von Bischöfen, Militärseelsorgern, Politikern und weiteren beim Ordinariat eingebundenen Akteuren empfangen. In seiner Ansprache betonte der Pontifex, dass der Dienst in den Streitkräften weit über eine bloße Profession hinausgehe – er sei eine „Antwort auf einen Ruf, der das Gewissen befragt“, im Dienst am Gemeinwohl und am Frieden. Mario Galgano

Das Kirchenoberhaupt nutzte das Jubiläum für eine grundlegende Reflexion über die Bedeutung von Erinnerung in der modernen Informationsgesellschaft. Er warnte davor, dass unsere Epoche zwar Informationen in außerordentlichem Maße übertragen könne, aber die Fähigkeit verliere, diese zu verinnerlichen.

Gedächtnis ist keine Nostalgie

„Die Erinnerung wird oft ‚extern ausgelagert‘ und verfügbar gemacht, aber nicht immer zu eigen gemacht und aktiviert“, kritisierte der Papst. Für die Kirche hingegen sei das Gedächtnis „lebendiges Bewusstsein“ und kein bloßes Datenarchiv. „Es ist keine Nostalgie, sondern eine Wurzel, die Prophetie hervorbringt.“

Dieses Verständnis identifizerte er auch im Zusammenhang mit dem Centenarium des Militärordinariats. Er würdigte die Männer und Frauen in Uniform, die „in den lichten Tagen des Friedens und den dramatischen der Kriege“ mit Opferbereitschaft zum Wachstum der Gesellschaft beigetragen hätten – oft um den Preis des eigenen Lebens.

Der Kaplan als „Hirte im Schweigen“

Besondere Worte richtete der Papst an die Militärkaplane. Unter Berufung auf den Heiligen Augustinus beschrieb er ihr Amt als amoris officium – einen Dienst der Liebe. Der Einsatz des Kaplans finde oft im Stillen statt, „in Kasernen und Feldzelten, in Kapellen und Einsatzgebieten“.

In einer durch Mobilität und kulturelle Vielfalt geprägten Welt sei der Militärseelsorger zudem ein „Werkzeug der Einheit“ und des Dialogs zwischen den Völkern. Der Papst ermutigte die Kaplane, insbesondere in den Ausbildungsstätten und Akademien präsent zu sein, wo „Gewissen geformt werden“.

Soldatsein als Antwort auf Gewalt

Bezugnehmend auf das Zweite Vatikanische Konzil betonte der Papst, dass die Menschheit solange unter der Bedrohung des Krieges stehe, wie die Sünde nicht durch die Liebe besiegt sei. „In diesem Horizont verortet sich die Mission des christlichen Militärs“, so der Pontifex. Schwache zu verteidigen, das friedliche Zusammenleben zu schützen und in internationalen Missionen die Ordnung wiederherzustellen, sei eine „Berufung“.

„Die Identität des Soldaten ist geprägt von Großzügigkeit und Dienstgeist. Aber diese Werte brauchen ein Fundament“, erklärte das Kirchenoberhaupt. Er rief dazu auf, die Normen und Missionen des militärischen Lebens stets mit dem „Lebenssaft des Evangeliums“ zu inspirieren, damit das Wohl der Völker immer an erster Stelle stehe.

Zukunftsprojekte der Seelsorge

Abschließend würdigte der Papst die geplanten Initiativen des Ordinariats, darunter ein neues Pastoralzentrum und ein Zentrum für Höhere Studien zur geistlichen Begleitung. Letzteres solle die interdisziplinäre Reflexion über die Herausforderungen der modernen Welt, wie den Einfluss neuer Technologien, fördern. Mit einem Segen für die Soldaten und ihre Familien schloss der Pontifex seine Ansprache in der Hoffnung auf eine „Zivilisation der Liebe“. (vn 7)

 

 

 

 

Leitlinien zur Suizidprävention in katholischen Einrichtungen

„Den Weg des Lebens gehen“

 

Menschliches Leben ist kostbar – und zerbrechlich. Zu den Erfahrungen menschlicher Fragilität gehören auch Sterbewünsche, die oft Ausdruck von Sorge vor dem Verlust der eigenen Autonomie, von existenzieller Not, Einsamkeit oder Krankheit sind. In solchen Phasen brauchen Menschen mehr denn je Zuwendung, verlässliche Begleitung und Hoffnung. Vor diesem Hintergrund hat die Deutsche Bischofskonferenz gemeinsam mit dem Deutschen Caritasverband heute (6. März 2026) die Leitlinien „Den Weg des Lebens gehen“ – Leitlinien zur Prävention von Suiziden und zum Umgang mit Suizidwünschen in Einrichtungen katholischer Trägerschaft veröffentlicht. Anlass ist insbesondere das Urteil des Bundesverfassungsgerichts vom 26. Februar 2020, das neue rechtliche und ethische Fragen aufgeworfen hat und in vielen Einrichtungen Unsicherheiten hat entstehen lassen. Die vorliegenden Leitlinien sollen Orientierung geben und die Prävention von Suiziden stärken. Ihr Kern ist eine Kultur der Lebensbejahung.

Suizidgedanken und Sterbewünsche werden ernst genommen – im Gespräch, in professioneller Begleitung, in seelsorglicher Nähe. Einrichtungen in katholischer Trägerschaft verstehen sich dabei als Schutzräume für das Leben – besonders für vulnerable Menschen in Krisen. Die Leitlinien verbinden fürsorgliche Sensibilität mit fachlicher Klarheit. Sie enthalten konkrete Empfehlungen zur Suizidprävention, zur Schulung von Mitarbeitenden, zur Einbindung von Ethikberatung sowie juristische Hinweise für Verträge und Hausordnungen.

Mit der Veröffentlichung setzt die Deutsche Bischofskonferenz ein deutliches Zeichen. Es geht ihr gemeinsam mit dem Deutschen Caritasverband um eine solidarische, fürsorgliche und dem Leben zugewandten Gesellschaft: Niemand soll sich in einer Krise allein gelassen fühlen. Niemand soll den Eindruck haben, sein Weiterleben rechtfertigen zu müssen. Kirche und Caritas wollen Menschen auch in dunklen Momenten ihres Lebens beistehen – und gemeinsam mit ihnen den Weg des Lebens gehen.Hinweise. „Den Weg des Lebens gehen“ – Leitlinien zur Prävention von Suiziden und zum Umgang mit Suizidwünschen in Einrichtungen katholischer Trägerschaft (Die deutschen Bischöfe Nr. 117) dbk 6

 

 

 

 

 

„Kirche in Not“ sammelt weltweit Unterschriften für Religionsfreiheit

 

Petition fordert mehr Schutz für religiöse Minderheiten 

Mit einer internationalen Petition ruft das päpstliche Hilfswerk „Kirche in Not“ (ACN) Regierungen und internationale Organisationen dazu auf, das Menschenrecht auf Religionsfreiheit weltweit stärker zu schützen. Bereits mehr als 20 000 Menschen haben die Initiative unterschrieben. Die nächste Zielmarke liegt laut „Kirche in Not“ bei 100 000 Unterschriften.

Die Petition fordert die konsequente Umsetzung von Artikel 18 der Allgemeinen Erklärung der Menschenrechte, der jeder Person das Recht garantiert, ihren Glauben frei zu wählen, zu praktizieren und zu wechseln. Die Unterschriftenaktion richtet sich insbesondere an internationale Institutionen, demokratische Regierungen und diplomatische Vertreter.

Religionsfreiheit zu einer Priorität in der Außenpolitik machen

Konkret fordert die Initiative unter anderem, Religionsfreiheit stärker als Priorität in der Außenpolitik zu verankern, bedrohte religiöse Gemeinschaften besser zu schützen und Menschen, die wegen ihres Glaubens verfolgt werden, rechtliche sowie humanitäre Unterstützung zu gewähren.

Unterzeichnen können Menschen aller Religionen sowie alle, die sich für Menschenwürde und grundlegende Freiheitsrechte einsetzen. Mit der Petition will „Kirche in Not“ die Öffentlichkeit sensibilisieren und politische Entscheidungsträger dazu bewegen, entschlossener gegen religiöse Verfolgung vorzugehen.

Die Initiative wurde im Oktober 2025 anlässlich der Veröffentlichung des Berichts „Religionsfreiheit weltweit“ von „Kirche in Not“ gestartet. Die Studie zeigt, dass Milliarden Menschen in Staaten leben, in denen das Recht auf Religionsfreiheit verletzt, eingeschränkt oder bedroht ist.

Aktionszeitraum bis zum „Red Wednesday“

Die Unterschriftensammlung soll bis November 2026 fortgesetzt werden. Den Abschluss bildet die von „Kirche in Not“ initiierte Aktion „Red Wednesday“, bei der Kirchen, öffentliche Gebäude und Denkmäler weltweit rot beleuchtet werden, um auf Christenverfolgung und andere Verletzungen der Religionsfreiheit aufmerksam zu machen.

Der diesjährige „Red Wednesday“ findet am 18. November statt, der Aktionszeitraum für rote Beleuchtung, Gottesdienst und Aktion erstreckt sich jedoch über den gesamten November. Auch in Deutschland haben in den vergangenen Jahren immer mehr Pfarreien beim „Red Wednesday“ mitgemacht – 2025 hatten sich 251 bei „Kirche in Not“ registriert. Nach dem diesjährigen „Red Wednesday“ sollen die Unterschriften politischen Entscheidungsträgern und internationalen Institutionen wie den Vereinten Nationen und dem Europäischen Parlament übergeben werden.

„Religionsfreiheit ist Grundpfeiler einer gerechten Gesellschaft“

Bei einem Besuch am internationalen Hauptsitz von „Kirche in Not“ (ACN) in Königstein im Taunus betonte der neue Präsident der päpstlichen Stiftung, Kurt Kardinal Koch, die grundlegende Bedeutung dieses Menschenrechts. In Anlehnung an Worte von Papst Leo XIV. erklärte er, Religionsfreiheit sei ein „Grundpfeiler der Menschenwürde und jeder gerechten Gesellschaft“.

„Auch heute leiden Millionen Menschen unter Diskriminierung, Gewalt und Unterdrückung wegen ihres Glaubens“, sagte Kardinal Koch. „Doch selbst wenn sie kleine und schutzbedürftige Minderheiten sind, bleiben Christen in ihren Heimatländern Friedensstifter. Religionsfreiheit ist ein Menschenrecht, kein Privileg.“

Unterstützt wird die Initiative auch von Kirchenvertretern aus Ländern, in denen Christen verfolgt oder bedrängt sind, darunter der syrisch-katholische Erzbischof Jacques Mourad aus Homs (Syrien) und Bischof Matthew Hassan Kukah aus Sokoto (Nigeria).

Die Petition kann online unterzeichnet werden unter:

https://acninternational.org/de/petition/   KiN 6

 

 

 

 

Hilfswerke: Bildung entscheidet Zukunft von Millionen Mädchen

 

Bildung ist der wirksamste Schlüssel, um Armut, Ausbeutung und Ungleichheit nachhaltig zu bekämpfen: anlässlich des Weltfrauentags am 8. März haben mehrere kirchliche Hilfswerke verstärkte Anstrengungen für Bildung und Schutz von Mädchen und jungen Frauen weltweit gefordert.

Sowohl Don Bosco Mission Austria als auch die Entwicklungsorganisation Jugend Eine Welt wiesen in Aussendungen auf die Bedeutung von Bildung für Mädchen und Frauen hin.

133 Millionen Mädchen keinen Zugang zu Bildung

Weltweit haben laut UNESCO rund 133 Millionen Mädchen keinen Zugang zu Bildung. Politik, Wirtschaft und Zivilgesellschaft müssten sich entschlossen für gleiche Bildungschancen und den Schutz von Mädchen und jungen Frauen einzusetzen, so der Appell der Hilfswerke.

„Bildung ist ein grundlegendes Menschenrecht und der wirksamste Schlüssel, um Armut und Ungleichheit nachhaltig zu bekämpfen“, erklärte der Geschäftsführer von Don Bosco Mission Austria, Bruder Günter Mayer, in einer Aussendung. Wenn Mädchen und junge Frauen gestärkt würden, verändere das ganze Gesellschaften. Viele der betroffenen Mädchen seien ohne Schulbildung einem Leben in Armut, Abhängigkeit und Gewalt ausgesetzt.

Besonders dramatisch sei die Lage in vielen Ländern Afrikas. In Sierra Leone unterstützt das Projekt „Don Bosco Fambul“ Mädchen und junge Frauen, die Opfer sexueller Ausbeutung wurden oder zur Prostitution gezwungen waren. Das Zentrum bietet Schutz, psychologische Betreuung, Schulbildung sowie berufliche Qualifizierung, um den Betroffenen neue Lebensperspektiven zu eröffnen. Auch in der Demokratische Republik Kongo engagieren sich die Salesianer Don Boscos für benachteiligte Mädchen, konkret im Mädchenschutzzentrum Maison Marguerite in Goma, das minderjährigen Müttern und ihren Babys Zuflucht und Zukunftsperspektiven bietet.

Bildung bedeutet Zukunft und mehr Schutz vor Ausbeutung

Jugend Eine Welt verwies ebenfalls auf die große Bildungsbenachteiligung von Mädchen im Globalen Süden. Besonders betroffen sei Subsahara-Afrika, wo etwa jedes fünfte Mädchen im Grundschulalter nicht zur Schule gehe, erklärte Geschäftsführer Reinhard Heiserer. Bildung bedeute für Mädchen nicht nur bessere Zukunftschancen, sondern auch Schutz vor Ausbeutung, früher Verheiratung und Perspektivlosigkeit.

Die Organisation unterstützt gemeinsam mit der Austrian Development Agency (ADA) fünf Berufsbildungszentren der Salesianer Don Boscos in Uganda und Ruanda. Dort werden insgesamt rund 4.000 Jugendliche ausgebildet, darunter etwa 1.600 Frauen. Neben klassischen Ausbildungsfeldern werden Frauen auch gezielt für technische Berufe wie Solar- oder Elektrotechnik ermutigt, die traditionell als Männerdomänen gelten.

Programme wie „Gender Matters for Green TVET“ sollen zudem Gleichstellung gezielt mit der Ausbildung in nachhaltigen Berufen verbinden. Ziel sei es, jungen Frauen wirtschaftliche Selbstständigkeit zu ermöglichen und langfristig zur Gleichberechtigung beizutragen. (kap 5)

 

 

 

UNO: Erzbischof Balestrero prangert globale Gewalt gegen Christen an

 

Die Zahlen sind erschütternd: Weltweit sind fast 400 Millionen Christen Verfolgung oder Gewalt ausgesetzt. Bei einer hochrangig besetzten Veranstaltung bei den Vereinten Nationen in Genf bezeichnete Erzbischof Ettore Balestrero, Ständiger Beobachter des Heiligen Stuhls, Christen als die am stärksten verfolgte Religionsgemeinschaft der Welt. Allein im Jahr 2025 seien fast 5.000 Menschen aufgrund ihres Glaubens getötet worden – ein Durchschnitt von 13 Opfern pro Tag. Mario Galgano - Vatikanstadt

Unter dem Titel „An der Seite verfolgter Christen: Verteidigung des Glaubens und christlicher Werte“ mahnte Balestrero, dass Religionsfreiheit in vielen Kontexten fälschlicherweise als „Privileg“ oder „Konzession“ statt als fundamentales Menschenrecht behandelt werde. Er erinnerte die Staatengemeinschaft an ihre völkerrechtliche Pflicht, dieses Recht nicht nur zu respektieren, sondern aktiv zu schützen und zu fördern.

Die „vornehme Verfolgung“ im Westen

Besondere Aufmerksamkeit widmete der Erzbischof einer Entwicklung, die er als „vornehme Verfolgung“ (polite persecution) bezeichnete. Damit gemeint sind subtile Formen der Diskriminierung in westlichen Ländern, die oft unter dem Radar der offiziellen Gewaltstatistiken bleiben. Balestrero sprach von einer „schrittweisen Marginalisierung und dem Ausschluss aus dem politischen, sozialen und beruflichen Leben – selbst in traditionell christlich geprägten Ländern“.

Als konkrete Beispiele nannte er die Einschränkung der Meinungsfreiheit: Verurteilungen wegen „stillen Gebets“ in der Nähe von Abtreibungskliniken oder strafrechtliche Verfolgung wegen des Zitierens von Bibelversen in sozialen Netzwerken. Auch die Verletzung religiöser Autonomie sei ein Problem. Als Beispiel nannt er Frankreich, wo derzeit ein Gesetz zur Sterbehilfe diskutiert werde, das christliche Krankenhäuser und Pflegeheime dazu zwingen könnte, Euthanasie-Praktiken gegen ihre Kernüberzeugungen zuzulassen. Bei Verweigerung drohten den Trägern, wie etwa den „Kleinen Schwestern der Armen“, Haftstrafen oder der Entzug öffentlicher Mittel.

Das Kreuz als Symbol der doppelten Bedrohung

In einem theologisch-symbolischen Ausblick deutete Balestrero Angriffe auf Christen als Angriffe auf das Kreuz selbst. Die vertikale Linie des Kreuzes stehe für die Offenheit zum Transzendenten. Werde ein Christ gezwungen, seinen Glauben zu verleugnen oder ins Private zu drängen, sei dies ein Versuch, den Raum zu schließen, in dem sich der menschliche Geist über sich selbst hinaushebt.

Die horizontale Linie wiederum symbolisiere die menschliche Bindung an andere. Persecution zerstöre diese Bindung, ersetze Vertrauen durch Angst und Dialog durch Gewalt. „Es kann keinen Frieden ohne Religionsfreiheit, Gedankenfreiheit und Meinungsfreiheit geben“, zitierte Balestrero abschließend den verstorbenen Papst Franziskus.

Straflosigkeit als globales Problem

Balestrero kritisierte scharf, dass Straflosigkeit nach wie vor eines der schwerwiegendsten Probleme im Bereich der Religionsverfolgung darstelle. Es sei die Pflicht des Staates, Gläubige vor Angriffen Dritter zu schützen – „vor, während und nach einer Attacke“. Die Tatsache, dass physische Gewalt, Enteignung, Versklavung und Mord aufgrund religiöser Überzeugungen weiterhin an der Tagesordnung seien, stelle eine „schreiende Ungerechtigkeit“ dar, die beendet werden müsse. (vn 5)

 

 

 

 

 

„Gewalt allein schafft keinen Frieden“. Europaweite Gebetskette für den Frieden

 

„Der erste Schritt zu einem gerechten Frieden ist die schonungslose Selbstreflexion (...) Gerade dies sollten wir heute bedenken, wenn wir in besonderer Weise für einen unbewaffneten und entwaffnenden Frieden beten. In der Ukraine, im Heiligen Land, in Syrien und in den vielen Krisengebieten dieser Welt begegnen wir einer Wirklichkeit, die von Krieg, Terror, Vertreibung, Hunger, religiöser Vereinnahmung und politischen Machtspielen geprägt ist. Gewalt ist wieder eine selbstverständliche Sprache der Politik und erscheint uns leider oft auch als angemessene Reaktion auf diese Entwicklungen.“ Mit diesen Worten für einen erneuerten Einsatz für den Frieden hat heute (2. März 2026) in Augsburg Bischof Dr. Bertram Meier, Vorsitzender der Kommission Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz, einen Gottesdienst gefeiert. Er fand im Rahmen der „Eucharistischen Kette“ statt, einer Initiative des Rates der Europäischen Bischofskonferenzen (CCEE), die die Fastenzeit als Gebetszeit für den Frieden in den Blick nimmt und schon seit einigen Jahren besteht. Gestern fand das Gebet in Frankreich statt, morgen wird es die Kirche in Griechenland sein.

Bischof Meier fügte angesichts des neuen Krieges im Nahen und Mittleren Osten hinzu, dass das Gebet für den Frieden notwendiger denn je sei: „Wir schauen alle gebannt auf die Bilder, die uns aus dem Iran und der Golfregion erreichen, von den Menschen in den Schutzräumen Israels, ja, bis hin zu den Militärbasen auf Zypern. In den seit Samstag tobenden Konflikt werden mehr und mehr Staaten hineingezogen, es droht ein Flächenbrand in der gesamten Region! Mögen die Waffen bald schweigen und möge vor allem das iranische Volk die Chance bekommen, zur Demokratie und Rechtsstaatlichkeit zurückzufinden.“

Bischof Meier appellierte eindringlich: „Auch wenn natürlich Staaten das Recht haben, sich zu verteidigen oder unter Umständen Gewalt zum Schutz ihrer Bürgerinnen und Bürger einzusetzen, sollten wir nie vergessen: Gewalt allein schafft keinen Frieden. Die heutige Lesung und das Evangelium sind hier eindeutig: Ein dauerhafter und gerechter Friede beruht auf Wahrheit und Barmherzigkeit.“ In seiner Predigt erinnerte er an die vielen Kriegsgebiete auf der Welt: „Zerstörte Städte, geschwächte Zivilgesellschaften, politische Repressionen, wirtschaftliche Nöte, religiöse Spannungen, Menschen auf der Flucht. All dies finden wir wieder und wieder in unterschiedlichen Ausprägungen. Immer ist Vertrauen auf lange Zeit zerbrochen. Ein echter Friede wird dort nicht möglich sein, ohne dass Schuld benannt wird. Ohne dass Unrecht anerkannt wird. Ohne dass die Wahrheit ans Licht kommt.“

Jeder, so Bischof Meier, habe im Leben schon erlebt, dass die Wahrheit schmerzhaft sein könne: „Sie kann verletzen und Beziehungen zerstören. Wenn Andere Wahrheiten über uns offenbaren, kann dies unser Selbstbild erschüttern und uns in eine tiefe Krise führen.“ Darum sei es notwendig, Barmherzigkeit zu üben. Dabei bedeute Barmherzigkeit nicht, Unrecht zu verschweigen. „Sie bedeutet auch nicht, die Täter und ihre Taten zu verharmlosen. Aber sie bedeutet, dem anderen nicht endgültig jede Zukunft abzusprechen. Wer Barmherzigkeit mit einer Art billigen Versöhnung gleichsetzt, hat den tieferen Sinn der Worte Jesu nicht verstanden.“

Bischof Meier erinnerte im Gottesdienst an seinen wenige Wochen zurückliegenden Besuch in Syrien. Die Begegnungen und Gespräche hätten ihm gezeigt, dass eine Entwaffnung des Herzens notwendig sei: „Nach Jahren von Bürgerkrieg, Terror, internationalen Interessen und tiefen Verwundungen braucht es mehr als politische Abkommen. Es braucht Räume des Dialogs, des Zuhörens, der lokalen Versöhnung. Es braucht die Bereitschaft, nicht nur an der eigenen Sicherheit zu arbeiten, sondern am gemeinsamen Zusammenleben. Die von Jesus geforderte Barmherzigkeit ist also keine Schwäche. Sie ist eine geistliche Stärke, die es wagt, an Veränderung zu glauben.“ Er fügte hinzu: „Ich weiß, ein unbewaffneter und entwaffnender Friede klingt gerade in unserer heutigen Zeit utopisch. Denn wir alle wissen, dass der Friede vielfach bedroht ist und Abschreckung notwendig erscheint. Doch unsere christliche Hoffnung lässt sich nicht auf militärische Sicherheit beschränken. Sie fußt auf einem tieferen Verständnis der Welt, unseres Zusammenlebens und des konkreten Menschen. Unsere Hoffnung nährt sich aus einer einfachen Erkenntnis: Ein Friede, der allein auf Waffen beruht, bleibt fragil. Ein Friede, der Herzen erreicht, kann wachsen.“

Hintergrund. Der Rat der Europäischen Bischofskonferenzen (CCEE) ist ein Zusammenschluss der Vorsitzenden der römisch-katholischen Bischofskonferenzen in Europa mit Sitz in Rom. Präsident ist seit 2021 Erzbischof Gintaras Grušas von Vilnius, der Vorsitzende der Litauischen Bischofskonferenz. Dbk 2